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Domenica, 16 Giugno 2019

FOTO PATRIZIA ALLOTTA 1

Ho conosciuto Maria Patrizia Allotta durante la Cerimonia di Premiazione della scorsa edizione del “Concorso Letterario Himera” ed ho avvertito immediatamente una certa affinità elettiva, della quale ho avuto poi conferma durante la nostra intervista.

Nata a Palermo, dove insegna Filosofia e Scienze Umane, è fattivamente impegnata in attività socio-culturali di elevata caratura; fra le sue onorificenze, è Accademica di Sicilia e dell’Accademia Siciliana Cultura Umanistica.

Interessante il suo coinvolgimento nell’ambito letterario, in qualità di curatrice, giurata in premi letterari, nonché critica.

Nel 2012 ha pubblicato la sua prima raccolta di liriche “Anima all’alba” (Edizioni Thule); nel 2015 ha pubblicato il saggio “Nel buio aspettando l’alba. Speranza che non muore” (Edizioni Limina Mentis).

Maria Patrizia, attenta alla formazione “globale” dei giovani, individua nel dialogo educativo la determinazione dialettica tra docente e discente e concepisce l’attività pedagogica come un percorso di crescita integrale, cosa diversa rispetto all’ordinario processo di trasmissione culturale.

Il suo rapporto con gli studenti è sinergico e positivo e quando afferma “che non tutto è perduto” il messaggio che vuole far passare è di grande speranza.

La sua continua ricerca di risposte rispetto alle tematiche esistenziali, la conduce all’esplorazione e all’interiorizzazione di orizzonti metafisici tradizionali.

La fede, sostenuta da un solido vissuto spirituale, rappresenta per lei il più valido sostegno per fronteggiare il periodo storico che stiamo vivendo, contrassegnato da perdita di valori-pilastro per l’umanità, contraddizioni, disorientamento e una decadenza senza precedenti.

Il suo rapporto con la poesia, intesa come dono e non solo come messaggio, è importante e intenso. Con un approccio estremamente semplice e per questo ancor più sano e vero, definisce la poesia “un avvolgente respiro vitale”, un percorso che regala profondità, fede, speranza e vita. Saper cogliere la verità del linguaggio e del simbolo significa trovare la luce; chi non riesce sarà destinato a rimanere al buio.

Per lei scrivere poesie è come cesellare le parole, in un cammino che porta ad un universo parallelo, al mistero, alla melodia.

Nel suo percorso artistico ha finora vinto numerosi premi letterari e prestigiosi riconoscimenti; nonostante ciò, dall’alto della sua disarmante modestia, si definisce insoddisfatta e mai totalmente appagata da ciò che scrive e pubblica. Quindi, se è vero che l’artista nel suo intimo è sempre più o meno narcisista, è anche vero che il suo essere solare, semplice ed esageratamente autocritica, non può che conferire un valore che si aggiunge alle sue innate capacità umanistiche e liriche, che vive con serenità, senza mai tralasciare una ricerca introspettiva pregna di rara umanità e profonda spiritualità.

FOTO PATRIZIA ALLOTTA 4

Il fatto che nella sua tesi di laurea abbia trattato “I vissuti psicologici del malato. Dall’esperienza soggettiva alla tematica sociale” denota una spiccata ed encomiabile sensibilità verso l’altrui sofferenza. Le confesso che questo ha attirato in primis la mia attenzione nei suoi confronti, poiché non avevo ancora letto le sue poesie. Cosa vorrebbe dirmi a proposito dei vissuti psicologici delle persone che soffrono per malattia?

San Tommaso nella sua Summa Theologica afferma che “Sanitas et aegritudo sunt habitus”, evidenziando così come la salute e la malattia sono “abiti” dai quali l’uomo non può sottrarsi. In effetti, per quanto diverse possano essere le esperienze che caratterizzano l’esistenza di ciascuno di noi, “l’essere malato” è un evento con cui, in generale, ogni individuo si trova prima o poi a dover fare i conti. E basta un mal di testa, una fitta improvvisa, un qualsiasi malore, per fare nascere, anche nel soggetto più equilibrato tanta ansia. In generale - come affermo nella mia tesi - l’uomo percepisce la sua patologia come qualcosa di sfavorevole, da cui è meglio sfuggire, che quando sorge porta sempre inconvenienti, poiché non sono prevedibili le conseguenze, generando così quell’indicibile conflitto interiore determinato dall’accettazione della malattia o dal rifiuto incondizionato.

A favore dell’accettazione giocano la speranza di guarigione; spingono invece al rifiuto tutte quelle paure che immediatamente vengono evocate e che riempiono il futuro del malato di una serie d’incognite. Direi, in buona sostanza, che l’aspetto psicologico peculiare della sofferenza generata da una qualunque patologia è quello d’inserire nell’individuo mutamenti profondi biologici e psicologici, mutamenti che condizionano la sua esistenza, il suo modo di essere, il suo status e il suo ruolo, la sua stessa identità. Infatti, per l’uomo l’infermità è una realtà che contemporaneamente implica sensazioni producendo reazioni fisiche; coinvolge aspetti affettivi, generando emozioni, sentimenti, stati d’animo, fantasie; sconvolge l’assetto cognitivo determinando pensieri, ragionamenti, bisogni di capire e di sapere. Dunque, mentre in qualsiasi animale la malattia è considerata esclusivamente come vicissitudine biologica, nell’uomo essa diviene profonda esperienza esistenziale capace di modificare la progettualità personale e rimettere in causa l’identità personale e sociale.

In linea con il suo percorso accademico, è docente di Filosofia, Pedagogia e Psicologia. Potrebbe descrivermi, nell’ambito della sua esperienza, l’approccio degli studenti nei confronti delle discipline umanistiche, in un’epoca caratterizzata dall’alta tecnologia?

Sarò certamente fortunata, ma le assicuro che i miei allievi nei confronti delle discipline umanistiche dimostrano vivo ed entusiasmante interesse. I giovani - che solo apparentemente sembrano distratti dalla moderna scienza tecnologica - in realtà palesano attenzione e passione per le tematiche e le problematiche legate alla forma e alla sostanza dell’uomo, al suo esistere nell’universo cosmo, al suo divenire nel tempo e nello spazio, al suo sognare, fantasticare, armonizzare, al suo stesso soffrire e perire. Oggi più che mai.

