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Domenica, 15 Dicembre 2019

Centocinquantesimo anniversario dell'unità d'Italia

Uno sguardo in anteprima sul 2011
All’incirca fra un anno e mezzo, nel marzo del 2011, ricorrerà il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. Nonostante le ricorrenze semi-secolari mi coinvolgano meno dei centenari, credo si tratti comunque di un appuntamento che non si può ignorare e che anzi richieda tutta la nostra attenzione e partecipazione, in quanto in quel frangente si rinverdirà la memoria di una pagina oggettivamente rilevante, forse decisiva, della biografia nazionale.
Come per ogni ricorrenza, prima di celebrare l’evento, bisogna farne adeguata memoria, ovvero voltarsi indietro e ricostruire sia la catena di accadimenti che è sfociata nell’evento, sia che cosa è scaturito da quella data ed è giunto fino a noi, influendo in maniera maggiore o minore sul presente.
Sicuramente nei prossimi mesi vi saranno non pochi sforzi in questo senso e anche noi, nella misura delle nostre possibilità, cercheremo di onorare la scadenza.
In via del tutto preliminare mi pare opportuno tuttavia cominciare a fissare qualche coordinata preliminare, tentando di comporre un quadro e di operare una prima lettura quanto meno riguardo — sulle origini del processo unitario e risorgimentale e sulle sue vicende il discorso sarebbe adesso troppo lungo — al periodo dal 1861 a oggi.
1. Che cosa si chiude
Che cosa è accaduto, ci chiediamo per prima cosa, centocinquant’anni or sono?
Direi — anche se può parer ovvio e scontato — che nel 1861 si conclude una parabola — o un plesso di parabole fra loro intrecciate — e si apre un nuovo ciclo della storia italiana.
Le traiettorie che si esauriscono — anche se non del tutto — si possono facilmente individuare, la prima, in quello sforzo pluridecennale di edificazione di uno Stato moderno nel Paese, di cui sono artefici minoranze attive di diverse culture politiche, non necessariamente tutte ispirate ai paradigmi della modernità, che si apre con le riforme illuministiche della seconda metà del secolo XVIII e, dopo non poche metamorfosi, si conclude nella monarchia costituzionale unitaria retta dalla Casa di Savoia.
La seconda parabola che si completa con successo — ma anch’essa non definitivamente — è il processo di sostituzione alla cultura tradizionale dei popoli della Penisola un nuovo senso comune, un diverso abito di pensiero e nuovi stili di vita, improntati alle filosofie politiche scaturite dalla svolta antropologica del pensiero occidentale con Cartesio e dal libertinismo seicentesco: quel pensiero moderno, in cui si attua la «seconda» modernità, quella razionalistica, che fa seguito a quella cultura umanistica, ancora religiosa, del Quattrocento. L’effetto, benché di riporto, più decisivo di tale operazione sarà la riduzione dell’influsso del cattolicesimo sulla cultura e sugli statuti dei popoli e delle comunità, nonché la sua rimozione o emarginazione o il suo inquinamento — soprattutto attraverso la spiritualità «fredda» del giansenismo — nella vita pratica di fasce sempre più ampie della popolazione.
Se alla prima parabola si possono associare i Leitmotiv indipendentistico e unitario, all’altra è intrinsecamente legato quello «risorgimentale».
Mi riferisco qui ovviamente ai macro-processi di cambiamento i cui moventi sono intenzionali ed espliciti: ma, in Occidente quindi anche in Italia, vi è tutta una serie di mutamenti macro- e micro-strutturali, che ha avuto luogo senza che i più si accorgessero dei loro effetti di lungo periodo, dalla rivoluzione industriale alla globalizzazione della finanza, dall’emancipazione ebraica all’espansione coloniale e missionaria nel mondo.
