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Venerdì, 15 Dicembre 2017

Attualità del Fedro di Platone

Che senso può avere consigliare una rilettura delle opere di Platone?

Ad una prima analisi potrebbe apparire una domanda superflua se non, addirittura, impopolare. Platone è un “classico” della cultura e del pensiero dell’uomo. Ecco perché, ancora oggi, esprime e rappresenta un inevitabile percorso per chiunque intenda conoscere i vari traguardi della evoluzione culturale di quel periodo storico.

In una epoca, come quella attuale, in cui anche i valori più autentici e reali vengono messi in discussione, persino la denominazione di “classico” sembra subire gli effetti di questa generalizzata inquietudine. Questo, comunque, non vuole significare che i grandi nomi del passato non godono più del riguardo che, legittimamente, meritano, vuol dire, invece, ridare valore ai “grandi” che la storia dell’umanità ci ha consegnato.

Mediante la lettura dell’opera del filosofo ateniese si intende riconsegnargli quella legittimità e quella efficacia in grado di farci meglio comprendere l’importanza del patrimonio culturale nel quotidiano rapporto con la realtà.

Sarebbe, certamente, un modo inesatto rivalutare la questione solo in questi termini, così come pure sarebbe inesatto avvicinare taluni pensieri di Platone alla attuale realtà politica, in quanto questa azione finirebbe con il basarsi esclusivamente sulla convinzione che il pensiero politico-filosofico possa essere estrapolato dal contesto in cui ha avuto origine, per essere, poi, riutilizzato in altre circostanze.

Ma, in effetti, sappiamo che il pensiero degli autori del passato è tanto più vicino al nostro ed è tanto più attuale, quanto più sarà inserito nel contesto in cui ha avuto origine.

Il Fedro racchiude in sé le questioni maggiormente significative del pensiero del filosofo ateniese.

È un dialogo alquanto articolato e di non facile lettura.

Si tratta, comunque, di una difficoltà determinata tanto dal fatto che il Fedro appartiene agli ultimi momenti della produzione di Platone, periodo che comprende il Sofista, il Parmenide, il Teeteto, le Leggi, il Politico, il Timeo, quanto rappresenta la fase più complessa e satura di finezze e di approfondimenti speculativi. Inoltre, nel Fedro Platone non affronta un solo argomento, come nel Protagora, nel Gorgia, nel Convito, nel Fedone, ma almeno tre e di particolare rilevanza.

Questi tre temi sono: la concezione dell’amore, l’idea dell’anima, la teoria della dialettica.

Nel Fedro l’aspetto essenziale dalla vita dell’uomo è rappresentato dall’amore. Il dialogo inizia con l’incontro tra Fedro e Socrate. Fedro ha ascoltato un discorso di Lisia e ne è rimasto attratto e sedotto a tale punto da leggerlo a Socrate per sapere quale fosse il suo parere. Socrate non approva il discorso ritenendolo privo di contenuti anche se si pronuncia favorevolmente per quanto attiene la forma retorica. La spiegazione che Lisia dà del concetto di amore, sostiene Socrate, non ha alcun fondamento e, ancora, il suo punto di partenza si presta più ad una conclusione che ad un inizio, oltre che apparire alquanto scollegato con gli argomenti trattati.

Socrate sostiene che in ogni persona albergano due diverse inclinazioni, quella che spinge l’uomo verso la ricerca del piacere e l’inclinazione che, invece, lo orienta verso il bene. Quando prevale la prima propensione avremo sregolatezza e corruzione, quando, invece, a prevalere è la seconda attitudine avremo moderazione e sobrietà. Ed è proprio su questi presupposti che Socrate spiega quali siano gli aspetti positivi e quelli negativi per la persona nel momento in cui si concede ad un’altra.

A questo punto Socrate effettua una ritrattazione, un canto in onore di Eros, dal momento che lo aveva descritto non solo come un bene, ma anche come un male. L’amore, sostiene Socrate, è qualcosa di sublime, di straordinario, di mirabile. Eros è una ossessione, ma si tratta, pur sempre, di una ossessione divina. Esistono ossessioni terrene e ossessioni divine, con la differenza che quelle terrene, il più delle volte, costituiscono un male, quelle divine, invece, sono sempre un bene.

