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San José Sanchez del Rio, piccolo martire cristero

La Chiesa ha bisogno dei martiri e questo che mi appresto a presentare ai lettori è un po' speciale, innanzitutto si tratta di un fanciullo, un messicano, San Josè Sanchez del Rio. Il giovane, aveva quindici anni quando è stato ucciso dalle guardie dell'esercito del governo federale messicano, laicista e dominato dall'ideologia massonica.

La giovane vita di San Josè è legata alla guerra dei Cristeros, combattuta in Messico tra il 1926 e il 1929, da una parte gli insorti cattolici e dall'altra l'esercito federale del presidente dittatore Francisco Plutarco Elias Calles.

Josè Sanchez,nonostante la giovane età milita come alfiere nell'esercito cristero nella sua zona di Sahuayo, viene preso prigioniero dai governativi, dopo ripetute minacce, il fanciullo non abiura la sua militanza, alla sua fede cristiana, pertanto viene torturato e ucciso in odium fidei. Recentemente il ragazzo è stato canonizzato da papa Francesco.

Il libro scritto da padre Luis Laurean Cervantes, legionario di Cristo, viene presentato per l'edizione italiana, da Oscar Sanguinetti. Il testo è pubblicato da D'Ettoris Edizioni di Crotone nel 2017.

Sanguinetti precisa che l'opera di padre Laurean non è la solita agiografia del santo che spesso si traduce «in una enfasi metodologica ed espositiva che non di rado sfiora la deprecabilità». Nonostante faccia il “tifo” per il martire-fanciullo, suo compaesano e suo fratello nella fede in Cristo, l'agiografia di San Josè, è abbastanza critica, seria e documentata, con ben otto pagine di fotografie, frutto di una ricerca “sul campo”, con accesso agli archivi locali.

Finora le nostre conoscenze del martire, almeno in Italia, fanno riferimento al film Cristiada (For Greater Glory). Tanto ha fatto padre Lauerean, ma ancora secondo Sanguinetti resta molto lavoro da fare, non solo per completarne l'opera, la storia di San Josè, ma soprattutto per conoscere meglio «la grande pagina storica della opposizione, anche armata, che i cattolici messicani – cioè la stragrande maggioranza del popolo – hanno dovuto esprimere negli anni 1920 e 1930 per resistere alla pressione di uno Stato caduto allora nelle mani[...]dello sguaiato e crudele laicismo dei più fanatici circoli rivoluzionari».

Al momento il libro di Laurean sulla figura di San Josè è uno dei pochissimi esistenti in lingua italiana. «La figura di san Josè è importante per tutti, perchè è un esempio vibrante di pratica del cristianesimo fino all'eroismo e di un amore giovanile portato usque ad sanguinem per la Chiesa, in un frangente di grave e cruenta persecuzione che quest'ultima doveva subire».

Quello di san Josè è un cattolicesimo popolare “vissuto” e integrale. Seguendo la lettura di Jean Meyer Barth, il maggiore storico del movimento popolare cristero, il cattolicesimo dei Cristeros, si può accostare certamente alle varie insorgenze popolari antinapoleoniche dell'ottocento.

Ritornando alla storia di san Josè, per Sanguinetti, egli scelse deliberatamente la morte dolorosa, «proprio quando i suoi carnefici vollero che inneggiasse al governo persecutore, arrivando al punto di cercarlo di sedurlo con la proposta di un allettante cursus honorum nell'ambiente di quelli che egli considerava i nemici di Cristo». In definitiva san Josè «ha preferito morire pur di non rinnegare la sua scelta, a lungo agognata, di militare nelle file degl'insorti cattolici e di dare, se del caso, la vita per la fede negata e per la patria oppressa». Sostanzialmente san Josè fino all'ultimo «ha rivendicato, gridato la sua appartenenza a quei libertadores che avevano innalzato le insegne di Cristo Re e della Vergine guadalupana e combattevano, ad armi impari, sotto la loro protezione per difendere la libertà di professare liberamente la fede quotidiana».

Gli storici laici si meraviglieranno della tenacia, della forza identitaria del giovane Josè, così non dovrebbe essere per gli studiosi cattolici. Nel passato i credenti erano abituati a vedere uomini e donne impugnare il fucile per difendere la Chiesa e la cristianità, così è stato per il Messico all'inizio del secolo scorso. «Uno stile che tanti secoli prima – scrive Sanguinetti – nel periodo più alto della cristianità, in un frangente in cui si trattava di difendere la libertà di religione e la patria, in tante parti d'Europa aveva animato grandi figure di capitani guerrieri – da Nuno Alvares Pereira (1360-1431) a santa Giovanna d'Arco (1412-1431) -e, addirittura, numerosi ordini di monaci combattenti in cui si viveva senza alcun attrito, né dottrinale, né pratico, fra vita cristiana ed esercizio delle armi».

Anche se la scelta delle armi non era l'unica opzione, tanto che i vescovi messicani non legittimarono mai in forma piena e indiscriminata la scelta delle armi dei Cristeros. Tuttavia in quella fatidica estate del 1926 «ogni modalità di resistenza pacifica contro il governo ateo e anticlericale si era rivelata del tutto vana». Concludendo la prefazione lo storico ed esponente di Alleanza Cattolica è convinto che il giovane san Josè, come un novello “figlio” dell'indios Juan Diego (l'”Aquila che parla”), «è un santo da proporre specialmente a chi oggi è giovane per aiutarlo a riconquistare, come scrive padre Luis, una “tempra” nuova e migliore. Josè non era un pazzo, né un esaltato; nonostante l'età, egli scelse lucidamente di rinunciare ai beni della terra: l'affetto dei genitori e dei fratelli [...]».

