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"Beni culturali ecclesiastici, tutela e protezione tra presente e futuro” è il titolo del ciclo di conferenze che l’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto della Conferenza Episcopale Italiana e il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale hanno promosso, a livello regionale, in collaborazione con le Conferenze Episcopali Regionali, le Diocesi e le articolazioni del Ministero per i beni e le attività culturali, al fine di rafforzare la cultura della tutela e la sensibilità nella salvaguardia di uno dei più importanti settori del patrimonio culturale nazionale: quello ecclesiastico.

L’iniziativa, che si inserisce nell’ambito della pluriennale fruttuosa collaborazione tra CEI e MiBAC e nell’alveo della sinergia che, parimenti, caratterizza l’operato delle Soprintendenze, degli Uffici diocesani per i beni culturali e l’edilizia di culto e delle articolazioni territoriali del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, vuole focalizzare l’attenzione sul fenomeno dei furti e dei danneggiamenti in danno di chiese e luoghi di culto ove la fragilità del patrimonio culturale è ulteriormente messa a repentaglio dalla fruizione devozionale e liturgica dei beni ecclesiastici.

Grazie alla pluralità di visioni, assicurata da illustri relatori provenienti dal mondo ecclesiastico, giudiziario, ministeriale, accademico e operativo, il tema “Beni culturali ecclesiastici, tutela e protezione tra presente e futuro” è declinato in tutte le sue sfaccettature, con particolare focus sulle buone pratiche e le criticità del settore.

Gli eventi rappresentano, infine, un’ulteriore qualificata occasione per sostenere le attività di catalogazione del patrimonio culturale ecclesiastico, da tempo promosse dalla CEI, e per diffondere i consigli contenuti nella pubblicazione “Linee guida sulla tutela dei beni culturali ecclesiastici” realizzata, nel 2014, dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto.

La conferenza, per la regione Lazio si svolgerà il 23 gennaio 2019, alle ore 9:30, a Velletri (RM), presso il Palazzo Vescovile.

In apertura ci sarà l’intervento di saluto di benvenuto di Monsignor Vincenzo Apicella, Vescovo della Diocesi di Velletri-Segni a cui seguirà l’intervento di Monsignor Domenico Pompili, Vescovo della Diocesi di Rieti e Presidente della Commissione Beni Culturali e l’Edilizia di Culto della Conferenza Episcopale Laziale.

Presenti, in qualità di relatori il Dottor Leonardo Nardella, Segretario Regionale del Ministero per i beni e le attività culturali per il Lazio; la Dottoressa Tiziana Cugini, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma; la Professoressa Ileana Tozzi, Ispettore Onorario Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Rieti; la Dottoressa Monica Grossi, Soprintendente Archivistico e bibliografico del Lazio; la Dottoressa Patrizia Morelli, Bibliotecaria e Archivista presso la Biblioteca Centrale Cappuccini e l’Archivio Generale Cappuccini. Moderatore degli interventi sarà il Tenente Colonnello Valerio Marra, Comandante del Gruppo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

Saranno presenti in platea “tecnici” del settore e laici che collaborano con i sacerdoti nella gestione del patrimonio artistico delle parrocchie, operatori delle Forze dell’Ordine competenti sul territorio ed appassionati della materia.

Inaugura giovedì 17 gennaio 2019 alle ore 19 nel Bookshop della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo la mostra fotografica di Massimiliano Camellini Ore 18.00, l’orario è finito, che proseguirà fino al 17 febbraio 2019.

Ore 18.00, l’orario è finito è un progetto fotografico realizzato da Camellini all'interno degli spazi dell'ex Cotonificio Leumann di Collegno (Torino) dal 2010 al 2012, e curato da Lorand Hegyi; il lavoro è stato esposto, a partire dalla sua prima presentazione al MIA (Milan Image Art Fair) del 2013, nell'ambito del Festival Fotografico Europeo 2013 presso il Museo del Tessile di Busto Arsizio, all'interno della rassegna Italian Nostalgia presso il Museo della Fotografia di Seoul nel 2014 ed è stato oggetto della mostra "La suite du temps" organizzata dal MAMC - Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Saint Etienne nel 2015; il progetto ora finalmente approda a Torino, territorio di partenza di questa ricerca, da un punto di vista iconografico ma anche emotivo e storico. 

Il luogo all'interno del quale si è sviluppato il lavoro di Massimiliano Camellini è l'antico Cotonificio Leumann di Collegno, in provincia di Torino, al centro dell’innovativo villaggio operaio che l'industriale Napoleone Leumann fece costruire attorno all'opificio tra fine Ottocento e inizio Novecento: un esperimento imprenditoriale illuminato che si faceva carico della riproduzione delle stesse risorse sociali sulle quali la fabbrica incideva.

