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Martedì, 17 Settembre 2019

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In primis, noi diciamo che, senza investimenti, sia di quelli pubblici, sia di quelli privati, non c’è sviluppo del Mezzogiorno. Senza mezzi termini, va detto, che il rilancio del Mezzogiorno va realizzato in termini di sviluppo economico ma, anche, di sicurezza sociale. Ancora, c’è il problema dei tempi: si sa bene come questo Paese sia caratterizzato da una difficoltà intrinseca, quando si tratta di realizzare degli investimenti; quando anche, questi fossero previsti, i tempi della burocrazia sono tali, per cui mesi diventano anni e gli anni decenni; e solo una piccola percentuale degli investimenti, previsti inizialmente è, poi effettivamente realizzata. Il Sud ha bisogno di una sorta di “Rinascimento industriale” sotto la spinta della nuova ondata tecnologica che è alla base dell’industria 4.0, cercando, così, di recuperare una maggiore capacità di crescita strutturale dell’economia, con un sistema efficiente di co-investimenti tra pubblico e privato, nei settori ad alta innovazione. Poi, sono necessari investimenti in moderne infrastrutture, in tutto il Paese Italia, ma soprattutto, in quelle aree più deboli del Mezzogiorno, per rilanciarle. In tal senso, il quinto comma dell’art.119 della Costituzione, impone, alla politica nazionale, interventi speciali, per rimuovere gli squilibri economici e sociali delle aree più deboli del Paese. Purtroppo, le risorse per gli investimenti pubblici al bilancio, sono ancora diminuite, dopo l’accordo con la Commissione europea: con tagli, anche, al Fsc e al cofinanziamento dei Fondi strutturali. In conclusione, diciamo, pure, che da un ChecK Up sul Mezzogiorno (Cfr. Centro Studi di Intesa San Paolo), nonostante la frenata sugli investimenti, la fiducia delle imprese manifatturiere meridionali resta, prevalentemente, positiva e si mantiene sopra la media nazionale.

Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella e il Premier, Giuseppe Conte hanno partecipato, il 19 gennaio, scorso, all’inaugurazione di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, affermando, senza mezzi termini: “La cultura ora è cuore dell’Europa e riscatto del Mezzogiorno, un simbolo questo del Meridione che vuole innovare”. A nostro modesto avviso, la scelta europea di puntare su Matera, deve diventare un volàno per lo sviluppo generale del Mezzogiorno. Ovvero, il comparto, dell’inaugurazione, che potremmo definire turistico-culturale, non deve essere l’unico, sul quale puntare, per il rilancio economico ed occupazionale del Sud, facendo diventare Matera, capitale della cultura, una scossa, per lo sviluppo totale dell’intero Mezzogiorno. Peraltro, va detto pure, che Matera è, ancora, una città industriale: è sede di un distretto industriale, vocato alla produzione di salotti e divani. Certo, è, anche, vero che un’economia moderna è fatta, pure, di turismo, di cultura, di produzioni audio-visivi-eccellenti in Basilicata-, di servizi, di agricoltura di qualità e di ricerca. Ma senza il manifatturiero, cioè, senza l’industria produttiva tradizionale e tecnologica, nessuna economia potrà mai competere sui mercati globali e dare, soprattutto, risposte occupazionale rilevanti, delle quali, il Mezzogiorno ha un grande bisogno. In conclusione, diciamo che Matera Capitale della Cultura deve essere un “richiamo” all’Italia intera, affinchè, contribuisca a dare al Sud, una scossa poderosa di sviluppo.

