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Sabato, 04 Luglio 2020

Palatucci, in un libro il senso “ecumenico” del suo martirio

Michele Bianco su Palatucci

 

«È davvero straordinario che dal 1938 al 1944, mentre imperversavano le polemiche sugli “ebrei deicidi”, Giovanni Palatucci, funzionario di uno stato iniquo e del non diritto, che avrebbe dovuto perseguitare gli ebrei, li salvava invece a rischio della propria vita, manifestando un chiaro atteggiamento ecumenico e di apertura al dialogo, come ci attestano i testimoni della sua storia, frequentando anche la Sinagoga a due passi dalla sua abitazione di Fiume».

Con queste parole, don Michele Bianco, docente universitario e storico di Giovanni Palatucci, ha presentato - insieme al coautore Antonio De Simone Palatucci, nipote di Govanni - il volume “Giovanni Palatucci. Un Giusto e un Martire cristiano”. La presentazione è avvenuta all’Università di Bari, nel “Palazzo degli Affreschi”. Il testo, edito da La Scuola di Pitagora Editrice con la prefazione del cardinale Camillo Ruini, ripercorre la breve e intensa vita di Palatucci, Servo di Dio per aver salvato le vite di migliaia di ebrei e perseguitati, mostrando il suo martyrium caritatis et in odium fidei in senso storico e teologico, senza trascurare il significato “sociale” del suo gesto.

Nel 1938 in Italia vengono promulgate le leggi razziali, in seguito alle quali inizia anche nel nostro paese la persecuzione degli ebrei. Giovanni Palatucci, il giovane questore reggente di Fiume, in quel momento ancora italiana, aiuta senza sosta e senza risparmiarsi i perseguitati di ogni genere, in primis ebrei, fino a quando viene arrestato il 13 dicembre 1944. In questi anni riesce a salvare almeno 5000 persone dai rastrellamenti dei nazisti, come comprovato da testimonianze univoche e incontrovertibili. Il 10 febbraio 1945 Giovanni Palatucci muore nel lager di Dachau, a causa di un’infezione di tifo petecchiale oppure in seguito all’iniezione letale.

La storia di Palatucci ha molto da insegnare anche oggi. «Nella nostra epoca – prosegue don Bianco, docente di Etica Universale e Etiche contemporanee al Master di II livello di Bioetica all’Università degli Studi di Bari - definita da Gilles Lipovetsky come “l’ère du vide” che ha prodotto apatie e stile cool, ossia un pieno indifferentismo valoriale con la bancarotta del soggetto all’interno della “costellazione strutturalista”, si avverte sempre più l’esigenza del ritorno a “nuovi universali concreti”, come contro-risposta al relativismo e al nichilismo, per colmare il vuoto degli Assoluti lasciato dalla Modernità e Postmodernità. Occorre, oggi, testimoniare e impegnarsi a costruire la civiltà dell’amore basata sulla morale e sul Vangelo, proprio come fece il Servo di Dio Giovanni Palatucci».

Dalla presentazione del libro emerge la figura di un esempio precoce di ecumenismo nella Chiesa Cattolica. «In quanto funzionario di uno stato iniquo e del non diritto - conclude don Bianco - avrebbe dovuto perseguitare gli ebrei, invece li salvava a rischio della propria vita, manifestando un chiaro atteggiamento ecumenico e di apertura al dialogo, come ci attestano i testimoni della sua storia, frequentando anche la Sinagoga a due passi dalla sua abitazione di Fiume».

 

Don Michele Bianco ha risposto ad alcune domande per approfondire gli argomenti principali del libro.

Che cosa ha spinto lei e Antonio De Simone Palatucci a scrivere questo libro e quale messaggio, oltre alla straordinaria vita del protagonista, volete portare ai vostri lettori?