Il progetto fotografico racconta la fine dell'era industriale in Europa, l'epilogo di un sogno basato sull'espansione manifatturiera e il suo welfare e che a suo tempo non aveva fatto i conti con la globalizzazione.

Le immagini sono state realizzate dal 2010 al 2012, e raccontano la presenza dei lavoratori che hanno vissuto la fabbrica e che l'hanno lasciata varcando per l'ultima volta quei cancelli nell'aprile del 2007, quanto fu chiusa per sempre. Ogni cosa era stata lasciata al suo posto, quasi a significare che la cessazione dell'attività fosse stata improvvisa. Le immagini ricostruiscono l'ultimo giorno di lavoro, quel momento dove la fine dell'orario lavorativo (18.00) ha coinciso con la fine di un'epoca.

Lorand Hegyi, nel suo testo dedicato al progetto "Oggettività versus empatia. Note sulle ricostruzioni fotografiche di possibili azioni di vita", scrive: "Le immagini parlano di un certo passato, fanno da tramite, trasmettono un mondo che non esiste più, ma che è ancora riconoscibile nelle tracce lasciate, un mondo con le sue gioie e le sue miserie, con i suoi piccoli avvenimenti e le sue grandi strutture, che hanno determinato i più piccoli dettagli nella vita degli attori di un tempo ... Massimiliano Camellini ci mostra il passato attraverso l'avvicinamento ai piccoli, quasi invisibili e insignificanti dettagli del presente, che portano in se stessi la totalità del passato. Così nasce la melanconia, la interiorizzazione fatalistica del trascorrere del tempo, mentre noi sperimentiamo empaticamente l'intera Lebensvergangenheit (il passato che diviene progressivamente una componente del contemporaneo) nell'ambiente che ci circonda".

Nel corso del periodo espositivo avrà luogo anche la presentazione del volume Ore 18.00, l'orario è finito. Fotografie di Massimiliano Camellini, prevista per il 31 gennaio 2019 alle ore 19presso l'Auditorium della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Interverranno Manuela De Leonardis, critica d’arte e di fotografia, l’editore Riccardo Lorenzino, Carla Gutermann, storica dell'industria, e Giuseppe Croce, docente di Economia del Lavoro all'Università "La Sapienza" di Roma. Il volume bilingue (italiano e inglese), edito da Hapax Editore (Torino, 2013), contiene, oltre a più di 70 immagini del progetto, le voci di Lóránd Hegyi, Carla Gütermann, Giuseppe Croce, e Manuela De Leonardis, con una nota di Riccardo Lorenzino.

Il testo critico dell’economista Giuseppe Croce, in particolare, testimonia la trasversalità editoriale che vuole fare riflettere sui "cambiamenti di paradigmi economici" che emergono dalle immagini e dai frastuoni di una grande parabola di vita industriale tra XIX e XXI secolo, tra narrazione documentaria e riconoscimento, intuizione, emozione.

Massimiliano Camellini (Venezia, 1964). Negli anni novanta si avvicina alla fotografia di ricerca. Dal 2001 realizza progetti costituiti da serie di opere dedicate a temi universali. La prima serie è dedicata agli istinti e ai sogni dell’uomo: appartengono a questo ciclo Oltre le Gabbie (2001), I Volanti (2004), Duel (2006), Nuove Arene (2009), Il laboratorio dell’ossessione (2010), Ore 18.00, l’orario è finito (2012) e l'ultimo Al di là dell'acqua (2016). Le sue foto sono conservate in musei e collezioni di fotografia ed arte contemporanea di tutto il mondo. Ha esposto in Europa e nei paesi dell'Estremo Oriente. Vive e lavora tra Reggio Emilia e Milano.

E' una domanda, una provocazione, che ripetutamente viene posta alla Chiesa, o perlomeno ai suoi fedeli che cercano di evangelizzare la società. E' stata posta una sera, anche al giovane Federico Ozanam, nel fervore della discussione con degli studenti universitari parigini. Ozanam aveva esaltato i benefici sociali del cristianesimo attraverso i secoli, ma una voce acuta e tagliente gli aveva risposto: «Ozanam, voi avete ragione se parlate del passato; in altri tempi il cristianesimo ha operato meraviglie; ma ora cosa sa fare per l'umanità? E voi stesso che vi vantate d'essere cattolico, cosa fate per i poveri? Dove sono le opere che dimostrino la verità della fede a noi, che pure le attendiamo per convertirci?».

