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Mercoledì, 26 Giugno 2019

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Ricostruire la storia tributaria dell’Italia unita è impresa tanto ardua quanto insolita, anche perché richiede plurime conoscenze in un solo ricercatore. Da anni ha avviato questo imponente progetto Gianni Marongiu, con solida carriera accademica alle spalle (oggi è emerito di diritto tributario). Ha ora pubblicato presso Olschki un nuovo capitolo: La politica fiscale nell’età giolittiana (pp. XX + 528, euro 49).

Il poderoso tomo parte dall’avvio del secolo e arriva alle soglie della prima guerra mondiale, intersecando, come negli altri volumi di Marongiu, storia economica e storia parlamentare, storia politica e storia sociale, storia delle istituzioni e finanza pubblica e politica estera. L’attività svolta soprattutto da Giovanni Giolitti e da Giuseppe Zanardelli si potrebbe riassumere come motivata dalla volontà di modernizzare il Paese: le riforme fiscali sono uno strumento di modernizzazione. Si resta colpiti dalla solida preparazione scientifica con la quale la classe dirigente liberale (il discorso vale, e forse ancor più, per la destra storica e Quintino Sella, poi per la sinistra storica e per Francesco Crispi, periodi e personaggi già studiati in altri volumi dall’autore) affronta la materia tributaria. Si esaminano leggi, sistemi fiscali, proposte, in atto o discussi negli altri Paesi, compresi quelli lontani, come la Russia. Si compulsano le ricerche che appaiono sulle riviste anche estere (ovviamente in simili spogli scientifici maestro insuperato rimane per decenni Einaudi). Si parte dalle statistiche, dai numeri, dai raffronti. Si valutano pesi e competenze dello Stato e degli enti locali, soprattutto i comuni. La ponderazione con la quale si meditano le riforme e gli ampi dibattiti che sempre le accompagnano (si vedano le discussioni nelle Camere) indicano che quello è un ceto dirigente serio.

“Soprattutto aveva il merito di monitorare, per usare una parola di oggi”, dice Marongiu: “dopo le leggi ne seguiva l’applicazione e verificava se e come bisognasse rivederle”. L’esperienza parlamentare vissuta da Marongiu (deputato per la lista Dini nella legislatura 1996-2001) lo scoraggia nel raffronto: “Adesso si fanno le riforme e poi le si abbandonano, senza valutarne l’esito, senza più seguirle”. Basterebbe, al riguardo, confrontare il recentissimo federalismo fiscale con le norme sull’imposizione dei comuni nell’epoca giolittiana. Oppure vedere come si dibattessero nel primo Novecento temi primari per i tributi: imposta di famiglia, progressività, imposte sui consumi, imposta fondiaria.

palmira rovine romane

La Storia si ripete. Ci siamo indignati l'anno scorso quando abbiamo visto i miliziani jihadisti dell'Isis abbattere le statue e i resti archeologici di Palmira, nello stesso tempo abbiamo esultato quando le truppe del presidente Assad assistiti dai russi di Putin hanno riconquistato il sito archeologico. Molto si è scritto sui danni impressionanti che ha subito il sito archeologico, ad una settimana dalla fine dei combattimenti si contano i danni, lo ha fatto La Repubblica intervistando Mahmud, uno dei figli di Khaled al Assad, l'anziano archeologo ed ex direttore del Museo e del sito di Palmira, ucciso dai jihadisti per essersi rifiutato di rivelare dove erano state nascoste parte delle statue e gli oggetti preziosi. “[...]Un viaggio doloroso quello che comincia dalla piazza del Museo archeologico, centrato ripetutamente da colpi d'artiglieria (qui tutti assicurano che l'aviazione russa ha di proposito evitato di

bombardare le zone, come questa, vicine al sito per evitare danni collaterali irreparabili alle vestigia), devastato e saccheggiato”. (A. Stabile, A Palmira con il figlio del martire del museo, 7.4.16, La Repubblica)

