Primavera araba o inverno dei popoli?

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Nei giorni scorsi è stata inaugurata a Lecce la sesta edizione di Sfide Culturali e Politiche, sul tema  Un anno dopo, da Tunisi a Damasco. Primavera araba o inverno dei popoli?, organizzate da Progetto Osservatorio in collaborazione con Alleanza Cattolica, Fondazione Magna Carta e Fondazione Nuova Italia.
Al primo incontro dal titolo Una primavera, tante stagioni, dopo la presentazione dell’onorevole Alfredo Mantovano, la giornalista de La7 Alessandra Sardoni, ha intervistato l’Ambasciatore d’Italia a Tunisi Pietro Benassi, il senatore Gaetano Quagliariello e Massimo Introvigne, direttore del CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni) nonché vice-responsabile nazionale di Alleanza Cattolica.
Al termine dell’incontro gli abbiamo rivolto alcune domande.

D. Rispetto alla vulgata mass-mediatica, nel  libro Islam che sta succedendo? (Edizioni Sugarco), Lei ha spiegato che non è stato Facebook a creare le rivolte arabe, indicando una meccanica più complessa con una pluralità di fattori e di attori sociali, fra cui l’Islam politico e le lobby internazionali. Potrebbe spiegare meglio ciò?

R. Credo sia molto utile fare un paragone con la Rivoluzione Francese, perché esattamente come avvenne all’epoca della Rivoluzione Francese, noi abbiamo assistito ad una rivolta spontanea dovuta in gran parte alla crisi economica che ha colpito economie debolissime come la Tunisia o deboli come l’Egitto,  questo si può paragonare alla rivolta della Vicher in Francia, all’inizio della Rivoluzione Francese, cioè ci si rivoltava perché le condizioni economiche erano diventate intollerabili, la vita era troppo cara, non si arrivava più alla fine del mese. Come capitò all’epoca della Rivoluzione Francese da sole queste rivolte non sarebbero andate molto lontano, non avrebbero certamente distrutto l’antico ordine e le rivolte si trasformano in rivoluzioni quando trovano delle forze organizzate  in grado di egemonizzarle, quelle che lo storico francese Augustin Cochin nella sua Meccanica della Rivoluzione chiamava le Società di pensiero, naturalmente molto diverse rispetto a quelle della Francia del ‘700, anche qui c’erano delle società di pensiero che non hanno organizzato le rivolte ma che hanno cercato, qualche volta con successo, di trasformarle in rivoluzioni. Quelle più organizzate, come si è visto, erano quelle dell’Islam politico.

D. Molti si chiedono perché in Marocco e in Algeria, per limitarci al Nord Africa, non è accaduto nulla? Questi Paesi presentano una situazione molto diversa dalle aree di crisi?

R. Non è vero che in Marocco non è avvenuto nulla, qui la monarchia ha deciso di giocare lealmente il gioco elettorale con delle elezioni non pilotate che hanno portato per la prima volta un esponente dei Fratelli Musulmani a diventare primo ministro del Marocco, con ripercussioni molto serie anche sulla situazione per esempio delle comunità marocchine emigrate in Italia. Quindi è vero che il palazzo reale, la Monarchia in Marocco continua ad avere una funzione di controllo molto forte, però lo scenario politico è completamente cambiato.
L’Algeria ha avuto l’esperienza di una guerra civile tra Islam politico e laici militari da duecentomila morti, quindi si comprende che non vuole ripetere questa esperienza. Tuttavia anche in Algeria ci avviciniamo ad elezioni politiche che se saranno costruite sul modello marocchino, cioè ragionevolmente oneste riusciranno ad evitare una primavera araba in Algeria, ma se non lo saranno anche li ci saranno dei problemi.

D. Parliamo della Libia, qui assistiamo ad uno scenario gattopardesco. Gheddafi è stato ucciso ed è stato sostituito con uomini di seconda fila del precedente regime. In Cirenaica, peraltro, sono presenti fermenti di Islam politico. Quale partita si sta realmente giocando in Libia?