Sanno perfettamente - grazie allo studio della Filosofia e della Psicologia, ma anche della Letteratura italiana, latina e straniera, della storia e della Pedagogia, ma soprattutto in virtù della loro sensibilità - che il sapere è una conquista “esistenziale” e non un progresso “virtuale”, che la bellezza è un dono “vitale” e non un omaggio “potenziale”, che “l’umano” e il “divino” non possono essere confusi né sostituiti con il “meccanico” né con “l’automatico”, che c’è differenza tra il “metafisico” e il “materiale”. Conoscono l’importanza della vita, una, irripetibile, preziosissima e per questo, nonostante l’età tipicamente adolescenziale, la sanno governare, unitamente al loro prossimo. Fortunatamente non tutto è perduto.

In tutte le sue varie attività noto che le Arti letterarie rappresentano un comune denominatore. Da cosa nasce la sua esigenza di scrivere?

Mi dispiace tanto, ma non saprei spiegarlo esattamente. E’ qualcosa che ditta dentro, comunque. Posso certamente dirle che così come è necessario mangiare, bere, dormire… altrettanto necessario è, per me, dare spazio alla parola viva. L’unica differenza consiste nel fatto che i bisogni primari sopra citati seguono, nella stragrande maggioranza dei casi, ritmi costanti e preordinati. La volontà della scrittura, invece, nasce improvvisamente in modo confuso e caotico, a volte paralizzante. Insiste poi prepotentemente nella mente in modo quasi irrazionale, soffocante, drammatico direi; infine, si placa, si pianifica, si armonizza, divenendo, quindi, verbo, parola, messaggio. E’ un parto ogni volta, dolorosissimo, rimanendo poi un dono che si palesa.

La Sicilia, terra che le ha dato i natali, ha radici culturali di un certo rilievo. Qual è lo sforzo maggiore da parte di un insegnante nel trasmettere ai suoi discenti l’interesse e il rispetto per la memoria storica verso le proprie origini?

Sì, la Sicilia è terra fantastica che vanta nobili natali. Sono infinitamente orgogliosa delle mie origini, delle mie radici, della cultura del mio paese natale. Nessuno sforzo, dunque, nel trasmettere ai giovani l’amore e il rispetto per la memoria storica delle proprie origini; all'opposto, con infinito piacere, nella quotidianità, lavoro in tal senso, sempre con lo stesso entusiasmo. Da oltre dieci anni - nell’antico e nobile Istituto “Regina Margherita” di Palermo, dove mi pregio insegnare - unitamente al prof.re Tommaso Romano che ne è l’ideatore, curo un progetto dal Titolo Luce del pensiero che ha già visto la pubblicazione dei dizionari dedicati prima a “Filosofi, Pedagogisti e Liberi Pensatori”, poi “Scienziati in Sicilia”, “Musicisti in Sicilia”, “Letterati in Sicilia” e, infine, “Avvocati, magistrati, giureconsulti e vittime della mafia”.

L’ispirazione di fondo del progetto nasce appunto dalla constatazione che la nostra terra è stata madre di grandi intellettuali e uomini illustri non sempre riconosciuti pienamente nel loro sapere e valore e dalla conseguente necessità di riscoprire il nostro territorio, per rivalutarne il prezioso patrimonio culturale; constatazione che di certo non può e non deve sfuggire ai nostri giovani.

L’ideazione, inoltre, è generata dalla volontà di dare spazio a nuovi percorsi formativi, ad interessanti e stimolanti attività didattiche e a nuove strategie pedagogiche che, in coerenza con le finalità generali del curricolo scolastico possano contribuire seriamente a educare i giovani alla metodologia della ricerca, alla lettura e interpretazione critica, alla capacità di analisi e sintesi, ma anche al lavoro di gruppo, alla collaborazione reciproca e soprattutto al rispetto delle regole. E’ in cantiere un ulteriore volume dedicato a “Sociologi”, “Psicologi”, “Antropologi”, sempre rigorosamente siciliani. Sarà nostro piacere invitarla per la presentazione che è prevista per il mese di Giugno.

Ho letto con sincero coinvolgimento emotivo le splendide liriche di forte intensità spirituale contenute nel suo libro di poesie “ANIMA ALL’ALBA” (Edizioni Thule). Quando ha acquisito consapevolezza della sua fertilità creativa?

Grazie per le sue parole, non merito tanto, ma mi incoraggiano moltissimo. Tuttavia, mi dispiace deluderla; infatti, purtroppo o fortunatamente, ancora oggi, non ho affatto acquisito consapevolezza della mia fertilità e capacità creativa. Sinceramente mi sento infinitamente piccola, impreparata, spesso smarrita. Scrivo, è vero, con passione ma anche con estrema sofferenza, seguendo sempre l’insegnamento di Cristina Campo la quale spesso sosteneva: “Ho scritto poco, avrei voluto scrivere meno”. Non è modestia o falsa umiltà, mi creda, il fatto è che - nonostante i riconoscimenti che pure ci sono e i numerosi premi - mi sento sempre insoddisfatta, mai paga, mai contenta pienamente di ciò che produco e pubblico.

Nessuna consapevolezza, dunque, molta incredulità, invece.

Attraverso la lettura delle sue poesie il lettore entra in un paesaggio interiore, dove emerge la speranza, la ricerca di luce. Parafrasando Cicerone: “mala tempora currunt”, un’affermazione antica, ma di grande attualità. Come è possibile contrastare l’eterna doglie dell’universo?

Nelle mie liriche invoco spesso la speranza, la fiducia, la fede, la sacralità del sacro, l’armonia, la Bellezza, il Cosmo tutto e ….. quell’alba che, dopo la notte buia, spesso tarda a luccicare ma che poi, mi abbraccia, nonostante!! Così combatto “l’eterna doglie dell’universo” e così fronteggio questa crisi odierna, contraddistinta dalla massificazione dei linguaggi, dalla pochezza collettiva, dall’indicibile decadenza. Una crisi, dicevo, segnata dal dissolvimento dei valori tradizionali, dalla bassa volgarità, dalla incredibile violenza, dal nichilismo implorato e dalla morte invocata, come unica possibile liberatrice.

