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Domenica, 12 Luglio 2020

Rovesciare il '68

Traggo dal testo “Rovesciare il '68” di Marcello Veneziani, edito da Mondadori, che ho appena letto, alcune riflessioni controcorrente. Già il sottotitolo evidenzia la caratteristica del libro: “pensieri contromano su quarant'anni di conformismo di massa”.

In estate in tutti i paesi soprattutto del sud si festeggia i loro compleanni, le feste patronali. Vengono concentrate in questo periodo per farle coincidere col ritorno in patria degli emigrati. Ormai sono ridiventato anch'io un emigrato. Veneziani nel suo libro evidenzia il contorno umano che solitamente si può trovare in queste feste: “(...)luminarie e bancarelle come uno straniero in patria, circondato da neri vendono elefanti in legno, cd masterizzati e caricatori di cellulari, arabi che sciamano con imprecisati malloppi nei vicoli del centro storico, peruviani col loro artigianato finto etnico, più qualche cinese che vende cianfrusaglie di pacchiana inutilità”. Da sottolineare che lo scrittore pugliese non è razzista, del resto, lo scrive nel libro: “il peggior razzismo è nel considerare il diverso uguale a noi e agli altri. Fingendo che non esiste nessuna differenza, si nega e si disprezza la sua diversità”.

Facendo riferimento al suo paese, ma ognuno può fare riferimento al proprio, Veneziani col piglio polemico, scrive: “Torni nella piazza del tuo paese per cercare il sapore del tempo perduto e ti sembra di essere sceso in Senegal o in Costa d'Avorio”. Il giornalista pugliese insiste: “I luoghi più tipici del tuo paese sembrano i padiglioni di una fiera internazionale; cerchi la tradizione e trovi la globalizzazione, girone sfigati. Torni nel grembo materno della tua terra e trovi l'ipermercato dei vu cumprà”. In sostanza, per Veneziani, una festa patronale dovrebbe essere un evento straordinario che dovrebbe farti uscire dalla vita quotidiana, invece, “l'invasione globale riduce la festa a un suk in cui si vendono le stesse cose di ogni luogo e di ogni giorno”.

Una festa patronale non può diventare una specie di “giochi senza frontiere, il Bronx o una specie di raduno degli sfollati del pianeta”, a questo punto, meglio abolirla, “piuttosto che snaturarla in una specie di notte bianca e globale. E subito si chiede: “che ci azzeccano i neri con San Pantaleo e i cinesi con la Madonna del Pozzo? Chi dice che questo è razzismo è un cretino. Il razzismo nasce al contrario da chi non comprende l'esigenza di coltivare il locale oltre il globale, di tutelare l'identità a fianco della solidarietà”. Del resto per non apparire razzisti, non possiamo schiacciare le nostre tradizioni col rullo compressore, così rischiamo di far esplodere le identità represse e mortificate, che col tempo, possono assumere anche forme aggressive, tribali, razziste, xenofobe. Giusto aprirsi al mondo per conoscere l'altro, ma ognuno di noi dovrebbe avere il diritto a qualche occasione per ritrovare il proprio habitat, la propria inconfondibile casa. “Abbiamo bisogno di novità ma anche di rassicurazioni. Non puoi tornare a casa e trovare un cinese al posto di tua madre. E' come se alla sagra del pesce azzurro si vendessero cotolette alla milanese”. Tra l'altro, mi raccontano i miei parenti che nel mio paese nativo, le vecchie case, le stanno comprando con pochi euro, gente straniera, impensabile fino a qualche anno fa.

Veneziani non manca di criticare le cosiddette notti bianche, che sono sbarcate anche nei piccoli comuni. “Ce l'abbiamo pure noi. Ma condannare un piccolo paese a passare la notte in bianco è una festa o una punizione?” Si chiede Veneziani. Del resto, “che ci fanno i poveri abitanti di un piccolo comune per una notte intera in giro nelle quattro strade che battono tutto il dì?” I piccoli comuni non possono permettersi attrazioni di grande livello, allora ci sarà il “solito concertino skrauso, inevitabilmente di serie C, la solita taranta”. Mentre la città offre maggiore attrazione a cominciare dallo spettacolo di se stessa. E' un pò triste per un paese esortare qualche decina di giovani a tirar tutta la notte, a inventare un nuovo cococò. Questo è il vero provincialismo, imitare la città, che poi si tratta di una ripetizione pacchiana dell'originale. Pertanto si possono comprendere le ragioni delle varie amministrazioni che cercano consensi tra i giovani, “però questo bagno di pubblico di rock, questo welfare della pizzica, ricorda l'Eca di una volta, l'ente comunale assistenza applicato alla circense e non al pane per i poveri”.

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