Nel Fedro il tema dell’amore rappresenta l’essenza della vita dell’uomo. In esso viene posto in rilievo sia l’aspetto passionale ed irriflessivo dell’amore, in quanto assimilato ad una mirabile e nobile pazzia e dissennatezza, sia quello dialettico in quanto è proprio in virtù dell’amore che la dispersione dei giudizi e delle convinzioni si riunisce nella convergenza delle opinioni.

Platone sostiene che la persona che ama con purezza di sentimenti riesce a cogliere nella persona amata un riflesso, uno scintillio di divino. Vede in essa sia l’idea di buono e di bello sia, e soprattutto, la possibilità di poter realizzare i suoi sogni, i suoi desideri. Finisce, così, con il considerarla un essere divino. Platone, inoltre, sostiene che la vicinanza della persona amata ha il potere di far scomparire ogni dolore e ogni sofferenza; al contrario, la sua lontananza acuisce ed alimenta l’angoscia e il tormento.

Sostiene che la realtà è suddivisa in due parti: la realtà sensibile e il mondo delle idee. Tutto ciò che appartiene al mondo sensibile può essere conosciuto attraverso i sensi, quello che appartiene al mondo delle idee, invece, attraverso l’intelletto, mediante la capacità di giudizio.

Afferma che l’anima e il corpo sono due entità molto diverse tra loro. L’anima è un qualcosa di spirituale, il corpo, viceversa, di tangibile. Il corpo spinge la persona alla ricerca di gioie e di divertimenti materiali, quindi di basso livello; l’anima, al contrario, la guida e la conduce a ricercare appagamenti eccelsi e puri.

Il filosofo ateniese è convinto che l’anima sia immortale e incorruttibile. Sostiene che fornire una spiegazione del concetto di anima è un compito del tutto divino e particolarmente complesso da dimostrare, invece narrare a cosa possa essere paragonata è una azione certamente più semplice.

Afferma che l’anima e il corpo sono dotati di differenti peculiarità: la prima è immateriale e divina, il secondo, invece, totalmente fisico, tangibile, mortale.

Platone dà una specifica dimostrazione dell’immortalità dell’anima nel capitolo XXIV^ del Fedro. Sostiene che l’anima è movimento allo stato puro ed è ovvio che tutto ciò che si trova in continuo movimento è anche immortale; mentre, tutto quello che concorre all’altrui movimento ed è mosso a sua volta, quando il movimento finisce, ha termine anche la vita. Il movimento di ciò che è immortale, quindi, non solo deve essere perenne, ma l’ente stesso che lo determina deve esserne la sorgente e la causa prima.

Platone sostiene che l’anima dell’uomo è suddivisa in tre parti: la razionale, l’irascibile e la concupiscibile. La raffigura come una biga alata il cui auriga ha il compito di prendersi cura dei due cavalli, uno bianco e uno nero, che la tirano. I cavalli simboleggiano, rispettivamente, le passioni razionali e le passioni materiali. Sono proprio queste passiono che spingono la biga talune volte molto in alto, altre volte ancora alquanto in basso. Il compito dell’auriga è quello di mantenere in equilibrio i due cavalli, cioè le passioni, consentendo alla biga di procedere in avanti senza particolari sobbalzi.

Platone dedica una specifica attenzione alla diatriba esistente tra anima e corpo, considerato quest’ultimo come motivo di inquietudine e luogo di reclusione dell’anima, la quale aspira e tende a separarsi dal corpo.

La morte non ha effetto alcuno sull’anima in quanto essere superiore e simile alle idee.

Per la concezione omerica esisteva un’anima non pensante (psyche), legata al corpo della persona e un’anima pensante (thymòs). Secondo questa teoria non era affatto concepibile una idea di anima, capace di pensare e di sentire, comunque, separata dal corpo. Per i pitagorici, invece, l’anima altro non è se non consonanza e armonia di elementi reali e sensibili. Platone non condivide pienamente questa tesi, in quanto presenta il rischio di condurre alla convinzione che l’anima possa essere mortale. Platone non si preoccupa solo di spiegare e descrivere l’immortalità dell’anima, ma cerca anche di definire e precisare il modo in cui risulta essere articolata.