2. Che cosa si apre
Per diametrum, come detto, con il 1861 si apre per gl’italiani una fase ulteriore di quel grande mutamento di pelle che il mondo occidentale subisce da quando nasce e si afferma nel suo seno quella realtà impalpabile ma onnipervasiva che ha nome «modernità». Da allora, fra tanti altri, entra in scena con sempre maggiore autorevolezza un soggetto nuovo, lo Stato appunto «moderno», che, succedendo in tale ruolo ai cenacoli letterari ed esoterici del Rinascimento, alle sette religiose del Seicento e alle logge massoniche del Settecento e dell’Ottocento, diventerà il principale artefice, la più potente piattaforma di sostegno, del progetto e della roadmap verso l’instaurazione di un nuovo ordine mondiale, secolarizzato, cosmopolita e sempre meno «a misura d’uomo».
Questo sviluppo non va immaginato come una linea retta in costante ascesa, bensì secondo il profilo di una curva sinusoide, la cui linea secante è, comunque, una retta in crescita. L’avvento nella sfera pubblica di una condizione nuova e ulteriore rispetto al mondo post-romano, ai secoli d’oro della civiltà cristiana e all’epoca della feconda conciliazione fra cristianesimo e modernità ai tempi dell’umanesimo, conosce infatti non poche vischiosità, tornanti, riprese, slanci e stasi, ma ineluttabilmente s’invera.
Solo dopo l’unità italiana e, dieci anni più tardi, dopo la proclamazione dell’Impero germanico, la carta dell’Europa si assesterà per qualche decennio, assumendo un assetto drasticamente diverso dall’epoca dei regimi assolutistici pre- e post-rivoluzionari. La diversità più lampante sarà l’emersione di Stati nazionali e liberali sempre più numerosi, destinati a divenirlo ancor di più quando, quarant’anni dopo il Congresso di Berlino e al chiudersi di un conflitto internazionale sanguinosissimo, gli ultimi imperi — ottomano, asburgico, tedesco-prussiano e russo — cadranno e si disintegreranno, proiettando le loro schegge ovunque.
3. Le conseguenze negative dell’unificazione
Dunque, in Italia, dopo il 1861 la minoranza monarchica, liberale e democratica che ha «fatto» il Risorgimento, ha eretto uno Stato comune e ne ha assunto il controllo, può finalmente dar avvio e compimento a quell’agognata rinascita della nazione italiana che si proponeva di creare cittadini-sudditi «nuovi», liberi, uguali e fratelli fra loro.
Questo processo di edificazione di una nuova Italia sembrerebbe dunque aver aperto prospettive di progresso uniche e non eludibili al Paese. Talmente felici furono infatti le scelte di quel frangente, che da allora è entrato in vigore una sorta di veto — o almeno di fastidio — tutte le volte che si è aperta una discussione sulla genesi e sui costi e benefici di questo nuovo edificio, della casa comune degl’italiani.
Tuttavia, è impossibile ricostruire quella memoria adeguata che invocavo all’inizio come condizione per celebrare senza chiedersi quale sia stato in realtà il portato concreto dell’unificazione. Anche perché l’oggettivo colpo di mano del 1859-1861, frutto genuino ma tutto sommato imprevisto della intelligente e spregiudicata regia di Camillo di Cavour, crea le basi dell’Italia contemporanea: quanto di strutturale messo in atto allora in un breve torno di tempo, tanto in positivo quanto nel suo aspetto di «purga» di tutto un passato, si può dire che rimanga in sostanza, nella sua ossatura, immutato fino ai nostri giorni. L’ordinamento territoriale, gli organi politici, l’amministrazione, l’esercito, la scuola, le relazioni con la Chiesa si avvieranno lungo percorsi che tutt’ora son in gran parte i medesimi. Nemmeno la dittatura fascista, la Conciliazione, la Repubblica e la Costituzione imprimeranno modifiche radicali o sostanziali a questo edificio.
