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Giovedì, 21 Ottobre 2021

Intervista a Maurizio De Rosa, autore della storia della letteratura greca dal 1800 al 2015

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Ho incontrato Maurizio De Rosa pochi giorni orsono. Un appuntamento rimandato da tempo divenuto improcrastinabile per l’uscita – finalmente – della sua storia della letteratura greca dal 1800 al 2015: “Bella come i greci”. Devo dire pero che questa intervista e stata realizzata per il Corriere del Sud grazie al amico scrittore ed editore Enzo Terzi,che lo ringrazio infinitamente per il Suo precioso aiuto. Ci siamo incontrati in questi giorni particolari dove all’affanno della città che come ogni anno si dedica interamente all’accoglienza dei turisti che in barba a tutte le nuvole che incombono su questo paese arrivano sempre in maggior numero. Ma da cittadini ateniesi quali oramai siamo, pur cercando di esorcizzare ogni e qualsiasi demone avvertiamo, palpabile, l’aria pesante dell’attesa. Un’attesa che per i più è solo rivolta a conoscere quando questa estenuante querelle con l’Europa avrà fine, quale che possa essere la decisione che verrà presa. Lo scopo dell’incontro tuttavia era quello di sapere da De rosa, qualcosa in più della genesi e dei metodi con i quali il suo volume si è sviluppato. Ricordo che De Rosa è un filologo ed uno studioso della letteratura greca che accomuna quella che definisce oramai la linfa della sua esistenza  al lavoro di traduttore (dal greco all’italiano) internazionalmente affermato e riconosciuto.

Il dialogo poteva svilupparsi forse in una chiacchierata che - ahimé - per quanto forse più piacevole, ci avrebbe probabilmente portato a perdersi nei tanti argomenti che ogni volta affrontiamo, senza un ordine preciso. Abbiamo, dunque, di comune accordo, deciso di dare a questa chiacchierata, la forma di una intervista,  più per non correre il rischio di divagare (come sempre facciamo) che non per una necessità di ordine.

Ho scelto dunque una serie di domande inerenti questo suo lavoro  - al quale, con meritato orgoglio, tiene particolarmente -,  alle quali, di buon grado, De Rosa ha risposto con esauriente chiarezza, spesso con allusioni e piccole provocazioni.

 

1. “Bella come i greci” indica nel suo sottotitolo una precisa epoca storica che inizia nel 1880: cosa rappresenta letterariamente la scelta di questa data?

La scelta di questa data indica nel contempo un punto di arrivo e un punto di partenza. Intorno a quella data lo Stato greco, nato dalla rivoluzione del 1821 e fondato ufficialmente nel 1832, ha già mezzo secolo di vita. La retorica del tardo romanticismo comincia a poco a poco a tramontare, e si delinea il compimento di un lungo processo di sintesi, il primo nella letteratura e cultura della Grecia moderna. Sintesi, da una parte, tra la ricca tradizione nazionale, che affonda le sue radici nell’impero Romano d’Oriente e nella tradizione orale del canto popolare, tanto amato da Goethe, Fauriel e il nostro Tommaseo. E dall’altra con gli stimoli provenienti dall’Europa occidentale, decisivi per la letteratura greca “post-bizantina”. Il primo a tentare questa sintesi fu il poeta dell’Eptaneso Dionisios Solomòs, conterraneo e contemporaneo di Ugo Foscolo, che ha lasciato un corpus di opere frammentario e tormentato. Un nuovo tentativo avvenne con un altro poeta dell’Eptaneso, Andreas Kalvos, segretario di Ugo Foscolo, che ritenne di doversi volgere soprattutto all’antichità classica. Con la generazione del 1880 e soprattutto con il poeta Kostìs Palamàs, questi filoni di ricerca, non privi di una certa drammaticità, giunsero a una sintesi dal valore paradigmatico almeno fino alla generazione degli anni Trenta. Tale sintesi fu resa possibile anche dall’opzione a favore del greco volgare. Proprio la generazione dl 1880, infatti, è quella che in modo perentorio proclamò la dignità della lingua del popolo a scapito della cosiddetta lingua epurata. In realtà la questione della lingua, in Grecia, fu risolta sul piano istituzionale soltanto un secolo dopo, negli anni Ottanta del Novecento. Nel frattempo però il greco demotico era riuscito a imporsi come lingua della letteratura, della poesia prima e poi anche della prosa, proprio a partire dalla generazione del 1880.