In questi ultimi decenni la centralità dell’uomo nella storia è stata dimenticata. Secondo lei, la poesia può contribuire a scolpire le coscienze, affinché l’essere umano, superata questa dolorosa digressione, torni ad esercitare il ruolo che le appartiene?

La poesia è terapeutica, curativa, medicamentosa. Stimola l’intelletto, rinvigorisce le coscienze, accarezza l’anima. Io credo sia paragonabile a un calore inspiegabile, a una forza straordinaria, a una energia misteriosa. Quasi un respiro vitale eterno, uno pneuma infinito che avvolge, consola, bacia. Attenzione però, questo avviene se parliamo di vera e autentica poesia. Infatti, non tutto ciò che si scrive può definirsi lirica, semmai un moto d’anima, un’aspirazione, una riflessione. Voglio dire, insomma, che la poesia non è solo istinto e buoni propositi sentimentali, non è semplicemente scrivere su carta bianca, con è fare rima, piuttosto è cesello veritativo della parola essenziale, cammino iniziatico, universo parallelo, mistero profondo, magia e mito, musica divina, centro spirituale, dono e non soltanto messaggio. Certamente il “versus” si rivolge a tutti, ma resta profondità, fede, speranza e vita solo per pochi eletti che sanno cogliere la Verità del linguaggio e del simbolo. Il suo ruolo è come la luce: o la si coglie pienamente, o si rimane eternamente al buio.

Quali sono, se posso, i suoi attuali programmi editoriali?

Spero potere pubblicare, quanto prima, un’altra raccolta di poesie. Ma soprattutto mi piacerebbe dedicare un libro al mio papà, maestro fotografo, per ricostruire la sua storia, rivalutare la sua bravura, rivivere il suo sorriso.

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Lo scorso settembre ho conosciuto il prof. Tommaso Romano in occasione della cerimonia di consegna del “Marranzano d’argento 2015” che egli ha ricevuto per gli alti meriti artistici ed intellettuali, risultato del suo costante impegno profuso nell’ambito letterario e nell’intensa operatività culturale. Il prof. Mario Grasso, fondatore di questo premio istituito nel 1974, le ha consegnato personalmente la prestigiosa onorificenza, che ogni anno viene riconosciuta a rilevanti figure dell’arte, della cultura, dello spettacolo e della ricerca scientifica della Sicilia.

L’evento, che si è svolto a Palermo presso Palazzo Branciforte, si è articolato in due momenti di significativa importanza socio-culturale; il primo, che ha preceduto la premiazione, è stato la presentazione del saggio storico-biografico “Mafia e responsabilità cristiana – Il grido del Cardinale S. Pappalardo” di Maria Pia Spalla sulla figura del Cardinale Salvatore Pappalardo, Arcivescovo di Palermo dal 1970 al 1996.

Il palermitano prof. Romano, stimatissimo docente, pittore, editore, saggista, politico e sociologo, è noto per la sua spiccata sensibilità verso le arti letterarie e per l’attività di promozione e divulgazione della Cultura del suo territorio. Egli è il Presidente della “Fondazione Thule Cultura” fondata ed istituita nel 2001, con sede a Palermo presso Palazzo Moretti – Romano; ha preso il posto del “Cenacolo Thule” di studi storico-artistico-letterari, fondato nel 1973.

La Fondazione, che ha specifiche Collane Editoriali ed ha patrocinato alcune pubblicazioni, collabora stabilmente con Enti pubblici e privati, altre Fondazioni, Atenei, Gallerie d’arte e Case editrici, anche con le opere d’arte della sua collezione, con i materiali storico-documentali del proprio archivio e con la sua fornita e preziosa biblioteca. “Thule Cultura” fra le sue collezioni, annovera quelle dedicate a cartoline italiane e francesi del XIX secolo, medaglie, distintivi, decorazioni ed ex libris ed organizza il Convegno Nazionale di Studi, oltre a promuovere, organizzare e sponsorizzare eventi socio-politico-istituzionali ed artistici di grande spessore ed interesse nazionale ed internazionale.

Tommaso Romano, relatori d’eccezione dell’evento culturale a Palazzo Branciforte, ha approfondito profondi concetti, quali la responsabilità, la verità e la bellezza, fornendo quindi il profilo ideale dell’uomo politico, che dovrebbe porsi al servizio della politica, quindi, della collettività, con l’uso di un condizionale, che conduce ad opportune riflessioni rispetto al panorama politico che interessa la nostra epoca.

Interessante la sua riflessione sul concetto di repubblica, che parte dalla definizione proposta da Cicerone, uno fra i più grandi pensatori dell’età repubblicana, nella sua monografia sulla res pubblica, che trova così la sua sintesi: “la cosa pubblica è cosa del popolo”, ovvero “res pubblica id est res populi”, secondo la quale il popolo non è qualsiasi aggregato di persone, ma un insieme di persone che diventa società, per il riconoscimento e la condivisione del diritto e di un comune pratico scopo e per la tutela del proprio interesse.

Un concetto sicuramente molto distante dall’attuale scenario politico, all’interno del quale – afferma il prof. Romano – è sempre più difficile muoversi in una dimensione di verità, anche a causa della caduta libera della spiritualità. Uno Stato, fatto di istituzioni che lo rappresentano, primo fra tutte il Governo, che non si assume le responsabilità delle proprie scelte e decisioni, evoca sistemi che mettono in serio pericolo l’ordine, la giustizia e la pacifica convivenza.

Quindi, a conclusione del suo intervento, un chiaro invito rivolto a tutti, affinchè ognuno contribuisca a sostenere e difendere una politica giusta, fuori dall’illegalità, avulsa alla viltà di ambigue figure politiche, per il trionfo della sacralità, a sostegno della spiritualità, a tutela del bene comune e del buon senso.

Al termine di questo doppio evento di forte impatto culturale ed emozionale, il prof. Romano ha concesso al nostro giornale un’intervista.

