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Martedì, 07 Luglio 2020

"Pio IX e la Questione Romana" su Radio Maria

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Dopo aver ricevuto una autorevole menzione su "L'Osservatore Romano", con l’articolo pubblicato da Sandro Bulgarelli ("Quando Cavour cercò di «comprare» Roma capitale", 30 agosto 2011, pag. 5) nel quale si fa stato del convegno tenutosi a Gorga, in provincia di Roma, il 12 agosto scorso e del ruolo svolto per la soluzione diplomatica (c.d. missione Pantaleoni-Passaglia) della Questione Romana dal cardinal Santucci, con Giuseppe Brienza, biografo di questo poco conosciuto protagonista della storia italiana del Risorgimento, e coautore del volume degli Atti: “Pio IX e la Questione Romana. Atti del Convegno sul cardinal Vincenzo Santucci (1796-1861)” (a cura di Omar Ebrahime, con un Invito alla lettura di Mons. Luigi Negri, D'Ettoris Editori, 2a edizione aum. e corr., Crotone 2011, pp. 154), dialogheremo sulla recente storiografia del Risorgimento che, dopo 150 anni, sta finalmente evolvendosi nell’apertura anche alle ragioni dei “vinti”.

Il dottor Brienza, è giornalista pubblicista, saggista e corrispondente dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale, diretto da Oscar Sanguinetti, ed ha pubblicato recentemente sul tema un saggio agile e ben documentato: Unità senza identità. Come il Risorgimento ha schiacciato le differenze fra gli Stati italiani (Solfanelli, Chieti 2009)

 

D. Crede che a distanza di 150 anni dal Risorgimento sia finalmente arrivato il momento di un dibattito anche sulle ombre che hanno caratterizzato il processo di unificazione italiana?

R. Certamente, il fatto nuovo è che negli ultimi due anni è uscita nel nostro Paese una rilevante pubblicistica – anche di valore – contro la ricorrente retorica delle celebrazioni che, innanzitutto, ha ricordato come l’unificazione del Regno d’Italia fu subìta da diversi territori manu militari. Oltre alle vittime dell’espansionismo militare del piemontese Regno di Sardegna, penso sia giusto restituire agli italiani anche la memoria dei contadini meridionali “giustiziati” sommariamente per l’entrata in vigore di una iniqua legge marziale. Molti protagonisti del “Risorgimento” aderivano a un progetto interamente ideologico: sostituire la cultura tradizionale e cattolica dei popoli della Penisola con un diverso abito di pensiero, improntato alle filosofie politiche scaturite dalla svolta antropologica del pensiero ateo e illuminista del settecento che scatenò la Rivoluzione in Francia del 1789. Questo spiega anche le leggi sabaude che portarono alla soppressione degli ordini religiosi e delle organizzazioni assistenziali cattoliche (le benemerite Opere Pie). L’effetto più decisivo di tale operazione sarà la riduzione dell’influsso del cattolicesimo sulla cultura e sugli statuti dei popoli e delle comunità, nonché la sua rimozione, emarginazione o inquinamento — soprattutto attraverso la spiritualità “fredda” del giansenismo — nella vita pratica.

 

D. Abbiamo citato il suo saggio evocativamente intitolato “Unità senza identità”, le ripropongo il sottotitolo in forma interrogativa: “Come il Risorgimento ha schiacciato le differenze fra gli Stati italiani”?

R. La cancellazione “d’ufficio” di secolari organismi politico-amministrativi, l’appropriazione delle loro risorse finanziarie, getterà alle ortiche i loro ordinamenti e codici di leggi; esautorerà completamente — tranne forse i quadri militari più elevati — i loro dirigenti; destinerà all’esilio i loro sovrani, ancorché rassegnati e poco pericolosi.

L’estensione a tutta la Penisola di ordinamenti e sistemi giuridici uniformi — quelli sabaudi —, con la conseguente fine delle autonomie territoriali e delle forme di autogoverno, così come l’accentramento totale dell’Amministrazione, che avrà il suo simbolo nella figura del prefetto, saranno percepiti e accolti con grande difficoltà.

Che tutto ciò abbia causato un generale impoverimento, materiale e morale, dell’Italia sarà notato dal grande Fëdor Dostoevskij che, nel suo Diario di uno scrittore, annotò: “[...] per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale»

 

D. Per quanto riguarda invece il suo contributo al volume, da pochi mesi pubblicato dalla D’Ettoris Editori e del quale è stata già data alle stampe la seconda edizione, intitolato “Pio IX e la Questione Romana”, cosa ci può dire a proposito del discusso ruolo politico-diplomatico svolto da questo protagonista che lei ha meritoriamente riscoperto, il cardinal Vincenzo Santucci, durante il processo rivoluzionario che ha condotto all’Unità d’Italia?

