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Lunedì, 18 Ottobre 2021

Cannabis medica, 100 risposte sull'uso terapeutico della marijuana

Copertina_Bernabei_Cannabis medica

 

Dopo il recente studio sulla storia moderna della droga e l'influenza che hanno avuto per la sua diffusione i cosiddetti artisti della Beat generation statunitense (cfr. F. Bernabei, Storia moderna della droga, Edizioni Pagine, Roma 2010), Fabio Bernabei, presidente dell'associazione Osservatorio Droga e direttore responsabile dell'agenzia d'informazione Osservatorio-Droga.it, torna sul tema – sempre più scottante in Italia, anche alla luce delle ultime proposte di legge regionali in senso liberale in materia – delle presunte 'droghe leggere', a cominciare da quella cannabis che si vorebbe da più parti rendere legale con il pretesto superficiamente umanitario di alleviare le sofferenze dei malati. Nel suo ultimo saggio (Cannabis medica. 100 risposte sull'uso terapeutico della marijuana, Sugarco edizioni, Milano, 138 pp., 15 Euro), l'autore – che ha personalmente affrontato e vinto una grave forma di cancro, come racconta nella Prefazione all'opera (pp. 9-13) – spiega lucidamente, con una mole notevole di dati ed argomenti razionali, perchè la medicalizzazione di questo tipo di droga apparentemente innocua sia sempre e comunque da rifiutare. Lo studio specifico si svolge in tre parti: nella prima (“La cannabis é una medicina sicura e benefica?”, pp. 15-58) Bernabei spiega che – contrariamente a quanto talora si può leggere sui giornali – la pianta di cannabis non è mai stata riconosciuta – da nessun ente scientifico – come un farmaco. Infatti, “negli Stati Uniti, l'ente preposto al riconoscimento dei farmaci, la Food and Drugs Administration (FDA), sostiene che 'nessuno studio scientifio serio' supporta l'uso terapeutico della marijuana, e che 'fumare marijuana non produce alcun beneficio medico accettato o provato' e che quindi 'non é ammesso come trattamento medico'” (pag. 17). Al contrario, va invece sottolineato che laddove la cannabis è stata legalizzata, l'operazione é stata “frutto di una strategia giudiziaria e mediatica” (pag. 20). In Canada, ad esempio, é stata la Corte Suprema dell'Ontario “che con una sentenza del 30 luglio 2000 ha legalizzato la possibilità di coltivare marijuana per uso terapeutico personale” (pag. 21). Se si approfondisce l'iter della vicenda in questione si scopre in effetti che era stata la “medesima Corte [che], partendo da questo caso singolo, aveva dato un anno di tempo al governo canadese per cambiare la legge vigente sulla droga votata in Parlamento, pena la sua decadenza in quanto incostituzionale” (pag. 21). I supremi giudici, che in teoria dovrebbero garantire i fondamenti dello Stato costituzionale e l'osservanza delle leggi, emergono qui come nuovi soggetti politici che orientano autorevolmente il dibattito pubblico esercitando una forma di potere – evidentemente non democratico – che aggira la dinamica stessa della democrazia parlamentare per far calare dall'alto nuovi supposti diritti.