2. La scelta di illustrare l’universo letterario greco senza seguire la classica catalogazione in correnti e movimenti quale tipo di opportunità ha concesso?

La letteratura, in ultima analisi, è un dialogo intertestuale più che un dialogo tra le figure storiche, biografiche degli autori. Quest’ultimo riguarda semmai la storia della cultura e delle idee oppure, nella peggiore delle ipotesi, il pettegolezzo culturale. Sono i testi a dialogare, a interagire o anche a scontrarsi tra di loro, e a creare quella catena che prende il nome di “tradizione”. In generale le storie letterarie seguono una via di mezzo tra la gallerie di personaggi illustri e la centralità del testo. Nel caso di Bella come i greci l’intento è stato invece quello di assegnare il posto d’onore ai testi. Una tale scelta consente di mettere in evidenza il fitto reticolo di riferimenti che lega un testo all’altro, le allusioni, le strizzate d’occhio, le prese di posizione e di distanza, gli echi e le riscritture. Inoltre la centralità del testo consente di scoprire alcuni motivi ricorrenti, o ossessioni se si preferisce, della letteratura greca. Tra questi ci sono il gusto per le parabola e per il racconto simbolico, e il ricorrere della presenza di spazi chiusi e di orizzonti angusti. Un altro elemento ricorrente è la frequente riflessione sul senso storico e culturale della grecità, e per conseguenza la forte presenza della storia e della testimonianza presso i letterati greci. Certo, una storia letteraria basata sui testi può spiazzare il lettore che i testi non li conosce o non li può leggere in originale, se non tradotti. Nel caso dei testi della letteratura greca moderna questo accade abbastanza spesso. Ma mi auguro che a prevalere sia soprattutto la curiosità e che ai lettori venga la voglia di procurarsi i testi, almeno quelli tradotti in italiano, che costituiscono comunque un corpus ormai rilevante.

3. Il panorama che lei ci illustra valica e meri confini nazionali greci e coinvolge - rappresentando una stimolante sorpresa - i protagonisti della letteratura cipriota. Quali i legami letterari tra questi due mondi spesso tanto vicini da confondersi, spesso tanto lontani da non riuscire mai a ricongiungersi, come se l'identità cipriota si rivelasse come una esacerbazione di quella cretese alla quale a tratti sembra somigliare?

Il legame più forte resta quello della lingua. Anche se Cipro possiede un suo dialetto, uno dei pochissimi in seno alla lingua greca, decisamente molto unitaria e compatta, la koinè è la lingua della letteratura e della cultura in generale. La grecità cipriota è una grecità che resta militante e in cui resta forte la presenza dell’elemento storico. I tragici fatti del 1974 e la divisione dell’isola, che si protrae tutt’ora, pongono i greci di Cipro in una posizione diversa da quella degli altri greci. D’altro canto la grecità cipriota, e qui cito Seferis, costituisce l’ultimo baluardo di una grecità fuori dalla Grecia, l’ultimo pezzo non coinvolto dal movimento centripeto che ha visto i greci abbandonare, quasi mai volontariamente, le “patrie perdute” e cercare rifugio nello Stato nazionale. Ancor oggi quindi Cipro ha grande importanza per l’immagine dei greci rispetto a se stessi, e rispetto alla memoria storica di un passato ancora relativamente recente, in cui la lingua e la cultura greca non conoscevano confini di sorta.

4. Quanto la letteratura greca del periodo preso in considerazione può considerarsi specchio delle vicende sociali e storiche del paese e quale è stato a suo avviso il momento in cui maggiormente la produzione letteraria è stata espressione delle speranze e dei desideri del paese?

