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Giovedì, 17 Agosto 2017

La verità sulla Rivoluzione che cambiò il mondo

La caduta del muro di Berlino ha fatto cadere anche le troppe menzogne che ruotavano intorno alla cosiddetta rivoluzione d'ottobre russa ad opera dei bolscevichi nel 1917. Diversi studiosi hanno studiato il fenomeno, attingendo agli archivi segreti del PCUS al Cremlino, uno dei primi è stato l'americano di origine polacche, Richard Pipes, che ha prodotto un pamphlet di oltre 600 pagine, “Il Regime bolscevico. Dal terrore rosso alla morte di Lenin”, Mondadori (1999). Il testo copre gli anni tra lo scoppio della guerra civile (1918) e la morte di Lenin (1924).

 

Lenin subito dopo il colpo di Stato, ha partecipato alle elezioni per l'assemblea costituente, ma il partito bolscevico ottenne meno di un quarto di voti. Allora l'assemblea fu sciolta nel gennaio 1918 e dopo una sola riunione, iniziò il regime monopartitico. “I bolscevichi si servirono di tribunali politicizzati e della ceka, la polizia segreta di nuova costituzione, per scatenare il terrore che nel loro primo anno di governo soffocò efficacemente l'opposizione[...]”

Una rivoluzione fatta da due persone.

Interessante il racconto di Pipes su come si svolsero i fatti della rivoluzione d'ottobre. Lenin e Trockij giunsero al potere nascondendo tutto il loro vero programma, il vero obiettivo: la dittatura monopartitica. Lo sapevano solo un piccolo gruppo dei dirigenti del partito bolscevico. Pertanto, “furono in pochi a rendersi conto di che cosa fosse accaduto a Pietrogrado nella notte del 25 ottobre 1917”. “la cosiddetta 'rivoluzione d'ottobre' fu un classico colpo di stato”. In seguito Trockij, affermò che se “nè Lenin [né lui] si fossero trovati a Pietroburgo, la rivoluzione d'ottobre non ci sarebbe stata”.

In pratica i fatti avvenuti a Pietrogrado non videro protagonisti le masse, che “ignorarono gli appelli dei bolscevichi per assalire il Palazzo d'inverno, dove erano in seduta gli anziani ministri di governo provvisorio, avvolti nei cappotti, e difesi soltanto da giovani cadetti, un battaglione di donne e un plotone di invalidi”.

I contadini e gli operai non erano “oppressi”.

Un altro mito che lo storico americano frantuma è la partecipazione della popolazione russa alla rivoluzione, in particolare, i contadini e gli operai. Entrambi erano poco influenzabili dalle ideologie rivoluzionarie, gli operai,“non avevano inclinazioni per il socialismo quanto invece per il sindacalismo: ritenevano infatti di avere diritto alle fabbriche, proprio come i loro parenti contadini avevano diritto a tutta la terra”.

Per Pipes non si interessavano di politica, piuttosto, avevano un anarchismo primitivo, senza alcun contenuto ideologico. Tuttavia, scrive Pipes,“si sente dire spesso che durante l'ancien regime i contadini russi erano 'oppressi', ma non è affatto chiaro chi li opprimesse. Alla vigilia della rivoluzione, godevano di tutti i diritti civili e legali; inoltre possedevano il novanta per cento del terreno agricolo e del bestiame, a titolo privato o comunitario[...]stavano meglio dei loro padri, ed erano molto più liberi dei loro nonni, che nella maggior parte dei casi erano servi[...] godevano senza dubbio di maggior sicurezza dei fittavoli irlandesi, spagnoli o italiani”

Pipes fa presente che allora in Occidente ci sono stati “orde di dottorandi guidati dai loro professori”, che speravano di trovare prove, documenti dove si dimostrava l'esistenza del radicalismo operaio in Russia prima della rivoluzione. Queste ricerche hanno prodotto numeri e fatti senza alcun significato.

L'intellighenzia alla conquista della Russia.

Invece per Pipes, il fattore decisivo e influente per la rivoluzione, fu l'intellighenzia. Questi erano una casta che rivendicavano il diritto di prendere la parola in nome di un popolo muto. Facevano riferimento alle tesi degli illuministi e consideravano la “rivoluzione” non “come una semplice sostituzione di un governo con un altro, ma come qualcosa di incomparabilmente più ambizioso: la trasformazione totale dell'ambiente umano allo scopo di creare una nuova stirpe di esseri umani[...]”. Erano opinioni presenti in tutti i partiti di sinistra, le loro convinzioni erano impermeabili a ogni evidenza del contrario, perciò erano“simili a una fede religiosa”. Praticamente questa casta di intellettuali, non voleva“la rivoluzione per migliorare le condizioni della gente, ma per ottenere il dominio sulla popolazione, e rimodellarla a propria immagine”.

Peraltro a far crollare il regime zarista furono le manchevolezze culturali e politiche che impedirono di adeguarsi alla crescita economica e culturale del paese. Furono queste carenze“a determinare il crollo dello zarismo, non l''oppressione' o la 'miseria'”. Pipes, insiste su questo concetto:“nonostante tutte le loro rivendicazioni, reali o immaginarie, le 'masse' non avevano bisogno di una rivoluzione, e non la desideravano: l'unico gruppo a volerla era l'intellighenzia”.

Pipes a questo punto sconfessa tutti quelli che tendono a vedere la rivoluzione del 1917 influenzata dai fattori sociali e ed economici.“L'insistenza su un presunto malcontento popolare e sul conflitto di classe deriva più da preconcetti ideologici che da fatti concreti, e precisamente dall'idea discutibile che l'evoluzione politica sia guidata sempre e comunque da conflitti socioeconomici[...]”.

