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Sabato, 04 Dicembre 2021

Anno della Fede e crisi contemporanea

Benedetto_XVI

 

Il 17 ottobre dello scorso anno era resa pubblica – recando, significativamente, come data formale l’undici di ottobre, anniversario dell’indizione del Concilio Vaticano II – la Lettera Apostolica Porta Fidei, per mezzo della quale si indiceva un Anno della fede. Il motivo, nella sua semplicità, è, in realtà, drammatico. L’uomo contemporaneo, causa il nichilismo nel quale è immerso e del quale ormai, non ha neanche contezza, è incamminato verso l’oblio del sacro, della dimensione ultramondana della sua vita: la maggioranza dei nostri simili, a noi coevi, ritiene questa vita come l’unica possibilità che il caso ha offerto loro e, dunque, cercano di suggerne – come fosse un frutto –, qui ed ora, tutte le “dolcezze”possibili, costi quel che costi. Dimenticando, così, due “massime”, che, invece, potrebbero aiutarci a vivere meglio; la prima è del padre Sertillanges, domenicano (1863-1948): «Dio, spesso, ci aiuta non aiutandoci». La seconda, forse ancora più icastica, è di James Lowell (1819-1891) : «Soddisfare i nostri desideri è una delle punizioni più severe cui Dio possa sottoporci». Naturalmente, il Santo Padre, custode primo della Fede, non poteva non fare qualcosa, per indicare all’uomo del duemila la giusta direzione da seguire: ed ecco l’anno della fede, per vincere quella crisi di fede e morale – della quale la crisi economica è solo l’epifenomeno, come ha più volte ricordato lo stesso pontefice –, che svuotando la vita di significato, aumenta la fatica di vivere, attuando, così, quel paradosso esemplarmente reso dalla penna del giornalista ed umorista francese Alphonse Allais (1854-1905): «Più la vita è vuota, è più diventa pesante». In particolare, il Papa rileva che il presupposto della fede, come elemento del vivere comune è ormai negato. Più avanti, rincara la dose: «Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone». All’inizio dell’Anno della fede, dunque, può essere utile ripercorrere le tappe finali di un processo storico ormai plurisecolare – dalla rivoluzione luterana – di Rivoluzione, che ha portato lentamente, ma inesorabilmente all’erosione della fede nel popolo di Dio e che, appunto, ha toccato molte persone. In questa sede, come dicevo, basta soffermarci su quanto accaduto negli ultimi ottant’anni. Negli anni ‘30 del secolo scorso, si sviluppò una sorta di neo-marxismo guidato da Antonio Gramsci (1891-1937) prima e dalla scuola di Francoforte poi; cercò di andare oltre la semplice dittatura del proletariato da raggiungere tramite la lotta di classe. I prodromi di questa storia risalgono al 1922; Lenin riunì una sorta di comitato all’Istituto Marx-Engels di Mosca per ripensare in chiave più moderna il concetto di rivoluzione. Tra i partecipanti a questo incontro vi erano, fra gli altri, Gyorge Lukacs (1885-1971) e Willy Munzenberg (1889-1940). Lo scopo di quella riunione era di precisare il concetto di Rivoluzione culturale; purtroppo, si giunse al risultato sperato e si arrivò alla conclusione che la rivoluzione sarebbe dovuta divenire “totale”: tutto l’uomo e quanto lo riguardava, doveva essere coinvolto. Secondo lo schema della dialettica hegeliana nulla sarebbe dovuto rimanere immutato: affetti, lavoro, famiglia, costumi, giudizi, tutto sarebbe dovuto essere investito e trasformato dalle forze materiali della storia. In particolare, Lukacs individuò nella forza prorompente dell’istinto sessuale il grimaldello per scardinare la famiglia e la società borghese. In perfetto accordo, del resto, con quanto avevano detto Marx (1818-1883) prima e Gramsci dopo; essi individuarono le roccaforti della società occidentale, cristiana, nei corpi intermedi con la loro complessa articolazione: attenzione alla persona, famiglia, corporazioni, associazioni, municipio e religione con la forza morale da essa derivante e capace, dunque, di frenare gli istinti animaleschi dell’uomo. Munzenberg, invece, ebbe un’intuizione geniale, di per sé neutra, usata poi come una “gioiosa macchina