R. Prima di tutto andrebbe chiarito che questo ruolo è “discusso” a causa delle infondate accuse rivoltegli di aver fatto parte del partito curiale “liberale” durante il Pontificato di Pio IX. E’ forse per questo che la vicenda biografica di questo tutt’altro che irrilevante testimone della storia della Chiesa e della Nazione italiana dell’800 è intessuta da non poche “singolarità”. Una delle quali è quella del testo del necrologio dedicatogli dall’Osservatore Romano. Il giorno successivo alla morte di Santucci, il 20 agosto 1861, quello che è oggi il "quotidiano ufficioso" della Santa Sede, ne recava infatti una rievocazione piuttosto strana. Si trattava, infatti, di un testo non titolato, anonimo, non firmato e, persino, di difficile individuazione grafica, che terminava molto insolitamente dispensandosi l’articolista dal tessere, cito, «[…] ora un particolare elogio [del Santucci], persuasi che altra penna e più della nostra autorevole si farà interprete colla dovuta ampiezza delle doti che adornavano lillustre defunto, e del vivo desiderio che di sé lascia in tutti e specialmente negli eminentissimi suoi Colleghi». Sono passati più di 150 anni e quella “penna” non si è ancora trovata perché, del cardinale gorgano, non è apparsa finora alcuna biografia. Questo, probabilmente, proprio a causa del delicato ruolo politico-diplomatico da lui svolto durante i tentativi di risoluzione delal “Questione romana” e, in particolare, per le infondate accuse di aver fatto parte del partito curiale “liberale”. Dopo una buona prova data nel servizio alla Segreteria di Stato di Pio IX (1846-1878), l’11 luglio 1850 Santucci è promosso a Segretario della Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, incarico che ricoprì fino al 1853, nell’ambito del quale fu chiamato ad affrontare le controversie che erano sorte tra la S. Sede ed il Regno di Sardegna in conseguenza dell’emanazione, da parte di quest’ultimo Stato, della c.d. “legislazione eversiva dell’asse ecclesiastico”. L’apporto del Presule gorgano alla risoluzione delle relative problematiche fu condotto con una visione in parziale, sebbene ossequiosa, divergenza d’idee con l’allora cardinale Segretario di Stato (dal 1848 al 1876) Giacomo Antonelli. In effetti, come non ha mancato di sottolineare la pubblicistica risorgimentale nelle scarne (seppur uniche) voci biografiche a lui dedicate nei decenni successivi alla “breccia di Porta Pia”, al fine di tentarne in qualche modo una legittimazione presso i cattolici fedeli al Papa, Santucci fu incaricato da Pio IX di presiedere una Commissione di canonisti, la quale «[…] opinò che in compenso di benefici spirituali il Pontefice avrebbe potuto rinunziare al Potere temporale». A questo proposito va detto, però, che le valutazioni storiografiche successive che hanno parlato di un Santucci appartenente al «[…] partito liberale dei cardinali tra la primavera del 1860 e lautunno del 1861», appaiono totalmente prive di fondamento, anche perché del resto fondate in via esclusiva su giudizi apoditticamente veicolati dalla pubblicistica liberal-risorgimentale. La conoscenza, anche se parziale, della sua personalità spirituale e della sua attività politico-diplomatica consegnano alla storia, piuttosto, la figura di un ecclesiastico dotto e dalla profonda vita interiore, che «[…] visse molto lontano dal mondo reale, rimanendo immune dallo spirito del secolo». La mediazione tentata da Santucci fra Cavour e Pio IX appare all’occhio dell’osservatore storico di oggi viziata da una non piccola misura di velleità e ingenuità politica, causata in primo luogo dalla scarsa reale conoscenza delle intenzioni, dalle esperienze pregresse e della personalità di buona parte del “partito sabaudo”. La posizione di Pio IX su tali tentativi di accordo, in effetti, era stata già piuttosto chiara in senso negativo, prima ancora che con la Jamdudum cernimus, con l’allocuzione concistoriale Novos et ante del 28 settembre 1860.

La posizione di Santucci, comunque, mi pare sia stata non di proporre una rinuncia tout court al potere temporale da parte del Papato, bensì di un suo ridimensionamento in termini territoriali, così da favorirne la missione spirituale in Italia.

 

D. In Appendice allo stesso volume, lei ha curato la ripubblicazione, a 150 anni di distanza, di un interessante saggio di un altro protagonista sconosciuto della storiografia risorgimentale, lo storico romano Giuseppe Spada. Cosa ci può dire a proposito delle sue“Osservazioni storiche sulla unità e nazionalità italiana”?

