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Domenica, 19 Maggio 2019

In primis, riportiamo la “fotografia” scattata da Eurostat (Istituto di statistica europeo) che ha diffuso i dati sull’andamento della disoccupazione, nelle tante regioni, in cui sono divisi i Paesi membri. Nel particolare, la metà dei giovani del Mezzogiorno, risulta disoccupato. Ma, anche, per la disoccupazione, di lunga durata, i dati sono allarmanti: nel Sud e nelle isole, tra il 2017 e il 2018, è cresciuta, ancora: in Sicilia, Campania e Calabria è senza lavoro, oltre, un ragazzo su due. Ma c’è di più. L’Europa ha fatto i conti sul lavoro, in Italia: Il Mezzogiorno è risultata area più critica, con una netta divisione tra Nord e Sud del Paese. A questo punto diciamo, senza mezzi termini, che l’Europa sta portando occupazione, nel Mezzogiorno. Ecco, un grande esempio. In Puglia, nel ciclo 2014-2020: gli strumenti agevolativi europei hanno stimolato quasi 10mila iniziative aziendali, creando 20mila posti di lavoro, in più, dal 2014; è stata di 7,2 miliardi la dotazione del Piano operativo regionale, alimentato da risorse europee per il ciclo 2014-2020. In conclusione, noi diciamo che per il Mezzogiorno c’è un fruttuoso gioco di sponda, per creare più occupazione e un decisivo sviluppo economico: l’Unione europea dà i fondi; le singole Amministrazioni regionali li raccolgono; i tessuti produttivi sono sensibili e ricettivi.

 

In primis, noi diciamo che nel Mezzogiorno occorre fare una scelta di campo precisa verso settori e attività, ad elevato contenuto tecnologico e innovativo, guardando a quanto è già presente sul territorio, per farne un punto di traino della stessa realtà territoriale. Ancora, le Università di ricerca e alta formazione del Mezzogiorno hanno quindi, la responsabilità e l’opportunità unica di dimostrare di saper svolgere, in modo corale ed essenziale il ruolo di driver, nell’attrarre ed aggregare le altre componenti dell’ecosistema dell’innovazione, facendo, così, del Sud, anche, un’area di sperimentazione di un nuovo modo di essere, l’università della ricerca e dell’innovazione. Peraltro, le università del Sud possono costituire sedi privilegiate per la formazione ed il training della nuova classe imprenditoriale, figlia dell’era della conoscenza innovativa e dell’internazionalizzazione. Poi, diciamo, senza mezzi termini, che l’innovazione ed il progresso tecnologico hanno un senso, solo se diventano patrimonio comune. A questo punto, non possiamo non parlare, anche, di politica, affinchè, tutti i cittadini meridionali abbiano accesso a tutti questi cambiamenti tecnologici e innovativi. In conclusione, diciamo che questa nuova sfida, che passa dalla politica, non può non prevedere un connubio, ovvero, un accordo tra innovazione e politica.

 

A nostro modesto, avviso si sta registrando un lancio dello sviluppo del Mezzogiorno, dall’Agroindustria (Cfr. l’Ismea- l’Istituto di servizi che fa capo al Ministero dell’Agricoltura). Vediamo come. Il fatturato delle imprese meridionali cresce del 5,4%, al Nord ferme a 4,4%: 18,5 miliardi di euro è il valore aggiunto agroalimentare del Mezzogiorno; 660mila gli occupati, il 9,8% degli occupati totali; 344mila sono le imprese agricole; 34mila sono le imprese alimentari; 7,3 miliardi di euro l’export agroalimentare del Mezzogiorno, di cui 27% prodotti agricoli e 73% prodotti alimentari. Ancora, nel Sud, la maggiore accelerazione del fatturato si è registrata nelle imprese definite giovanili, cioè con meno di 25 anni di attività, che si sono dimostrate, particolarmente dinamiche. Nello specifico, hanno avuto risultati record le aziende del caffè, cioccolato e confetteria, i prodotti da forno e dell’olio d’oliva. Poi, nel Mezzogiorno c’è la maggioranza dei comparti più dinamici: quello delle conserve vegetali, con buone performance a livello nazionale, quali: lattiero-caseario, vino, salumi e carni. In conclusione, noi diciamo che, per un futuro migliore del Sud, la politica nazionale deve investire, senza mezzi termini, sulle nuove proposte di progetti del settore dell’Agroindustria.

 

A nostro modesto avviso, viviamo in un Paese indifferente e ostile verso i giovani del Sud. Questa nostra opinione è dovuta ad alcuni fatti di cronaca registrati dagli istituti statistici nazionali. In tema di indifferenza, verso i giovani del Mezzogiorno, è risultato, dai dati statistici, che 700mila giovani cercano lavoro e non lo trovano, ponendo, così, una serie di interrogativi: ad esempio, perché queste difficoltà, nel Mezzogiorno, si presentano, ora, in maniera, così, grande, considerando il più elevato livello di istruzione e una maggiore predisposizione dei giovani verso le nuove tecnologie, rispetto al passato? A questo punto diciamo, senza mezzi termini, che il tema della disoccupazione giovanile nel Sud, è, dunque, scarsamente, “osservato”, anche, se i recenti dati dell’Istat (e anche, dell’Eurostat), ne evidenziano ampiamente la serietà e l’importanza. Ancora, in tema di ostilità, diciamo che l’Italia non è un Paese che punta sul valore dei giovani altamente istruiti del Mezzogiorno, tenuto conto che la disoccupazione giovanile, in alcune regioni del Sud, supera il 60% ed è, oltre il doppio, della media europea. In conclusione, diciamo che questa situazione non può non determinare una persistente fuga di giovani cervelli: dal Mezzogiorno, al Nord del Paese e all’estero.

 

A nostro modesto avviso, il futuro prospero dei giovani del Mezzogiorno deve trovare le fondamenta, sul lavoro. In tal senso, diciamo che, nel Salento, qualcosa si sta muovendo. Vediamo come. In primis, a Lecce, c’ è stata l’intesa tra l’Università UniSalento e Confindustria Lecce, creando già, 17 offerte di lavoro, per reperire giovani specializzati, in loco. Ancora, sempre a Lecce, si è aperta la “Settimana del lavoro” con il manifatturiero, con colloqui e seminari con 31 aziende. Nel particolare, le attività imprenditoriali possono chiedere l’aiuto dell’ateneo salentino per affrontare le sfide tecnologiche. Poi, a questa iniziativa, si aggiungono: Confindustria di Brindisi che firma l’accordo con l’UniSalento e Confindustria di Taranto che firma l’accordo con l’Università di Bari. A questo punto, noi diciamo, senza mezzi termini, che le famiglie del Mezzogiorno sono, mediamente più numerose, con più giovani e questo è un dato da non sottovalutare; ovviamente, per migliorare le condizioni reddituali delle nostre famiglie è necessario un insieme di interventi pubblici che consentano, da un lato, alle imprese di riacquistare fiducia e, dall’altro lato, di crescere, di produrre e di creare posti di lavoro, soprattutto, per i giovani.

 

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