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Venerdì, 22 Febbraio 2019

In primis, noi diciamo che il divario Nord-Sud, del Paese Italia, continua a persistere. Vediamo perché. L’economia del Sud si è contratta molto negli anni della crisi economica: ha redditi molto più bassi e una domanda interna assai più debole. Per le imprese del Mezzogiorno i prestiti costano tre volte di più, rispetto al Nord; questa è la ”fotografia” sulla situazione del credito, in Italia, scattata dall’ultimo Report, diffuso dalla Svimez. Nel particolare, gli economisti della Svimez evidenziano che “analizzando i dati più recenti sull’andamento degli impieghi, si nota che l’ammontare dei prestiti erogati è già diminuito nel secondo trimestre 2018, in particolare nel Sud, contestualmente all’innalzamento dello spread”. Ancora, le Amministrazioni Regionali hanno mantenuto, nel 2016, livelli di spesa sostanzialmente costanti nel Mezzogiorno(+0,1) e sono cresciute nel Centro-Nord(+1,7).  Per la pressione tributaria il Mezzogiorno versa più del Nord Italia: le tasse che gravano sui cittadini del Sud risultano, in media, pari al 34,1% del Pil; nel resto del Paese le tasse si limitano al 33,5%(Cfr. la relazione 2018 dei Conti Pubblici territoriali(Cpt). In conclusione, diciamo che la Politica nazionale per risolvere questo, persistente divario, tra il Nord e il Sud del Paese Italia, deve realizzare infrastrutture e investimenti, nel Mezzogiorno, dove peraltro, ci sono, eccellenti, laboratori produttivi, soprattutto, di piccole e medie imprese.

 

In primis, diciamo che per risolvere il persistente e crescente divario tra le regioni del Mezzogiorno e il resto del Paese Italia, è necessario per il Mezzogiorno e per l’Italia intera, ripensare e rielaborare le politiche di sviluppo, con più investimenti. Purtroppo, oggi, stiamo registrando il venir meno, ad esempio, della straordinarietà dell’intervento finanziario europeo insieme, al venir meno, degli investimenti ordinari nazionali al Sud. A questo punto, va detto, pure, senza mezzi termini, che, oggi, la questione dello sviluppo del Sud è legata, anche, alla qualità della programmazione e della gestione degli interventi finanziari; specie, in questi ultimi anni, è mancata la capacità di spesa, di una visione, di cosa il Mezzogiorno deve ambire, ad essere, in un contesto allargato, articolato e complesso. Pertanto, è necessario nel Sud: valorizzare le molte vocazione  e specializzazioni produttive dei territori meridionali;  incentivare l’innovazione tecnologica, in agricoltura; garantire un migliore livello di accessibilità dei singoli territori e migliorare i collegamenti tra di essi; favorire lo sviluppo delle aree interne di pregio, dal punto di vista naturalistico e culturale; definire un quadro di interventi finanziari per accelerare l’opera di modernizzazione della portualità meridionale. In conclusione, diciamo che è necessario che si crei un “partenariato” tra le Pubbliche amministrazioni locali e le Professioni tecniche per progettare e “cantierare”, il tanto atteso, sviluppo del Mezzogiorno.

 

In primis, diciamo che da un sondaggio di Unimpresa è risultato che: “Chi ha un reddito mensile inferiore a 1.000 euro, potrebbe accettare, di buon grado, il licenziamento per accedere al “reddito di cittadinanza” che ha un assegno mensile fino a 780 euro e continuare, anche, a lavorare ma, in nero, con il vantaggio di poter percepire un assegno complessivo, superiore alla paga regolare”. Ancora, sottolinea Unimpresa: “In alcune zone del Paese, specie nel Sud, potrebbero verificarsi i casi più numerosi di violazione normativa”. Pertanto, reddito di cittadinanza sarà a trazione meridionale. Vediamo perché. Dai sondaggi, ci sono 34 province del Sud e delle isole in testa, alla classifica dei potenziali beneficiari del “Reddito di cittadinanza”. E a Crotone , ad esempio, una famiglia su  tre, ha un Isee sotto 9.000 euro, così da rientrare nel perimetro della misura annunciata dal Governo”. I calcoli li ha fatti “Il Sole 24 ore”(Cfr. Il Messaggero” del 13 novembre 2018). Dal sondaggio di Unimpresa, poi, fra le oltre 100.000 associate, è emerso che i settori più interessati sono: agricoltura, turismo, commercio, servizi di manutenzione e pulizia”. In conclusione, diciamo che in questo quadro del Mezzogiorno, risultante dal sondaggio di Unimpresa, risulta la persistenza di una sofferenza economica del Sud, sempre, in attesa, che la politica nazionale trovi una concreta soluzione.

 

In primis, diciamo che tra le regioni italiane, le cinque con maggior numero di aziende agricole, condotte da giovani agricoltori sono: Sicilia, Puglia, Campania, Calabria e Lazio; i settori più interessati sono quelli avicoli, e del latte (10% delle aziende giovanili sul totale delle aziende), l’orticolo(8%), il suinicolo(6%), il frutticolo e il vitivinicolo(5%)(Cfr. l’Osservatorio sui giovani agricoltori Nomisma-Edagricole”). Ma c’è di più. Le aziende condotte dai giovani fino a 35 anni, secondo un’altra ricerca dell’Osservatorio, mostrano performance economiche doppie della media, con valori della produzione vicini a 100mila euro per azienda, contro i 45mila della media del settore agricolo. Ancora, i giovani agricoltori, under 35, già laureati, gestiscono imprese mediamente più strutturate (20 ettari, contro gli 11 della media nazionale) e diversificate grazie, ad un approccio al mercato agricolo, più innovativo e tecnologico. In tal senso, dall’Osservatorio Talents venture che ha elaborato l’anagrafe degli studenti italiani ha stilato una classifica delle regioni dove si concentrano le lodi della laurea: Sicilia e Puglia restano sopra il 40% dei laureati con lode. E dulcis in fundo, diciamo che la politica nazionale ha previsto una misura che favorisce la costituzione di queste imprese agricole giovanili, nelle regioni: Basilicata, Calabria, Campania Puglia e Sicilia.

 

 

A nostro modesto avviso, la “questione meridionale” persiste, perché, le istituzioni politiche e sociali nazionali con il loro “modus operandi” (espressione dei grandi antichi latini), continuano ad ignorarla. Vediamo perché. In primis, diciamo che la politica nazionale ha creato un federalismo, regionale, ingiusto, penalizzando il Mezzogiorno, con un aggiramento sistematico, dell’uguaglianza territoriale dei cittadini italiani, sancita dalla Costituzione, a danno, di chi vive nel Sud, del Paese Italia.  Ancora, nel Mezzogiorno, la società è attraversata da preoccupanti fenomeni di criminalità e di pari passo, con la perdita di terreno dell’occupazione. Di azioni di sviluppo per il Sud non si vedono tracce. Pertanto, la “questione meridionale” rimane, a livello nazionale, l’unico grande problema irrisolto che la politica nazionale deve, ancora, risolvere. A questo punto, diciamo che la politica nazionale ma, anche, quella locale devono cambiare, insieme, il loro “modus operandi”, nei confronti del Sud, sostenendo, in primis, il paesaggio, la cultura materiale, le produzioni creative, in modo tale, da affrontare concretamente la, ormai, secolare “questione meridionale”.

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