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Domenica, 07 Marzo 2021

Come l'Italia ha messo assieme i pezzi

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Fra i numerosi contributi frutto del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, merita di essere segnalato — quale voce fuori dal coro «risorgimentalista» — quello offerto dallo storico Paolo Macry nel suo Unità a Mezzogiorno. Come l’Italia ha messo assieme i pezzi (il Mulino, Bologna 2012, pp. 156, € 13,50).

Convinto assertore dell’unificazione politica della Penisola e nello stesso tempo consapevole che i suoi «nodi fondativi [...] non sempre hanno trovato adeguata riflessione» (p. 14), egli ritiene che l’Italia sia nata «su un letto di spine» (ibidem) per una serie di difficoltà insorte sia sul piano interno che su quello esterno, ma soprattutto che esse ruotino intorno a una «matrice territoriale» (p. 8), cioè l’evidente diversità — anche culturale — esistente fra l’ex Regno delle Due Sicilie e il resto del Paese.

La conquista del Mezzogiorno d’Italia non rientrava nei progetti iniziali del conte Camillo Benso di Cavour, primo ministro del re di Sardegna Vittorio Emanuele II e artefice del processo di unificazione, che immaginava la costituzione di un regno limitato agli Stati dell’Italia Settentrionale; ma le province meridionali, acquisite al nascente Regno d’Italia «sulla base di un evento deciso altrove e in parte imprevisto» (p. 22), si rivelano subito disomogenee rispetto alle altre aree peninsulari: «un mondo a parte» (p. 31).

Macry indaga innanzitutto sulle dinamiche dell’imprevisto crollo del Regno delle Due Sicilie, che, «per una sorta di remora ideologica, gli storici sembrano talvolta riluttanti ad analizzare» (p. 37). Nel 1860 il regno non è affatto perduto e la partita è ancora tutta da giocare, ma un colpo decisivo alla sua integrità viene dalla Sicilia, «nazione di élite e di popolo» (p. 42), che non si rassegnava alla fine dell’autonomia decretata dalla dinastia borbonica nel 1816 e che prende fuoco alla prima scintilla nel 1848 e nel 1860, dando vita a insurrezioni intense e cruente, caratterizzate da «una fenomenologia intrecciata di violenza politica e criminalità comune, che rende la guerra siciliana [...] poco adatta ad essere inserita in visioni oleografiche del Risorgimento» (p. 45). In un simile contesto vanno ridimensionati sia i non pochi errori politici e militari dei borbonici, sia il ruolo dei garibaldini, i quali fungono più da miccia che da forza d’urto: «Con Garibaldi, fin dai primi giorni, c’è la Sicilia» (p. 57), cioè una polveriera che esplode con fragore producendo un moto violento e anarchico, «rispetto al quale la nazione italiana viene buon ultima» (p. 60).

Ma la sconfitta nell’isola non sarebbe decisiva se non fosse affiancata dall’implosione degli apparati pubblici, determinata soprattutto dalla scelta di re Francesco II di Borbone, con Atto Sovrano del 25 giugno 1860, di riportare in vigore lo Statuto del 1848. Aprire le finestre a correnti d’aria rivoluzionarie mentre la Sicilia è in fiamme, richiamare gli oppositori dall’esilio e permettere la costituzione di una guardia nazionale in antitesi alla polizia e all’esercito, significa affrettare lo sfacelo. Il colpo di grazia alle strutture del regno è la contestuale nomina a prefetto di polizia e poi a ministro dell’interno dell’avvocato Liborio Romano, vecchio oppositore politico, che da un lato decapita l’amministrazione borbonica, ricostruendola sommariamente «in fattezze liberali» (p. 80), e dall’altro lato affida la gestione dell’ordine pubblico «ai gruppi violenti della camorra» (p. 64). «Nel quadro di entropia che segue l’Atto Sovrano» (p. 66) si comprende anche la défaillance dei vertici militari che, per realismo o per opportunismo, ne traggono le conseguenze e passano al nemico o depongono le armi. Ne deriva che «se si può ragionevolmente parlare di una liberazione della Sicilia, lo stesso non può dirsi per la liberazione di Napoli e del sud continentale» (p. 89); prova ne è il cosiddetto brigantaggio, «guerra civile e guerra sociale» (p. 93), che produce «molte migliaia di morti, più che in tutte le guerre risorgimentali» (ibidem).

Sconfitta l’insurrezione con una repressione violenta e con una legislazione eccezionale, il Mezzogiorno viene assimilato — è questa l’ultima parte delle riflessioni di Macry — mediante una distribuzione di ingenti risorse pubbliche alle periferie meridionali, garantendo una crescita artificiosa di quelle aree e la sopravvivenza forzata delle élite locali, scelte dalle popolazioni più per la capacità di attirare e distribuire ricchezze che per quella di promuovere la crescita economica e il bene pubblico. Questa politica produce alla lunga inefficienza e immobilismo al Sud e l’aumento della spesa pubblica italiana, nonché, specie dopo la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945), «il continuo espandersi delle funzioni dello stato e dei suoi apparati burocratici, economici e finanziari, che fa dell’Italia repubblicana il paese occidentale con il più esteso settore pubblico» (p. 129). E nonostante ciò il nodo territoriale non si è sciolto: «mettere assieme i pezzi resta, come nel 1860, il problema dei problemi» (p. 133).

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