Si è scritto molto anche sui motivi religiosi o meglio ideologici per cui i jihadisti cercano sempre di cancellare il passato. Il Foglio a questo proposito ha intervistato Remi Brague, studioso medievista, erudita e poliglotta con cattedra alla Sorbona e a Monaco di Baviera, per cercare di capire l'odio islamista per la civiltà occidentale. Il professore ha risposto che è “Un odio che si riferisce a tutto ciò che

non è islam”,“Tutto ciò che lo ha preceduto si chiama ‘ignoranza’, ‘gahiliyya’. Lo Stato islamico ha così distrutto le statue del Museo di Mosul perché testimoniano uno stato precedente all’islam o diverso dall’islam. Gli islamisti, arrivati in Italia, distruggerebbero San Pietro; in Francia raderebbero al suolo la cattedrale di Chartres. Secondo il professore francese, “Si inizia con la consapevolezza di una schizofrenia in cui vivono i musulmani. La loro religione è intesa, secondo il Corano, come completamento delle precedenti religioni che andrà a sostituire. La loro comunità è ‘la migliore comunità’. (G. Meotti, La barbarie dell'Occidente, 6.4.16, Il Foglio)

Ergo il passato va cancellato, come hanno fatto i padri della furia iconoclasta, i giacobini della Rivoluzione Francese, che oltre a fare un bagno di sangue, hanno distrutto tutti i simboli del passato monarchico e cattolico. E' interessante ricostruire il percorso storico dei rivoluzionari francesi, c'è uno studio degli anni 80' del compianto Marco Tangheroni, storico, medievista, “Il ritorno dei re”. A proposito di una mostra fiorentina”, pubblicato dalla rivista Cristianità (Anno VIII, n. 66, ottobre 1980) che ha magistralmente descritto, quello che è successo in Francia. Il professore pisano parte dal ritrovamento casuale in Francia nel 1977, durante i lavori per l'ampliamento di una banca, di ventuno teste, insieme ad altri frammenti scultorei. Erano le teste delle statue dei re di Giuda, da Jesse a Giuseppe, situate sulla facciata di Notre Dame, decapitate dai giacobini nel 1793, subito dopo aver decapitato il re Luigi XVI.

La Mostra occasione provvidenziale per raccontare la verità storica.

Le statue sono state esposte nei chiostri di Santa Maria Novella a Firenze, sotto il titolo: “Notre-Dame de Paris. Il ritorno dei re”. La mostra per il professore Tangheroni diventa una provvidenziale occasione, non tanto per fare commenti specialistici, ma soprattutto per fare“emergere la verità storica rispetto ai due periodi forse più stravolti dalla storiografia rivoluzionaria: il Medioevo e la Rivoluzione francese. Il professore è convinto che il gesto dissacratore dei giacobini non fu “privo di grande significato, come si potrebbe credere, se paragonato agli orrori e al sangue di quel terribile periodo”. Infatti occorre evitare di fare la figura di chi è pronto a levare alte grida per qualche danno al patrimonio storico-artistico o ecologico e poi tace di fronte ai massacri dei cristiani nel mondo o dei bambini nel ventre materno, grazie alle leggi repubblicane in tutto il mondo. Invece,“il gesto distruttore permette di comprendere, nella sua intima essenza – che è essenza di odio – la Rivoluzione francese, la quale, a buon diritto, voleva essere, ed è considerata, la Grande Rivoluzione, la Rivoluzione per eccellenza, salto di qualità rispetto alle rivolte del passato e madre feconda di tutte le rivoluzioni a venire”.

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Per il professore Tangheroni la decapitazione delle statue non fu un gesto casuale o isolato, ma fu“l'esecuzione di una precisa e burocratica decisione parlamentare”. Fu un gesto poi imitato in tutta Parigi, in tutta la Francia e successivamente in tutta Europa, nei territori raggiunti dalle armate rivoluzionarie e napoleoniche. Tra l'altro, “non mancheranno singolari riprese di quest'abitudine rivoluzionaria anche nell'epoca del Risorgimento italiano”, come hanno fatto in San Michele a Lucca, sostituendo alcuni capitelli con le immagini dei padri fondatori della Patria.

