Quintino Sella: un’ingiusta pessima fama

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Esce, per Libro Aperto editore (via Corrado Ricci 29, 48121 Ravenna, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.), la raccolta Discorsi e scritti di Quintino Sella, curata da Marco Bertoncini e Aldo G. Ricci, con una postfazione di Maurizio Sella (pp. 104 con ill., € 15,00). Per concessione dell’editore, pubblichiamo stralci dall’introduzione

 

Il ricordo di Quintino Sella viene sempre più scolorandosi. Ancora nei primi anni del dopoguerra i libri di testo per le scuole elementari narravano di lui un simpatico aneddoto. Il rigoroso ministro, avendo trovato una voce nel bilancio del ministero dell’Interno per il mantenimento di gatti, chiese spiegazioni. Gli fu chiarito che si trattava di gatti che servivano a tenere lontani i topi dai depositi degli archivi di Stato. Sella allora disse: “O i gatti mangiano i topi, e non c’è motivo di nutrirli ancora; o non li mangiano, e allora non servono”. E cassò la spesa.

Oggi, probabilmente Quintino Sella resta un semplice nome dell’epoca unitaria, ma dipinto con quei colori cupi che in vita non gli recarono certo popolarità: il ministro più odiato d’Italia, l’assassino della povera gente, l’autore della famigerata tassa sul macinato (la più odiata fra le imposte), il teorico dell’economia fino all’osso, il politico della lesina, il grande tassatore, etichette tutte affibbiategli già da vivo.

(…)

In verità Quintino Sella fu ben altro che un rigido persecutore dei contribuenti. Era un uomo dai molteplici e perfino contrastanti interessi, uno studioso di geologia arrivato giovanissimo all’insegnamento universitario, un cultore degli studi classici, un appassionato di storia, un erudito archivista, uno sportivo, un industriale, un giornalista. Scrisse di miniere e di storia locale, di cristalli e di alpinismo, di diplomi medievali e di statuti cittadini, e poi ovviamente di politica, di economia, di finanza. A lui si debbono il Club alpino italiano e le Notizie degli scavi di antichità, le casse di risparmio postali e le ascensioni su Monviso, Rosa, Cervino e Bianco. Diede vita nuova all’Accademia dei Lincei e insegnò geometria applicata. Si batté per i trafori alpini, si occupò dei trasporti ferroviari, s’interessò a esposizioni internazionali. Viaggiò molto all’estero. Fu amministratore locale, deputato, ministro.

Non sarà fuori luogo ricordare come diversi patres della Destra storica si rivelassero autentici campioni fuori della politica, sovente nelle scienze. Così come Camillo Cavour era agricoltore ed economista (e in suo piccolo studio si rivelò perfino esperto di balistica), Bettino Ricasoli era agricoltore, Marco Minghetti agricoltore, Pietro Paleocapa ingegnere e, tanto per uscire dalle scienze, Massimo d’Azeglio pittore e scrittore. Pure sotto tale peculiare aspetto l’Italia non ha più avuto una classe politica a quell’altezza. Ma, fra tutti costoro, nessuno fu più versatile di Sella, scienziato prestato alla politica, umanista che recava un alito di classica tradizione nell’affrontare la spinosa finanza pubblica, imprenditore che recava nella cosa pubblica l’accortezza industriale.

Fondamentale è in Sella il senso civile della vita pubblica, che si potrebbe addirittura definire etico. Prima di diventare titolare delle Finanze convocò soci e congiunti: la ditta si sarebbe astenuta dall’assumere forniture dallo Stato, quand’egli fosse stato al governo. Rifiutò di alloggiare presso il ministero, asserendo: “Siamo borghesi, con famiglie borghesi, abituate modestamente, lontane dagli splendori dei grandi palazzi”, sicché “guai abitare nei palazzi ministeriali”. Applicava a sé quel sacrificio del potere che chiedeva agli altri come sacrificio contributivo. Occorreva dare l’esempio, prima di pretendere alcunché dagli altri.

Il suo sentimento sociale si avvertiva anche nel ritenere che l’istruzione tanto più si spandesse in basso e in larghezza quanto più fosse alta, intensa, densa. Per questo, pregno com’era di spirito di ricerca, sempre favorì la spesa pubblica per l’istruzione, anche per l’istruzione superiore, le istituzioni culturali, gli alti studi, convinto che l’eccellenza dei vertici sarebbe servita a promuovere la base.

La fusione tra politica e scienza si avvertiva nella precisione con la quale studiava i bilanci pubblici, conscio che “la statistica è il buon senso ridotto a calcolo”. Indicativa è la confessata visita alle biblioteche religiose in Roma, dopo il 1870, per vedere quali testi scientifici fossero oggetto di studio nello Stato del papa. Era avido di conoscere, anche nelle minime cose.

Marco Bertoncini

Aldo G. Ricci

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