Ma chi è Frederic Ozanam, è il fondatore delle Conferenze di S. Vincenzo de' Paoli . Ho appena letto una biografia del beato Federico Ozanam, del sacerdote Cesare Orsenigo, stampata dalla Tipografia S. Lega Eucaristica nel 1913. Insieme al vetusto testo di monsignor Orsenigo, ho letto anche quello di Giorgio Bernardelli, «Storia di F. Ozanam. L'uomo che non aveva paura della crisi», pubblicato da Lindau nel 2013.

Il mio interesse per per questo grande campione della carità, è scaturito dallo studio di un altro campione molto simile, il beato Faà di Bruno, l'apostolo d'amore verso i poveri e gli indifesi, che certamente ha copiato le straordinarie conferenze di Ozanam.

Oggi abbiamo proprio bisogno di questi grandi uomini apostoli della carità. E' quello che sostiene Bernardelli nel suo libro. Ozanam è vissuto tra i grandi conflitti sociali ed economici della Francia post-rivoluzionaria. Nato a Milano il 23 aprile del 1813, ma dopo due anni, la sua famiglia ritorna a Lione. Frederic Ozanam, scrive Bernardelli : «non maledisse il suo tempo né si lasciò sedurre dalla violenza. Si indignò invece di fronte all'ingiustizia e alla povertà, trovando sempre il coraggio di rialzarsi dalla sconfitte personali e di immaginare strade nuove».

Per certi aspetti Ozanam, può essere definito il precursore della dottrina sociale della Chiesa, come lo definirà Giovanni Paolo II nell'omelia a Notre-Dame nel 1997, in occasione della sua beatificazione, ma soprattutto, testimone dell'impegno per una società più giusta. Inoltre il papa sottolineava «“l'ardore”, l'impazienza, la febbre da futuro», requisiti che dovrebbero avere tutte le comunità cristiane, specialmente nei periodi di crisi. E' indicativa la presentazione di Bernardelli di Ozanam: «è l'icona di un cristianesimo giovane, e non solo per motivi anagrafici; giovane fu il suo temperamento, il suo idealismo, la sua voglia di cambiamento: Come pure il suo modo di leggere il Vangelo».

Nella prefazione al libro di monsignor Orsenigo, mons. Luigi Bignami, vescovo di Siracusa, dopo aver citato gli apprezzamenti del Santo Padre Pio X, sull'apostolo della carità, scriveva: Federico Ozanam, «non fu solo l'uomo della carità, ma l'uomo che della carità fece una forma di apologia; l'apologia che tutti capiscono, che tutti accettano, a cui nessuno sa resistere e molto meno ricalcitrare».

Ancora notava che «se le Conferenze aiutano i poveri per dimostrare il cristianesimo, li aiutano anche per santificare i soci, facendone una specie di ordine religioso, laico in tutto il senso della parola, sino ad aver moglie e figli come il fondatore, ma che mira a santificarsi, perché a tanto intese l'Ozanam istituendo le Conferenze, come sanno quanti le conoscono appena appena nella loro vita intima». Queste parole confermano che nella Chiesa di allora era impensabile che un laico, per giunta sposato potesse salire agli altari della santità. E' stato Giovanni Paolo II, attuando il Concilio Vaticano II, a sdoganare le canonizzazione dei laici.

Che tipo di uomo era Ozanam. Nel 1° capitolo Orsenico lo descrive quasi come il «metallo di cui si fanno i grandi uomini: in lui un ingegno poderoso, una dignità di coscienza mirabile, una tenacia di volontà, che non conosceva ostacoli». Orsenigo entrando nei particolari, così lo descrive: «le sue gioie più belle erano spingersi fino all'ultimo piano di una casa, entrare in qualche lurida stamberga, ascoltare amorevolmente le querimonie di quei poveri inquilini, e poi deporvi generosamente l'obolo della sua carità. Egli fu un vero patriarca della carità cristiana come San Vincenzo dè Paoli e il Cottolengo».

Quest'uomo dal fisico gracile fu influenzato certamente da diverse figure fondamentali, che lui ha incontrato, a partire dal celebre fisico di fama mondiale, Ampere e poi dai suoi stessi genitori, la dolce sorella, il fratello sacerdote Alfonso, l'abate Mathias Noirot, l'abate Lacordaire, infine dalla sua sposa Amalia Soulacroix, dalla quale nacque la figlia Maria.