Una delle caratteristiche principali della letteratura greca moderna è la presa diretta con la storia. Né potrebbe essere altrimenti date le vicissitudini del Paese, le difficoltà della sua affermazione storica e il carattere paradigmatico di molti episodi che la riguardano: dalla stessa nascita, che revoca in dubbio l’ordine sancito dal Congresso di Vienna e costituisce una sfida paragonabile soltanto, oltre un secolo dopo, alla fondazione dello Stato di Israele, fino allo scambio di popolazione con la Turchia nel 1922, il più grande mai avvenuto fino ad allora e ancor oggi uno dei più grandi di tutta la storia mondiale. Per non parlare dell’epopea della guerra in Albania contro l’Italia mussoliniana e i tragici fatti della resistenza antifascista e antinazista, e della guerra civile conclusasi nel 1950. A questo proposito c’è un testo che a mio parere più di ogni altro coagula intorno a sé storia, cultura, sentimento popolare e senso di appartenenza nazionale. Si tratta del poema Dignum est del Premio Nobel Odisseas Elitis, messo in musica da Mikis Theodorakis, in cui l’avanguardia surrealista, la musica popolare, la spiritualità ortodossa e la tradizione del canto popolare si fondono in una sintesi mirabile e irripetibile.

5. Quali sono i legami tra la letteratura bizantina e quella del post-indipendenza? E in che maniera si sono potuti mantenere questi rapporti in un paese per quattro secoli oscurato dalla dominazione ottomana?

Nella storiografia specializzata è comune il concetto di “Bisanzio dopo Bisanzio”. In altre parole, Bisanzio ha continuato a vivere nella mentalità, nella cultura, nella religione e in parte persino nelle istituzioni delle popolazioni ortodosse sottomesse al Sultano anche dopo la caduta del grande impero. Questo vale per i greci come per gli slavi della Penisola Balcanica, che a loro volta condividono con i greci l’eredità dell’impero d’Oriente. Nel caso dei greci, tale continuità è stata garantita dalla relativa autonomia conservata dal Patriarcato di Costantinopoli e dalla presenza dei Fanarioti, alti funzionari greci che negli ultimi due secoli prima della guerra d’indipendenza riuscirono persino a introdursi nei gangli amministrativi dell’impero Ottomano occupandone posti di rilievo. I Fanarioti si fecero garanti della conservazione della tradizione greco-bizantina e tramandarono allo Stato greco forme e strutture letterarie nate soprattutto in tarda epoca bizantina. Non si dimentichi inoltre che la stessa letteratura greca moderna è una derivazione della letteratura bizantina in lingua demotica, a sua volta sviluppatasi anche grazie al contatto con le letterature volgari portate dagli invasori occidentali con le Crociate. Sempre da Bisanzio deriva la doppia tradizione della lingua greca, con la sua dicotomia tra forma dotta e forma popolare, che risale in realtà al tardo mondo antico. E a Bisanzio si volsero molti esponenti della generazione del 1880 e non solo, tra cui Kostìs Palamàs, e numerosi studiosi, a cui si deve la sostanziale riscoperta di questo fondamentale capitolo della storia culturale d’Europa.

6. Il novecento ha regalato al mondo due premi nobel greci per la letteratura ed altri personaggi che certo non avrebbero demeritato un simile riconoscimento. Proprio nel novecento la Grecia viveva uno dei suoi più travagliati periodi, affrontando due guerre balcaniche, una guerra con i Turchi, due guerre mondiali, la guerra civile ed una dittatura. Quali sono gli elementi che possono conciliare questa doppia ed antitetica faccia del secolo breve greco?

Come dicevo prima, la letteratura greca è una letteratura che, storicamente, non ama rifugiarsi nella narcisistica torre d’avorio dei vati estetizzanti e non esita a chinarsi sugli aspetti e problemi di una delle più travagliate storie mondiali. Dopo quella del 1880, una sintesi fondamentale per le lettere e per la cultura greche è quella operata dalla generazione degli anni Trenta. Ghiorgos Seferis e Odisseas Elitis, vincitori del Premio Nobel, ne sono considerati i maggiori esponenti. Il miracolo di questa generazione sta appunto nell’aver cercato di conferire un senso agli eventi storici e di sublimare il destino della Grecia nel nome della poesia, della tradizione nazionale e della ricerca d’avanguardia. In altri Paesi l’avanguardia dei poeti dotti e la poesia popolare si troverebbero forse in antitesi, ma non in Grecia, dove i poeti hanno saputo mettere in luce gli elementi “d’avanguardia” della poesia, e soprattutto del canto, popolare, e gli elementi popolari della poesia impegnata. L’importanza di tale sintesi, e non soltanto per la Grecia, è tale che essa è stata riconosciuta anche all’estero grazie ai due Premi Nobel. Oggi come oggi la poesia, anche in Grecia, risulta appannata per molte ragioni, sociali, economiche ed editoriali. Quel paradigma tuttavia resta insuperato e forse insuperabile.

