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La dittatura dello “stato canaglia”

thatcher e reagan

 

Gli ultimi scandali alla Regione Lazio non fanno altro che rafforzare l’indignazione popolare contro il ceto politico, e così si ritorna a parlare di tagli, e di riduzione degli uomini politici in questo caso della politica locale. Ma basterà? Basteranno i controlli preventivi della Corte dei Conti sulle Regioni? Ma non li facevano anche prima, in particolare per le regioni dove il fenomeno corruzione era più diffuso.

Sul sistema di governo locale, forse ha ragione il professore Antonio Martino, è indifendibile e va cambiato con la massima urgenza. Non c'è quasi regione italiana che non sia stata investita da scandali connessi alla gestione avventurosa quando non truffaldina del pubblico denaro. Dalla Lombardia alla Sicilia, passando per il Lazio e la Puglia, è stato un susseguirsi di sordidi episodi di malaffare, sprechi, ruberie e simili”. Infatti, pare che l’amministrazione locale sia quasi tutta figlia di quella 1a Repubblica equamente distribuita in entrambi gli schieramenti politici. 

Dunque la soluzione finale è nel sostituire un ceto politico con un altro? Ripartire da zero, dal nulla, come hanno fatto le ideologie del 900? Mi sembra estremamente pericoloso, sono d’accordo con le riflessioni di Renato Farina: le persone non si rottamano, non sono cose. Non credo però che sia solo questione di rottamazione del vecchio per dare spazio al giovane, forse è opportuno ripartire dai contenuti, magari dai principi non negoziabili. Certamente l’operazione primarie è un ottimo strumento per ripartire, è bene stanno facendo Alfredo Mantovano e Gianni Alemanno con i circoli delmovimento Nuova Italia. Anche se non condivido qualche loro timida apertura a Monti.L’onorevole Mantovano rispondendo alle domande del quotidiano online Sussidiario.net, ha affermato che“certamente i festini colpiscono e disgustano per le la forza evocativa della immagini a cui abbiamo assistito. Effettivamente, tuttavia, rappresentano solo una parte del problema. La punta di un iceberg costituito da un ingombrante presenza dello Stato in settori che potrebbero tranquillamente funzionare da sé”. Insomma la questione delle questioni è lo Stato mamma che pensa a tutto.  

A questo proposito sono interessanti le riflessioni di Piero Ostellino in un suo libro di qualche anno fa, Lo Stato canaglia, edito da Rizzoli, sulla cosiddetta casta dei politici e quindi sul best-seller che ha avuto tanto successo, La Casta, di Sergio Rizzo e Antonio Stella. Attenzione, scrive Ostellino, non credete che il problema si risolve semplicemente “sostituendo alla testa dello Stato i disonesti con gli onesti”. L’economista del Corriere della sera ribadisce che “la casta non è, al contrario di quanto sostenga la vulgata popolare e contrabbandino moralisti e analisti incolti o in totale malafede, una classe politica disonesta o anche solo incapace. No. La casta è, al contrario, lo Stato stesso; Stato ipertrofico, invasivo; Stato della spesa pubblica e delle tasse elevate; Stato razionalmente consapevole del proprio ruolo e determinato a imporlo”. In sostanza per Ostellino, è lo “Stato canaglia” che, attraverso i rappresentanti del popolo al governo, quale ne sia il colore, utilizza l’eccesso di potere di cui dispone per estorcere quanta più ricchezza può al popolo”. Per poi distribuirla alla classe politica di governo e degli enti locali, agli alti dirigenti della pubblica amministrazione, alle varie corporazioni, nonché sotto forma di assistenzialismo, cioè a quella fetta di popolazione della quale vuole garantirsi il consenso.

lo Stato canaglia

 

