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Lunedì, 17 Giugno 2019

A nostro modesto avviso, è sorta una diatriba, ovvero, un discorso aspro e polemico, sul progetto del Governo nazionale di “Autonomia regionale rafforzata” che dovrebbe essere concordato con le regioni Veneto, Lombardia ed Emilia- Romagna. Ancora, la cosiddetta “autonomia differenziata”, ovvero, il cosiddetto federalismo asimmetrico, è un lusso che le regioni del Sud non possono permettersi; ci troviamo di fronte: da una immagine dell’Italia divisa in due, ad un rischio per l’unità nazionale; l’autonomia del Nord danneggia la sanità del Sud, ogni regione meridionale rischia di perdere tra uno e due miliardi di euro; nel Mezzogiorno welfare azzerato (Cfr. Il Messaggero del 6 gennaio 2019). Poi dai dati statistici risulta che Lombardia, Veneto ed Emilia- Romagna hanno un Pil complessivo, superiore ai 700 miliardi di euro, poco più del 40% del totale italiano. Negli ultimi anni queste regioni hanno avuto una crescita economica migliore di quella media: dell’intero Centro-Sud. Sono aumentate, così, le disparità fra le suddette regioni del Nord ed il resto del Paese Italia. In conclusione, diciamo che tutto il Mezzogiorno deve trovare la forza per combattere: questa autonomia rivendicata dal Nord ed una secessione dei redditi, a spese del Sud d’Italia.

In seguito al referendum che si è svolto in Gran Bretagna il 51,8% degli elettori hanno scelto di votare per l’uscita del paese rispettivo dall’Unione Europea, decisione che inevitabilmente avrà conseguenze sia immediate che a lungo termine non solo sul paese britannico, ma anche su tutta l’Unione Europea. Partendo dai mercati finanziari per arrivare fino al problema dell’immigrazione, ecco le probabili conseguenze più rilevanti che possono scaturire da questa decisione, specialmente a lungo termine:

Effetti negativi immediati sulla sterlina e sui mercati finanziari in generale

Appena i dati che riguardavano il risultato del referendum sono stati definitivi la sterlina è stata la prima a subire conseguenze, perdendo terreno sui mercati finanziari e anche se piano, piano la valuta si è stabilizzata gli effetti negativi dovuti a questa decisione potrebbero ripresentarsi, anche in maniera più forte.

Non solo, dato che gran parte delle esportazioni della Gran Bretagna sono verso i paesi dell’Unione Europea, ovvero 44% del totale e tante esportazioni diretta verso altri paesi coinvolgono comunque i paesi europei, l’effetto della Brexit sarà rilevante da questo punto di vista e, per tamponare gli effetti negativi che possono verificarsi, costringerà il paese dell’oltre manica a pensare a nuovi accordi commerciali, da stringere con i vari stati membri dell’Unione.

Effetti sull’occupazione in Gran Bretagna e nei paesi dell’Unione

Le delocalizzazioni sono temute da tanti in Inghilterra, mossa che potrebbe essere presa in considerazione da varie multinazionali e aziende di rilievo, quindi l’occupazione potrebbe risentirne dalla Brexit e questo tipo di decisione potrebbe influire anche sull’occupazione dei paesi della UE.

Cambiamenti a livello d’immigrazione

Senza la Gran Bretagna nella UE i numerosi migranti che provengono dai paesi che fanno parte dell’Unione Europea si trovano davanti all’incertezza, in quanto viene minata la libera circolazione ed i diritti acquisiti grazie alle leggi europee, quindi i flussi migratori subiscono delle conseguenze, indipendentemente se si tratta di cittadini UE che hanno necessità di lavorare, studiare o recarsi in Gran Bretagna per business oppure se si è cittadini britannici che devono migrare in uno dei paesi che fanno parte della UE. Infatti ora per lavorare nel paese britannico serve un visto di lavoro da ottenere prima di partire e questo è solo un esempio dei cambiamenti che si stanno verificando.

Conseguenze sulla Scozia e sull’Irlanda

Ben 62% degli scozzesi hanno optato per rimanere nell’unione europea, dato considerevole che ad Edimburgo ha toccato il 75%, ma visto che buona parte degli elettori britannici non l’hanno vista allo stesso modo questo influirà a corto e lungo termine sulla Scozia, in quanto potrebbero saltare diversi accordi e programmi politici che erano previsti, infatti la Scozia è sempre più orientata verso l’indipendenza e questo aspetto preoccupa ancor di più i mercati finanziari che non hanno preso bene la Brexit sin da quando era ancora una semplice ipotesi.

Influenza negativa sull’economia globale

Anche il Fondo Monetario Internazionale ed altre organizzazioni mondiali si dichiarano preoccupate per questa decisione e la paura che una “hard Brexit” possa verificarsi non lascia indifferente nessuno, in quanto le conseguenze possono influire su numerosi aspetti. Si tratta di preoccupazioni a medio e lungo termine, di ipotesi che riguardano specialmente decisioni particolari e decisioni radicali che, correlate tra loro possono generare effetti negativi per tutti. Ecco gli eventuali risvolti più temuti:

  • L’indipendenza della Scozia;
  • Gli effetti negativi dovuti alla perdita dei fondi europei;
  • Perdita di una grande fetta di produzione e di conseguenza perdita del lavoro da parte di tanti cittadini;
  • Uscita dall’Unione Doganale;
  • Effetti negativi dovute alle restrizioni a livello di circolazione.