Ci ha spinti a scrivere quest’opera l’amore appassionato per la verità storica sulla straordinaria vita eroica del coraggioso testimone della Fede, confortata dalle opere, del penultimo questore reggente di Fiume italiana, che immolò come olocausto la sua giovane vita, a meno di 36 anni, per la soprannaturale carità di Cristo e dei perseguitati di ogni genere, soprattutto ebrei, polverizzati altrimenti dalla mostruosità della ferocia dei nazisti “Bestie di Satana”. Il messaggio da offrire ai lettori è chiaro e univoco: la forza della Fede nella testimonianza dei valori soprannaturali e immarcescibili sull’esempio del nostro Martire.

 

Che valore ha parlare oggi di martirio e persecuzione? Il martirio cristiano come può essere attualizzato nel contesto storico e sociale in cui viviamo?

Parlare oggi di martirio ha senso, dal momento che la storiografia contemporanea ha conosciuto una violenta impennata del martirio. Dodici anni fa il Beato Giovanni Paolo II dava inizio al processo della “purificazione della memoria” che si concludeva, liturgicamente, con la “Giornata del Perdono”, celebrata il 12 marzo dell’Anno Santo Giubilare del 2000. Tale processo di revisionismo storico, che riconosceva errori e colpe, passati e presenti (dal caso Galileo del 1979 a quello di Giordano Bruno del 2000; dalla correità dei cattolici nei delitti degli Ustascia croati durante il secondo conflitto mondiale agli orrori della guerra in Bosnia del 1992-95), produceva il documento della Commissione Teologica Internazionale, “Memoria e Riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato” (Libreria Editrice Vaticana), sotto la presidenza dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger.

In quella circostanza l’illuminato pontefice definiva il 1900 il “secolo dei martiri”, oltre che “degli orrori”, che ha sperimentato i campi di concentramento stalinisti e nazisti, con la strage di interi gruppi sociali (Armeni ed Ebrei) e lo sterminio sistematico e industriale ad Auschwitz, nei Gulag Sovietici e a Hiroshima.

Nella nostra epoca, definita da Gilles Lipovetsky come “l’ère du vide” che ha prodotto apatie e stile cool, ossia un pieno indifferentismo valoriale con la bancarotta del soggetto all’interno della “costellazione strutturalista”, si avverte sempre più l’esigenza del ritorno a “nuovi universali concreti”, come contro-risposta al relativismo e al nichilismo, per colmare il vuoto degli Assoluti lasciato dalla Modernità e Postmodernità. Occorre, oggi, testimoniare e impegnarsi a costruire la civiltà dell’amore basata sulla morale e sull’Vangelo, proprio come fece il Servo di Dio Giovanni Palatucci.

Martire significa in greco testimone e il mondo ha bisogno, come osservava il grande papa Paolo VI, più di testimoni che di maestri. Siamo chiamati ad applicare l’ethos per un mondo migliore e più giusto: questo è il senso del martirio nell’odierna società del postmodernismo e del postnichilismo.

 

Il Servo di Dio Giovanni Palatucci è un cristiano morto per aver aiutato gli ebrei. Cosa ci insegna sull’ecumenismo la storia di questo uomo di fede?

Giovanni Palatucci secondo le fonti storiche più qualificate (Ebrei e storici) ha sottratto allo sterminio della morsa nazista almeno 5000 ebrei insieme con tanti altri diseredati e perseguitati politici. Fu convinto assertore dell’Ecumenismo ante litteram già a partire dal 1938, l’anno delle nefande ed esecrabili leggi razziali prodotte dal PNF.