I giacobini francesi odiarono il sacro e la regalità, rappresentati dal cattolicesimo e dall'istituzione monarchica. Furono i rivoluzionari stessi a spiegarlo, del resto lo stesso architetto francese Viollet-le-Duc il grande restauratore dell'Ottocento, poteva mettere in bocca al protagonista di un suo romanzo, le motivazioni dei rivoluzionari: “Non dobbiamo lasciare allo sguardo del popolo, ormai liberato dalla tirannia e dalla superstizione, gli emblemi che gli ricordano la schiavitù sotto la quale ha tanto a lungo gemuto[...]il popolo intende sfigurare tutto ciò che gli rammenta un passato esecrabile, [...]Finchè resteranno in piedi un castello e una chiesa, i nobili e i preti avranno la speranza di riprendere il possesso di questi covi dell'oppressione. Finchè resterà un'immagine dei re di prima, o di santi di prima, resterà una traccia delle loro infame dominazione[...]la nazione deve dimenticare i re e i preti, questa vergogna dell'umanità[...]”

La Rivoluzione odia il passato.

“La Rivoluzione non odia soltanto un determinato e concreto passato, ma odia tutto il passato, cioè la memoria storica dei popoli”. E la distruzione “delle memorie visibili del passato nasce dall'assurdo e tragico desiderio di far tabula rasa [...] Si tratta di un desiderio assolutamente coessenziale all'utopismo rivoluzionario che, tendendo alla creazione di un mondo nuovo e di un uomo nuovo, deve necessariamente tentare di partire da zero”.

Tuttavia secondo quanto ha sottolineato anche lo storico Francois Furet, i rivoluzionari francesi dell'epoca, quanto gli storici di tradizione giacobina, in particolare quelli marxisti, hanno visto e seguitano a vedere nella rivoluzione francese,“un avvento, come un tempo di un'altra natura, omogeneo come un tessuto nuovo”, è un concetto di inizio della storia, che si è visto con la rivoluzione comunista e ora si vede con il jihadismo islamista dell'Isis.

Chi si oppone alla Rivoluzione dev'essere annientato, vale per il popolo che per le città,“Tutto ciò che resiste e non vuole entrare nella macina repubblicana è condannato a scomparire”. E' successo per l'eroica popolazione vandeana, deportata in massa e per la deportazione di centinaia di preti. Per quanto riguarda le città, Tolone e Lione furono rase al suolo, si sono opposte alla Rivoluzione, quindi non devono più esistere. Peraltro proprio nel periodo della rivoluzione si sono manifestati quei tratti specifici della rivoluzione dell'arte moderna, che implicano, una “totale rottura con il passato: l'aspirazione alla purezza, il riconoscimento del dominio della ragione geometrica e tecnica, l'esaltazione sfrenata della libertà”.

“Rigenerazione” e terrore nei rivoluzionari.

I rivoluzionari giacobini francesi intendevano rigenerare il Paese, ecco perchè spesso utilizzano parole come purgare”, purificare”. Secondo Robespierre – il 'puro' della mitologia storiografica rivoluzionaria - occorreva assolutamente far scomparire 'l'orda impura' degli 'uomini perversi e corruttori”. Quante analogie con gli ultra fondamentalisti islamisti a Raqqa nel Daesh. E' una rigenerazione che sfocia inevitabilmente nel Terrore, così come è stato per la Rivoluzione francese, come per quella russa, o per altre rivoluzioni. Per Tangheroni,“E' l'inesorabile fine totalitaria del liberalismo anticristiano”, a questo proposito cita la fondamentale opera dello storico Augustin Cochin, “Meccanica della Rivoluzione”, che descriveva in modo illuminante il totalitarismo giacobino:“Il popolo, servo sotto il re nel 1789, libero con la legge nel 1791, diventa padrone nel 1793 e, giacchè è lui che governa, sopprime le libertà pubbliche che erano solo garanzie a suo favore contro coloro che governavano. Sono sospesi il diritto di voto perchè il popolo che regna; il diritto di difesa, perché è il popolo che giudica; la libertà di stampa, perché è il popolo che scrive; la libertà di opinione, perché è il popolo che parla;limpida dottrina di cui i proclami e le leggi del Terrore sono soltanto un lungo commentario”.

Sostanzialmente chi tenta di realizzare il progetto utopico-rivoluzionario, siano essi i giacobini, i comunisti, ora i jihadisti, vede negli ostacoli sia umani che materiali solo degli avversari e così la“ghigliottina diviene lo strumento che separa i buoni dai cattivi, i rigenerati o rigenerabili dai non rieducabili, gli amici del popolo dai traditori”. Ecco che vengono inventati i complotti in rapida successione, per comodità:“è più facile ghigliottinare un nemico del popolo che un nemico di Robespierre o un avversario della nuova filosofia”. Dunque vengono ghigliottinate le statue dei re, sicuramente non rieducabili e degni di essere ghigliottinati.

