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Giovedì, 09 Luglio 2020

Quello che spesso si dimentica di dire

Bernheim

 

Una bomba ad orologeria con il conto alla rovescia già avviato sopra le nostre teste: così, semplificando e interpretando un po' l'intervento giornalisticamente, si potrebbe definire il Discorso tenuto da Papa Benedetto XVI il 21 dicembre 2012 alla Curia romana in occasione dei rituali auguri natalizi, uno degli ultimi in assoluto del suo pontificato e forse il più rilevante dal punto di vista magisteriale. In quell'occasione, affrontando il tema dell'ideologia del gender (o 'gender theory', in inglese) in tutte le sue conseguenze pubbliche, specialmente educative, politiche e culturali il Pontefice faceva riferimento a un importante intervento recente del Gran Rabbino di Francia, Gilles Bernheim, che - come portavoce della comunità ebraica - obbligatoriamente sollecitato a dire la sua in riferimento al progetto di legge Taubira (poi approvato, il 20 aprile scorso), meglio noto come “Le mariage pour tous”, esponeva chiaramente, e ordinava in modo coerente, oltre che laico e interreligioso, una serie di obiezioni di natura giuridica, antropologica, filosofica e morale all'estensione di un riconoscimento pubblico quale è il matrimonio a coppie dello stesso sesso. L'intervento, passato praticamente sotto silenzio dopo qualche giorno di vivaci polemiche, è ora messo intelligentemente a disposizione di chiunque lo voglia leggere grazie a una meritoria iniziativa editoriale di Gabriele Mangiarotti di CulturaCattolica.it (cfr. G. BERNHEIM, Quello che spesso si dimentica di dire. Matrimonio omosessuale, omogenitorialità e adozione, Salomone Belforte & C., Livorno 2013, Pp. 66, Euro 10,00). Il saggio integrale di Bernheim è introdotto da una presentazione di monsignor Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, che riprendendo la riflessione sulle plurisecolari radici giudaico-cristiane della tradizione occidentale, riporta l'impostazione del discorso sull'evidenza perenne della legge morale naturale che precede la nostra esistenza e quindi confuta alla base ogni pretesa 'dittatura del desiderio' della società contemporanea ben rappresentata da certe espressioni del linguaggio ormai diventate di uso comune (“sento così, perciò questo è vero” oppure “la maggioranza sente così e perciò questo è vero”), sintomatiche del nuovo “totalitarismo tecnocratico” (p. 12) che tutto omologa e appiattisce nel nome di un egualitarismo estremo che non conosce confini né limiti. Su posizioni analoghe si trova anche un esponente di punta dell'ebraismo italiano come Giorgio Israel, docente presso l'università La Sapienza di Roma, che nel suo intervento da intellettuale laico (“La difesa della religione e della civiltà”) identifica significativamente nella teoria del gender “la punta di lancia di una battaglia ideologica volta a distruggere quello che viene chiamato l''essenzialismo' della cultura occidentale” (p. 14) e quindi il suo patrimonio culturale e spirituale (non solo meramente religioso) più autentico, citando come esponente di rilievo di questo percorso intellettuale l'influente filosofa statunitense contemporanea Donna Haraway, la più nota teorica del cyborg (un organismo cibernetico che è allo stesso tempo uomo e macchina) come metafora tipica della condizione umana post-moderna: “siamo di fronte a una battaglia ispirata a un'avversione profonda per le radici stesse della civiltà e della cultura occidentali che viene da lontano, fin da quegli anni sessanta del secolo scorso in cui gli studenti dei campus statunitensi scandivano lo slogan “From Plato to Nato” (“da Platone alla Nato”), che può far sorridere ma illustra meglio di lunghi discorsi l'ideologia in gioco” (p. 15).

Il saggio vero e proprio di Bernheim che segue immediatamente dopo spiega come la lotta democratica contro l'ingiustizia e la discriminazione nulla abbia a che fare con le rivendicazioni politiche e legislative derivanti dall'ideologia del gender che invece – come tutte le ideologie nella storia – semmai si caratterizza proprio per una negazione radicale della realtà esistente e dei dati per così dire più fattuali. Così, il rischio “irreversibile” (p. 21) è quello di dare luogo a una confusione “di genealogie, di norme (il bambino-soggetto diventa bambino-oggetto) e di identità” (p. 21), una confusione che si rivelerebbe nefasta “per l'insieme della società e che fa perdere l'interesse generale a vantaggio di quello di una infima minoranza” (ibidem). Nella prima parte della sua trattazione (“Analisi delle argomentazioni dei sostenitori di una legge” pp. 23-43) Bernheim, prestando la voce e la penna ai suoi avversari, si pone delle domande significative e risponde pazientemente ad ognuna delle rivendicazioni politiche più diffuse in pubblico restando sempre – ed è qui il valore aggiunto della testimonianza – su un piano di laicissima logica argomentativa e razionale, mentre nella seconda (“Dietro le discussioni, il confronto di due visioni del mondo” pp. 45-54) affronta la questione da una prospettiva antropologica confrontandosi con idee come – tra le altre – quelle della scrittrice Simone de Beauvoir (1908-1986), che in Francia è stata una delle prime a teorizzare una distanza netta tra il femminismo biologico e naturale (donne si nasce) e il femminismo culturale e quindi artificialmente costruito (donne si diventa), fino ad arrivare alla più recente queer theory che si propone di “far sparire la differenza sessuale tra uomo e donna” (p. 47) sostenendo che “non essendo che una convenzione sociale, l'identità sessuale non è in alcun caso determinante per la psiche dell'individuo. Non bisogna, quindi, tenerne conto” (p. 47). La conclusione finale, drammatica nei toni, illumina però senza retorica l'effettiva posta in palio: “Di fronte a queste dilaganti rivendicazioni, è legittimo chiedersi se l'obiettivo dei militanti non è la distruzione pura e semplice del matrimonio e della famiglia, come sono tradizionalmente concepiti. In questo obiettivo, il matrimonio omosessuale e il diritto all'adozione per le coppie dello stesso sesso non saranno che un mezzo per fare esplodere le fondamenta della società, per rendere possibile ogni forma di unione ed, infine, liberare l'uomo da una morale ancestrale e far sparire così definitivamente la nozione stessa di differenza sessuale” (p. 49). In appendice del libro, per approfondire ulteriormente il discorso a più voci, un contributo del rabbino di Torino Alberto Moshe Somekh e di suor Maria Gloria Riva, studiosa dell'arte moderna e contemporanea occidentale, che si concentra sul concetto di differenza sessuale commentando l'originale dipinto “Omaggio ad Apolinnare” - raffigurato in copertina - del pittore ebreo russo, poi naturalizzato francese, Marc Chagall (1887-1985) per dire che “con un anticipo di un secolo (siamo nel 1911-1912 quand'egli dipinge quest'opera) [Chagall] già affermava che la temperatura di un secolo, le battute o gli arresti di una generazione derivano proprio dal modo di concepire la coppia, la distinzione fra i sessi e la tensione costante della sessualità verso quel compimento che inevitabilmente per essere raggiunto la trascende” (p. 66).

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