Più avanti, invece, Bernabei affronta l'altro luogo comune che considera la cannabis 'non tossica', non nociva e, in ogni caso, priva di conseguenze per la salute di chi l'assume. In realtà va detto che il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM IV-TR) dell'American Psychiatric Association ha già rilevato degi effetti acuti sul cervello dei consumatori di cannabis quali: “disturbi delle capacità cognitive (ad esempio, memoria a breve termine, capacità crituca, problem solving); disturbi motori; disturbi delle abilità psicomotorie [...] disturbi delle capacità percettive sensoriali (alterata percezione dello spazio, sensazione di rallentamento del tempo, e in genere aumentata sensibilità verso gli stimoli esterni etc...)” (pag. 25). Inoltre, altri istituti di settore specializzati come il National Institute of Health (NIH), hanno dimostrato come “una persona che fumi cinque spinelli alla settimana possa assumere più catrame e sostanze cancerogene di chi fuma un pacchetto di sigarette al giorno” (pagg. 41-42). Nella seconda parte dello studio (“Cosa succede davvero quando la cannabis diventa medica?” (pagg. 59-88) l'autore presenta poi le ragioni a dimostrazione del fatto che – lungi dall'essere un atto di civiltà giuridica – la vendita legale della cannabis medica è in realtà un “business gigantesco” (pag. 81) che non a caso vede da anni impegnato in prima linea l'imprenditore ungherese, naturalizzato statunitense, George Soros, fondatore dell'ultra-libertario Open Society Institute e notoriamente una delle venti persone più ricche del mondo. Di fatto è storicamente provato che - come peraltro logica vuole, si pensi, da altro punto di vista, al caso dell'aborto - la depenalizzazione della cannabis “ne moltiplica il consumo” (pag. 76). In Inghilterra, ad esempio, “il quotidiano The Indipendent ha reso un pubblico mea culpa per la propaganda ideologica pro-cannabis svolta in passato, che ebbe il culmine in un celebre editoriale apparso nel 1997 che diede il via ad una marcia di 16.000 persone a Londra a hyde Park [Dopo dieci anni] il quotidiano motiva la decisione di rinnegare le istanze pro-cannabis con queste parole: nel 1997, quando questo foglio reclamava la depenalizzazione, 1600 persone erano in cura per dipendenza da cannabis. Oggi sono 22000” (pag. 77). C'è poi da riflettere seriamente sul fatto che la legalizzazione giuridica ha sempre anche un effetto culturale e, in particolare, educativo, sulle giovani generazioni che vengono inevitabilmente influenzate ad abbassare la guardia quando lo Stato non condanna, o semplicemente tollera, certi comportamenti.

La terza parte, infine (“Come e pechè nasce la cannabis medica?”, pp. 87-128), fa luce sulle numerose figure, e lobby, politiche e culturali che reclamano la legalizzazione della cannabis: dall'allora ministro della salute italiano Livia Turco (che nel 2007 fece inserire i cannabinoidi tra le sostanze “con riconosciuta attività farmacologica” (pag. 91)) alla NORML (National Organization for the Reform of Marjuana Laws), “la potente organizzazione che dal 1970 si batte per la legalizzazione” (pag. 98) negli Stati Uniti d'America riuscendo nel frattempo ad aprire negozi e ristoranti appositi (i cosiddetti 'cannabis café') in diversi Stati dell'Unione (ben dodici fino ad oggi). In questa strategia di diffusione delle droghe la medicalizzazione rappresenta un passo importante proprio perché garantisce l'immunità nell'uso fornendone al contempo anche una patina di pseudo-dignità scientifica che rassicura l'opinione pubblica in vista di una seconda e più imponente accelerazione in senso libertario. Nel nostro Paese è soprattutto il Partito Radicale, a partire dal gennaio 1973, in piena rivoluzione culturale, a spingere per la liberalizzazione con le prime campagne antiproibizioniste che chiedono la depenalizzazione della marijuana. Nel dicembre dello stesso anno si avrà così la prima legge che prevede la 'non punibilità' dei consumatori di droga. Le voci contrarie, come quelle del professor Paolo Tonini – docente di diritto penale all'Università di Firenze – che dimostrarono già in tempi non sospetti un meccanismo di causa ed effetto tra le nuove, discutibili misure del legislatore e l'aumento del disagio sociale non sono state ascoltate. La lobby antiprobizionista (non la classe medica) ha così continuato a promuovere vivaci campagne pubbliche, trovando peraltro sponde trasversali come dimostra - tra gli altri, ma esemplarmente - l'azione politica di Marco Taradash, storico fondatore del CORA (il Coordinamento Radicale Antiproibizionista, istituito nel 1988), eletto per la prima volta parlamentare europeo nel 1989 nella Lista antiproibizionista e attualmente consigliere regionale del Pdl in Toscana. Come dimostrano le notizie degli ultimi giorni, nonostante la grave crisi economico-finanziaria e la nuova campagna elettorale, anche nel nostro Paese il tema è lungi dall'uscire di scena.

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