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Lunedì, 18 Ottobre 2021

Il contributo della religione alla giustizia sociale

Copertina del saggio dell'ILO

Una delle critiche che vengono più spesso rivolte ai credenti e alle persone religiose in genere è quella di essere delle persone passive, che si limitano a pregare con delle formule astratte o a meditare allontanandosi dalle questioni sociali del mondo estraniandosi e, quindi, abbandonando l'umanità sofferente con i suoi problemi a sé stessa. La realtà, come aiuta a comprendere un recente contributo prodotto dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), è invece piuttosto diversa e, a ben vedere, lontana dagli stereotipi veicolati da certa cultura moderna (cfr. Convergences: decent work and social justice in religious traditions. A handbook [Convergenze: lavoro dignitoso e giustizia sociale nelle tradizioni religiose. Un vademecum], OIL, Torino 2012, Pp. 48). L'opera – introdotta da una “Premessa” del direttore generale Juan Somavia e scritta con la collaborazione attiva di organi religiosi di differenti confessioni, dal Pontificio Consiglio Giustizia e Pace (il dicastero della Santa Sede che si occupa statutariamente della promozione globale della giustizia e della pace) all'Organizzazione islamica per l'istruzione, la scienza e la cultura (ISESCO) al Consiglio Mondiale delle Chiese (WCC, di emanazione protestante) – spiega infatti a grandi linee in un linguaggio divulgativo perchè la religione sia un aspetto oggi come ieri quanto mai vitale di una qualsiasi società e che cosa, in concreto, i credenti possono fare in un'epoca di grande globalizzazione come la nostra per rendere il mondo più solidale e più giusto. Va detto che l'ILO è stata una delle prime organizzazione sovranazionali a essere fondate, prima ancora delle Nazioni Unite (anche se poi ne è entrata a far parte a tutti gli effetti come agenzia specializzata), nel 1919, a Ginevra (dove attualmente ha la sua sede principale), appena dopo la firma del Trattato di Versailles che poneva fine alla tragica Prima Guerra Mondiale (1914-1918). Fin dall'origine ai fondatori apparve chiaro che la 'questione sociale', cioè delle condizioni di libero accesso al lavoro, svolgeva ovunque un ruolo rilevante anche per il consolidamento delle condizioni di pace e sicurezza. Si cominciò così a riflettere su quelli che avrebbero dovuto essere gli obiettivi minimi da conseguire in un moderno Stato di diritto per realizzare operativamente delle possibilità diffuse di benessere e sviluppo. Progressivamente, elaborando anche altre importanti Dichiarazioni programmatiche e metodologiche (come la Dichiarazione di Philadelphia (1944), quella inerente i principi e diritti fondamentali sul lavoro (1998) e quella sulla giustizia sociale per una globalizzazione equa (2008)), l'ILO arrivò a definire quattro importanti obiettivi strategici per mettere a punto l'agenda internazionale sul lavoro dignitoso: possibilità di un'occupazione degna, presenza di un sistema di protezione sociale, riconoscimento dei diritti fondamentali del lavoratore e dialogo sociale tra i vari attori del mercato (Stato compreso). E' chiaro che l'enunciazione dei soli princìpi non basta purtroppo a realizzare le condizioni pratiche e che molte gravi ingiustizie nonostante tutto continuano a perpetuarsi ancora oggi (si pensi alle questioni drammatiche del lavoro forzato o dello sfruttamento minorile) e tuttavia lo sforzo dell'ILO e degli Stati che ne fanno parte (ben 185 attualmente) mira proprio a rafforzare una piattaforma di garanzie riconosciute che una volta sottoscritte impegnino poi i contraenti a rispettarle e a promuoverle.

Da questo punto di vista le religioni possono fare indubbiamente molto e il documento fornisce diversi esempi presentando per ognuna delle grandi tradizioni religiose dell'umanità il significato di espressioni come 'lavoro', 'giustizia sociale' o 'dialogo', perchè è da lì che bisogna partire per comprendere spesso la mentalità e la cultura dei popoli. Per il Cristianesimo questo significa soprattutto tornare agli insegnamenti della Sacra Scrittura (che, non a caso, inizia proprio con il 'lavoro' di Dio nella creazione del mondo, alla Genesi), in particolar modo del Vangelo, e per tutti i cattolici poi al grande corpus dottrinale costituito dalle encicliche sociali (a partire dalla Rerum Novarum di Papa Leone XIII) e dai principali documenti (tra cui il Compendio, redatto dallo stesso Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace) che compongono l'insieme della Dottrina sociale della Chiesa. Riguardo agli orientamenti fondamentali significativo è l'approfondimento sul concetto di 'dignità umana' a cui l'ILO rimanda spesso nei suoi documenti per interpretare correttamente la qualità dello sviluppo economico e sociale in quanto tale e che per i cristiani discende, come noto, direttamente dalla Rivelazione del Dio trinitario e dal dogma dell'Incarnazione. Si vede quindi come valori umani socialmente (a volte anche giuridicamente) rilevanti e persino fondamentali oggi totalmente laicizzati nella percezione comune (si pensi anche all'uguaglianza tra persone di sesso o classe diversa) siano in realtà derivati dalla riflessione religiosa o addirittura direttamente dalla teologia. Sarebbe dunque obiettivamente sbagliato fare a meno pregiudizialmente del contributo della fede anche nei dibattiti più specialistici che possono avere per oggetto alcuni determinati processi della globalizzazione in corso o degli scambi energetici o commerciali: ogni uomo, ovunque lavori, porta comunque con sé una storia anche religiosa (che lo si voglia o no) e chi poi crede porta evidentemente anche un bagaglio specifico e personale di credenze e di motivazioni che contribuiscono a sviluppare la sua etica professionale in un senso piuttosto che in un altro. La religione dovrebbe quindi diventare – come talora si dice con una frase un po' abusata, ma non per questo meno vera – parte della soluzione concreta dei problemi da risolvere, non un altro problema ancora da togliere in ogni modo di mezzo perchè non lo si conosce o non lo si comprende sulla base della propria particolare visione del mondo.

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