I capitoli del libro di Orsenigo sottolineano i momenti più importanti della vita di Ozanam. Il terzo si trattiene sugli anni da studente, dove emerge il culto del dovere, una tenace volontà e uno splendore di successi da strappare ripetutamente l'ammirazione ai suoi stessi professori. «Nessun studente fu più popolare di lui in mezzo de' sui compagni», scrive Orsenigo. Per volontà del padre aveva abbracciato la carriera di avvocato, ma «la sua giovane anima d'apostolo si trovava a disagio con la prospettiva di passar tutta la vita fra i tribunali[...] la toga lo avviliva: gli studi letterari erano invece il suo sogno».

I suoi sogni si realizzarono presto diventando professore sulla cattedra più alta di Francia, alla Sorbona. Qui siederà per ben tredici anni. Nel sesto capitolo, il sacerdote milanese mette in luce il programma di vita di Ozanam, il suo «apostolato di verità». Era nato per l'insegnamento, la sua parola viva aveva una chiarezza, un'attrattiva, una forza di persuasione, doti che lasciavano facilmente prevedere una carriera di professore all'università parigina, il “cervello della nazione”.

Sono rimasto colpito della preparazione al concorso di Ozanam, che in soli sei mesi, ha studiato un enorme programma: tre letterature classiche e quattro letterature straniere. Diciotto ore di studio al giorno. Poi le tante prove, dissertazioni scritte, una in latino, l'altra in francese. Infine seguirono tre esami orali, di tre ore ciascuno su testi d'autori greci, latini, francesi; un quarto per le letterature straniere. «restava l'ultima prova – scrive Orsenigo – ossia due lezioni da farsi su un argomento estratto a sorte e con preavviso per l'uno di ventiquattro ore e per l'altro di un'ora». Ozanam si presentò e sostenne la sua tesi parlando per circa due ore con erudizione vasta a e sicura, ricca di commenti geniali e nuovi.

Alla fine i professori non solo lo hanno promosso, ma gli hanno assegnato il primo posto. Così con intenti da apostolo Ozanam, a soli 27 anni, montava, nel gennaio del 1841, sulla cattedra di letteratura straniera della Sorbona. A proposito ho notato studiando queste figure dell'Ottocento, almeno quelle di una certa autorità, che era un mondo di giovani, non come il nostro che ancora a sessant'anni non si è raggiunto nessun obiettivo.

In Ozanam si evidenzia l'accordo fra la scienza e la fede. Non era un semplice credente, «palpitava in lui l'anima di un apostolo; egli sentiva il bisogno di porre la sua scienza non solo in armonia, ma a servizio della fede». Pertanto in tutti gli aspetti della scienza, Ozanam cercò sempre di trovare l'orma di Dio. Per la sua apologetica Ozanam preferiva la storia. «Studiando la storia del pensiero umano la sua stessa coscienza cristiana si rinvigorisce». Orsenigo vede il fondatore delle conferenze come quasi rapito « dal fascino di una crociata della scienza per la fede, il suo genio scorre con un'agilità meravigliosa attraverso i grandi periodi storici segnati dal progresso umano, cogliendo dovunque le prove del trionfo di Cristo e della sua Chiesa».

Un giorno trattando dell'azione sociale e moralizzatrice del cristianesimo in confronto al paganesimo, così si espresse con i suoi studenti della Sorbona: «Non si civilizzano veramente gli uomini che influendo sulle loro coscienze, e la prima vittoria per conquistarle è quella di dominare avanti tutto le loro passioni. E continuava: «ma i filosofi di Roma si preoccupano forse mai delle anime di tanti milioni di barbari sepolti nell'ignoranza o nel peccato? Aspettate per questo, aspettate l'arrivo di quei missionari, che il loro zelo trasporta ben oltre quei fiumi, ove si arrestano invece le legioni di Roma. Essi non pensano che a salvare le anime, ma con le anime essi salveranno tutto il resto». La lezione del professor Ozanam continua «inneggiando a queste legioni di missionari, di monaci, di vergini, di martiri, a questa Roma novella, che ricomincia la conquista del mondo con le armi spirituali, e per la quale l'arte, la poesia, le lettere, l'eloquenza, la storia sopravvivono alla caduta dell'impero, battezzate e sublimate da una forza nuova».