da guerra” dai francofortesi: «Dobbiamo organizzare gli intellettuali per corrompere l’Occidente». L’anno seguente fu creato a Francoforte l’Istituto per il marxismo, poi mutato in Istituto per la ricerca sociale; per capirne l’importanza basta vedere i nomi di alcuni suoi collaboratori: Max Horkeimer (1895-1973), Theodor Adorno (1903-1969), Wilheim Reich (1897-1957), e il già citato Herbert Marcuse (1898-1979). Oltre ai nomi, per capirne l’influenza, estesa fino ai nostri giorni, occorrerà guardarne programmi e strategie; si prefissero lo scopo, —riuscendovi, di fatto — di creare una cultura completamente alternativa a quella naturale e cristiana: trasformazione della famiglia tradizionale nella comune, cambio totale dei costumi sessuali, libertà di drogarsi, abbandono di ogni forma di autorità e cortesia, ect. Fu importante, per la strategia del gruppo, il trasferimento a metà degli anni 30 negli Stati Uniti; dalle prestigiose Università americane, questa controcultura si diffuse più velocemente nel mondo: anzi, essa costituì l’asse portante del 68’. Un ruolo preponderante per la diffusione lo ebbe proprio Marcuse, il quale — sulla scia del trotzkismo — comprese, che tanti e tali cambiamenti nel costume e nel comune sentire degli uomini, dovevano essere diffusi lentamente e capillarmente, quasi come microbi invisibili: diversamente, ci sarebbe stata la reazione. Purtroppo, ci vide bene. Lo studioso Corrado Gnerre, rilevando, come il passaggio dalla rivoluzione socioeconomica a quella culturale, poteva non richiedere più l’esistenza di partiti monolitici, granitici, ingessati, ma qualcosa di più fluido, ha felicemente tratteggiato la strategia francofortese: «Occorrevano, per esempio, delle lobbies, dei gruppi di pressione, capaci di muoversi in campo culturale e di modificare i giudizi delle masse. Ma non solo. Soprattutto questi gruppi di pressione dovevano essere capaci di acuire le tensioni sociali, ecc…per fare in modo che lo scontro sociale stesso potesse produrre la definitiva mutazione della civiltà tradizionale e cristiana». Esattamente quello che è successo negli ultimi trent’anni. Un altro che potremmo definire “profetico, — anche se nel male — fu Adorno, che espresse un’opinione sui media, assolutamente centrata e, poi, adeguatamente sfruttata dai pensatori rivoluzionari. Scrisse che: «Allorquando la maggioranza degli americani avesse trascorso il proprio tempo davanti alla televisione o ad uno schermo cinematografico, sarebbe stato facilmente portato a termine il processo di distruzione della società capitalista borghese». Sua fu anche l’intuizione che “l’industria culturale”crea bisogni e modelli di comportamento uniformi. Significativo e condivisibile, appare il commento di Gnerre: «Oggi, il cosiddetto uomo della strada cosa risponderebbe a domande come queste: “Cosa è la verità? Oppure Esiste la verità? Sicuramente nicchierebbe palesando la giustezza e la correttezza del suo nicchiare. Ormai il suo pensiero è perfettamente in sintonia con il talk—show televisivo della sera precedente». In quegli stessi anni, anche la massoneria perseguiva i medesimi obiettivi con metodi identici. Come rileva la studiosa Angela Pellicciari — citando e un articolo uscito su una rivista massonica americana nel 1928 e, poi, documenti sequestrati nell’ottocento alle logge romane —, si mira a recidere il legame dell’uomo con Dio, con la società, e con la famiglia attraverso un uso smodato dell’istinto sessuale. Il fine era quello di “costruire” un “uomo nuovo”, fiaccato dalle passioni; infatti, un individuo isolato, senza valori forti, sarebbe divenuto più facilmente un ingranaggio dello Stato, che tutto avrebbe dominato: naturalmente, gli uomini a capo di un simile Stato sarebbero stati gli stessi massoni. Leggiamo quanto riportano i documenti citati dalla Pellicciari: «La religione non teme i colpi di spada; ma può estinguersi sotto i colpi della corruzione. Non stanchiamoci mai della corruzione: usiamo un pretesto come lo sport, l’igiene, la cura della salute. E’ necessario corrompere: che i nostri giovani pratichino il nudismo.

