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Sabato, 16 Gennaio 2021

Foibe, per non dimenticare

foibe

«Si presentarono in due…Uno era di statura medio-bassa, capelli neri e lisci, con la stella rossa comunista sulla bustina militare. […] Con parole forbite disse che avevano ucciso il mio papà. Poi, mutando tono della voce, si irrigidì e “avvertì” la mamma che avremmo fatto tutte e tre la stessa fine, se fossimo andate a recuperare il suo corpo...

«Io seppi altri particolari molti anni più tardi […], il papà era passato […] con un sacco di pietre sulle spalle [e] tirato dai suoi aguzzini con una catena da buoi legata al collo. […] Fu lapidato con quelle stesse pietre che si era portato in spalla…

«Al suo cadavere, prima di buttarlo in una buca, tagliarono la testa: il papà aveva in bocca due denti d’oro. […] Dopo avergli spiccato la testa dal collo, portarono il trofeo a un orologiaio, affinché strappasse quei denti. Dopo giocarono a pallone, con quella testa, sui binari del treno».

La rievocazione, tramite la testimonianza della figlia Nidia, della macabra sorte di Giuseppe Cernecca, impiegato comunale di Gimino d’Istria ucciso nel 1943 a quarantaquattro anni, costituisce un piccolo ma doveroso contributo alla celebrazione del Giorno del Ricordo. Una legge approvata da una larghissima maggioranza di deputati il 30 Marzo 2004, la numero 92 di quell’anno, esordisce, infatti, così: «La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

La legge 92/2004 ha costituito una decisa inversione di tendenza rispetto all’atteggiamento di silenzio e di indifferenza ai limiti della complicità che lo Stato italiano aveva invece assunto nei cinquanta anni precedenti nei confronti della de-italianizzazione forzata dell’Istria, della Venezia Giulia e della Dalmazia. Quella che fu una vera e propria pulizia etnica fu pianificata da Josip Broz Tito tra il 1943 e il 1948 e compiuta con l’assenso e la collaborazione del Partito Comunista Italiano.

Più di trecentocinquantamila persone furono costrette ad abbandonare quella regione: «Era nostro compito indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo», racconta Milovan Gilas, che del dittatore comunista fu collaboratore e ideologo. E così, i titini decisero di scaraventare in quegli anni migliaia di uomini e donne nelle foibe. In prossimità di queste cavità carsiche – in Istria ne sono state individuate ventiquattro – profonde fino a 200 metri e spesso attraversate da corsi d’acqua sotterranei, venivano legati tra loro con del filo spinato giovani ed anziani. Una sventagliata di mitra uccideva i primi della fila ed il peso dei loro corpi trascinava nelle voragini tutti gli altri, ancora vivi. La morte giungeva soltanto dopo lunghe ed atroci sofferenze.

Non è possibile fare un calcolo preciso di quanti siano stati gli infoibati e le vittime del terrore comunista. Di 4522 dispersi si conoscono i nomi, cinquanta di essi erano sacerdoti. Le cifre più attendibili indicano il numero delle vittime tra i dieci agli oltre ventimila.

Come è stato possibile che l’esodo di oltre trecentocinquantamila persone e l’uccisione di migliaia italiani, gran parte dei quali fatti precipitare nelle foibe, sia stato sistematicamente rimosso dalle cronache (i lanci di agenzie giornalistiche sulla questione delle foibe pubblicati dal dopoguerra fino al 1990 sono stati poco più di 30!), dalla discussione politica, dai manuali scolastici e dal mondo accademico della storiografia?

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, qualche anno fa, proprio in occasione del 10 Febbraio, ha dato una risposta a questa domanda. Si tratta di una vicenda storica la cui memoria «ha rischiato di essere cancellata», di una «congiura del silenzio» ordita «per pregiudiziali ideologiche e cecità politica» e che «è stata rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali».

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