R. La Libia è una costruzione artificiale che fu inventata da Federico Minutilli che peraltro fu un grande geografo che lavorava per Giolitti. Minutilli prese due provincie che non si volevano bene fra di loro e che avevano una tradizione etnica e anche una tradizione religiosa molte diversa tra loro, la Tripolitania e la Cirenaica più il sud, il Fezzan, le mise insieme e decise di chiamarle Libia cioè con un nome (Libya) che usavano gli antichi Greci, ma lo usavano come sinonimo di Africa. Quindi la Libia è una costruzione artificiale. E’bene ricordare che Mussolini decise di separarla in due Governatorati,  in due colonie separate la Tripolitania e la Cirenaica, ma Italo Balbo lo convinse a rimetterle insieme. Dopo la seconda guerra mondiale gli Inglesi pensarono bene di seguire la via più logica, cioè due Stati separati,  la Cirenaica e la Tripolitania. Poi si resero conto che la Tripolitania sarebbe stata egemonizzata soprattutto economicamente dall’Italia e quindi cambiarono strategia dichiararono che c’erano dei vantaggi ad avere una Libia unitaria, presero quello che era l’Emiro della Cirenaica e lo proclamarono re della Libia. Questo scatenò le ire della Tripolitania che poi trovò nel Colonnello Gheddafi l’interprete che rovesciò l’egemonia della Cirenaica. Nel regime di Gheddafi tra alti e bassi certamente  la Cirenaica,  cioè Bengasi fu discriminata rispetto alla Tripolitania, cioè Tripoli.
Con l’occasione delle primavere arabe, la Cirenaica ha pensato che fosse finalmente venuto il momento di saldare i conti. Non dobbiamo confondere la situazione di Paesi come la Tunisia e l’Egitto che sono abbastanza omogenei, (anche se in Egitto non bisogna dimenticare la forte minoranza cristiana dal punto di vista etnico-religioso)       con la Libia Stato artificiale, con due etnie, la Cirenaica peraltro ha una intensità, una storia religiosa molto più importante, due etnie messe insieme artificialmente dal colonialismo.


D. Come si prospetta la condizione delle comunità cristiane nell’area medio-orientale?

R. La situazione è diversa da Paese a Paese, vi sono anche delle questioni di  numeri, dove abbiamo dei numeri molto forti come in Egitto con i Copti, che probabilmente sono molti di più delle statistiche ufficiali, qualcuno dice addirittura dieci milioni, è chiaro che questa comunità per quanto martoriata riesce a farsi sentire, a scendere in piazza e a catturare l’attenzione anche delle organizzazioni internazionali, dell’opinione pubblica  internazionale. Dove le comunità sono molto piccole, penso alla Libia, i rischi sono maggiori. Certamente nella paletta dei colori dell’Islam politico, che è una realtà molto variegata, non tutti i cosiddetti islamisti sono uguali,  ci sono delle persone che ritengono che la situazione ideale sia quella di Paesi che siano esclusivamente musulmani e che quindi hanno in testa una specie di pulizia religiosa che assomiglia a quella che in altri Paesi si chiama pulizia etnica.
Abbiamo assistito per esempio alle inquietanti dichiarazioni di un esponente del partito principale fra quelli che contestano il regime di Assad in Siria, sul problema delle minoranze religiose, il quale qualche giorno fa ha detto che queste si risolvono mandando gli Alauiti (quelli cioè che in questo momento sono al potere, un gruppo ipersciita che enfatizza alcuni temi sciiti e che comprende però solo il 15% della popolazione, fra cui la famiglia Assad) al cimitero e i Cristiani a Beirut.
E’chiaro che con queste dichiarazioni non si preannuncia un futuro di pace dopo la eventuale primavera siriana.

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