7. Si possono individuare nella letteratura greca del novecento personaggi specifici se non addirittura una vera e propria corrente che si sia fatto interprete, al pari del rebetiko nella musica e nella canzone popolare, dei disagi e degli sfollati e dei reietti?

La letteratura greca comincia fin da subito a occuparsi di sfollati e di sottoproletariato urbano. Atene stessa, subito dopo la proclamazione a capitale, si era riempita di “miserabili” all’indomani della guerra d’indipendenza: si trattava di veterani, di reduci e di combattenti giunti da altre aree dell’impero Ottomano, formalmente cittadini ottomani, considerati “personae non gratae” dalle autorità del Sultano. Uno dei massimi prosatori greci moderni, Alèxandros Papadiamandis, descrive il problema del male in un’ottica ortodossa su sfondi agresti segnati dalla povertà e dall’indigenza. Altri autori si soffermano invece sulla malavita e sul sottoproletariato che proliferava, com’era naturale, nei porti greci e non solo. Gli storici e i sociologi hanno rivelato che si tratta spesso di esagerazioni retoriche e che le campagne greche non erano più segnate dall’indigenza delle coeve campagne centroeuropee, per esempio. Resta il fatto che l’insoddisfazione sociale assume talora il simbolo del lamento per un paradiso perduto: motivo a sua volta ricorrente, e importante, per interpretare la letteratura greca moderna.

8. Quale è il ruolo che ha assunto la cultura ed in particolare della letteratura nella Grecia degli ultimi venti anni?

Negli ultimi vent’anni si è assistito a una vera e propria rivoluzione segnata dalla trasformazione dell’editoria in industria, dall’ampliamento del pubblico dei lettori, da un progressivo allontanamento della letteratura greca dalla tematica politica e sociale, soppiantata da un approccio individualistico, dal contrarsi della poesia e favore della prosa, e dagli autori che diventano personaggi. Prima della crisi uscivano circa diecimila nuovi titoli all’anno mentre adesso veleggiano intorno ai sette-ottomila. Numeri di tutto rispetto se si pensa che il mercato della letteratura in lingua greca è limitato ai dieci milioni di greci e al milione scarso di ciprioti. Negli ultimissimi anni il libro è entrato a far parte delle abitudini culturali di molti cittadini. A testimoniarlo sono anche il proliferare di blog dedicati al libro, il successo dei seminari di scrittura creativa e l’interesse del pubblico per i nuovi premi letterari, meno paludati ed accademici, e più vicini, almeno negli intenti, alle preferenze del lettore medio.

9. Nel momento in cui, di fronte all’avvento della profonda crisi che tutt’oggi attanaglia il paese, dal mondo culturale europeo e non solo è sorto l’appello nei confronti di una Grecia che andava ad ogni costo sostenuta in quanto culla della civiltà mediterranea. Come interpreta lei questo appello? Lo riconosce come veritiero o ne avverte un certo qual spirito retorico?

La retorica è sempre in agguato ma d’altra parte non si può neppure, nel timore di apparire retorici, finire con il dar sempre ragione al pensiero dominante basato sulle virgole dei patti di stabilità e sui decimali dei deficit di bilancio. L’Europa è certo una costruzione in primo luogo economica, uno spazio, inizialmente, di libero scambio di materie prime ma è anche, da sempre, un luogo di interazione, di idee, di riflessione sull’uomo e sul suo destino. Il Vecchio Continente concentra un numero impressionante di vestigia della cultura umana universale, non esiste centimetro quadrato di territorio che non presenti un qualche interesse storico o culturale. L’Europa a sua volta fa parte del Vecchio Mondo, che comprende il Mediterraneo orientale e l’Egitto. La Grecia è un ponte gettato tra queste diverse sfaccettature d’Europa, sospeso geograficamente e storicamente, e ha bisogno dell’Europa almeno quanto l’Europa ha bisogno della Grecia per non smarrire la sua anima, anche se tale affermazione oggi come oggi suona romanticamente fuori tempo massimo.