Certo si può muovere allo scienziato, al professore Ozanam, quella critica che certamente gli hanno mosso: che egli sfrutta la scienza a vantaggio della sua fede. Ma lui prontamente risponde che lo fa soltanto perché altri, prima di lui, in particolare, i razionalisti, lo hanno fatto a vantaggio delle loro idee. E' veramente illuminante il parallelismo che fa Ozanam con lo storico Gibbon, che si era indignato perché aveva visto a Roma, uscire dalla basilica di Ara Coeli, una lunga processione di frati francescani che «limano coi loro sandali quel pavimento già attraversato da tanti trionfi». Anche Ozanam li ha visti calpestare i vecchi lastricati di Giove Capitolino e invece di indignarsi, «mi sono rallegrato come di una vittoria dell'amore sulla forza». Secondo Orsenigo erano le provocazioni degli altri a dare all'insegnamento di Ozanam un tono polemico ed apologetico, ordinariamente era un espositore calmo imparziale. E tuttavia per Orsenigo, Ozanam aveva tutto il diritto di prospettare la storia da un punto di vista cristiano.

Tuttavia il fondatore delle Conferenze di S. Vincenzo, non si vergognava di dichiarare candidamente che il suo scopo supremo era di servire coi suoi lavori la Chiesa. Fu uno straordinario studioso, abbastanza meticoloso nel preparare le lezioni, compulsava libri, analizzava testi con una minuziosità, Ampere poté scrivere che, «preparava le sue lezioni come un benedettino e poi le pronunciava come un oratore». Addirittura poteva capitare che Ozanam per una preparazione completa era capace di sobbarcarsi anche lunghi viaggi e di stare intere settimane nelle biblioteche.

Sulla cattedra Ozanam non aveva nessun atteggiamento di imponenza, quando iniziava a parlare era sempre incerto, titubante e timoroso. Tuttavia riusciva con la sua oratoria a intrattenere i suoi scolari. Era «cortesissimo con gli scolari, specialmente con quelli di buona volontà, li accoglieva sempre con ogni benevolenza, anzi si teneva a loro disposizione dalle dieci alle dodici d'ogni mattina, e la sua anticamera era spesso affollata ora di piccoli allievi ed ora di studenti universitari[...]». Ma questa benevolenza, ci tiene a precisare Orsenigo, «non impediva ad Ozanam di essere sempre giusto, e anzi, aggiungeremo, anche un pochettino severo: con Ozanam chi non studiava si trovava male».

Comunque Ozanam accompagnava la severità sempre con la giustizia. Peraltro  la sua opera educativa continuava anche fuori dall'università. Inoltre aveva intuito che dopo il sacerdozio, nessuna missione quaggiù è più sacra di quella dell'educatore.

Ozanam fu un apostolo della penna. Fu uno scrittore e un pubblicista. Un giorno disse: «io scrivo perché non avendomi Dio dato la forza di tirare un carro, bisogna tuttavia che io obbedisca alla legge del lavoro e mi guadagni la mia giornata».

Le opere di Ozanam possono essere distinte in tre categorie: opere letterarie maggiori, scritti vari minori, epistolario.

Orsenigo nel testo ne fa l'elenco, io ne ricordo qualcuna, «La civilizzazione cristiana presso i Franchi», «Dante e la filosofia cattolica del secolo XIII» e poi, «I poeti francescani al secolo XIII». Peraltro queste opere hanno contribuito alla produzione di un'unica grande opera: La storia della civilizzazione cristiana a cominciare dal V secolo.

Il suo progetto di studi gli era apparso subito chiaro: impegnarsi nella dimostrazione della verità del Cristianesimo attraverso l’analisi della storia dell’alto Medioevo, quando la Chiesa aveva raccolto l’eredità migliore dell’antichità classica e l’aveva fatta incontrare con i popoli germanici, introducendovi nuovi pensieri, arti e costumi. Il punto conclusivo di questa età storica era rappresentato per Ozanam dal pensiero e dall’opera poetica di Dante Alighieri.

Nel giornalismo fu sempre una specie di soldato volontario (indegnamente mi vedo anch'io in questo ruolo), scrisse su diversi giornali, ma il periodico che raccolse più lavori furono Gli Annali della propagazione della fede. Qualunque fosse l'argomento che Ozanam trattava, si vedeva sempre sullo sfondo l'uomo di fede, l'apologista il difensore della Chiesa cattolica.

Nei suoi testi non fu mai aggressivo, «lo guidava sempre la medesima moderazione, la stessa inturbabile carità». Il monumento più bello che si possa fare ad Ozanam sono il suo epistolario, anche se rimane il libro il più grande monumento che si possa erigersi ad un uomo.

Andiamo ai poveri. E' stato il grido di battaglia di Ozanam. Suor Rosalia diventa la madrina delle Conferenze della carità: è lei che ha fatto un elenco delle famiglie povere, affinché poi i giovani di Ozanam potevano visitarle. Una delle prime preoccupazioni di Ozanam fu che  le Conferenze di S. Vincenzo diventassero una confraternita, badando che non degenerassero in un semplice ufficio di beneficenza pubblica, senza spirito religioso. Lo spirito essenziale della Società di San Vincenzo è nello spirito di carità. Carità spirituale innanzitutto.