L’ecumenismo ha inizio nella Chiesa nel 1959 quando l’ebreo Isaac chiedeva all’allora pontefice Giovanni XXIII di abolire l’aggettivo “perfidi” nell”Oremus pro perfidis Judaeis” della Liturgia del Venerdì Santo, trovando benevola accoglienza, nonostante le forti resistenze di Spadafora, del Vescovo Carli e poi di Landucci e di tanti altri teologi conservatori. Soltanto nel 1965, con la promulgazione del Documento «Nostra Aetate» del 28 ottobre, si ufficializza l’ecumenismo della Chiesa Cattolica, riaffermato con convinzione nei successivi «Orientamenti» del 1974 e «Sussidi» del 1985 in cui si afferma l’origine ebraica della cristianità. La Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo nel Documento «Ebrei ed Ebraismo per la Chiesa Cattolica» (1985) alla p. 516 afferma “Gesù è ebreo e lo è per sempre”.

È davvero straordinario – e la Congregazione per le Cause dei Santi deve tenerne conto – che dal 1938 al 1944, mentre imperversavano le polemiche sugli “ebrei deicidi”, che avevano contagiato anche la Chiesa e note riviste, tra cui «La Civiltà Cattolica», Giovanni Palatucci funzionario di uno stato iniquo e del non diritto, che avrebbe dovuto perseguitare gli ebrei, invece li salvava a rischio della propria vita, manifestando un chiaro atteggiamento ecumenico e di apertura al dialogo, come ci attestano i testimoni della sua storia, frequentando anche la Sinagoga a due passi dalla sua abitazione di Fiume.

 

Le storie delle vite dei Santi, Beati e Servi di Dio, come quella raccontata nel suo ultimo libro, come possono aiutare i fedeli nella vita di tutti i giorni?

La galassia dei Santi che ci attorniano, pregano per noi, si pongono accanto a ciascuno di noi perché ci lasciamo formare dalla pedagogia del Signore che ci vuole secondo la statura di Cristo. I Santi sono nostri amici e fratelli e riverbero chiaro della presenza di Cristo; sono semafori che ci indicano la via da seguire: Cristo Gesù il Crocifisso Risorto. In questa meravigliosa costellazione si colloca la vita eccezionale del grande agonista della fede e martire della carità Giovanni Palatucci, il cui martirio può essere considerato anche in una prospettiva allargata “per la giustizia sociale”, o nel contesto del così detto “martirio bianco”, con l’annullamento della coscienza, come avveniva nei lager e nei nosocomi criminali in cui il Servo di Dio ha vissuto questa terribile esperienza.

Il nostro libro prova le tre condizioni per il riconoscimento del martirio cristiano - oltre alla “prospettiva allargata” del concetto di martirio, rivendicata oggi da molti martiròlogi - , ossia l’effusio sanguinis, che è costituita dal liquido letale iniettato nelle vene del Servo di Dio raggelandole (quantunque il liquido ematico non sia fuoriuscito è stato parimenti “effuso”!), stando alla testimonianza di Giuseppe Gregorio Gregori, compagno di baracca di Giovanni nei suoi ultimi centro giorni di vita; l’odium contra Fidem, che è rappresentato dalla ferocia dei nazisti che nel soccorritore degli ebrei vollero colpire la Chiesa, di cui l’ebraismo costituiva il sostrato, come dichiara l’illustre storico H. S. Hockerts; e, infine, la dispositio martiris è in re ipsa, nel fatto che dal 1938 al 1944, aiutando e soccorrendo gli ebrei fiumani sapeva, se scoperto, del rischio che, correva e che corse: la morte, proprio come fu.

Il nostro libro rileva il fatto che il sensus fidei dei christifideles laici, subito dopo la morte, abbia rivendicato come communis opinio la sua fama sanctitatis nella forma della fama martyrii. Nel 1990 l’Ebraismo gli ha riconosciuto il massimo titolo di “Giusto tra le Nazioni”, scrivendo il suo nome nello Yad Vashem, “Memoriale e Ricordo”. Auspichiamo che i lettori si appassionino alla grande storia del Servo di Dio Giovanni Palatucci e che la Chiesa “Santa Madre dei Santi”, per dirla col Manzoni, nella sua assoluta sovranità, lo riconosca presto Santo e Martire.

 

 

 

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