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Domenica, 05 Dicembre 2021

Geoffry Chaucer, Il racconto del mondo

Nel ripubblicare l’opera omnia di Chesterton la casa editrice Lindau ci fa imbattere in un piacevole saggio sullo scrittore medievale inglese Geoffrey Chaucer, Il racconto del mondo. Chaucer e il medioevo, pp. 358, E. 24,50 con la prefazione di Edoardo Rialti.

Un saggio che solo in apparenza può sembrare circoscritto agli addetti ai lavori, ai professionisti della letteratura medievale e per di più inglese. In realtà si tratta di un’opera in perfetto stile chestertoniano: taglio brillante ed agile, e soprattutto apologetica ora fatta in modo esplicito, ora con quel taglio ironico e sottile, quasi sfumato, che lo caratterizza. Apologetica rispetto a che cosa e contro chi? Apologetica, come sempre in rapporto al cattolicesimo e alle sue verità, qui non tanto spirituali o di fede, quanto speculative e in rapporto alla sua concreta realizzazione storica. Di quella realizzazione storica proveniente da una visione realistica del mondo e della vita attraverso cui il cattolicesimo impregnò la mentalità e gli stili di vita dell’uomo medioevalead ogni latitudine.

Contro chi? Contro la mentalità dell’inglese supponente e snob dei suoi giorni, ammaliato dall’epoca e dal modello culturale dell’Inghilterra elisabettiana, alla cui luce tutto battezzava o tutto respingeva della storia inglese.

Ebbene Chaucer, l’autore degli splendidi Racconti di Canterbury, “traduttore” (tra virgolette, nel senso anche di interpolatore e sviluppatore originale del testo tradotto, ciò chefaceva ordinariamente il “traduttore” medievale) del Roman de la rose e di Severino Boezio, nato nel 1343 e morto nel 1400, agli occhi di Chesterton dimostra che il tipo umano e la mentalità dell’inglese contemporaneo nasce solo nell’età rinascimentale, affermandosi in epoca elisabettiana e trionfando nei secoli successivi: ma nel medioevo inglese proprio non è rinvenibile.

Il medioevo inglese è, come nel resto dell’Europa occidentale e del nord, cattolico in tutto e per tutto; e l’uomo inglese era allora quasi indistinguibile dal francese, per cultura e addirittura per linguaparadossalmente, ma con esattezza storica, Chesterton può affermare che è stata santa Giovanna d’Arco a far nascere l’Inghilterra.

Chaucer, ironizza Chesterton, “era orgoglioso di essere inglese [nel senso vittoriano del termine] di sana pianta, con la Bibbia sotto il braccio e il libro della contabilità sotto l’altro, quanto lo era un cosacco del XII secolo di essere un comunista del XX secolo”.

Chaucer è ancora l’uomo della Cristianità unita, del mondo del Sacro Romano Impero, della fedeltà feudale, evidente anche nel suo servizio a Giovanni di Gand e a Re Riccardo II, la cui sconfitta è avvertita da Chesterton come un profondo ed infausto cambiamento di indirizzo della monarchia inglese che da popolare diventa aristocratica, con conseguenze evidenti sulla società. Chaucer è ancora l’emblema di un mondo che ha il suo centro religioso in Roma, nel papa. Un mondo che vive dell’ideale di crociata e nel rammarico per non riuscire a compierla.

In lui Chesterton vede invece l’uomo che incarnava “i quattro pilastri della Cristianità”, ovvero l’essere inglese in un tempo in cui la coscienza dell’identità nazionale era agli albori; Cattolico in un tempo in cui l’unità cattolica europea era all’inizio della sua fine; cavaliere nel momento dell’autunno della cavalleria e borghese al tempo stesso, per l’ambiente nel quale visse, sotto il sistema delle Gilde. Un uomo dunque che visse nell’autunno di un’epoca, ma che di quell’epoca faceva pienamente e consapevolmente parte.

Ovviamente la questione religiosa è sempre centrale nelle riflessioni di Chesterton. Né Chaucer né la sua epoca precorsero la Riforma. Nel medioevo, spiega Chesterton, i cristiani non venivano sconvolti dal fatto che un papa falso potesse opporsi a un papa vero, ma che “uno dei papi si fosse messo pubblicamente a dire che il purgatorio non esisteva”. Cioè che pronunciasse eresie. Così come l’ironia e la polemica di Chaucer contro un monaco non è figlia di un pregiudizio religioso simile ai luterani ma, semmai, una polemica contro un monaco che non era abbastanza monaco, cioè non conduceva una vita conforme al suo stato nella cattolicità e agli ideali che aveva sposato.