«I profani ritengono le Conferenze di San Vincenzo pure associazioni di beneficenza; Ozanam invece chiamava le Conferenze 'Associazioni di muto incoraggiamento fra i giovani' ossia un ritrovo allo scopo di offrire ai giovani studenti, e soprattutto a quelli che venivano a Parigi ogni anno dalla provincia, 'una specie di ospitalità morale', onde preservarli dal contatto pericoloso della corrotta società della capitale».

Queste conferenze nate da quelle di «Storia», dove i giovani studenti disputavano di argomenti scientifici, dovranno avere la stessa carica apologetica. Occorre pertanto, scrive Bernardelli nel suo testo: «passare all'azione nei bassifondi della grande città dovrà essere un modo per testimoniare che il Vangelo (e non le teorie astratte dei filosofi) è l'unica strada in grado di sradicare l'egoismo dilagante nella nuova società, nella quale l'ideale della fraternitè è stato il primo ad andare in frantumi. L'unica strada per instaurare quella che tanti anni dopo Paolo VI avrebbe chiamato la 'civiltà dell'amore'».

Le Conferenze, sia in Francia sia all’estero, egli considerava per i giovani come fondamentale preparazione per la loro vita sociale. “Avvicinarsi alla miseria, toccarla con le mani, discernerne le cause conoscendone gli effetti dal vivo, in una famigliarità affettuosa con quelli che ne sono oppressi” tale doveva essere, secondo Ozanam, l’iniziazione ai problemi sociali.

I seguaci del filosofo Saint-Simon, che si sforzano di elaborare sistemi economici e politici destinati a cambiare il volto del mondo attraverso l'eliminazione della povertà, gli pongono quella domanda provocatoria che ho posto all'inizio:“ma voi, giovani studenti, voi laici, che cosa fate per gli ultimi?”. Ozanam secondo Bernardelli, non sfugge alla domanda, accetta la provocazione, anzi «replica spiegando che molti di loro, senza fare troppa propaganda, dedicano parte del proprio tempo all'assistenza degli ultimi. E che la giustizia sociale non è certo una scoperta di Saint-Simon, ma si trova già scritta nel Vangelo».

Il testo di Bernardelli dedica molto spazio all'impegno socio-politico di Ozanam, e per capirlo occorre fare riferimento agli eventi del 1848. Ozanam per certi versi da subito si è smarcato dalla contrapposizione tra reazionari e saint-simoniani, elaborando il concetto dello «stare in mezzo», che poi consiste nel contrapporsi agli egoismi tanto degli uni quanto degli altri. Pertanto secondo Bernardelli il nostro apostolo della carità sarebbe una specie di moderato che cercò di avvicinare la Chiesa alle idee di libertà, ma mai scendere a patti con il Liberalismo. A questo proposito scrive Orsenigo: «Questa sua simpatia al movimento liberale non va confusa con quel liberalismo politico nostro, del quale Ozanam fu proprio perfettamente immune; tantochè quando Pio IX alle prime sommosse abbandonò Roma rifugiandosi a Gaeta, Ozanam lanciò subito un appello, e aprì le colonne del suo giornale, l'Ere nouvelle, ad una sottoscrizione per offrire al Pontefice l'obolo della solidarietà cattolica ai suoi dolori e alla sua augusta povertà».

Ozanam non auspicava la nascita di nessun partito cattolico, che magari poi avrebbe compromesso la causa comune della Chiesa.

Certamente era convinto che la questione sociale andava affrontata in fretta, soprattutto la questione del salario. Ma Ozanam non vuole una rivoluzione collettivista come quella elaborata da Marx. Ozanam metteva in guardia i cattolici, occorre fare come ha fatto la Chiesa alla fine del mondo antico. Allora «ha preso per mano i Vandali o gli Unni trasformandoli a poco a poco in una nuova civiltà – quella del Medioevo -, così oggi deve fare con gli operai, braccianti, disoccupati. Non è con i resti della vecchia aristocrazia e nemmeno con i nuovi borghesi rampanti, ma con loro che il cristianesimo deve trovare un incontro fecondo». E' un discorso che avevano capito tutti quei santi dell'Ottocento piemontese a Torino, come i vari Murialdo, don Bosco, il Cottolengo, lo stesso Faà di Bruno.

E' una questione di vita o di morte, «perché se questo incontro non avviene i 'nuovi barbari' volgeranno lo sguardo altrove, come le sirene del socialismo stanno già mostrando. Invece per Ozanam la vera opportunità per le masse popolari si trova nell'incontro con la Chiesa».