10. Durante questi anni, in particolare dal 2009 al 2012 mentre il paese sprofondava senza controllo nel pozzo profondo della crisi, a suo parere, gli esponenti del mondo culturale greco (oltre le posizioni pubbliche assunte da uomini simbolo come Theodorakis) avrebbero potuto assumere una posizione pubblica di più chiaro intervento anziché esiliarsi corporativamente su un silenzioso Aventino dal quale sono prevalentemente emerse solo gesti stereotipati?

C’è stato un lungo dibattito negli ultimi anni su questo argomento. Alcuni sognavano l’intellettuale interventista, pronto ad assumere ruoli di leader. Altri, forse più saggiamente, hanno lasciato che gli autori, i pensatori e gli artisti in genere parlassero con le loro opere. In questa diatriba, a mio parere, c’è un equivoco di fondo. Gli artisti non sono e non devono essere necessariamente intellettuali, nel senso, come s’intende spesso oggi, di sociologi. Il mondo dell’artista appartiene a un’altra sfera, quella estetica, che deve essere a tutti i costi salvaguardata dalla stringente attualità, che peraltro, anche a prescindere dalla crisi di oggi, è problematica a priori. In altre parole, si rischia di rimproverare all’artista di fare il suo lavoro, e dunque di cadere in una forma di censura, soltanto perché non prende posizione “mediatica” sugli argomenti dell’attualità. Ma da qui a impedire a Fidia di scolpire il frontone del Partenone prima che siano risolti tutti i problemi sociali, economici e di felicità personale di ogni abitante del pianeta, il passo rischia di essere breve. Del resto neppure gli intellettuali sono infallibili. In una recente intervista rilasciata alla rivista culturale ateniese “Frear”, Claudio Magris ricorda che Luigi Pirandello inviò un telegramma di solidarietà a Mussolini dopo il delitto di Matteotti.

11. Un’ultima domanda non specificatamente rivolta al filologo ed allo studioso ma al cittadino ateniese quale lei è oramai da più di un decennio: che ne sarà, infine di questo Paese? Sarà ancora il ballo purificatore dello Zorba di Kazantzakis  che stabilirà il legame tra la capacità di superare le difficoltà e la forza per ricostruirsi? Quale spirito fornirà quella energia sufficiente a consolidare le fondamenta di questa democrazia greca contemporanea?

Credo molto nei giovani greci. Parlando in generale, la nuova generazione è preparata, cosmopolita, poco incline ai sentimentalismi, e ama la Grecia come forse non l’hanno mai amata neppure i loro genitori. Comprensibilmente: l’attuale è forse la prima generazione di greci a non avere genitori nati altrove, in altri lidi o in altri Paesi, dove spesso sognavano di tornare una volta sedate le bufere della storia. La prospettiva dei giovani greci è all’interno del Paese anche se naturalmente anche qui il fenomeno della “fuga dei cervelli” è molto intenso. Ma questo non è per forza un male. Una volta compiuto il loro viaggio, torneranno più saggi e ricchi di esperienze. E in tal modo potranno aiutare la loro piccola Itaca a continuare il suo viaggio nella storia, all’interno dell’Europa, al crocevia tra tre continenti e altrettante aree culturali. Certo, in questo contesto non so quanto il “ballo di Zorba” possa considerarsi ancora attuale, ammesso che lo sia mai stato. Perché anche il vitalismo di Zorba, identificato tout-court con lo spirito greco, letterariamente parlando è assai più legato alla temperie novecentesca che non a una presunta grecità diacronica. D’altra parte il ballo di Zorba rappresenta anche il superamento dei limiti, lo spirito di adattamento, la capacità di risorgere dopo le sconfitte, la volatilità che aspira alla solidificazione, il movimento perenne e anche, perché no, le contraddizioni di un piccolo, storico popolo che, non dimentichiamolo, ha spesso rimescolato, e in senso positivo, le carte della storia europea, sin dalla sua rinascita nazionale nel lontano 1821.

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