Ho letto con vero interesse la sua raccolta di poesie “Dilivrarmi”. Attraverso le sue intense liriche percepisco forti richiami introspettivi, espressi in un chiaro linguaggio concettuale, che rimanda alla sua formazione filosofica di elevato spessore. Il suo è un ermetismo del quale avvalersi per celare in qualche modo la caducità, la sofferenza e la solitudine dell’umanità?

Grazie per le considerazioni sui miei testi poetici. Non so se il mio è ermetismo o altro; certamente per me la poesia deve prima evocare e poi dire. Non credo al poeta come un assistente sociale, credo invece nel valore assoluto della Parola che può essa sola, cambiare l’esistenza.

Nel mondo arcaico, erede di tradizioni per noi in gran parte perdute, erano molto chiare la figura e il ruolo sociale dei poeti: ad essi spettava il compito di trasmettere al popolo, attraverso i loro canti, i valori e le tradizioni, che garantivano continuità alla vita sociale e religiosa e che tenevano unito un popolo, garantendo i fondamenti della vita collettiva. E’ possibile un confronto tra il ruolo sociale riconosciuto un tempo alla poesia, rispetto ad oggi?

Il tempo della poesia è anzitutto nella coscienza di chi scrive e di chi sente, il suo ruolo è e resta elitario, poiché si è perso il senso e l’appartenenza alla comunità, in nome di un livellante e falsamente umanitario globalismo.

Se ci voltiamo indietro di qualche decennio, tutti noi ricordiamo un passato ricco di icastici valori e sentimenti umani, che si contrappone ad un presente vuoto, problematico ed incerto. Quali sono, secondo lei, i motivi che hanno determinato questa dilaniante disgregazione del nostro tessuto sociale?

La disgregazione è figlia delle filosofie della crisi e della scienza, ridotta a scientismo. Il problema consiste essenzialmente nella perdita di riferimenti non transeunti, nella banalizzazione del relativo, nella sottovalutazione della trascendenza. Il nichilismo, poi, riduce l’uomo a pura macchina, schiava della tecnica e dell’indistinto scorrere delle cose banali.

Oltre alla sua prestigiosa attività di poeta, lei è anche critico letterario, editore di nicchia e saggista. Vorrei che mi illustrasse l’opera saggistica “Scolpire il vento”, che fa parte del suo “Mosaicosmo”, lo zibaldone che segue fedelmente la linea dei saggi precedenti, in una modalità di scrittura a mosaico, inteso come intarsio mentale e letterario. A tal riguardo, è straordinario come abbia messo insieme pagine antiche e nuove, fotogrammi di vita, scanditi dal vento in una galleria di ricordi e frammenti di emozioni preziose da custodire e da rievocare. Quindi, la vita è un’incessante ricerca dell’esserci, oltre il tempo?

Molto bene, lei evidenzia due elementi che sono fondanti nel mio universo creativo e nella scrittura che parte fondante di questo stesso mondo, e cioè la scrittura a mosaico e l’esserci oltre il tempo, che richiama Heidegger. In effetti, dovremmo pensare alla scrittura come a una sinfonia in molti movimenti, in molti stati dell’essere che si sostanziano a vicenda, fra letture, meditazioni, contemplazione e azione, senza dimenticare la vita onirica, che è parte reale della vita e non un surrogato, come qualcuno vorrebbe. Tornare all’unità, insomma, significa riscoprire le origini, il valore dell’anima, oggi smarrito e il senso delle cose, oggi o sopravvalutate o bistrattate. Insomma, come dice Platone, la memoria dell’anima ha anche una scintilla divina e noi dobbiamo esserne degni, cercando di coglierla e viverla.

L’aria crea vita, movimento e pensiero, come affermava il filosofo Diogene di Apollonia, il quale considerava l’aria come ciò che ogni cosa pervade. Desidererei soffermarmi sul concetto di aria, intesa come infinità e continuo movimento, che anima dinamicamente il mondo. Parafrasando Anassimene da Mileto: “Come l’anima nostra, che è aria, ci sostiene, così il soffio e l’aria circondano il mondo interno”. Vorrebbe spiegare ai nostri lettori, come fa con i suoi studenti, questo concetto di così alto profilo filosofico?

Tutto nasce dall’essere, ma si manifesta nel divenire. E il divenire è fatto di elementi, non solo cronologici e non solo progressivi. È la dinamica cosmica che noi, anche senza saperlo, respiriamo come vita senza respiro, senza aria non vi è vita; sembra di isolare evidenze e pure lo dimentichiamo. Tutto ciò che compiamo diventa insieme memoria, anche infinitesimale, è una tessera che si scrive nel cosmo invisibile, eppure visibile e veritativa. Questo non vuol certo sminuire l’importanza e la bellezza del corpo, ma il suo limite di riscatto nel cielo delle permanenze per ognuno, anche il più umile fra gli uomini, ritrova un senso e un ordine destinativo.

Nei suoi racconti, come per le biografie e i saggi, lei ripercorre con occhio critico ed analitico, testimonianze, citazioni e riferimenti storici, significativi momenti di vita e le opere dei tanti personaggi che ha avuto modo di incontrare, grazie alle sue vaste ed eterogenee frequentazioni. Qual è il suo personale ricordo dei Giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, un esempio per onestà intellettuale, aulico profilo morale, competenza e professionalità; due persone unite da antica amicizia e da un tragico, comune destino?

Nella storia del mondo, ogni biografia è appunto una narrazione umana del nostro cammino. Non esiste solo l’opera, qualunque essa sia, compresa quella dell’artigiano o dell’agricoltore; esistono le avventure e le apparenti consuetudini ripetitive, in realtà mai uguali a se stesse. Da ciò, l’irripetibilità e unicità di ogni essere umano. Falcone e Borsellino, ma anche tanti altri martiri caduti in nome della giustizia, sono anzitutto esempi di buona e retta vita. Ho conosciuto ed avuto modo di praticare Paolo Borsellino, ho invece solo visto qualche volta Falcone. Borsellino è stato per me e per tanti un autentico Maestro, un credente impavido, rigoroso, attento, umanissimo ma anche capace di ironia. Quante conversazioni illuminanti, che per sempre hanno segnato in me la scelta del sacrificio e della consapevolezza, anche in questi tempi oscuri e di crisi profonda.