Così Ozanam inaugura una nuova tesi: «passiamo ai barbari», resterà come un suo grande slogan politico. E lo spiega in un suo articolo: «quando dico passiamo ai barbari non voglio con questo dire: passiamo ai radicali. Io chiedo che al posto di sposare gli interessi della borghesia egoista, noi ci occupiamo del popolo che ha troppi bisogni e troppi pochi diritti che reclama con ragione una parte più piena negli affari pubblici, delle garanzie per il lavoro e contro la miseria, che ha dei cattivi capi ma solo perché non ne trova di migliori».

Più avanti Bernardelli nel libro dopo aver sintetizzato l'impegno politico di Frederic Ozanam, si spinge a scrivere che il suo programma elettorale è di una attualità straordinaria.

Pio IX definì i confratelli di San Vincenzo come dei «veri cavalieri di Cristo». Un umile lavoro iniziato da pochi studenti nel maggio del 1833, alla fine aveva moltiplicato queste conferenze e ora se ne contano a decine nel mondo.

Il nostro affrontando i temi dell'ortodossia della fede, Ozanam aveva la fibra dell'apostolo e del martire: «la terra si è raffreddata, - scrisse un giorno ad un amico - a noi cattolici riaccendere il calore vitale che si spegne, a noi ricominciare l'era dei martiri, poiché vi è un martirio possibile a tutti i cristiani». Più avanti scriveva: «La conversione di un popolo non si fa con le leggi, ma con i costumi, con le coscienze, che bisogna prender d'assedio ad una ad una». Egli conosceva bene questa tattica dell'assedio di un'anima; ogni occasione era buona.

A questo punto Orsenigo fa una riflessione su Ozanam, che dovremmo fare nostra, tutti i cattolici di oggi: «L'ardore del suo zelo non impedì a Ozanam di insoavire il suo apostolato con una mirabile mitezza verso gli erranti: il suo linguaggio assumeva espressioni così amorevoli, che difficilmente si osava ricalcitrare a tante dolci insistenze. Questa carità spirituale l'aveva attinta, diceva egli, alla sua dolorosa esperienza giovanile: i dubbi religiosi, che lo travagliarono allora, gli lasciarono in cuore una grande compassione per tutte le anime dubbiose o erranti».

Anche se questa tolleranza verso gli erranti non rappresentava certamente debolezza. Ozanam prendeva coraggiosamente sempre posizione: «l'indifferenza, la neutralità sfibra i caratteri».

A completare il mio studio sul beato Ozanam, possiamo sostenere che «la sua vita fu un vero martirio di lavoro faticoso, incessante, che finì a travolgerlo nella tomba in piena virilità». Smette solo quando il medico glielo impone. Lasciò la vita terrena 8 settembre 1853, festa della natività di Maria Vergine, a soli quarant'anni, il suo testamento è una pagina sublime di fede, di fortezza cristiana, di santa affettuosità.

 

La rivista Cristianità (n. 393, sett.-ottobre 2018)) ha dedicato gran parte dello spazio agli ottant'anni di Giovanni Cantoni, fondatore di Alleanza Cattolica, che da qualche anno, per motivi di salute ha dovuto abbandonare la guida diretta dell'associazione.

Tento di sintetizzare i pregevoli interventi che hanno ben delineato la statura e la personalità di Cantoni. Comincio dalle riflessioni, dell'attuale reggente nazionale Marco Invernizzi, che sottolinea un tema centrale presente nei vari interventi di Giovanni Cantoni, riguarda la pazienza, virtù “piccola” ma importante se applicata alla storia “grande”. «E' una virtù che i militanti di Alleanza cattolica conoscono fin dall'inizio – scrive Invernizzi – quando viene detto loro che l'associazione non promette nulla nell'immediato in termini di risultati politicamente tangibili, ma vuole cercare di preparare un futuro, che la nostra generazione non vedrà ma che qualcuno deve pur cominciare a preparare».

Cantoni dà grande importanza alle riflessioni di S. Ignazio di Loyola in merito ai due eserciti che si danno battaglia nel mondo: quello di Cristo e quello del demonio. Nel primo c'è la pace e l'umiltà, nel secondo l'odio e il rancore. Chi non tiene conto di questa contrapposizione vive perennemente in ansia e alla ricerca esasperata di risultati e di visibilità, compromettendo l'impegno associativo dell'apostolato dei cristiani.

Pertanto per Invernizzi: «il protagonismo e la ricerca ansiosa dell'egemonia quando non di forme di potere, sono una malattia che corrode le relazioni, soprattutto ma non solo la politica, e purtroppo sono diffuse anche nel mondo cattolico».

