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Lunedì, 13 Luglio 2020

Un ricordo di Václav Havel

vaclav-havel

 

Lo scorso 18 dicembre è morto, all'età di 75 anni, il politico ceco Václav Havel, forse il dissidente anticomunista più celebre della sua Nazione dai tempi di Jan Palach (1948-1969). A differenza di Palach, che, come noto, morì suicida il 19 gennaio 1969 dopo essersi dato fuoco per protestare contro l'invasione sovietica di Praga (cfr. Omar Ebrahime, “Romas Kalanta, lo Jan Palach cattolico” in Il Corriere del Sud n. 14/2011, 6 dicembre, p. 6), la parabola biografica di Havel ha toccato tutto il Novecento, fino al crollo del Muro di Berlino (1989), la dissoluzione dell'Unione Sovietica (1991) e oltre. Nato da una famiglia benestante di Praga, il giovane Havel si guadagnò subito le attenzioni della polizia segreta del regime per i suoi lavori teatrali chiaramente improntati ad un profilo politico di dura opposizione al regime (allora appoggiato dall'Urss) e di marca anticomunista. Negli anni Settanta questa attività di coraggiosa resistenza culturale (descrisse più volte il potere marxista cecoslovacco come una “dittatura basata sulla menzogna”) gli costerà fra l'altro cinque anni di carcere. Rilasciato, non smetterà di condurre pubblicamente la sua lotta in favore della libertà fino ad essere uno dei protagonisti della cd. “Rivoluzione di velluto” che nel dicembre del 1989 porterà al rovesciamento del regime filosovietico. Di lì a poco sarà eletto alla presidenza della Repubblica (1989-1992) che di fatto manterrà anche dopo la divisione incruenta del Paese in due Stati indipedenti: l'attuale Repubblica Ceca, con capitale Praga, e la Repubblica Slovacca, con capitale Bratislava (1 gennaio 1993). Rieletto per un secondo quinquennio nel 1998 lascerà la carica definitivamente nel 2003.

Cattedrale_di_Praga

La Cattedrale di Praga

 

I suoi anni, tra l'altro, passeranno alla storia per la ripresa del valore assoluto, e non negoziabile, della dignità della persona umana e per una vigorosa sterzata in senso anticomunista e filo-americano (nel 1999 la sua Repubblica Ceca entrerà nella NATO), compiuta programmaticamente in radicale antitesi con il passato recente. Ma quel che rimane di Havel oggi è soprattutto la sua testimonianza di fede, a lungo nascosta al grande pubblico, e che invece emerge in modo sorprendente dalla corrispondenza vergata durante i lunghi periodi di detenzione, pubblicata l'anno scorso in Italia dall'editore trevigiano Santi Quaranta con il titolo Lettere a Olga (il riferimento è alla moglie Olga Šplíchalová, sposata nel 1964 e morta nel 1991). Vi si può scorgere in modo trasparente il combattimento spirituale che ha luogo nella sua anima tra il 1978 e il 1983 ed evidente anche nella scelta delle letture che gli fanno compagnia in carcere: la Bibbia, alcuni scritti di Fëdor Michajlovič Dostoevskij (1821-1881) e dell'ebrea convertita, poi religiosa carmelitana, Edith Stein (1891-1942), perfino Introduzione al Cristianesimo del cardinal Joseph Ratzinger. Lascia una Nazione con un passato glorioso alle spalle, simboleggiato ancora oggi nel sontuoso Castello di Praga (con l'annessa, grandiosa cattedrale di San Vito), storica residenza degli imperatori del Sacro Romano Impero, ma con l'anima tutta da ricostruire (il Paese è noto, tra l'altro, per essere una delle Nazioni più scristianizzate d'Europa, con una media bassissima alla Messa domenicale). Inviando, all'indomani della scomparsa, un sentito telegramma di cordoglio all'attuale Presidente della Repubblica Ceca (Václav Klaus) proprio quel cardinal Ratzinger che Havel leggeva in carcere, oggi Papa Benedetto XVI, ha invitato i cechi che hanno ritrovato finalmente la libertà a non perdere le secolari radici cristiane, ricordando Havel come un “coraggioso difensore dei diritti umani” e un padre della democrazia ritrovata del Paese slavo.

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