Le sue profonde riflessioni si muovono sempre seguendo vari registri d’interesse, da quello storico al letterario, dall’estetica alla biografia e denotano un’inesauribile curiosità intellettuale, che contraddistingue il suo multisfaccettato percorso esistenziale. Stiamo attraversando un’epocale crisi umanistica, etica e spirituale, forse travolti dalla prepotente invasione degli strumenti informatici, che ci ha colti solo teoricamente preparati e da un sistema mediatico anomalo e fuorviante. Cosa ne pensa del progresso all’alba del terzo millennio?

Il problema della tecnica è sempre stato all’attenzione di filosofi e pensatori fin dal tempo greco. Oggi è del tutto evidente che la tecnologia tende a sostituirsi all’umano, un Grande Fratello, un Padrone del mondo, non tanto occulto ormai determina gusti, tendenze, cadute etiche, attentati all’ordine naturale del creato. La risposta della cultura, del pensiero, della stessa poesia forse non è all’altezza oggi di una così apocalittica epoca. Tuttavia, senza ottimismi di maniera e speranze fallaci e retoriche, ognuno di noi ha il compito supremo di essere anzitutto se stesso, di praticare libertà e dissenso rispetto alla logica distruttiva, che è propria del nichilismo imperante. Bisogna, quindi, anzitutto salvaguardarsi interiormente e nell’ambito sociale, costruire rettangoli di ammutinamento, portare avanti un compito che è iscritto nel cuore dell’umano, essere esempi e non fantasmi di apparenze. Il futuro è certo nebuloso, carico di interrogativi a cui soltanto la singolarità potrà efficacemente rispondere.

Il nostro Paese e la sua Sicilia sono ricchi di un inestimabile e policromo patrimonio artistico e culturale, del quale i nostri amministratori sembrano interessarsi in modo superficiale. Tutto questo sta conducendo le nuove generazioni ad una pericolosa perdita d’identità. Solo la conservazione, la divulgazione ed il rispetto della memoria storica potrà mettere in salvo le nostre preziose radici dalla deriva. Vorrebbe esprimere il suo pensiero a riguardo?

Lei stessa ha già compiutamente risposto nel cuore della sua domanda, ed io ho solo da approvare, consentendo ai suoi convincimenti. Tuttavia, va sottolineato che per salvaguardare bisogna conoscere, studiare, stimolare la sensibilità e il senso civico. L’identità è un processo complesso e non può certo esaurirsi negli indiscriminati umanitarismi, che tendono a risolvere con facili slogans ciò che invece è assai più complesso. Bisogna rileggere la storia, non avere paura di revisionarla, quando e dove occorra ristabilire la verità dei fatti, fuori dalle ideologie e dalle opinioni.

Intanto, contestualizzando i fatti storici, che non si possono certo giudicare alla luce del nostro tempo, con una saccenteria che fa ritenere superiore un mondo, una vicenda rispetto ad un’altra. Poi, una constatazione che può apparire banale: se la tanto vituperata storia antica medioevale e moderna fosse azzerata e totalmente cancellata dal libro delle civiltà, che cosa resterebbe di noi e del mondo? Questo dovrebbe essere l’esame di coscienza a cui tutti dovremmo rifarci per evitare la deriva nella nullificazione.

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In appendice al libro dal titolo “Persecuzione”, di Mario Arturo Iannaccone, pubblicato da Lindau (2015), c'è una lunga lista di beati e canonizzati di martiri assassinati prima e durante la guerra civile spagnola. Una lista che da sola testimonia l'eccezionale violenza nei confronti della Chiesa spagnola. Nel complesso l'opera di beatificazione iniziò dopo il 1998 con San Giovanni Paolo II, poi Benedetto XVI, quindi è continuata con papa Francesco. Prima le opere di beatificazione andavano a rilento, perché la Chiesa intendeva evitare che la memoria di questi assassinati dagli anarco-comunisti repubblicani fosse usata politicamente o strumentalizzata in certi ambienti politici (leggi destra franchista).

Perchè sono stati beatificati solo i religiosi uccisi dai rojos?

Nel libro troviamo alcune risposte sulla persecuzione della Chiesa in Spagna. Per esempio nel capitolo 7°, Iannaccone spiega perché sono stati beatificati soltanto i religiosi uccisi dai rojos.”La risposta è stata data molte volte ed è sempre la stessa: molti di coloro che furono uccisi dai repubblicani, lo furono per l'odio di questi verso la fede cattolica, mentre non è provato sia avvenuto lo stesso per coloro che morirono per mano della parte nazionale”. Poi esistono altri religiosi che morirono come “soldati della Repubblica”, perché precettati. Altri furono innocenti vittime della guerra ma non si può provare che morissero per la fede e questo li accomuna agli oltre 300.000 morti che questa guerra costò alla Spagna. Tuttavia, molti di coloro che furono assassinati, non sono stati beatificati o santificati, furono però dei “veri eroi e come tali meritano di essere ricordati (a non pochi di essi sono stati dedicati statue, monumenti, piazze, vie, parchi...)ma non furono, fino a che non viene provato il contrario, martiri della fede”. In merito alle beatificazioni, Iannaccone precisa che “la Chiesa beatifica o canonizza solo i martiri cattolici, anche se ammira eroi non cattolici o cattolici non morti in odium fidei e comunque rispetta tutti i morti di quella immensa tragedia”.

Lo studioso ricorda alcune opere autorevoli sulla persecuzione religiosa. Ma soltanto negli ultimi tempi, gli storici sono riusciti a chiarire molti punti oscuri, anche se c'è ancora molto da fare. Dopo le beatificazioni del 28 ottobre 2007 (498 persone) e del 13 ottobre 2013 (522 persone) sono state scritte quasi 200 libri, saggi storici e di approfondimenti di aspetti generali o particolari. Molte di queste opere sono apologetiche scritte nelle diocesi. Però, l'opera più importante ed esaustiva, riguardo i beati, sono i due volumi curati da Vicente Carcel Ortì, Martires del Siglo XX en Espana (BAC, Madrid 2013), si tratta di circa 2500 pagine, dove si ricostruisce le radici dell'aggressione alla religione e alla Chiesa nel 900' spagnolo. Ma l'immensa opera di monsignor Ortì racconta anche una breve biografia dei 1523 tra santi e beati proclamati dopo la Guerra Civile, quasi tutti a partire dal 1992 a oggi sotto i tre ultimi papi. E' uno studio che aggiorna le precedenti pubblicate sempre dallo stesso autore.

