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Lunedì, 29 Novembre 2021

L'uomo di sale, il mio Venezuela rosso sangue e smeraldo

Copertina_L'uomo di sale

 

Dopo la morte del dittatore Hugo Chavez, il Venezuela è tornato nuovamente sulle prime pagine delle cronache italiane. La sua immagine reale, però, resta ancora molto controversa. In occasione dello stesso funerale del leader sudamericano in effetti non pochi tra tv e giornali ne hanno riproposto un ritratto enfatico, con toni a volte palesemente demagogici, oltre che largamente parziali. Un'immagine molto diversa ne da invece l'imprenditore veneto Gianni Cappellin che dopo essersi laureato in economia industriale presso l'Università Bocconi di Milano ha lasciato il nostro Paese all'inizio degli anni Ottanta per tentare la fortuna proprio in Venezuela. Cappellin, che oggi ha 55 anni, ha da poco pubblicato la sua opera prima: L'uomo di sale. Il mio Venezuela rosso sangue e smeraldo (Mauro Pagliai Editore, Firenze 2012, pp. 256, Euro 10,00), racconto autobiografico di trent'anni di vita vissuta nel Paese rivoluzionato da Chavez, dove ha fondato il gruppo d'imprese Alnova (di cui è stato prima direttore generale e quindi presidente) che raccoglie diverse aziende del settore wine & spirits. Il libro, suddiviso in ventidue brevi capitoli e dedicato esplicitamente alle tante vittime innocenti dimenticate del Venezuela dei nostri giorni (“il principale obiettivo di questo libro è rivendicare la memoria dei 19.216 venezuelani che nel 2011 sono stati assassinati e i cui carnefici resteranno per la maggior parte impuniti”, pag. 252) racconta la drammatica involuzione sociale di un Paese che nel giro di pochissimi anni è diventato - letteralmente - uno dei luoghi più insicuri del mondo. Non solo i tristemente noti sobborghi malfamati delle periferie suburbane ma ormai persino Caracas, la grande capitale, è diventata una zona pericolosissima in cui vivere: “dopo le 9,30 di sera sembra che ci sia il coprifuoco nucleare [...] c'è troppa malavita che fa da padrona indisturbata della città. Ogni fine settimana ci sono dai cinquanta agli ottanta muertos de balas [morti di pallottole, vittime di sparatorie o aggressioni, ndr]: il 98% di questi casi, secondo statistiche ufficiali, resta insoluto. L'impunità della quasi totalità dei crimini è stato l'unico successo di questo governo, retto da un Gheddafi tropicale. Il Comandante Chavez era sempre stato un grande ammiratore del leader libico, anche dopo la sua scomparsa dalla scena politica, così come restava un grande alleato delle politiche nucleari dell'Iran di Ahmadineyad” (pag. 12).

Non si tratta peraltro di un giudizio interessato per ragioni di mera propaganda politica: l'autore lo fonda sull'esperienza vissuta in presa diretta di trent'anni nel Paese, potendo così paragonare il periodo pre-Chavez ai nostri giorni. Visto con delle lenti obiettive, il Venezuela appare così oggi uno Stato in cui non vige più il diritto ma la legge del più forte, il far west, dove la regola è che non ci sia nessuna regola, come talora si dice con espressione a effetto ma non meno pregnante. Gli oppositori del regime, usando parole simili, dicono a ragione che il Paese non è “Estado de derecho, sino de arrechos” (che si può tradurre: “non più stato di diritto ma di duri/arrabbiati”). Un Paese sempre più diviso e violento, dalle due facce estreme e contrastanti: da una parte lussi sfrenati e “case pacchianamente hollywoodiane” e dall'altra “un'umanità disperata che cerca di sopravvivere tra le lamiere delle baraccopoli” (pag. 38) in situazioni di povertà spaventosa. Insomma, alla fine, argomenta Cappellin, a forza di negare ripetutamente i diritti minimi garantiti ci si è abituati progressivamente a tutto, anche alla morte: “in Venezuela morire assassinato fa parte del gioco; dopo un po' non ci si fa più caso, ogni omicidio è solo un numero in più nelle statistiche” (pag. 13). A titolo di esempio, non ci si spiega “come i Caraqueños [gli abitanti di Caracas, ndr] riescano a far sparire dalle strade [al calar della sera, ndr] circa due milioni di macchine in meno di due ore, anche perchè se uno avesse la malaugurata idea di lasciare l'auto in strada il giorno dopo o non la troverebbe più o, se la trovasse, sarebbe completamente svaligiata” (pag. 16). D'altra parte, la martellante propaganda anti-occidentale e in particolare anti-americana del regime non è riuscita a cambiare la realtà quotidiana al punto che 'l'impero del male', come Chavez definiva gli stati Uniti d'America, sono ancora oggi “il paese più amato e sognato dai venezuelani. Se vi venisse in mente di chiedere a dieci venezuelani dove preferirebbero andare a vivere se potessero uscire dal Venezuela, nove vi risponderebbero a colpo sicuro: 'Miami'!” (pag. 98).