Come ho scritto in un altra occasione raccontare la vita dei martiri fa bene ai cristiani d'oggi, soprattutto a noi in Occidente, che almeno per il momento non soffriamo persecuzioni cruenti, come ai tempi di san Josè e dei cristeros: nessuno fucila più i parroci, né impicca i cristiani ai pali del telegrafo. Anche se oggi esiste un altro tipo di persecuzione più sottile e insidiosa, più invasiva e capillare. Una persecuzione che attacca l'uomo e il giovane nella sua interiorità e nella sua anima, «minandone propria la tempra, cancellando i semina Verbi e i frutti della catechesi infantile e inaridendo quelli derivanti dalla pratica sacramentale, indebolendo la volontà e piegandola ai modelli di vita largamente deteriori, perchè ostili alla vita interiore e talora alla vita stessa, che oggi sono diventati un po' la way of life “politicamente corretta” della maggioranza dei giovani».

L'autore dopo aver ringraziato i numerosi e generosi collaboratori che hanno contribuito all'allestimento dell'opera con suggerimenti, documenti e fotografie, racconta la vita del giovane messicano morto per Cristo Re dell'universo. Un testo ricco di testimonianze orali trascritte dall'autore, particolarmente ricco di espressioni e di riferimenti di non facile comprensione per il pubblico italiano. Il testo inoltre è corredato da due appendici: la 1, Pio XI, Lettera enciclica Iniquis afflictisque. La 2, Omelia del Cardinale Josè Saraiva Martins. Il libro dopo aver descritto il tempo e il luogo (Michocan) dove si svolge la storia, descrive la legislazione iniqua, le norme persecutorie nei confronti della Chiesa messicana. In particolare viene presa in esame la Costituzione di Queretaro del 1917, socialisteggiante, redatta in maggioranza da giacobini massoni anticlericali.

La persecuzione dei cattolici raggiunse il suo culmine sotto la presidenza Calles, che come hanno fatto in altri Paesi e in altri tempi, tentò di dividere i cattolici, fondando una Chiesa Nazionale Messicana, dunque una chiesa scismatica. Alimento un anti-clericalismo militante che si manifestò con l'espulsione di più di duecento sacerdoti missionari stranieri, attaccando anche l'opera educativa e sociale della Chiesa; chiuse le chiese, scuole, asili e opere di beneficenza. La Chiesa ha reagito subito, il papa Pio XI denunciò coraggiosamente le violenze con una lettera apostolica, i vescovi messicani con una lettera pastorale collettiva chiedevano la riforma della Costituzione. L'associazionismo cattolico si è fatto sentire, in particolare quello della Lega Nazionale per la Difesa della Libertà Religiosa (LNDLR) che ha mobilitato la popolazione, raccogliendo due milioni di firme a favore della modifica delle leggi anti-religiose.

Tutto questo non è bastato il governo federale continuò per la sua strada, la persecuzione. Ai cattolici non rimaneva che la via delle armi, la scelta non era facile, si è discusso a lungo tra i fedeli. «La Santa Sede chiedeva di esaurire tutti i mezzi pacifici e, con atteggiamento prudenziale, dichiarava di non potere né autorizzare, né proibire la lotta armata». Il 25 luglio 1926, i vescovi messicani con una lettera pastorale, definirono la loro posizione, da un lato manifestavano il totale disaccordo con le leggi che violavano la libertà religiosa, dall'altro prendevano le distanze dai movimenti armati, dichiarandosi estranei a essi, «ma ricordavano che in particolari circostanze concrete era lecito difendere con le armi i diritti che invano si erano difesi con i mezzi pacifici. In ogni caso, l'episcopato affermava che la lotta armata, in quelle circostanze, non era una ribellione, bensì un atto di legittima difesa».

La lettera concludeva che tutti i gruppi, erano liberi di esercitare i propri diritti civili e politici, mentre per quanto riguarda quelli religiosi dovevano obbedienza ai loro vescovi. 

Tutto iniziò il 31 luglio 1926, una giornata di lutto nazionale. Quel giorno si scatenò l'aggressione governativa contro le chiese e i luoghi di culto. Nel III° capitolo, padre Laurean, utilizza per descrivere gli avvenimenti, testimonianze di prima mano come quella di Alberto Barragan Degollado. Che allora aveva appena otto anni e poi di Josè Prado Sanches, di sette, e Rafael Degollado Guizar di poco più di venti.

Tra le vittime cristere di quei mesi di guerra, il libro racconta in particolare i ventisette martiri, proprio di Suhuayo, che era tra l'altro il paese del nostro giovane protagonista Josè Sanchez.

Padre Laurean racconta dettagliatamente lo stato d'animo del giovane ragazzo che spesso manifestava impazienza di conquistare il paradiso. Spesso ripeteva una frase:“non è mai stato così facile come oggi conquistare il cielo”. Anche il giovane Josè nonostante la sua ferma convinzione di partecipare ad azioni di guerra, si interroga sulla sua liceità, in quel momento così difficile e pericoloso di essere cristiano. Dal VI° all'VIII° capitolo si racconta la Via Crucis del povero ragazzo, tra l'altro ben visualizzata nel film Cristiada. Più volte torturato su indicazione di quel Picazo, suo padrino, ha affrontato il suo calvario, come un agnello mansueto, gridando sempre con voce forte, ad ogni pugnalata di El Zamorano: “Viva Cristo Re!”, “Viva la Vergine di Guadalupe!”. Il giovane Joselito muore come un vero soldato e testimone di Cristo Re.

 

 

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