A nostro modesto avviso, il Reddito di cittadinanza, non agevola lo sviluppo del Mezzogiorno. Vediamo perché. In primis, manca un’analisi approfondita dei veri problemi, delle difficoltà economiche, soprattutto, delle zone del Mezzogiorno. Ancora, se da un lato, la proposta governativa di un reddito di cittadinanza vuole rispondere alla necessità di garantire un sostegno alla parte più povera e disagiata della popolazione italiana, dall’altro lato, ha acceso, un intenso dibattito pubblico, sulle modalità di realizzazione. A questo punto, noi pensiamo che sarebbe, più opportuno, cambiare la denominazione della misura governativa: da “Reddito di cittadinanza” a “Reddito da lavoro agevolato” secondo il quale, i lavoratori del Sud, dovrebbero avere salari monetari più alti, cercando di combattere le c.d. “gabbie salariali”, dispositivo, questo in vigore dal oltre cinquanta anni fa, che discriminava i lavoratori del Sud, da quelli del Nord Italia. A ciò si aggiunge la previsione governativa che il reddito di cittadinanza è condizionato, nel Sud, all’accettazione di un posto di lavoro, anche, in altre regioni del Nord del Paese. In conclusione, diciamo che l’Italia con questo Reddito di cittadinanza, programmato dal Governo nazionale, mette insieme, situazioni economiche   territoriali, molto differenti tra Nord, Centro e Mezzogiorno, rischiando di far perseverare la, ormai, secolare, “Questione Meridionale”.

A nostro modesto avviso, si è creato un diverbio, ovvero, una discussione animata e litigiosa, tra la “questione settentrionale” e la “questione meridionale”. Vediamo perché. La “questione settentrionale” sembra la prima, forse l’unica priorità del Paese Italia. Nel particolare, c’ è la questione dell’autonomia delle regioni del Nord; c’è la rappresentazione insistita del disagio del Nord, per alcune misure di politica economica, con iniziative delle associazioni territoriali. Ancora, c’è la vicenda della Tav Torino-Lione che, certo, balza all’attenzione della cronaca, per i contrasti del Governo nazionale; ma che assume, anche, una valenza prioritaria, proprio, perché, viene vista e presentata come un’opera del Nord e per il Nord. Purtroppo, continua a prevalere questa convinzione: il federalismo può essere usato come la “carota” per soddisfare gli egoismi del Nord e il bastone per raddrizzare la schiena del Mezzogiorno, visto che, ad esempio, le Regioni Veneto e Lombardia chiedono un’autonomia rafforzata, cioè, di fare con i soldi loro, quel che vogliono loro, ignorando il resto del Paese. In conclusione, noi diciamo che per evitare che il Paese Italia si spacchi in due, tra Nord e Sud, il Governo nazionale deve preoccuparsi di correggere le disuguaglianze territoriali e di assicurare una parità dei diritti sociali fondamentati, in tutto il territorio nazionale.

 

A nostro modesto avviso, è sorta una diatriba, ovvero, un discorso aspro e polemico, sul progetto del Governo nazionale di “Autonomia regionale rafforzata” che dovrebbe essere concordato con le regioni Veneto, Lombardia ed Emilia- Romagna. Ancora, la cosiddetta “autonomia differenziata”, ovvero, il cosiddetto federalismo asimmetrico, è un lusso che le regioni del Sud non possono permettersi; ci troviamo di fronte: da una immagine dell’Italia divisa in due, ad un rischio per l’unità nazionale; l’autonomia del Nord danneggia la sanità del Sud, ogni regione meridionale rischia di perdere tra uno e due miliardi di euro; nel Mezzogiorno welfare azzerato (Cfr. Il Messaggero del 6 gennaio 2019). Poi dai dati statistici risulta che Lombardia, Veneto ed Emilia- Romagna hanno un Pil complessivo, superiore ai 700 miliardi di euro, poco più del 40% del totale italiano. Negli ultimi anni queste regioni hanno avuto una crescita economica migliore di quella media: dell’intero Centro-Sud. Sono aumentate, così, le disparità fra le suddette regioni del Nord ed il resto del Paese Italia. In conclusione, diciamo che tutto il Mezzogiorno deve trovare la forza per combattere: questa autonomia rivendicata dal Nord ed una secessione dei redditi, a spese del Sud d’Italia.

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