In negativo, poi, la nuova classe dirigente opererà scelte «dure», preferendo costruire dopo aver sradicato e demolito piuttosto che costruire attingendo a quanto già esisteva, anche se allo stato di frammento. Cancellerà quindi d’ufficio secolari organismi politici, appropriandosi delle loro risorse finanziarie; getterà alle ortiche i loro ordinamenti e codici di leggi; esautorerà completamente — tranne forse i quadri militari più elevati — i loro dirigenti; destinerà all’esilio i loro sovrani, ancorché rassegnati e poco pericolosi. Condannerà antiche città capitali, dalla lunga e gloriosa storia nonché turgide di splendori architettonici e artistici tutt’oggi abbaglianti a uscire dalla storia e a diventare «capoluoghi» di province di pari status e tutte destinate prima o poi a divenire luogo di ricreazione di viaggiatori e di turisti sempre più numerosi e ammirati ma del tutto estranei alla loro storia.
Il sistema economico unitario, invece di essere realizzato, come al tempo — la vigilia del Quarantotto — del progetto di lega doganale, facendo fluire beni e capitali fra componenti autonome e ben consolidate geograficamente, viene costruito imponendo processi uniformi e accentrati, che creeranno forti squilibri fra le varie aree, specialmente fra il nord industriale e il sud agricolo, e che ben presto si troveranno esposti all’azione delle lobby, delle «famiglie» e delle clientele.
L’estensione a tutta la Penisola di ordinamenti e sistemi giuridici uniformi — quelli sabaudi —, con la conseguente fine delle autonomie territoriali e dei sistemi di autogoverno, così come l’accentramento totale dell’amministrazione, che avrà il suo simbolo nella figura del prefetto, creata a suo tempo a suo uso da Napoleone, saranno percepiti e accolti con difficoltà.
La riduzione coatta — tramite gli espropri dei «beni nazionali» e la soppressione di molte famiglie religiose — e la riorganizzazione dell’apparato ecclesiastico sulla base del principio di separazione fra Stato e Chiesa, nonché il suo assoggettamento al diritto comune, creeranno per la Chiesa italiana una condizione nuova e più difficile, che richiederà non poco tempo e sforzo perché se ne esca. Mentre la Questione Romana rappresenterà un cuneo, un elemento di disturbo permanente nei rapporti fra Stato unitario e Chiesa universale, con inevitabile ricaduta della tensione fra i due soggetti sulla gerarchia e sul movimento cattolico — la realtà associativa dei cattolici italiani formatasi all’indomani della rottura del rapporto organico fra autorità spirituale e potere temporale già al tempo di Napoleone —, come pure influenzerà la presenza dei cattolici nella politica. La vita stessa spirituale, la pratica religiosa, il cattolicesimo pubblico usciranno fortemente ridimensionati dai circa sei decenni di Kulturkampf silenzioso — il giurisdizionalismo — o galoppante — nei periodi di rivoluzione — contro il cristianesimo romano.
Ancora, il nuovo Stato cambierà profondamente la scuola pubblica, che — a fianco dell’esercito — diventerà il luogo della uniformazione linguistica e della sperimentazione di quei nuovi modelli di religione civile soft che anche la mia generazione, ancora nel secondo dopoguerra, ha avuto modo di sperimentare.
4. Elementi di coesione e di superamento
Queste problematiche, non di rado lancinanti, troveranno tuttavia, se non soluzione, almeno attenuazione nella presenza di alcuni elementi di continuità, che rappresenteranno altrettanti strumenti di coesione: la monarchia; l’atteggiamento «d’ordine» se non conservatore del liberalismo al potere, rafforzato dal carisma che il carabiniere si conquista; l’esercito nazionale; le guerre immediatamente intraprese dal nuovo Stato — come quella del 1866 contro l’Austria —; la conquista delle colonie; il peso sempre maggiore della scuola e degli organi di stampa, fattore decisivo nel formare il consenso dell’opinione pubblica al nuovo regime.
