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Domenica, 12 Luglio 2020

Il terrorismo animalista “sbarca” anche in Italia

Il deputato cattolico Carlo Giovanardi che ha denunciato in Europa il terrorismo animalista

Il deputato cattolico Carlo Giovanardi che ha denunciato in Europa il terrorismo animalista

Il 9 gennaio scorso la Digos di Firenze ha operato un fermo di polizia per un giovane toscano ritenuto componente di un “commando” che, la notte di capodanno, ha incendiato otto automezzi di una ditta di latticini di Montelupo Fiorentino e provocato gravi danni al deposito merci. Il teppista, rampollo di una famiglia un tempo nobile, è ritenuto fra i responsabili di altri quattro episodi di danneggiamento a strutture di macellazione che, come quello sopra citato, portano tutti la stessa “firma”, quella di una associazione animalista nata negli Stati Uniti ed oggi costituitasi anche in Italia, il "Fronte di Liberazione degli Animali" (Animal Liberation Front). Quest’ultima non è la sola sigla del terrorismo animalista che attacca anche le persone, oltre a minacciarle di morte, come ha recentemente osservato Carlo Giovanardi in Consiglio d'Europa, denunciando i sempre più diffusi episodi di “terrorismo monotematico” ("single-issue terrorism"), nel caso toscano in chiave animalista.

Uno dei pochissimi osservatori che ha commentato in termini non di asettica cronaca l’accaduto di Montelupo Fiorentino, Michele Corti, l’ha giustamente definito un episodio non solo grave in sé, ma «che indica un ulteriore salto di qualità del terrorismo animalista. Esso non si limita più a prendere di mira gli allevamenti di cani destinati alla sperimentazione farmaceutica o quelli di animali da pelliccia, ma le strutture di trasformazione dei prodotti di origine animale dove confluiscono le materie prime (latte e carne) provenienti sia da sistemi intensivi che da quelli estensivi che assicurano libertà e aria aperta» (La cultura animalista, divulgata grazie a giornali e telegiornali, diffonde odio e svalutazione del valore della vita umana, in La nuova Bussola Quotidiana, 10/01/2013).

La problematica animalista non è una novità del nostro tempo. In tutte le epoche, infatti, non sono mancati sostenitori della c.d. “dignità degli animali” in varie tendenze religiose, letterarie, filosofiche e morali. La novità specifica degli ultimi decenni consiste nel rafforzarsi, quasi ovunque nella società occidentale secolarizzata, della convinzione per cui gli animali dovrebbero essere inclusi nel mondo della soggettività giuridica.

In Italia, come spesso accade, siamo sempre avanti in questo tipo di fenomeni degenerativi. La legge n. 189 del 2004, ad es., ha introdotto un nuovo titolo del Codice penale, denominato “Dei delitti contro il sentimento degli animali” (l’XI-bis), in virtù del quale ad essere incriminato non è più il solo comportamento diretto al maltrattamento dell’animale (il “classico” e deprecabile abbandono), ma anche qualunque altra condotta che contraddica la pretesa “sensibilità” da dover serbare nei confronti delle bestie.

Tale esasperazione ha condotto alla recente sentenza della Cassazione che, in relazione al caso di un cane “trascurato” dal proprio padrone, ha spiegato che per “abbandono” non deve più essere considerato soltanto il distacco totale e definitivo dell’animale dal proprio padrone ma, anche, «l’indifferenza, la mancanza di attenzione e il disinteresse verso l’animale», come se si trattasse di un partner (Terza Sezione Penale, n. 18892 del 13 maggio 2011).

Eppure per millenni si è pensato che la differenza ontologica tra l'uomo e l'animale fosse nella natura delle cose, perché assicurata dal riconoscimento esclusivamente al primo di caratteristiche essenziali mancanti invece nel secondo, quali la ragione, la libertà, la coscienza, il linguaggio etc. Tutto ciò è oggi rimesso in discussione, a volte con il pretesto dello sfruttamento dell'animale (e della natura) da parte dell'uomo, senza considerare quali sono poi gli effetti di questo ripensamento, che nega ogni principio gerarchico fra due.