Per scongiurare una reazione eccessiva, bisogna procedere metodicamente: bisogna cominciare con lo scoprire il gomito; poi passare alle ginocchia; quindi a gambe e braccia completamente scoperte; poi la parte superiore del torace, le spalle, ecc. ecc.”. (…)”Abbiamo deciso che non vogliamo più cristiani; evitiamo dunque di fare martiri: pubblicizziamo piuttosto il vizio presso il popolo”; “L’essenziale è isolare l’uomo dalla famiglia, è fargliene perdere le abitudini”; “L’uomo ama le lunghe chiacchiere al caffè e assistere ozioso agli spettacoli. Intrattenetelo, lavoratelo con destrezza, fategli credere di essere importante; insegnategli poco a poco ad avere disgusto delle occupazioni quotidiane, e così, dopo averlo separato da moglie e figli e dopo avergli mostrato quanto è faticoso vivere adempiendo ai propri doveri, inculcategli il desiderio di una vita diversa». Purtroppo, è di un’evidenza lampante, si è lavorato più che bene…quanto auspicato, oggi, è realtà! A ben vedere, sembra il copione, già scritto, di tanti programmi televisivi attuali, fiction e talk-show, che si credono originali ed invece eseguono, – di solito inconsapevolmente e ciò è grottesco – piani già decisi altrove… Programmi, questi, tesi a ridicolizzare e a mettere in cattiva luce chiunque tenti di adempiere “normalmente! ai propri doveri di stato. Per convincersene, basta accendere la TV, soprattutto dall’ora di pranzo in poi, quando la famiglia è riunita a tavola… Anzi, la parola “doveri” è proprio scomparsa dal sentire comune; tutti, ormai, ossessivamente, non fanno che chiedere diritti, diritti e ancora diritti. Lo scrittore e giornalista Vittorio Messori, su questo argomento, riportò alcune penetranti osservazioni, che il dissidente sovietico A Solzenicyn: pronunciò in un famosissimo discorso a Harvard, nel 1978: «Per l’Occidente è venuto il momento di affermare i doveri delle genti più ancora che i loro diritti (…) Non vedo alcuna salvezza per l’umanità al di fuori dell’auto-restrizione dei diritti di ciascun individuo e di ciascun popolo». Inutile ricordare, che da quel momento su Solzenicyn e sulla sua opera intellettuale è caduta una sorta di damnatio memoriae per opera della cosiddetta intellighenzia occidentale, Apprestiamoci, dunque, a vivere questo Anno della fede – che si concluderà il 24 novembre 2013, vigilia della festa di Cristo Re – cercando di vivere in prima persona – a partire dallo scrivente – gli aspetti fondamentali messi in evidenza da BenedettoXVI.

James Russell Lowell

James Russell Lowell

 

In primis, rafforzare nella fede noi stessi – attraverso la riflessione – per meglio comunicare agli altri –ad intra e ad extra nella Chiesa – la bellezza dell’adesione al vangelo. Allo scopo, il papa raccomanda specificamente di approfondire lo studio del Catechismo della Chiesa Cattolica – del quale ricorre il ventesimo anniversario di pubblicazione – e dei documenti del Concilio Vaticano II – del quale ricorre il cinquantesimo dell’apertura –, da lui definito come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX. Ha poi sollecitato, ovviamente, la nostra testimonianza personale: occorre essere dei credenti credibili. Testimonianza che, tuttavia, non può ridursi al privato o al massimo negli spazi sacri, ma che deve essere anche pubblica. Infine, occorre partecipare alla vita della Chiesa perché la stessa professione della fede è un atto personale ed insieme comunitario.

Insomma, abbiamo davanti un anno ricco di grazie e di possibilità; a ciascuno il suo secondo i propri carismi ed inclinazioni. A nessuno, però, è permesso di stare con le mani in mano: buon Anno della fede a tutti!

Cosimo Galasso

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