Ed è veramente originale quello che Ostellino pensa del libro di Rizzo e Stella, definendolo“la Bibbia del qualunquismo e del populismo militanti”, in pratica un’arma contundente da brandire sempre e comunque contro la politica “sporca”, certamente è alimento dell’antipolitica. Anche se il libro ha offerto un’infinità di esempi di sprechi, inefficienze, privilegi, offrendo un ottimo servizio di documentazione, fin qui tutto bene, ma non ha fatto l’ulteriore passo avanti. Non ha detto “quale sia il ‘nessocasuale’, il rapporto fra causa – la natura dello stato e la cultura della sua classe dirigente – ed effetto (gli sprechi, le inefficienze, i privilegi)”. Purtroppo per Ostellinoil libro La Casta ha una propensione allo scandalismo fine a se stesso, una specie di sindrome autoritaria del giustizialismo dipietrista in politica.

Il libro di Ostellino riesce a fotografare egregiamente la realtà sociopolitica del nostro Paese che non è libero, dove tutto è vietato tranne ciò che è esplicitamente consentito. L’Italia è un Paese paralizzato da un numero spropositato di leggi e regolamenti, qualcuno sostiene che sono addirittura centocinquantamila, tra l’altro scritte male, astruse e incomprensibili. Il nostro Paese “è soffocato dalla cultura burocratica invasiva e ottusa; gestito da una pubblica amministrazione, pletorica, costosa e inefficiente e, non di rado, corrotta; vessato da un sistema fiscale punitivo per chi paga le tasse e distratto nei confronti di chi non li paga; prigioniero di corporazioni e interessi clientelari; nelle mani, da Roma in giù, della criminalità organizzata”.

E’ un’analisi esagerata quella di Ostellino? Non credo, soprattutto dopo aver letto una notizia shock sul quotidiano online Legnostorto.com. a proposito di una ragazza della bassa bresciana uccisa dal suo fidanzato nel 1989, che poi venne condannato a undici anni di carcere, con l'accusa di omicidio volontario ed occultamento di cadavere. L'assassino, grazie ai benefici di legge, di carcere ha scontato circa sei anni. I giornali ne riparlano oggi, a distanza di ventitrè anni, perché “il fiscoha avuto la faccia di chiedere ai genitori della giovane i soldi per le spese processuali. L'importo, come noto ai più, dovrebbe essere a carico al condannato ma, nella fattispecie, questo non è successo e lo Stato non ha trovato nulla di meglio che chiedere quei soldi ai genitori dell'uccisa trasformandoli in due volte vittime”. Una somma non piccola, ottomila euro dell'imposta di registro di quella sentenza che condannò l'assassino della loro figliola. Secondo l’articolista di legnostorto, il fisco italiano ha fatto questo ragionamento: «considerando che io Stato non sono riuscito ad incassare l'importo da chi era destinato a versarlo, intanto paga tu e poi ti rivali sulla persona giudicata colpevole». La quale, aggiungiamo noi, se non ha rispettato la legge con lo Stato, men che mai lo farà con il privato. Quest'ultimo, dal canto suo, dovrebbe prima pagare di tasca propria la somma reclamata e poi rivalersi, anche tramite gli organi preposti dello stesso Stato (tribunali, ufficiali giudiziari, ecc.) verso chi la stessa avrebbe dovuto versare.

E allora, anche in questo caso come in innumerevoli altri ancora, la domanda da porsi è purtroppo sempre la medesima: è mai possibile sapere di avere a che fare con un siffatto Stato (ed il suo fisco)?(Gianluca Perricone, Come è possibile avere a che fare con questo Stato? 3.10.12 Legnostorto.com)

Pertanto per concludere, questo Stato predatore, che si è sviluppato nel corso di oltre duecento anni, non è la soluzione, ma il problema, come pensava Ronald Reagan, il presidente della deregulation che ha rilanciato l’economia americana. Piuttosto occorre auspicare una bella cura dimagrante di questo Stato che si riduca il suo potere e si ripristini l’autonomia della società civile e dell’individuo.

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