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Giovedì, 06 Agosto 2020

I martiri della Romania comunista

L'evento presentato a Roma

 

Organizzata dall’Accademia di Romania, dall’Ambasciata della Repubblica di Romania in Italia e dall’Ambasciata rumena presso la Santa Sede, si è svolta a Roma una giornata di ricordo in onore dei martiri del comunismo rumeno, a partire dal Vescovo Anton Durcovici (1888-1951) di cui quest’anno ricorre il sessantesimo della morte. La vicenda del Paese danubiano, profondamente segnata dalla recente, quarantennale dittatura comunista (1948-1989) – terminata solo con la morte del Segretario generale del partito Nicolae Ceausescu (1918-1989) – è infatti in parte ancora sconosciuta al grande pubblico. Molti conoscono i terribili gulag sovietici per cui è passato - tra gli altri - il premio Nobel per la letteratura Aleksandr Isaevič Solženicyn (1918-2008) ma quasi nessuno sa che in Romania negli stessi anni è accaduto qualcosa di simile, se non più atroce. Fu d’altronde lo stesso Solženicyn a definire campi di concentramento come quello rumeno di Pitesti “il più terribile atto di barbarie del mondo moderno”. Per questa vera e propria via crucis passarono in tanti, soprattutto cristiani, odiati dalla repubblica socialista come servitori dell’“oppio dei popoli” di marxiana memoria. Monsignor Durcovici si era formato tra Bucarest e Roma, dove si laureò prima in filosofia al collegio di S. Tommaso e poi in teologia al Pontificio Ateneo di Propaganda Fide. Fu ordinato sacerdote nella basilica papale di San Giovanni in Laterano il 24 settembre 1910. Durante la Prima Guerra Mondiale, a causa della sua provenienza austriaca (era nato infatti ad Altenberg e austriaca era la madre), fu internato per due anni in un lager della Moldavia; ritornato libero negli anni 1918-22 tornò ad insegnare, svolgendo il suo ministero presso la parrocchia di Giurgiu. Insegnante di filosofia e filosofo tomista egli stesso, contribuì alla rinascita della grande tradizione filosofica cristiana nel Paese e al rilancio degli studi metafisici.

Successivamente divenne canonico della Cattedrale San Giuseppe di Bucarest (1923), quindi rettore del Seminario cattolico di Bucarest (1930-1948) e dell’Accademia Teologica di Bucarest (1930-1948). Nominato Vescovo di Iasi e Amministratore Apostolico dell’Arcidiocesi di Bucarest da Papa Pio XII, viene consacrato il 5 aprile 1948. Rifiutatosi di firmare un documento che sanciva l’indipendenza della Chiesa rumena dalla Santa Sede per subordinarla al potere civile, la polizia segreta del regime, la celebre Securitate, lo arresta nel giugno del 1949. Per la sua fermezza nella fede viene deriso, maltrattato e affamato per due anni e mezzo in varie carceri della Romania. Sono anni di torture terrificanti: coperto di piaghe sanguinanti finirà ridotto a pelle e ossa, tenuto sempre nudo in condizioni rigide, anche d’inverno. Dopo aver chiesto l’assoluzione a uno dei suoi compagni di sventura presenti, anch’egli sacerdote (“Morior fame et siti, da mihi absolutionem”, muoio di fame e di sete, dammi l’assoluzione), morirà nella notte tra il 10 e l’11 dicembre 1951, nella cella del carcere di Sighetul Marmatiei. Il suo corpo verrà gettato in una fossa comune nel cimitero ebraico, insieme a quelli di altre 50 figure politiche, civili e religiose uccise a Sighet. Come era abitudine della Securitate rumena, la notizia della sua morte fu registrata all’Ufficio Centrale di Bucarest solo con alcune righe molto concise; nulla è rimasto del suo tempo trascorso in carcere, né delle sofferenze inflitte che gli procurarono la morte a 63 anni. Ma la giustizia, alla fine, ha avuto la meglio anche questa volta. La causa di beatificazione del vescovo, attualmente ‘Servo di Dio’ e già venerato come martire della fede nella diocesi di Iasi dal 1999, è infatti arrivata da poco a Roma, dove tutti i documenti i sono stati presentati alla Congregazione vaticana per le Cause dei Santi. E tante altre sono le testimonianze di eroismo e di morte drammatica, in odio alla fede, patite in quei lunghi anni dalla Chiesa rumena.

L’evento romano fa infatti parte di un progetto inaugurato nel 2009 (e aperto con la commemorazione del Servo di Dio mons. Vladimir Ghika (1873-1954), nipote dell’ultimo principe di Moldavia, morto a 80 anni nel carcere di Jilava) dall’Accademia di Romania per favorire la conoscenza dei tanti martiri della dittatura comunista. Per chi ne vuole sapere di più, si può leggere il volume da poco uscito del giornalista del Corriere della Sera Dario Fertilio, Musica per lupi (Marsilio, Venezia, pp.172, Euro 12,75).

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