Aiuterà altresì in questa prospettiva l’atteggiamento spregiudicatamente «positivo» e attivo del cattolicesimo, soprattutto del clero, la cui influenza, lungi dal sobillare le masse come pretendevano gli anticlericali, garantirà che i conflitti politici e sociali scatenati dal cambiamento non oltrepassino un certo segno.
5. Lo Stato
Lo Stato nazionale, costituzionale e liberale che nasce nel 1861-1870 risolve quindi senz’altro alcuni problemi: altri, però, forse più numerosi, ne apre.
Se ci si colloca nella prospettiva degli abitanti della Penisola di allora, non si può non considerare come il nuovo organismo unitario, costruito in gran parte fortunosamente, sia di fatto un progresso, rappresenti un elemento di maggior tutela, un ombrello più ampio e più impenetrabile, per il corpo sociale in un contesto internazionale popolato da soggetti politici e militari sempre più imponenti, coesi e potenti.
Per altro verso, dopo il 1861, si vedono tuttavia le tre bandiere inalberate, i tre Leitmotiv suonati dalle trombe risorgimentali, i tre plus invocati al fine di muovere gl’italiani a darsi una patria moderna, ossia l’indipendenza, l’unità e il risorgimento, in buona parte vanificati.
Riguardo all’indipendenza, l’estromissione dell’Austria dalla Penisola sarà pagata al caro prezzo di una lunga subordinazione — almeno fino alla triplice Alleanza — alla Francia e alla Gran Bretagna.
L’unità, poi, in tesi destinata a racchiudere tutti gl’italiani sotto un unico scudo istituzionale, per ragioni diverse lascerà fuori porzioni non trascurabili della nazione italica: dalla Corsica, a Nizza e dintorni, al Ticino svizzero, ad ampie zone adriatiche, a Malta. Anzi, fra il 1912 e il 1918 l’Italia si porterà in casa nuove minoranze etniche — dopo gli albanesi del Sud e gli aostani —, come quella greca — il Dodecaneso —, germanica — il Tirolo meridionale — e slava — l’Istria e le città adriatiche —, forse poco popolose, ma a forte tendenza separatista. Non solo: in una netta eterogenesi dei fini, l’unità — così come verrà attuata — avrà come contraccolpo inevitabile il forte aumento dell’emigrazione degl’italiani, soprattutto dei ceti più umili. Dal 1876 circa inizierà infatti un esodo dal Paese sempre più intenso, a largo raggio e a più lunga durata, che comporterà il passaggio di migliaia d’italiani sotto sovranità straniere, in Europa e oltre oceano.
6. Il lascito del Risorgimento
Infine, il Risorgimento. Se l’indipendenza e l’unità sono attuate a prezzo di non pochi compromessi, problemi e strappi che smentiranno la rosea prospettiva disegnata agl’italiani nei primi decenni del secolo XIX, la diagnosi sbagliata e interessata relativa a una «decadenza civile» che avrebbe afflitto l’Italia fin dal Medioevo farà sì che tutto un capitale secolare di buoni costumi, di valide esperienze, di intensa e vissuta pratica religiosa, di buon senso comune eretto a costume verrà dilapidato e sostituito da un vivere libero, «gioioso» e spregiudicato — servata distantia ovviamente rispetto al costume attuale —, concentrato in questa fase nelle vecchie aristocrazie del sangue — spossessate di ogni ruolo istituzionale e appiattite sull’alta borghesia — e nelle nuove oligarchie del denaro, un fenomeno che avrà il suo culmine negli anni della cosiddetta «Belle Epoque». Le vecchie mentalità, parsimoniose e «codine», lasceranno il posto a un modo di pensare sempre più secolarizzato, naturalistico — se non materialistico — e burocratizzato, che si riverbererà sulle dottrine politiche, sulla scienza e sul foro. Parallelamente, i vecchi luoghi di vita, rustici e antiquati, saranno demoliti per far spazio a un enorme e grigio insieme di habitat «moderni», dai grandi falansteri industriali ai monotoni quartieri borghesi, dai monumentali palazzi del regime a lugubri «luoghi della memoria».