A corroborare queste considerazioni è poi il tema centrale stesso del libro, ovvero il dramma familiare vissuto dall'autore nel luglio 2011 durante una breve vacanza all'isola della Tortuga, parte dell'arcipelago delle isole Sottovento, a oltre novanta chilometri dalla costa venezuelana. Un'isola ricercata, all'apparenza incantevole, con spiagge da sogno e natura incontaminata, che richiama quel Venezuela dal colore smeraldo del titolo, e che si rivelerà invece l'incubo più spaventoso della sua vita. E' infatti proprio lì che in quell'estate l'imprenditore veneto viene aggredito di notte, mentre sta dormendo, sulla sua barca da un giovane pescatore locale - peraltro da lui conosciuto - da cui aveva comprato qualche ora prima alcune aragoste. In pochi minuti la sua vita cambia radicalmente: l'aggressore, munito di coltello, lo colpisce infatti più volte alla gola (danneggiando parte della trachea, fermandosi a un millimetro dalla giugulare) e su entrambe le mani fino a provocargli ferite gravissime che potrebbero condurlo in breve alla morte. Sua figlia Claudia, diciottenne, che doveva essere la reale vittima dell'aggressione riesce a salvarsi e a porsi in salvo in modo rocambolesco ma ci vorrà un giorno intero perchè i due riescano a tornare sani e salvi a Caracas, dove l'imprenditore in bilico tra la vita e la morte verrà operato d'urgenza, appena in tempo prima che sia troppo tardi. Per Cappellin non è nemmeno la prima volta: l'autore aggiunge infatti che già sedici anni fa, a Caracas, insieme alla moglie “fu sequestrato e picchiato senza pietà nella sua casa [finché] non avesse consegnato agli aggressori tutti i soldi e i gioielli che c'erano in casa” (pag. 151).

Lontano dall'ideologia facile, insomma, emerge il quadro surreale di un Paese perennemente in ostaggio del crimine in cui i sequestri degli industriali sono la regola e “usare la macchina con i vetri blindati per andare al lavoro [é] diventata una routine” (pag. 124). L'autore che oggi scrive questo libro “avrebbe dovuto entrare nelle statistiche come il morto numero 73” (pag. 225) di quel tragico fine settimana. Il fatto che sia ancora vivo per raccontarlo è quindi un motivo in più per lottare – ora più che mai – per avere un Paese più giusto. Cappellin è infatti convinto che “il motivo che [ha] spinto i suoi aggressori [ad agire] sia la completa certezza dell'impunità” (pag. 227). Qualcosa che il governo degli ultimi anni ha completamente rimosso. Prima, negli anni Ottanta e Novanta, “esisteva il rispetto per gli anziani, per le donne, per la proprietà privata, per il lavoro, e c'era il rischio del castigo dopo il delitto. La certezza della pena costituisce in tutte le società un forte deterrente psicologico contro certi crimini” (pag. 228). Oggi, invece, dopo tredici anni “di un sistema pseudo socialista dove tutto è stato messo in discussione, dove i modelli sociali di casa, famiglia, chiesa e lavoro sono stati distrutti [...] tutti hanno il diritto-dovere di prendere quello che vogliono.I poliziotti che arrestano i malviventi in flagrante vengono pubblicamente esecrati dagli organi giudiziari o dal Ministero dell'Interno per avere infierito, o essersi accaniti sui socialisti, i veri guardiani della rivoluzione. Gli unici arrestati sono i giornalisti che pubblicano foto contrarie agli interessi del governo o che divulgano vignette ironiche sui grandi capi” (pag. 228).

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