Significativa la faccenda che riguarda i disordini sociali dell'ammutinamento della guarnigione di Pietrogrado, si sarebbe potuto fermare se Nicola II avesse scelto di soffocarlo con la stessa brutalità impiegata da Lenin e Trockij quattro anni più tardi nell'affrontare l'insurrezione di Kronstadt e la rivoluzione contadina propagatasi in tutto il paese. “Ma mentre l'unica preoccupazione di Lenin e Trockij era di mantenere il potere, Nicola si preoccupava della Russia”.

L'abbandono di Nicola II.

Infatti Pipes, nel libro racconta il momento dell'abdicazione dello zar, convinto dai suoi generali e i politici della Duma, lascia il potere per salvare l'esercito. Il gesto assomiglia molto a quello di Francesco II, quando lasciò Napoli, sotto l'incalzare dell'arrivo di Garibaldi e dei suoi manutengoli.

Ritornando a Nicola II,“se conservare il potere fosse stato il suo obiettivo supremo, avrebbe potuto facilmente concludere la pace con la Germania e scagliare l'esercito contro gli ammutinati, le fonti non lasciano dubbi sul fatto che la storia dello zar costretto a rinunciare al trono dagli operai e dai contadini ribelli è solo una leggenda. Lo zar non cedette al popolino insorto, ma ai generali e politici, e lo fece per senso del dovere verso la patria”.

Intanto i bolscevichi di Lenin erano padroni solo della Russia centrale, controllavano le città e i centri industriali. Quindi hanno dovuto letteralmente conquistare con le armi i territori secessionisti. “Lenin aveva previsto che la guerra civile sarebbe scoppiata non appena avesse conquistato il potere, anzi, si può dire che conquistò il potere proprio per scatenarla”, scrive Pipes. Sin dallo scoppio della prima guerra mondiale, Lenin, criticava i socialisti pacifisti che chiedevano di porre fine ai combattimenti. “I veri rivoluzionari non desiderano la pace: E' un motto da borghesucci e da preti. La parola d'ordine dei proletari deve essere: guerra civile”. Erano concordi anche gli altri dirigenti bolscevichi, diceva drasticamente Trockij: “l'autorità sovietica è guerra civile organizzata”. La guerra civile è incominciata subito fin da ottobre 1917, quando Lenin e i bolscevichi hanno rovesciato il governo provvisorio, eliminando i partiti politici rivali. La guerra civile era un punto essenziale del programma politico dei bolscevichi.

Sulla guerra civile Pipes dedica il primo e il secondo capitolo del libro.“La storiografia sovietica, specialmente sotto Stalin, fece di tutto per descrivere la guerra civile come un intervento straniero in cui i russi antibolscevichi avevano il ruolo di mercenari”. Il regime sovietico non poteva apparire di fronte al mondo, in guerra contro i suoi stessi cittadini.

Lenin non fu uno statista ma un capo militare.

Lenin assume subito poteri dittatoriali,“cominciò a smantellare tutte le istituzioni esistenti, così da sgomberare il terreno per un regime in seguito definito 'totalitario'”. Un regime quello bolscevico,“ignoto in precedenza nella storia, imponeva sullo stato l'autorità di un 'partito', associazione privata ma onnipotente, che si arrogava il diritto di sottomettere l'intera organizzazione sociale senza eccezioni, e realizzava la propria volontà per mezzo di un Terrore sfrenato”. Pipes offre una descrizione del capo bolscevico, la sua importanza storica “non dipende dal suo valore come uomo di stato, perchè non fu certo uno statista di prim'ordine, ma dalle sue doti di capo militare[...]la sua innovazione, la ragione del suo successo, consisteva nella militarizzazione della politica”. In pratica Lenin, “fu il primo capo di stato a considerare la politica, quella interna come quella estera, una guerra nel vero senso della parola, e a porsi l'obiettivo non di piegare il nemico, ma di annientarlo”. Mi sembra che assomigli molto alle organizzazioni criminali che imperversano nel nostro paese.

Sostanzialmente Lenin si abituò talmente a questo stato di guerra, che“doveva sempre inventare nuovi nemici da attaccare e distruggere: una volta la chiesa, un'altra i socialisti rivoluzionari, un'altra ancora l'intellighenzia”. Per lo storico americano, “l'aggressività”, è la caratteristica costante del regime comunista.

Il libro di Pipes, si sofferma sul fallimento del comunismo, peraltro ormai ammesso anche dagli stessi dirigenti dell'ex Unione Sovietica. Però lo storico vuole anche confutare la tesi di quei apologeti che sostengono che il comunismo aveva alti ideali e il tentativo di instaurarlo è stato fruttuoso. Ci sono ancora quelli che sostengono l'esperimento comunista “utopico”, mentre i bolscevichi non si curarono mai di convergere su quei membri che volevano operare da soli, affascinati dall'utopismo, anzi furono liquidati come “controrivoluzionari”.

I bolscevichi non hanno mai accettato di confrontarsi con gli altri, rifiutavano di ammettere la sconfitta anche quando balzava agli occhi.

Due altre questioni sono chiarite nel libro di Pipes: le affinità tra il regime zarista e quello comunista-bolscevico. E poi la naturale continuità politica tra Lenin e Stalin. Non possiamo andare oltre, è un tema che svilupperemo in un prossimo intervento.

Intanto mentre sto completando questo studio, apprendo dai media l'ennesimo attacco stragista di due terroristi fondamentalisti islamici che hanno assalito una chiesa nel nord della Francia, sgozzando il vecchio parroco mentre stava celebrando la Santa Messa.

 

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