Il testo di Iannaccone che ho letto, racconta giorno dopo giorno l'assassinio dei beati, “un'impressionante e secca cronaca delle uccisioni suddivise per data”.

martiri in spagna

I primi attacchi alla Chiesa spagnola

Iniziarono il 18-19 luglio 1936, furono incendiate chiese, uccisi parroci, religiosi, laici cattolici. “la furia iconoclasta distrusse metodicamente tutte le immagini delle numerose chiese, cappelle, conventi e così le croci, le insegne del Sacro Cuore...”. Molti degli assassinati laici e religiosi cattolici avvenne il 25 luglio, giorno di Santiago Apostolo, un lungo elenco di religiosi, dai carmelitani ai lasalliani, i passionisti, i domenicani, fino ai mercedari. Una quarantina di pagine. Tutti questi ed altri centinaia di casi, secondo Iannaccone, “mostrano un'azione coordinata nel territorio controllato dai repubblicani nelle primissime ore dell'alzamiento, come tutto fosse già pronto”.

La ritualità dell'assassinio dei religiosi.

L'8° capitolo viene dedicato ai casi più celebri, le uccisioni di gruppo come il massacro dei 51 clarettiani di Barbastro, uccisi in uno spazio di tempo che va dal 20 luglio al 18 agosto, un vero e proprio rito di morte protratto nel tempo. I giovani seminaristi tenuti prigionieri, in condizioni proibitivi, in un estate calda, hanno subito un lento calvario, sono stati uccisi poco alla volta. I carnefici miliziani tentarono in tutti i modi di farli abiurare, introducendo nel luogo della prigionia, anche delle donne, qualche prostituta e alcune miliziane addestrate alla seduzione. Inoltre davanti al luogo in cui li tenevano prigionieri, i miliziani, fecero sfilare alcune donne vestite con i paramenti sacri. “Era una forma di scherno feroce che in questo caso prendeva di mira la virilità di uomini che vestivano tonache”.

Peraltro “dai documenti risulta che dei circa 8000 religiosi uccisi soltanto uno abbia abiurato”. Lo storico descrive l'assassinio anche nei particolari, “Dopo essere stati fucilati fu dato loro il colpo di grazia e lasciati lì a sanguinare perchè non sporcassero di sangue il camion. Qualche ora dopo i miliziani tornarono, caricarono i cadaveri e li seppellirono in una fossa comune gettando sui corpi acqua e calce viva. Ignoravano che le loro vesti portavano cucito un numero che avrebbe consentito di identificarli”. Tutti i religiosi prima di morire gridarono: “Lunga vita a Cristo Re! Lunga vita al Cuore di Maria. Lunga vita alla Chiesa Cattolica!”, perdonando i propri aguzzini.

A Consuegra (Toledo) vennero uccisi 20 francescani, un'esecuzione accettata dal sindaco e dai membri del consiglio comunale. Una giunta socialcomunista che “considerò un dovere far fucilare dei naturali nemici della Repubblica”, tra l'altro il sindaco accompagnò gli esecutori dell'assassinio sul luogo della fucilazione come fosse un atto politico dovuto.

A Toledo oltre ad essere uccisi 16 carmelitani, furono distrutti circa 30.000 volumi di grande valore storico, con molti incunaboli e manoscritti antichi lì conservati da secoli. Iannaccone sottolinea come la diocesi di Barbastro sia stata la più colpita dalla repressione, qui c'è stata la percentuale più alta di preti assassinati di tutta la Spagna.“Fu più violenta di quella rivolta contro coloro che avevano partecipato alla sollevazione militare. Segno che esisteva una motivazione separata, mascherata da altri pretesti: eliminare la Chiesa dalla vita della Spagna”.

Venivano uccisi anche i religiosi, monaci, che operavano negli ospedali, magari più rinomati, più avanzati e moderni per il trattamento di gravi malattie. Il fatto che fosse gestito da religiosi, risultava intollerabile per coloro che erano stati educati a ideologie radicali. Come gli 11 hermanos dell'Hospital Infantil de Malavarrosa uccisi a Cabanyal de Valencia. Beatificati da papa Francesco assieme ai 498 martiri il 13 ottobre a Tarragona.

Poi c'è il caso dei 46 hermanos maristas (Montcada, Barcellona). I maristi furono secondo Iannaccone una delle congregazioni più colpite dai miliziani comunisti. Naturalmente nessuno di loro aveva qualche particolare vocazione politica. Sarebbe interessante poter raccontare la loro storia. In questo momento penso ai fratelli maristi che ho conosciuto alcuni anni fa nelle scuole di Taormina.

Iannaccone nel libro non risparmia i dettagli più cruenti delle uccisioni, come il caso del giovane padre Gabriel Albiol Plou. Una crudeltà estrema, a costo di sembrare sadico, vale la pena fare la descrizione, peraltro abbastanza simile ad altri assassinii:“gli tagliarono entrambe le orecchie e poi lo costrinsero a bagnare le ferite con l'acqua di mare. Fu frustato e bastonato in tutto il corpo. Gli furono bucati gli occhi, rendendolo cieco. Gli tagliarono la lingua, poi i genitali, quindi gli fu infilata la baionetta in un orecchio. Dopo la tortura fu colpito da alcune pallottole e lasciato morire lentamente a dissanguarsi”.

Uno degli aspetti più sconcertanti delle esplosioni anticattoliche della Spagna del '900 è quella delle esumazioni ed esposizione di cadaveri mummificati, ridotti a scheletri o decomposti di religiosi e religiose, estratti dai sepolcri ed esposti davanti alle chiese e conventi o addirittura nelle pubbliche vie. Esistono diverse testimonianze fotografiche. Io ricordo bene un numero speciale di un giornale storico degli anni '60, dove in copertina c'era una mano insanguinata che teneva la Spagna; é qui che ho visto per la prima volta le immagini raccapriccianti delle esumazioni dei cadaveri.