L'odio rivoluzionario contro la cattedrale.

Alla fine dello studio, il professore Tangheroni, si pone una domanda abbastanza interessante: “perchè tanto odio proprio contro le cattedrali?” Indubbiamente perchè sono al centro del culto cristiano, sentito come potentissimo ostacolo alla Rivoluzione. Ma per Tangheroni si possono fare ulteriori considerazioni:“la cattedrale è il segno dell'unità perduta del corpo sociale intorno alla Verità cristiana e alle istituzioni cristiane”. Peraltro in uno dei testi di allora, della Mostra fiorentina si spiegava cos'era e cosa rappresentava un cantiere per la costruzione di una cattedrale come Notre-Dame: dopo aver spiegato la complessità che comportava la costruzione architettonica di una cattedrale, con il cantiere da predisporre, con centinaia di operai, decine di artigiani-artisti, tutti lavoravano insieme“ sotto la direzione del potere politico o religioso di cui i capomastri o gli architetti, laici o ecclesiastici che fossero, erano l'espressione più diretta”.

In pratica, il cantiere offriva,“un paradigma di quel sistema corporativo e gerarchico che caratterizzava l'intera struttura della civiltà del Medio Evo, in cui si integravano armonicamente precisi vincoli religiosi e sociali e una innegabile libertà individuale”.

Interessante anche la citazione di Sanpaolesi che fa Tangheroni, lui cittadino pisano, di uno studio proprio sulla cattedrale di Pisa.“Qui una intera civiltà ha collaborato, senza esclusione di gruppi e di classi, a dar vita ad una testimonianza collettiva, seppur differenziata, del grado altissimo di se stessa [...]”. In pratica Notre-Dame era la metafora splendida di una società articolata e vitale, in cui la monarchia, nobiltà feudale, clero, borghesia artigiana e mercantile stavano realizzando un corpo, una struttura statuale armoniosa”. La cattedrale medievale era lo “specchio di una società, ma anche specchio di una concezione ordinata e armoniosa del mondo”, si comprende perchè l'odio decapitatore e demolitore della Rivoluzione nei confronti di questa ben ordinata società.

guerrieri Isis

Impero romano distruzione

Qualche anno fa è uscito in Francia un interessantissimo libro dello storico Michel De Jaeghere, “Gli ultimi giorni. La caduta dell'Impero romano d'Occidente” (Les Belles Lettres, Parigi 2014), un bel tomo di oltre seicento pagine che continua a far discutere negli ambienti più diversi, talora con toni molto accesi. Purtroppo in Italia ancora non è stato tradotto e pubblicato da nessuna casa editrice.

Ma perché appassionarsi tanto alla caduta dell'Impero romano? E' una domanda che si è posto in un editoriale il professore Massimo Introvigne, sociologo torinese, su LaNuovaBQ.It del 23 febbraio 2015. Certamente si tratta di uno degli eventi più importanti della storia universale. Ma in realtà il dibattito francese è divenuto attuale e rapidamente politico, perché le vicende finali dell'Impero romano ricordano da vicino - lo aveva del resto già notato Benedetto XVI - quelle di un'altra civiltà che sta morendo, la nostra.

Innanzitutto De Jaeghere ripete quello che è ovvio per gli storici accademici: l'Impero romano non è caduto per colpa del cristianesimo. Anzi i cristiani, che sono il dieci per cento all'inizio del quinto secolo, saranno loro che cercano di mantenere in vita Roma e la sua cultura, con vescovi e intellettuali come Ambrogio e Agostino ma anche con generali che si battono fino allo spasimo per difendere l'Impero, come Stilicone ed Ezio, e con tanti soldati cristiani protagonisti di fatti d'arme eroici.