L’Italia fra la presa di Roma e la Prima Guerra mondiale sarà così — è uno dei pochi frutti apprezzabili dell’enorme opera storiografica di Indro Montanelli (1909-2001) e di Roberto Gervaso — l’«Italia dei notabili», un Paese cioè dalle libertà formali, egemonizzato però da una minoranza, la sola «autorizzata» a fare la politica da eletti e da elettori, di ceto alto-borghese e di orientamento «laico» e liberale, retto dalla figura forte del re. Un Paese liberato dalla tutela del Papato, per finire dominato dallo stile di pensiero e dagl’indirizzi culturali dettati dalle lobby massoniche, un Paese che discrimina i laici — per non parlare dei chierici — cattolici nelle professioni, nell’esercito, nell’amministrazione, nell’insegnamento e che, in nome del prestigio internazionale — tutto da conquistarsi essendo entrati in scena per ultimi —, ben presto assumerà un contegno attivo — se non aggressivo — verso le altre nazioni europee e africane.
7. L’arroccamento
Ma la «consorteria laica» insediatasi al vertice del nuovo Stato unitario avvertirà presto che forze sopravvenienti minacciano la sua egemonia: da una parte l’espansione nella società del movimento cattolico e il lento scongelamento del voto politico dei credenti e, dall’altro, la forte ascesa del movimento socialista, sempre meno «utopistico» e sempre più «scientifico» e in lotta per il potere dello Stato.
Attraverso il Patto stretto dal conte Ottorino Gentiloni (1865-1916), presidente dell’Unione Elettorale Cattolica, con il premier Giovanni Giolitti (1842-1928), nelle elezioni 1913 cercherà di arginare l’avversario più forte e più temuto, il socialismo, cercando così l’appoggio dei cattolici e dovendo concedere loro a tal fine uno spazio sempre rifiutato. Anche se la discriminante censitaria nell’accesso al voto nel 1912 sarà rimossa, l’esclusione dell’elettorato femminile — allora in maggioranza cattolico — farà sì che gl’iscritti nelle liste elettorali del 1913 siano circa 8,7 milioni contro una popolazione complessiva di circa 35 milioni di persone — i votanti per di più saranno solo il 58% degli aventi diritto. L’apertura lascerà quindi fuori gran parte delle cosiddette «masse» bianche, ancora in odore di sanfedismo e suscettibili di pericolose attrazioni nell’orbita rivoluzionaria, come avevano rivelato i moti milanesi del 1898.
8. La Prima guerra mondiale
Il primo conflitto mondiale vede l’Italia scendere in campo, dopo quasi un anno di attendismo, sulla spinta di una forza anch’essa nuova: il nazionalismo «naturalistico», nato da una costola dalla destra liberale, cui si associava l’ancora forte nazionalismo «democratico» di stampo mazziniano e il nuovo movimento politico nato dalla scissione da destra del socialismo e imperniata sulla figura di Benito Mussolini (1883-1945). La guerra segnerà la rottura degli schemi ottocenteschi, attuerà, anche se non totalmente, l’auspicata «nazionalizzazione delle masse» e imporrà un nuovo paradigma politico, caratterizzato dai partiti «di massa» e dal suffragio universale, che vedrà finalmente l’irruzione compatta sulla scena politica delle masse cattoliche, di cui, però, il Partito Popolare Italiano «predeterminerà» la capacità e l’alveo di azione respingendo già in sede programmatica non poche istanze del cattolicesimo popolare e genuinamente integralista.