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C'è un pericolo in agguato, quando si parla di etica, quell'insieme di norme destinate a regolare la vita degli uomini nei rapporti con se stessi, con gli altri, con la società. Il pericolo è quello che le leggi di uno Stato, che dovrebbero colpire i comportamenti esterni, si proiettano per“raggiungere quel livello più profondo che attiene la coscienza di ciascuno”. Lo Stato che fa questo diventa pericoloso: uno Stato etico, sostituto di Dio, che spesso coincide con lo Stato di Polizia e che finisce inevitabilmente per limitare la libertà dei singoli, ottenendo spesso gli effetti contrari a quelli che ci si proponeva”. E' un tema che viene affrontato da Rosanna Brichetti Messori, in “Credere per vivere”, Sugarcoedizione (2007), dove fa qualche esempio storico di Stato etico, come il “regime giacobino nato dalla Rivoluzione francese che voleva instaurare una nuova moralità fatta di libertè, egalitè, fraternitè e che rovesciò le promesse in un inenarrabile terrore. Ma, ancor prima. La Ginevra di Calvino, che il famoso riformatore cercò di trasformare in una città in cui il peccato veniva considerato un reato”. Aggiungerei anche un altro esempio, quello degli anabattisti di Munster, dove tra il 1534 e il 1535, fu instaurato il “Regno di Sion”, un anno di follie, di psicosi collettiva e di terrore diffuso, dove tutto veniva regolato per legge da Bockelson, un santone-re, un ex sarto. Si poteva essere decapitati per futili motivi. Tra le tante leggi draconiane, era prevista,“La pena di morte per tutte le donne che rifiutino la poligamia [...]”. Le decapitazioni avvenivano ogni giorno, fino a che il Regno assediato dovette arrendersi per fame. Su questo argomento, consiglio di leggere un ottimo libro che ho letto negli anni 70', “Il Re degli Anabattisti” di Friedrick Reck-Malleczewen, Rusconi editore (1971), che dovrebbe essere letto e studiato nelle nostre scuole.

C'è un altro pericolo, osserva la Messori nel suo libro, quello di “trasformare il cristianesimo in un moralismo”. Come può accadere questo? “[...]ogni volta che quelle norme che la Chiesa, attingendo al Vangelo, ci propone come regola di vita, vengono da noi vissute per abitudine, per tradizione, per adeguamento al costume dominante in un dato ambiente, con un rispetto formale e non con una vera partecipazione interiore, con una adesione sincera e profonda”. In questo caso, il cristiano non agisce “per seguire davvero quella via che è al contempo verità e vita che Gesù ci ha insegnato- e che è lui stesso, la sua persona eternamente vivente e operante - , ma guardiamo alla fede soprattutto come a un sistema di norme ecclesiali spesso percepite come un peso da rispettare con fatica quando non con fastidio”. Il cristianesimo così viene trasformato in moralismo, per la Messori diventa,“una sorta di gabbia ideologica che racchiude e limita profondamente l'essere umano, restringendolo in un orizzonte soffocante”. In questo modo il Vangelo, Gesù sulla croce, la sua redenzione e resurrezione restano lontane e inoperanti. Proprio come avveniva “a quei farisei in Palestina che, scrupolosi osservanti della legge ma poco aperti al Dio vivo, non sapevano riconoscere il Messia”.

Tutta la Tradizione della Chiesa, ha sempre creduto che“o la morale si aggancia strettamente alla fede o finisce prima o poi per diventare moralismo”. Nello stesso tempo occorre riflettere sul momento storico che stiamo vivendo, sicuramente difficile per il cristiano, c'è il mondo occidentale che si è progressivamente allontanato dalla morale evangelica, che per secoli, magari formalmente, veniva osservata dalla maggioranza. Al cristiano oggi non è facile resistere alla nuova etica” laica che propone “divorzi, aborti, eutanasie, matrimoni omosessuali e quant'altro[...]lo si poteva fare in epoca di cristianità dove i valori cristiani erano generalmente condivisi, anche se magari non amati. Ma non oggi”.

Tuttavia per la Messori, è bene che i cattolici oggi si battano perché i valori cristiani perdurano anche all'interno delle leggi dello Stato, perchè le leggi contrarie alla morale cristiana, fanno costume e il male si diffonde. Ma nello stesso tempo occorre spingere alla riflessione sui temi etici agganciandoli al diritto naturale, per trovare un terreno d'intesa anche con chi non è cristiano o addirittura non credente.

E tra i temi etici da agganciare al diritto naturale c'è sicuramente il divorzio, l'aborto e l'eutanasia. Anche se ormai la mentalità laicista è maggioritaria su questi temi, ed ha contagiato molti credenti, bisogna fare di tutto per cambiare questa cultura di morte, come veniva chiamata da San Giovanni Paolo II.

E' probabile che le proposte della Chiesa su questi temi siano impopolari, ma per la Messori si possono osservare soltanto se i cristiani presentano“il valore salvifico della croce nella vita di ognuno e dalla certezza che il percorso che tiene conto della verità del Calvario è una via che porta non ad una vita triste e oppressa, limitata nella sua libertà ma, al contrario, alla vera realizzazione umana”.

Anche se occorre tenere sempre presente che ci sono le conseguenze del peccato originale, che rendono confusi la nostra mente e il nostro cuore. Cosicchè, giungiamo spesso a scambiare il male per il bene, a credere che ciò che viene proibito dalla Chiesa sia frutto di una chiusura che impedisce uno sviluppo in senso moderno della persona umana”.

Sappiamo bene come i paladini della “cultura di morte” siano riusciti a ribaltare ogni concetto logico su ciò che è bene o male per la persona umana. Lo vediamo in questi giorni con la questione delle unioni civili del ddl Cirinnà. Il testo della Messori esamina appunto quali sono le nefaste prospettive laiciste su questi temi etici. Interessante infine l'ultima sezione del libro dedicata alla Vergine Madre di Dio, Maria, porta e colonna della fede cristiana.