Allora qual è il motivo della caduta dell'immenso impero? Ancora oggi gli storici discutono sulla sua caduta, si rileva qualche cautela sulla categoria di “decadenza”, ma sono molti quelli che attribuiscono la caduta dell'Impero a cause ideologiche. Tuttavia per De Jaeghere la caduta dell'impero è un “processo”. E anche senza citarlo, ha la stessa idea di Benedetto XVI,“[...]lo storico francese identifica come causa principale che sta all'origine del processo la denatalità. Il controllo delle nascite presso i romani non ha i mezzi tecnici di oggi, ma dilagano l'aborto e l'infanticidio, e aumenta il numero di maschi adulti che dichiarano di volere avere esclusivamente relazioni omosessuali. Il risultato è demograficamente disastroso: Roma passa dal milione di abitanti dei secoli d'oro dell'Impero ai ventimila della fine del quinto secolo, con una caduta del 98%.[...]le campagne sono meno sicure, ma dal trenta al cinquanta per cento degli insediamenti agricoli sono abbandonati negli ultimi due secoli dell'Impero, non perché non siano più redditizi ma perché non c'è più nessuno per coltivare la terra”.(M. Introvigne, “Denatalità, tasse, immigrazione. Ecco perché finiremo come l'Impero Romano”, 23.2.15, LaNuovaBQ.it)

In pratica “meno popolazione significa meno produttori e meno soggetti che pagano le tasse”. Così anche l'Impero romano fa quello che hanno o stanno facendo i nostri Stati moderni, compresa l'Italia:“Aumenta le tasse, fino ad ammazzare l'economia”, ma così si ottiene l'effetto contrario, più aumentano le tasse e meno si incassa, perché molti vanno in rovina e non pagano più nulla”.

Ad un certo punto si è cercato di risolvere la questione della denatalità accrescendo la natalità degli schiavi, ma “gli schiavi, però, non pagano tasse, lavorano in modo poco zelante e non hanno alcun interesse a difendere in armi i loro padroni attaccati”.Tuttavia se gli schiavi non risolvono i problemi, l'altra misura cui gli Stati e gli imperi ricorrono di solito per ripopolare i loro territori è la massiccia immigrazione. Infatti dal 376 al 411, facilitati dal sistema, un milione di barbari tra immigrati, rifugiati o deportati, entrano nei territori dell'impero.

Naturalmente anche l'esercito romano comincia a soffrire la penuria di uomini, a questo punto, fatalmente, si prende la decisione di reclutare gl'immigrati, snaturando la composizione delle legioni. Su un esercito di circa mezzo milioni, più della metà sono di origine germanica.

“È vero, - scrive Introvigne - sono «barbari» in maggioranza i legionari, ma sono romani i comandanti e romani gli imperatori da cui prendono ordini. Senonché a un certo punto i «barbari» si rendono conto appunto di essere la maggioranza dei soldati, la maggioranza di coloro che faticano e muoiono. Perché dovrebbero farsi comandare dai romani? Così, alla fine, uccidono i generali romani e li sostituiscono con uomini loro, si uniscono agli invasori etnicamente affini anziché respingerli e, nell'atto conclusivo, marciano su Roma e pongono fine all'Impero”.

E qui in pratica ha ragione lo storico accademico francese Renè Grousset, citato da De Jaeghere:“nessuna civiltà[...]viene distrutta dall'esterno senza essere prima caduta essa stessa, nessun impero viene conquistato dall'esterno se non si è prima suicidato.E una società, una civiltà, non si distrugge con le sue mani se non quando ha cessato di comprendere la sua ragion d'essere, quando l'idea dominante attorno a cui essa fu in origine organizzata diviene come estranea. Tale fu il caso del mondo antico”(p. 555).

Come non pensare alle due virtù della fides e della pietas, i due pilastri della cultura romana che avevano dato ai romani l'energia vitale per sopravvivere e perpetuarsi. “Fides e pietas: la caduta dell'impero non si deve forse al fatto che i romani si erano allontanati da entrambe le virtù fondatrici?”.

Comunque sia le analisi delle sequenze della caduta di Roma, che vanno dalla denatalità alla persecuzione fiscale dei cittadini, dallo statalismo dell'economia e all'immigrazione non governata, possono non piacere a qualcuno, perchè assomigliano molto al nostro presente, naturalmente con tutte le cautele necessarie.

Infatti,“a De Jaeghere è stato opposto che l'immigrazione è una risorsa, che gli imperatori avrebbero dovuto valorizzare, e che il vero problema fu la loro incapacità di pensare l'Impero in termini nuovi e multiculturali, non l'aumento degli immigrati. È evidente che queste obiezioni «politicamente corrette» nascono dal timore del paragone con l'Europa di oggi, paragone cui lo stesso De Jaeghere non si sottrae, pur invitando alla cautela”.

