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Famiglia, lavoro, impresa

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Con questo sintetico contributo collettaneo l'Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti prosegue i suoi studi su sviluppo e bene comune inaugurati per la collana “Imprenditori Cristiani per il Bene Comune” della Libreria Editrice Vaticana in occasione dell'enciclica Caritas in veritate nel 2009 e destinati a un pubblico ampio, non necessariamente specializzato. Il tema affrontato questa volta è uno dei più delicati della crisi socio-economica attuale: ovvero il rapporto, spesso di conflitto, tra famiglia e lavoro, con i suoi numerosi nodi irrisolti e talora volutamente contrapposti. Anzitutto, un'opportuna considerazione preliminare: “la famiglia naturale é stata data per spacciata molte volte e da molto tempo, soprattutto dalla cultura sociologica e psicologica anglosassone. Nel 1927 lo psicologo John Wilson, analizzando le tendenze del matrimonio, prevedeva la fine della famiglia entro 50 anni [mentre] nel 1971 lo psichiatra inglese David Cooper produceva un libro tradotto in Italia con il titolo lapidario: 'La morte della famiglia'” (pag. 25). Da allora, come si suol dire, di acqua ne è passata sotto i ponti, e tuttavia nonostante l'indubbio processo involutivo attraversato dall'istituzione famigliare in Occidente – e anche le nuove sfide portate dalla teoria del gender, impensabili fino ad appena dieci o venti anni fa – l'unità-base della società tiene, negli Stati Uniti come in Italia. Con notevole fatica e in grande difficoltà, ma tutto sommato resta ancora un riferimento sociale condiviso, soprattutto in tempi economicamente difficili come gli attuali dove si nota che molto spesso – nonostante l'individualismo sfrenato e il relativismo morale – nei periodi di mancanza di lavoro o affanno finanziario i figli tornano comunque dai genitori che (a volte grazie anche all'affiancamento dei nonni) non negano mai l'aiuto richiesto. Di per sè non sarebbe certo un fenomeno di cui rallegrarsi ovviamente, ma gli autori fanno notare che se è vero che la sua estensione conferma in pieno la gravità della crisi, essa dimostra pure la concreta rete di soccorso e assistenza che la famiglia unita in quanto tale è in grado ancora di oggi di fornire davanti a sfide quantomai impegnative. E che dire del fatto che il nostro Paese rifiuta ancora la pseudo-'cultura' degli ospizi per i propri anziani quando subentrano la vecchiaia avanzata e le malattie degenerative? Non è forse questo un indice di sanità morale? Eppure, l'emergenza reale resta in tutta la sua drammaticità. Alcuni dati rivelatori: “nel 1951 in Italia vi erano oltre 16 milioni di giovani sotto i 20 anni a fronte di meno di 6 milioni di ultrassessantenni [mentre] nel 2001 vi erano 14 milioni di anziani e 11 milioni di giovani” (pag. 27) sicchè oggi il nostro Paese 'vanta' il triste primato di avere una delle popolazioni più vecchie del mondo. Ancora: nel 2051, se nulla cambierà i trend demografici “fanno prevedere 21 milioni di vecchi a fronte di 8 milioni di giovani. E' da sottolineare che non è l'aumento dei vecchi che preoccupa [ma] la carenza di nascite. L'Italia, con un tasso di fecondità per donna dell'1,4 (era il 2,7 negli anni sessanta) é lontana dal tasso necessario per assicurare che le generazioni più giovani sostituiscano quelle anziane, che è di 2,1 per donna fertile. Il tasso di natalità italiano è uno dei più bassi del mondo” (ibidem). Sono cifre obiettivamente allarmanti, per dire il meno, che dovrebbero essere all'ordine del giorno di qualsiasi Governo o Parlamento perchè nella loro crudezza paiono tutte dire una sola cosa: il Paese di cui si tratta nei numeri si sta eclissando dal corso della storia, nel senso più letterale del termine, perchè non trasmette più la vita perpetuando la propria generazione ai posteri.

E, in questo caso, nemmeno è accettabile spostare le eventuali obiezioni sul 'supposto' confessionalismo del discorso perchè la laicissima Francia - ad esempio - destina alla famiglia il 2,5% del PIL, a fronte del solo 1% dell'Italia, che occupa anche qui “l'ultimo posto delle classifiche europee” (pag. 27). Semmai, vale proprio l'esatto opposto, perchè il deficit di nascite per raggiungere il punto di equilibrio attualmente sarebbe di circa 150.000 bambini ogni anno: “ma dal 1978 [anno di entrata in vigore della legge che liberalizza l'aborto, la ben nota numero 194/1978] al 2011 le interruzioni volontarie di gravidanza sono state 5 milioni, numero che corrisponde a 115.151 non nati ogni anno” (ibidem). Vista l'enorme rilevanza della posta in gioco, stupisce che tali argomenti non vengano mai utilizzati anche da politici e legislatori di buon orientamento: fornirebbero ulteriori prove a dimostrazione che la battaglia pro-life è anche e soprattutto una battaglia di progresso e sviluppo sociale e civile, non solo morale, checchè ne dicano i libertari nichilisti di tutte le risme. Accanto a questo aspetto decisivo, vi è inoltre l'incidenza di divorzi e separazioni - “ormai prossima al 50%” (pag. 28) - che pure contribuiscono a destabilizzare la fiducia nelle nuove generazioni nella famiglia in quanto tale. Come se tutto questo non bastasse, da parte di molti economisti permane l'illusione che il mercato abbia le sue proprie regole e vada avanti ugualmente, nonostante tutto. Ma non funziona così: meno famiglia vuol dire meno figli e quindi meno 'capitale umano' a disposizione per tutti, meno risorse fisiche (e morali) su cui contare, meno contribuenti e meno pensioni, insomma meno energie a cui poter attingere per il proprio futuro. Chi mai si potrebbe augurare consapevolmente uno scenario del genere? E il corpo politico può dirsi neutrale o 'laico' (qualsiasi cosa questo voglia dire) di fronte a una tale questione? Con quale autorità?

Nella seconda parte del fascicolo vengono quindi sviluppate alcune riflessioni pratiche, e di buon senso, sulla necessità di tutelare la famiglia come soggetto di produzione e di sviluppo, qualcosa che attualmente manca nel nostro ordinamento giuridico giacchè perlopiù “il focus è basato su esigenze individuali” (pag. 30), senza parlare del fatto che la stessa riforma del diritto famigliare del 1975, da taluni celebrata acriticamente come segno di conquista civile, “ha sposato, in buona sostanza, la concezione individualista” (ibidem) contribuendo quindi ad aggravare ulteriormente la situazione complessiva. Insomma, occorre capire – e far capire a tutti il più possibile, soprattutto in chi siede nelle istituzioni – che “la famiglia produce capitale sociale e dunque produce benessere non solo per sé ma per la comunità in cui vive”: in quest'ottica è necessario che chi ha a cuore il rilancio delle politiche famigliari su scala nazionale s'impegni decisamente per una rinnovata promozione – tanto culturale quanto politica – del concetto di famiglia “come istituzione, come soggetto autonomo di sviluppo sociale ed economico e non come puro centro di consumo, come è ora per il pensiero dominante e come è attestato dalla stessa contabilità nazionale secondo la quale le imprese producono e le famiglie consumano” (pag. 31). Chiudono il contributo alla riflessione delle ulteriori considerazioni – quantomai opportune – sulla possibile revisione delle attuali politiche fiscali e sul tipo di tassazione in vigore, con ogni evidenza oggi troppo penalizzante economicamente oltre che palesemente disincentivante verso la formazione di nuovi nuclei famigliari.

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