La polemica antiprotestante corre anche su un binario parallelo che investe lo spirito della modernità. Il medioevo ne costituisce l’antitesi e tale antitesi si coglie nella disputa “sulle idee”. “Il mondo medievale – scrive Chesterton - con tutti i suoi crimini, e la sua crudeltà, era intensamente interessato alle idee in quanto idee e non era affatto interessato ad esse perché medievali. I moderni invece, e in particolar modo i modernisti, sono profondamente interessati al fatto che le idee moderne sono moderne”. E ancora: ”Chaucer non fu un uomo che si preoccupava che le idee fossero nuove. A lui bastava … che fossero vere”. Sul piano della mentalità e del raziocinio il medioevo fu l’epoca della logica per eccellenza, dell’equilibrio dagli estremi, radicalmente opposta a quella rinascimentale-elisabettiana interessata a “sondare le voragini estreme dell’esistenza e i precipizi dell’immaginazione umana” con la conseguenza, nota acutamente Chesterton, che se ciò implica un incremento di libertà, ne comporta pure un altro in termini di perdita di sanità. E il raffronto anche letterario Chaucer-Shakespeare oppure storico tra l’epoca di Riccardo II (1369-1400) e l’età elisabettiana ne rendono ragione: le prime furono epoche dove il senso della comunità e di una visione della vita conforme a una comune filosofia generale erano evidenti, rispetto ad un’epoca sì di straordinaria intelligenza ed acutezza, di fine diplomazia e di arte politica, ma non fu un’epoca “ariosa” quale è quella che si respirava attraverso le opere di Chaucer; né si è in presenza di uno spirito popolare come al tempo di Riccardo II: quella medievale fu infatti epoca di rivolte popolari, quella di Elisabetta, invece, di cospirazioni.

La modernità rinascimentale-elisabettiana è tendenzialmente cupa e la letteratura lo illustra chiaramente: non Dante è cupo e Shakespeare allegro, come la vulgata vorrebbe. Chesterton rovescia il giudizio: Shakespeare avrebbe potuto cimentarsi nel descrivere l’Inferno, scrive, ma non nel raccontare il Paradiso: lì, il concetto di “ariosità”, si manifesta in tutta la sua ricchezza. E come Dante anche Chaucer possiede questa “ariosità” perché era la stessa l’aria che si respirava nella sua epoca, a differenza della cupezza shakespeariana che “sembra identificarsi con Amleto che definiva la Danimarca una prigione, e anche il mondo intero una prigione”.

La forza del realismo del medioevo cattolico, che ne determinava nella società una varietà di espressioni e di colori sgargianti riflettentisi a loro volta nell’arte e nella letteratura, consisteva, a giudizio di Chesterton, nell’armonica presenza di due forze che solo raramente rivaleggiavano: il misticismo della Fede e il pensiero e la saggezza ereditati dal paganesimo. Due modelli che correvano paralleli, ma con quello cristiano che stava al di sopra. Il Cattolicesimo medievale ebbe la mirabile capacità di compiere questa sintesi espressa nei capolavori della Summa di Tommaso d’Aquino e nella Commedia di Dante, attraverso i quali la filosofia e la teologia riuscirono a costruire un sistema completo, ragionevole, di una pienezza tale da “non permettere che il suo stesso pensiero fosse frammentario; … che un frammento della verità fosse buono tanto quanto la verità nel suo complesso. Ancor meno si azzardò a pensare, come fa il vero eretico, che un frammento della verità fosse migliore della verità”. Come si vede in Chesterton l’apologeta è sempre dietro l’angolo. Lui cattolico in una società compattamente e orgogliosamente protestante non manca mai di ricordare la Verità cattolica che si esprime nella verità della storia e della logica. Convinto come era che il cattolicesimo è il luogo nel quale tutte le verità si danno appuntamento, Chesterton non temeva il confronto con nessun dato della storia, dell’esperienza, del pensiero, in ogni campo. E le sue opere ci dimostrano che veramente l’apologetica è un’opera di carità, la carità della Verità, di quella Verità che conduce alla Chiesa cattolica e a Cristo. E non uno sterile esercizio di dialettica sofistica col quale affermare se stessi e le proprie ragioni.

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