Dunque a Roma è venuto meno il tasso di natalità che sosteneva l'Impero, con conseguenze a cascata sull'economia e la difesa.“Ma perché questo avvenne? Perché a un certo punto i romani scelsero la strada di quello che, con riferimento all'Europa dei giorni nostri, San Giovanni Paolo II avrebbe chiamato «suicidio demografico»?

E' andata proprio così, la nuova elite romana è più interessata ai piaceri che alla difesa dell'Impero, che considera comunque eterno e invincibile. E comincia a non fare figli: tutte le famiglie tradizionalmente aristocratiche dell'epoca di Gesù Cristo si estinguono prima del 300 d.C. tranne una, la gens Acilia, che si converte al cristianesimo. L'esempio delle classi dirigenti, come sempre accade, fa proseliti. La moda del figlio unico, o di nessun figlio, arriva fino alla plebe.

Infatti nota lo storico archeologo britannico Bryan Ward-Perkins,“i romani erano sicuri quanto lo siamo noi oggi che il loro mondo sarebbe continuato per sempre senza sostanziali mutamenti. Si sbagliavano. Noi saremmo saggi a non imitare la loro sicumera”.

Le lezioni che possiamo ricavare dallo studio del libro di De Jaeghere sono tante, per meglio comprendere è opportuno lasciare le conclusioni al professore Introvigne:
Con tutte le cautele che richiede ogni paragone fra epoche diversissime, la caduta di Roma mostra come grandi civiltà possano finire, e che il modo della loro fine normalmente è demografico. Gli imperi cadono quando non fanno più figli, e la denatalità innesca una spirale diabolica di tasse insostenibili, statalismo dell'economia, immigrazione non governata ed eserciti imbelli. Per capire la pertinenza della parabola romana rispetto ai giorni nostri non servono troppi libri, basta aprire le finestre e guardarsi intorno”. Incalza Introvigne, Su un punto, peraltro, i critici di De Jaeghere hanno qualche ragione. Gli immigrati e gli invasori di Roma avevano un vantaggio rispetto a immigrati e «invasori» di oggi. In gran parte germanici, non erano portatori di una cultura forte. Riconoscevano la superiorità della cultura romana: cercarono di appropriarsene e finirono anche per convertirsi al cristianesimo. Attraverso secoli di sangue, sudore e fatica la caduta dell'Impero romano d'Occidente prepara così la cristianità del Medioevo.Oggi gli immigrati e gli «invasori» -invasori tramite l'economia, o aspiranti invasori in armi come il Califfo - sono portatori di un pensiero fortissimo, sia quello islamico o quello cinese: non pensano di dovere assimilare la nostra cultura ma vogliono convincerci della superiorità della loro. La crisi che potrebbe seguirne potrebbe essere ancora più letale di quanto fu per l'Europa la caduta di Roma. Per questo, discutere sulle ragioni della caduta dell'Impero romano d'Occidente non è un puro esercizio intellettuale”.

 

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Una torcia illumina i piedi di un Cristo crocifisso affrescato su di una parete. Il cielo plumbeo, quello tipico del freddo. Quel freddo che corre sulla schiena mentre l’immagine si allarga e una campana suona imperterrita. Intatta, con metà della facciata di quel che resta di una chiesa cattolica. La neve cade. Il protagonista, il “redivivo” segnato negli occhi dal dolore, dalla paura e dal freddo, cade in ginocchio. Ma è solo nel ricordo del figlio che gli è stato ucciso e che immagina di abbracciare. E intanto la campana suona. In un attimo la scena cambia.  Alejandro González Iñárritu apre uno spiraglio nel suo film The Revenant – Redivivo.

Quel che basta per consentirci di far entrare un pezzo di storia un po’ martoriato. E che in qualche modo è ritornato attuale dopo le dichiarazione di Papa Francesco sugli indios.

The Renevant racconta un mondo fatto di avida competizione, e i suoi protagonisti corrono sugli stessi sentieri battuti da eroici missionari.

Siamo nei primi decenni dell’Ottocento, un manipolo di gesuiti attraversa l’alto corso del Missouri e le Montagne Rocciose in un’impresa che si estese sull’arco di tre secoli.