L’anima, sostiene Platone, è un soffio vitale insito e innato in tutti gli esseri viventi. Rappresenta lo scibile primario e sostanziale dell’universo, per cui solamente i filosofi riescono ad intuirne gli elementi essenziali.

Con l’ultima parte del Fedro Platone intende dimostrare come l’arte dei discorsi, allorquando assume quegli aspetti basati su sotterfugi e raggiri, possa eccellere a livello concettuale al di sopra della retorica sofistica e pervenire al conseguimento della dialettica, la quale altro non è se non la struttura stessa della ragione.

La retorica può essere paragonata ad una attitudine sostanzialmente empirica, alquanto simile alla stregoneria, alla magia, agli incantesimi, in quanto i retori riescono ad essere così carismatici da incantare persino i giudici e i consessi popolari.

Critica la retorica dei sofisti di occultare la realtà effettiva degli argomenti discussi, in quanto essi ricorrono a stratagemmi linguistici ed espedienti, quali: le ripetizioni, la ricapitolazione, le verosimiglianze, i biasimi.

Platone sostiene che la retorica non è affatto un’arte e nemmeno una scienza, ma solo una bravura, una destrezza pragmatica.

Asserisce che la vera arte del discutere e del ragionare è, invece, la dialettica, la quale coinvolge sia la forma che il contenuto. La dialettica si presenta articolata in due essenziali ed inversi processi: la sintesi e la divisione. La prima è la capacità di mettere insieme la pluralità nella unicità dell’idea, ovvero la capacità di osservare e scoprire la globalità del tutto (synagoghé); l’altro, al contrario, è l’attitudine e la sagacia di saper suddividere le idee nelle varie e possibili ripartizioni costitutive (diairesis), cioè la capacità di saper scindere una idea generale in altre idee particolari, in sintonia, però, con gli aspetti molteplici della realtà naturale.

Platone, quindi, teorizza tre essenziali dottrine: quella dell’amore, quella dell’anima e quella della dialettica.

Ma ciò che segna un determinante e sostanziale cambiamento è il graduale passaggio da un momento storico in cui vigeva prettamente l’oralità ad un periodo in cui incomincia a prendere il sopravvento la scrittura.

Oggi viviamo una epoca analoga. Anche quello attuale, infatti, può essere definito un momento di transizione. Viviamo il passaggio dalla scrittura verso l’informatizzazione della comunicazione.

Il passaggio dall’oralità alla scrittura ha, di certo, favorito il suo sviluppo; “scrivere” favorisce la riflessione, l’organizzazione del pensiero, la rielaborazione delle idee e la loro strutturazione.

Anche oggi, come allora, siamo in un’epoca di transizione, anche se non si riesce proprio a prevedere dove questa transizione ci porterà.

La comunicazione, oggi, non si caratterizza né per la bellezza della forma né per la pregnanza del contenuto, ma si identifica solo con la velocità, velocità di propagazione e di risposta (output/input), e con la quantità delle comunicazioni/informazioni.

Tutti riconosciamo le potenzialità dei mezzi multimediali e siamo convinti che siano strumenti di libertà e di conoscenza, ma sappiamo anche che più uno strumento è potente, più è importante l’uso che se ne fa. E’ evidente che non si auspica affatto un ritorno alla tavoletta di cera, ma bisogna, comunque, trovare delle nuove strategie perché la “lingua” e il “pensiero” non si riducano a dei monosillabi abbreviati. È necessario, quindi, che la diffusione delle nuove tecnologie sia adeguatamente affiancata da un uso responsabile e formativo delle stesse: essere “nativo digitale” è un gran vantaggio, ma questo vantaggio non si deve ridurre al solo saper usare velocemente i pollici sulla tastiera di uno smartphone!

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