Come ha sostenuto il filosofo del diritto Francesco Viola, è al concetto di ecosistema, differente da quello di ambiente, che sono da far risalire questi esiti anti-gerarchici, indicando il primo «una zona della superficie terrestre in cui vivono insieme diverse specie di esseri legati tra loro da rapporti mutuamente condizionantesi. Nessuno di questi esseri ha più valore degli altri, perché ognuno ha bisogno degli altri per esistere» (F. Viola, La specificità dell'uomo e i diritti degli animali, in Fondazione Rui, n. 70, settembre 1998, p. 30).

Questo egualitarismo radicale finisce però nel far prevaricare la dignità dell’uomo, come fanno i sostenitori del movimento della Deep Ecology, che a mettere in discussione la stessa permanenza dell'uomo sulla terra se essa è pregiudizievole per l'equilibrio eco-sistemico. L’uomo, insomma, sarebbe per loro “il cancro del pianeta”.

Da queste premesse, si capisce bene come quello dei “diritti degli animali”, anche se non esplicitato, sia uno dei residui ideologici impazziti persistenti in un tempo di crisi delle ideologie politiche e sociali. Perché è certo, filosoficamente e quindi anche giuridicamente, che solo gli esseri che hanno dei doveri possono avere corrispondenti diritti.

Il dovere degli uomini nei confronti degli animali è un tipico dovere “indiretto”. Quello, cioè, di non essere crudeli nei loro confronti, ma non perché ciò sia in contrasto con la loro specifica “dignità”, bensì perché un tale comportamento concretizzerebbe sentimenti dannosi per l'umanità: «In questo caso non si riconosce agli animali un valore morale, anche se abbiamo doveri che in qualche modo li riguardano. Si hanno doveri diretti solo nei confronti dei soggetti, perché solo con l'apparire della soggettività fa il suo ingresso nel mondo la dimensione della moralità» (F. Viola, art. cit., p. 34).

Non è corretto sostenere che gli animali abbiano “diritti limitati”, come fa ad esempio Peter Singer, il principale teorico dell'animalismo (il suo libro "Liberazione animale", del 1975, è stato tradotto in sei lingue e viene considerato il manifesto del movimento animalista mondiale), quali quello alla vita o di non essere trattati crudelmente. La teoria dei diritti limitati, infatti, va contro la natura stessa dei diritti umani fondamentali, che non sopporta limiti o restrizioni all'interno della categoria di esseri a cui si applica (se non quelli dettati dalla loro praticabilità). In caso contrario si ritornerebbe a sostenere che vi sono uomini con diritti limitati e vita “non degna di essere vissuta”. Ed infatti è proprio questo l’esito del pensiero del filosofo australiano che, dalle sue premesse, arriva a teorizzare l’eugenetica e l'infanticidio. Citiamo ad esempio qualche “perla” da un'intervista a Singer pubblicata da Il Foglio l’11 marzo 2008. Prima di tutto contro gli handicappati afferma: «Anche se il bambino potrà avere una vita senza eccessiva sofferenza, come nel caso della sindrome di Down, ma i genitori pensano che sia un peso eccessivo per loro e vogliono averne un altro, questa può essere una ragione per ucciderlo». Per l’inutilità dei malati terminali ha parole anche più esplicite: «E' un diritto ragionevole lasciar morire i malati neurovegetativi perché essi sono simili agli infanti disabili, non sono esseri coscienti, razionali, autonomi, la loro vita non ha valore intrinseco, il loro viaggio è arrivato alla fine». Infine, la più esplicita ed anti-umana dichiarazione di guerra alla vita umana innocente: «I feti, i bambini appena nati e i disabili sono non-persone, meno coscienti e razionali di certi animali non umani. E' legittimo ucciderli».

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