Perché i pionieri di quei missionari penetrarono in quell’angolo di mondo per la prima volta nel Seicento, al fine d’istruire i pellerossa, distoglierli da quei costumi disumani che li caratterizzavano, e battezzarli.

Celebre è la figura del gesuita francese, Padre Isaac Jogues (1607-1646), incamminatosi verso il Nord America per evangelizzare le popolazioni indigene. Mentre si trovava su una canoa, cadde in un’imboscata tesa sul lago Saint Pierre dagli Irochesi (popolazione di nativi americani originariamente stanziata tra gli attuali Stati Uniti e il Canada), acerrimi nemici degli Uroni, che erano in sua compagnia. Li torturarono, strappando loro prima le unghie e poi le dita; nudi e incatenati, nella notte, li copersero di carboni ardenti.

Oppure, come non citare Padre Jean de Brébeuf (1593-1649), anch’egli catturato dagli Irochesi e sottoposto ad un lento supplizio. Gli furono spezzate una ad una le articolazioni, tagliati di seguito naso, lingua, orecchie e poi cavati gli occhi. Nonostante ciò non riuscivano ad impedirgli di sussurrare “Gesù, abbi pietà di loro”. Allora gli mangiarono il cuore e ne bevvero il sangue. Un gesto che voleva significare ammirazione per un simile coraggio e una maniera per impossessarsene. E in qualche modo è ciò che accadde. Fu proprio un gruppo di Irochesi a tramandare il ricordo di Padre Brébeuf e compagni, al punto che, centocinquant’anni dopo, quegli indiani, venuti a conoscenza della presenza di gesuiti nell’avamposto di St. Louis, compirono una serie di spericolate spedizioni, di migliaia di chilometri, per chiedere con insistenza che uno dei “veste nera” (come chiamavano i sacerdoti) andasse a vivere con loro.

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Accadde con il gesuita belga Pierre Jean De Smedt (1801-1873), ricordato per il “sorriso paterno e la tempra d’acciaio”, capace di convertire con l’esempio, la sua fermezza, e pietà. E la tribù vinta si inchinò alla potenza del Dio dei cattolici.

Di uomini simili, e del loro coraggio missionario si animò la Chiesa Cattolica fino a oltre metà del Novecento. Poi un lento ripiegarsi su se stessa. La Chiesa di quegli anni fece un bene che è ancora inestimabile, non le mancava l’entusiasmo, né aveva bisogno d’essere esortata ad uscire dalle “secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in se stessa”.

La storia rende onore e omaggio a quei missionari “in uscita” nei frutti evidenti anche più a sud, nel Messico. La terra che solo grazie ai missionari ha potuto compiere il passaggio dal popolo dei Maya, la cui primitiva dimensione sanguinaria trova la sua migliore esemplificazione in Apocalypto di Mel Gibson, alla civiltà cattolica.

Oggi una Chiesa per dirsi “rediviva” dovrebbe, forse, solo accogliere l’esortazione di Padre Gheddo di quasi quattro anni fa: “[…] Mezzo secolo fa si facevano le veglie chiedendo a Dio più vocazioni per la missione. […] Oggi prevale la mobilitazione su temi quali la vendita delle armi, la raccolta di firme contro il debito estero dei paesi africani, l’acqua bene pubblico, la deforestazione etc. Quando temi come questi acquistano il maggior peso nell’animazione missionaria, è inevitabile che il missionario si riduca a un operatore sociale e politico. Chiedo: è mai pensabile che un giovane o una ragazza si sentano attirati a diventare missionari, se vengono educati a fare denunce e proteste, a raccogliere firme contro le armi o il debito estero?”. O il surriscaldamento globale?

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Cambiamenti climatici

La nuova frontiera degli intellettuali postmoderni è la conoscenza perfetta del Vangelo e della Bibbia. Naturalmente secondo loro. E poco importa se saltano fuori versetti che nessuno ricorda (perché non esistono!).

Da un po’ di tempo a questa parte, infatti – udite, udite! –, l’ecologismo, l’ambientalismo, il vegetarianismo e il veganesimo, il pauperismo e l’animalismo sono tutte ideologie che la Sacra Scrittura ci invita a seguire.

Se fino a qualche anno fa, nessuno osava pronunciare il nome di Dio invano, nel rispetto di una laicité dello stato e della vita pubblica troppo sacra, oggi le cose stanno diversamente.