R. Quando Cavour affidò l’incarico di condurre le trattative per la risoluzione della “Questione romana” a Pantaleoni e Passaglia, i quali furono appunto i protagonisti dell’omonima “missione” tra l’ottobre del 1860 e il marzo del 1861, risulta che Pantaleoni presentò a Santucci un’ampia memoria da lui redatta, ispirata alle idee di Cavour tanto da passare alla storia come “Memorandum Cavour”, il quale fu trasmesso dal cardinale «[…] a Pio IX, che certamente lo lesse. Esso infatti è conservato nel suo archivio personale, con la firma autografa del Pantaleoni, che per una svista pose una data sbagliata: 1° dicembre 1861 (invece di 1860). Pio IX con ogni probabilità fece esaminare lo scritto dallAntonelli, poi lo ripose nel suo archivio. Lo studio del medico maceratese è lunico documento scritto (sia pure di parte piemontese) relativo alle trattative Pantaleoni-Passaglia, conservato in Vaticano». Dopo la consegna del Memorandum seguirono, presieduti dal cardinal Antonelli, diversi incontri per la discussione dei suoi termini, il primo con Pantaleoni e Santucci, il 18 gennaio 1861, il secondo il 9 febbraio successivo, con vari cardinali di curia ed, esclusivamente fra Antonelli e Passaglia, in ben sei occasioni, vale a dire a fine gennaio, il 18 e 19 febbraio, il 16 e 25 marzo ed, infine, il 5 aprile dello stesso anno. Essendo il presupposto da cui partiva Cavour la rinunzia pura e semplice al potere temporale del Papato, nel momento in cui a Napoli venivano emanate le “leggi Mancini”, diveniva evidente, almeno alla Segreteria di Stato di Pio IX, che le varie garanzie offerte dagli emissari sabaudi apparivano piuttosto insussistenti e formali al fine di garantire la piena libertà della Chiesa. «Fino a che punto ci si poteva fidare del Cavour? – s’interroga infatti a questo proposito il prof. Martina - Pantaleoni comunque venne presto espulso da Roma, e tutto finì. Moltissimi documenti, editi e inediti, riferiscono daltra parte le impressioni dellAntonelli e di Pio IX davanti alle proposte del Passaglia, le reazioni della Santa Sede, e mostrano che se il segretario di Stato ascoltò con attenzione i suoi interlocutori, per informarsi bene, per diplomazia, per il suo carattere, né lui né Pio IX presero mai sul serio lidea di una rinunzia al potere temporale, e guardarono allemissario del Cavour con invincibile diffidenza. La sfiducia di Pio IX nei confronti del Cavour e del governo sardo in genere, che si era andata aggravando per tutte le misure di laicizzazione attuate nei territori annessi al Piemonte, un insieme di altri motivi […] fecero precipitare le cose. Per Pio IX non ci si poteva fidare di promesse tante e tante volte smentite dai fatti». In effetti, ben prima dell’inizio della “missione Pantaleoni-Passaglia”, non solo nella Curia romana ma anche nell’ambito della migliore intellighenzia suddita pontificia, le idee su Cavour e sulle intenzioni della “Rivoluzione italiana” erano già ben chiare. Basti pensare al caso del romano Giuseppe Spada (1796-1867), che assume in più occasioni incarichi politico-amministrativi durante il Pontificato di Pio IX, la cui intera opera storico-saggistica si può dire sia “consacrata” a documentare e denunciare il carattere anti-religioso e cospirativo del pro­cesso di edificazione dell’Italia unita sotto la Corona dei Savoia. Fra le principali opere dello storico cattolico solo due sono state pubblicate durante la sua vita, con l’implicita approvazione della Santa Sede benché prive naturalmente di “imprimatur”, dato lo stato laicale dell’interessato. Entrambe testimoniano l’atteggiamento anti-risorgimentale della borghesia romana dell’epoca. La prima è Della Banca romana e della presente crisi monetaria in Roma, la seconda s’intitola Osservazioni storiche sulla unità e nazionalità italiana e, poiché pubblicata proprio a Roma in un anno cruciale come il 1860, attesta a mio avviso come l’interruzione repentina delle “trattative” con gli emissari cavouriani non sia stato un fulmine a ciel sereno dettato solo dalle vicende militari, interpretandosi piuttosto l’inizio stesso degli incontri con Passaglia e Pantaleoni come degli “atti dovuti” dettati dalla tradizionale apertura al dialogo della diplomazia vaticana, ma considerati e considerabili fin dall’inizio inevitabilmente destinati a fallire.

D. In sintesi, cosa scriveva in questo pamphlet lo Spada a proposito dell’Unità d’Italia?

R. Che, per le sue caratteristiche culturali, storiche e geografiche, l’Italia non aveva mai avuto né poteva efficacemente avere in futuro «[…] una unità assoluta, una autonomia sua propria, uniforme, distinta e indipendente». “Profetico” no?

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