Tutti questi aspetti vengono temuti anche dai mercati finanziari e anche se ancora non si sa quali di queste possibili conseguenze potranno verificarsi realmente l’attenzione resta alta.

In primis, noi diciamo che il divario Nord-Sud, del Paese Italia, continua a persistere. Vediamo perché. L’economia del Sud si è contratta molto negli anni della crisi economica: ha redditi molto più bassi e una domanda interna assai più debole. Per le imprese del Mezzogiorno i prestiti costano tre volte di più, rispetto al Nord; questa è la ”fotografia” sulla situazione del credito, in Italia, scattata dall’ultimo Report, diffuso dalla Svimez. Nel particolare, gli economisti della Svimez evidenziano che “analizzando i dati più recenti sull’andamento degli impieghi, si nota che l’ammontare dei prestiti erogati è già diminuito nel secondo trimestre 2018, in particolare nel Sud, contestualmente all’innalzamento dello spread”. Ancora, le Amministrazioni Regionali hanno mantenuto, nel 2016, livelli di spesa sostanzialmente costanti nel Mezzogiorno(+0,1) e sono cresciute nel Centro-Nord(+1,7).  Per la pressione tributaria il Mezzogiorno versa più del Nord Italia: le tasse che gravano sui cittadini del Sud risultano, in media, pari al 34,1% del Pil; nel resto del Paese le tasse si limitano al 33,5%(Cfr. la relazione 2018 dei Conti Pubblici territoriali(Cpt). In conclusione, diciamo che la Politica nazionale per risolvere questo, persistente divario, tra il Nord e il Sud del Paese Italia, deve realizzare infrastrutture e investimenti, nel Mezzogiorno, dove peraltro, ci sono, eccellenti, laboratori produttivi, soprattutto, di piccole e medie imprese.

 

A nostro modesto avviso, le imprese 4.0, ovvero, la cosiddetta “Quarta rivoluzione industriale” (espressione di alcuni studiosi informatici) consistente in processi di automazione e digitalizzazione dei processi produttivi, stanno registrando delle divergenze regionali tra il Nord e il Sud del Paese Italia. Vediamo perché. In base ad una fonte di notizie del Ministero dello sviluppo economico, nel Centro – Nord d’Italia la diffusione delle tecnologie digitali è intorno al 9,5% nel confronto con la diffusione di tecnologie mature- contro il 6%, circa, del Sud. Ancora, non sembra casuale il fatto che il Ministero dello sviluppo economico abbia selezionato alcune sedi universitarie, prevalentemente localizzate al Nord, con una sola eccezione di Napoli e Bari, per sostenere i processi innovativi delle imprese 4.0. Nel particolare, per il 2018 sono 11 le università telematiche riconosciute dal Ministero dell’Istruzione. In prima fila, c’è l’Università telematica, Niccolò Cusano di Roma che si collega a due università “sorelle” di proprietà Unicusano, una a Londra e una a Parigi. In queste università ci sono docenti altamente qualificati e studenti che frequentano, a scelta, in via telematica; ma c’è di più, viene creato un collegamento tra i laureati e le aziende, in modo che abbiano almeno, 4-5 colloqui dopo la laurea e dopo un anno e mezzo del conseguimento del titolo di studio, la maggior parte ha un impiego coerente, con il percorso telematico svolto. In conclusione, diciamo che è necessaria una guida politica nazionale, dell’innovazione, che preveda delle traiettorie della “Quarta rivoluzione industriale”, anche, nel Sud del Paese Italia.

 

In primis, diciamo che per risolvere il persistente e crescente divario tra le regioni del Mezzogiorno e il resto del Paese Italia, è necessario per il Mezzogiorno e per l’Italia intera, ripensare e rielaborare le politiche di sviluppo, con più investimenti. Purtroppo, oggi, stiamo registrando il venir meno, ad esempio, della straordinarietà dell’intervento finanziario europeo insieme, al venir meno, degli investimenti ordinari nazionali al Sud. A questo punto, va detto, pure, senza mezzi termini, che, oggi, la questione dello sviluppo del Sud è legata, anche, alla qualità della programmazione e della gestione degli interventi finanziari; specie, in questi ultimi anni, è mancata la capacità di spesa, di una visione, di cosa il Mezzogiorno deve ambire, ad essere, in un contesto allargato, articolato e complesso. Pertanto, è necessario nel Sud: valorizzare le molte vocazione  e specializzazioni produttive dei territori meridionali;  incentivare l’innovazione tecnologica, in agricoltura; garantire un migliore livello di accessibilità dei singoli territori e migliorare i collegamenti tra di essi; favorire lo sviluppo delle aree interne di pregio, dal punto di vista naturalistico e culturale; definire un quadro di interventi finanziari per accelerare l’opera di modernizzazione della portualità meridionale. In conclusione, diciamo che è necessario che si crei un “partenariato” tra le Pubbliche amministrazioni locali e le Professioni tecniche per progettare e “cantierare”, il tanto atteso, sviluppo del Mezzogiorno.

 

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