Si sa, le mode cambiano. E il puritanesimo ha rotto ormai le dighe del protestantesimo per inondare i cattolici e sommergere tutti. Pronti a sciorinare versetti delle Scritture (che a quanto pare non hanno finito di leggere o non hanno mai studiato), in nome della tolleranza.

In occasione del COP20, alcuni vescovi cattolici si riunirono a Lima per raccontare il loro desiderio di unirsi agli sforzi dei leader mondiali impegnati a giungere ad un accordo vincolante sul clima. E dare un risposta a quello che avevano individuato come “l’appello di Dio a intervenire in merito alla situazione urgente e dannosa del riscaldamento globale. […]"

Tema talmente caldo che il card. Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, più recentemente, è tornato a parlarne, intervenendo a nome di Papa Francesco in occasione del COP21, e ha tenuto a ricordare come il fenomeno del cambiamento climatico colpisca soprattutto i poveri e le generazioni future invitando i “Paesi con maggiori risorse e capacità” a dare il buon esempio con politiche incentrate alla promozione “delle energie rinnovabili e della dematerializzazione”. E nella tutela del povero, citando “lo sviluppo di un modello circolare dell’economia”, ha proposto l’attuazione di programmi appropriati, sostenibili e diversificati di sicurezza alimentare e di lotta allo spreco del cibo”.

Nel frattempo poco male se da qualche parte del mondo c'è chi produce, acquisisce, baratta, vende e getta i tessuti umani, e continua a non meritare la luce dei riflettori. Evidentemente ci si attiene sempre alla Sacra Scrittura, e di simili argomenti non v’è cenno alcuno.

Certo non può che consolare che, in un momento storico come il nostro, i leader di 200 paesi del mondo abbiano trovato il tempo, la forza ed il coraggio, (all’indomani dei fatti di Parigi) di riunirsi e firmare il sospirato “Accordo climatico”, in un tentativo di ordinare alla terra di non aumentare troppo le temperature e all’uomo di smettere di respirare, lasciando più agio alle piante di giocare con ossigeno e anidride carbonica.

Senza uscire dai confini del nostro stivale, il Vescovo emerito della diocesi di Massa, Carrara e Pontremoli ha scritto, insieme ad una sociologa, “Il grido della creazione tra crisi e speranza”, sugli “spunti biblici e teologici per un’etica cristiana del vegetarismo”. Con una prefazione del card. Menichelli che ammonisce: “questa attenzione etica non è stravaganza nutritiva, quanto vedere in ogni realtà animata del creato la presenza di Dio”. Devotissimi del Genesi insomma, ma sempre solo per pochissime righe: «Ecco, Io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo» (Gen 1,29).

Il nuovo letteralismo e fondamentalismo, di cui un tempo erano tacciati quanti avevano la tendenza a dare un peso rilevante al significato della Scritture, è sempre più invadente. E (con buona pace dei pochi noti) quei pilastri, su cui dovrebbe essere edificata la società, che Benedetto XVI riverniciò, come la dignità della vita umana dal concepimento alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e la libertà di educazione non solo li stanno dimenticando, ma li stanno prendendo a picconate in quanto seguaci di queste nuovissime “denominazioni cristiane”.

Per esempio, il card. Bagnasco nei giorni scorsi, nel dare il suo placet al Family Day, aveva regalato un po’ di coraggio a molti vescovi per benedire anch’essi la manifestazione. Eppure i vescovi del Piemonte ci hanno regalato un comunicato nel quale leggiamo «ribadiamo che tutte le unioni di coppie comprese quelle omosessuali, non possono essere equiparate al matrimonio e alla famiglia. Tenuto fermo questo principio, anche le unioni omosessuali, come tutte le unioni affettive di fatto, richiedono una regolamentazione chiara di diritti e di doveri». Insomma, “matrimonio” gay no, ma unioni omosessuali sì.

Peccato per che il documento del 2003 Considerazione circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, emanato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e approvato esplicitamente da Giovanni Paolo II nega che lo Stato possa legittimare qualsiasi convivenza omosessuale, dando ad essa forma legale e quindi elevandola ad istituto giuridico.

Ma la tiepidezza appanna la ragione.

I nuovi fondamentalisti stanno dando a Cesare quel che è di Dio, giocando con le Sue stesse parole, senza andare al fondamento.



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