L’imprevisto insediarsi del socialismo comunista nell’immenso impero zarista e la prepotente spinta rivoluzionaria che il nuovo Stato sovietico eserciterà nei confronti dei Paesi dell’Europa occidentale genereranno una sorta di nuova «grande paura» nei ceti dirigenti europei, che si difenderanno attuando un nuovo arroccamento preventivo, offrendo cioè spazio, questa volta, al nazionalismo e al movimento mussoliniano — che reclutava adepti e quadri soprattutto dal reducismo, quella forte frangia di combattenti che si sentiva «tradita» dall’esito «minorato» del conflitto —, a loro volta in cerca di spazio politico.
9. Il fascismo
Si aprirà così quel ventennio fascista — o «Ventennio» tout court — dai molteplici volti e dalle diverse linee di tendenza, la cui esperienza sarà tuttavia compromessa in maniera determinante dalla sconfitta italiana — e non solo fascista — nel nuovo conflitto mondiale. Se il regime autoritario di Mussolini — avallato dalla monarchia e dai «poteri forti» — aveva conosciuto momenti di altissimo consenso nazionale — ancor prima che il consenso fosse ritirato addirittura allo Stato l’8 settembre 1943 —, perderà gradualmente l’appoggio degl’italiani proprio in conseguenza, non tanto della discutibile scelta di campo, ma del modo disastroso con cui dirigerà il conflitto. Scottati dalla campagna di Grecia, dalla terrificante esperienza della spedizione in Russia, dalla debolezza — inversamente proporzionale al valore — manifestata sui vari teatri di guerra, dall’Africa Orientale e Settentrionale ai Balcani, gl’italiani un po’ alla volta prendono le distanze da un regime il cui «costo», anche se il beneficio era stato ben accolto, si rivela sempre più elevato.
Nel regime fascista il potere è articolato in forma piramidale, con al vertice il re e la nuova figura del Duce, subito al di sotto dei quali si situano la sinistra «nazionale», rappresentata in larga parte da un partito fascista «dalle due anime», al di sotto della quale vive la destra del liberalismo — i nazionalisti e i «nazionali» borghesi — e, infine, alla base, la destra cattolica e popolare, la più numerosa ma anche la componente più povera di potere.
L’opposizione all’interno di uno Stato che si fa giorno dopo giorno più autoritario, se non tendenzialmente totalitario, è ristretta a poche forze, sempre più dis-organizzate dalla repressione dell’apparato poliziesco. In primis, combatte il fascismo — almeno fino al 1939 — il partito comunista, nato nel 1921, i cui quadri e militanti, dopo la stretta del regime del 1926, emigrano in Urss o in Francia o, fino al 1939, in Spagna oppure passano alla clandestinità, magari annidandosi all’interno delle larghe maglie delle organizzazioni dei lavoratori e degli studenti fascisti, poco inclini alla compattezza dottrinale e dove bastava l’omaggio all’icona mussoliniana per poter dire ciò che si voleva.
Restava qualche brandello di opposizione «borghese», soprattutto in ambito accademico e in qualche circolo esterofilo e tecnocratico, ma anche i vertici fascisti stessi evidenziavano un pluralismo di culture, dai laicisti ai «socialisti» e alla destra nazionalista, insospettabile in un presunto totalitarismo. Dopo i Patti Lateranensi del 1929 l’opposizione interna al regime crescerà, in quanto il Duce ha fatto qualcosa di «politicamente scorretto» e che non gli verrà mai perdonato, almeno da alcuni: ha fatto la pace con la Chiesa, ha riconosciuto l’esistenza di un benché minimo Stato vaticano, ha indennizzato la Santa Sede per gli espropri e per le nazionalizzazioni successive al 1860-1870, ha ridato spazio ai vescovi nell’educazione, ha avviato la lotta al malcostume pubblico, ha messo fuori legge la massoneria.
Infine, più che un’opposizione, l’esercito e la monarchia — nonostante quest’ultima fosse non poco «fascistizzata» — rappresentano un’alternativa, forse debole, ma reale e sempre presente — come poi riveleranno i fatti del luglio-settembre 1943 —, al potere mussoliniano.

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