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Pare di sentire la terra nera sporcarci i sandali mentre seguiamo un ragazzo di undici anni correre dai genitori. Come pure sono palpabili il suo affanno, la paura e l’entusiasmo negli occhi. Poco più che bambino, e senza sapere fino in fondo che cosa significhi, egli sente di avere in petto la comunicazione più importante della vita: “Mamma forse entro in seminario”.  E sembra di vedere una mamma qualunque preoccupata per un’ambizione di cui non sa niente, mentre chiede che cosa sia un seminario e poi, “con gli occhi spalancati”, si arrabbia per una pretesa così sciocca. Anche il papà gli ribadisce, con ironia e tenerezza, che un nero non può diventare un prete della Chiesa Cattolica. Per tutti gli abitanti del piccolo villaggio di Ourous, in Guinea, un sacerdote poteva solo assomigliare ai missionari bianchi. In ogni caso, proprio questi si riveleranno per quel bimbetto uno dei viatici attraverso cui si sarebbe manifestato il piano disegnato per lui.

Oggi quel bimbo si racconta al mondo grazie alle domande di Nicolas Diat, rispondendo da cardinale, Cardinale Robert Sarah. Arriva dal cuore dell’Africa e la sua storia, come nei bei romanzi, inizia su una nave. Quella che da Conakry lo porterà ad Abidjan per intraprendere la strada del seminario. Quattro giorni di viaggio che non ha più dimenticato, in una stiva, con un caldo soffocante, nutrendosi quasi di nulla, visto che il poco che si riusciva a mangiare era cibo talmente grasso da “finire subito a nutrire i pesci”. Nello stomaco non restava niente.

Il motivo del viaggio ritornerà più e più volte, anche per via delle vicende politiche che si agitano sullo sfondo della sua vita e che lo obbligheranno anche a cambiare brutalmente il luogo dei suoi studi. Le relazioni tra la Guinea e la Francia erano diventate complicate, in particolare i rapporti tra Sékou Touré e il Generale de Gaulle. Finirà il seminario in Senegal, “ma anche lì si sentiva il vento del movimento rivoluzionario del 1968”.

La Provvidenza lo accarezzerà sempre, non senza il di lui stupore, svelandogli poco a poco il senso di ogni traiettoria, e lì dove la vicenda storica del Corpo Mistico di Cristo allungava la lista dei suoi Pontefici, lui riuscirà ad incontrarli in una maniera sempre un po’ speciale.  Paolo VI qualche mese prima di morire farà di lui il vescovo più giovane al mondo; san Giovanni Paolo II qualche anno più tardi lo vorrà segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli; Benedetto XVI gli affiderà il Pontificio Consiglio Cor Unum e Papa Francesco lo nominerà Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

Attraverso la conversazione con Diat, che Cantagalli ha pubblicato per l’Italia, il Cardinale non manca di sottolineare più di una volta la sua devozione per quei missionari che, venuti dalla Francia, avevano lasciato tutto per portare Dio ai confini del mondo, certo che, senza quegli uomini, non Lo avrebbe mai conosciuto. E pare sentirlo commuoversi mentre racconta del patrimonio che per lui ha rappresentato l’uomo occidentale, che invece per qualcuno è stato solo un invasore.

Quando gli capita di paragonare l’Occidente alla sua Africa non fa la vocina compassionevole, non punta il dito sull’uomo bianco, non inneggia all’assistenzialismo, ma si mostra, al contrario, più preoccupato per la miseria spirituale e per gli slogan dell’ONU. Disprezza il sentimentalismo ideologico con cui si parla di povertà ed ha parole durissime per la cosiddetta “Teologia della liberazione”, che aveva esercitato un certo fascino anche in Africa. “Quando ho compreso le origini marxiste di certi sostenitori di questa teologia, ne ho preso immediatamente le distanze. Vedevo fin troppo bene nel mio Paese le conseguenze dell’ideologia comunista. La teoria della lotta di classe era al centro della politica di Sékou Touré. Questa visione funesta della realtà sociale è stata l’origine di molti mali della Guinea. Pretendendo di aiutare coloro che si trovano in miseria, senza promuovere la loro libertà e la loro responsabilità, non si faceva che accentuare il bisogno della popolazione”.

Tornerà ancora a guardare alla sua terra per denunciare l’inferno della dittatura di Sékou Touré che pretendeva di realizzare le utopiche promesse di Marx con la lotta di classe, cioè con la violenza e l’oppressione tirannica, e non si asterrà dall’affermare con forza che “l’uguaglianza non è una creazione di Dio”. Nel soffermarsi sull’Occidente di cui si sente figlio adottivo, ne piange amareggiato la sorte che si sta ricamando, ora che fa di tutto per nascondere le sue radici e la sua identità, e che ostaggio di “poteri finanziari e mediatici sta impedendo ai cattolici di usare la loro libertà”. Un Occidente che eclissando Dio sta trasformando la democrazia in una specie di oligarchia in cui regna la disuguaglianza: “come sempre l’eclissi del divino comporta l’abbassamento dell’umano.”

Il Cardinale Sarah per tutte le pagine del libro ci accompagna senza mai farci la paternale, raccontando al lettore la verità con l’esigenza che l’impone. C’è l’ostinazione di chi ha conosciuto il mondo e la vita, accompagnata dalla grazia di chi ha sposato la Speranza senza compromessi. Guarda avanti senza l’ossessione del progresso, cercando, piuttosto, un ritorno alle origini e tenendo come punto di riferimento fisso l’intero Pontificato di Benedetto XVI. Si specchia nelle sue parole, tra le quali trova spesso una soluzione.

Matrimonio, divorzio, inferno, teoria del gender, eternità, storia, angeli. Costringe il lettore ad un esercizio stimolante, come uno stretching prima della corsa. Non si sottrae a nessuna delle domande, non ne dribbla il senso con affermazioni che mettano tutti d’accordo. Invita l’uomo a tornare nel suo cuore, nell’essenza della vita. Perché, in fin dei conti, Dio o niente.

Dio o niente

 

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