Certamente non si può ricostruire una società a misura di uomo e secondo il piano di Dio, come diceva bene san Giovanni Paolo II, in poco tempo. «Servono uomini dedicati, che abbiano rifiutato la 'mondanità', cioè il servizio del mondo invece che il servizio di Dio e del prossimo. Ma ciò non significa assolutamente rinunciare a cercare di incidere nella storia».

Soltanto con la conversione personale si potrà cominciare a cambiare il mondo. Lo stesso Cantoni rileggendo la parte I di “Rivoluzione e Controrivoluzione”, era convinto che «quello che succede fuori è il risultato di quello che succede dentro. Ergo, se vogliamo cambiare fuori, dobbiamo cambiare dentro».

E poi se si riesce a convincere anche gli altri, allora si costruisce un ambiente, magari una «microcristianità», o una «cristianità di minoranza», come scriveva il cardinale Giacomo Biffi.

Tra gli interventi che hanno descritto la straordinaria personalità del fondatore di Alleanza Cattolica, segnalo quello di Domenico Airoma, che si definisce senza mezzi termini, «cantoniano», riconoscendogli la statura di maestro: prima ancora che la dottrina contro-rivoluzionaria, egli ha insegnato, con la sua vita, lo stile stesso del contro-rivoluzionario.

Nello stile da imitare per Airoma ci sono precisi aspetti del vissuto quotidiano, gesti per comunicare. L'interesse per l'altro, senza pretendere che l'altro necessariamente deve interessarsi a noi. C'è soprattutto il rispetto dell'autorità, in primo luogo della gerarchia ecclesiale. Anche se sarà un ossequio ragionevole.

Un altro fattore da sottolineare è quel rispetto della realtà: i fatti vanno descritti per come sono e non per come vorremmo che fossero. Sempre pronti a rivedere i nostri giudizi e soprattutto senza pretendere di raddrizzare le gambe ai cani. Questo era un concetto che Cantoni ripeteva spesso nei ritiri, quando faceva riferimento a certi politici.

Pertanto prima analizzare bene i fatti e soltanto dopo emettere dei giudizi. Evitare la troppo sicurezza, la superbia.

Inoltre per giudicare gli accadimenti non bisogna smarrire il contatto con il «quadro grande, che dà il senso e la qualità al tempo che viviamo, relativizzando le difficoltà e le angosce dell'ora presente, nella certezza che la Provvidenza è all'opera e che non siamo noi a salvare la Chiesa, ma il contrario».

Cantoniano significa avere prudenza, custodendo «la capacità di conservare il contatto con il reale, tenendo presente tutte le circostanze che accompagnano la nostra azione». Bisogna tenere conto dell'interlocutore e mai parlarsi addosso, «cadendo prigionieri dell'attrazione fatale del proprio ombelico, che tanti contro-rivoluzionari ha mietuto sul terreno della sensualità intellettualistica, condannandoli alla irrilevanza storica».

Bisogna essere consapevoli che non si parte mai da zero, per ricostruire una civiltà, anche Nostro Signore per moltiplicare i pani e i pesci, ha voluto il nostro aiuto. Cantoni amava sempre usare la metafora dell'importanza del «due di coppe», nel gioco della briscola. Infine essere consapevoli che bisogna dire la Verità, mai dimenticando di essere servi inutili. Del resto, «ogni cimitero è pieno di persone che si ritenevano indispensabili».

Giovanni Cantoni può essere identificato come il monsieur de Lapalisse, così lo vede Michelangelo Longo. Il nostro «Gianni», è il nome attribuito dai militanti più anziani, ha disintossicato intere generazioni di giovani dal morbo delle ideologie e del relativismo. Per Longo lo ha fatto diffondendo l'antidoto dell'ovvietà, dell'evidenza. Oltre al sacrificio, all'ascesi, alla dottrina, Cantoni ritorna sempre al reale, ma nello stesso tempo, partendo dal reale riporta i propri amici a volare alto, liberandosi delle zavorre del mondo.

Agostino Carloni evidenzia in Cantoni, la sua dialettica, la sua capacità straordinaria di parlare al cuore e alla mente delle persone. Cantoni è stato un grande comunicatore, soprattutto «avvinceva e convinceva con la coerenza fra le parole e i fatti». Il suo metodo di comunicazione potrebbe essere studiato nei corsi universitari delle Scienze della comunicazione. Cantoni si faceva capire perchè spesso nelle sue conversazioni utilizzava la reiterazione, spesso ritornava su un concetto per esprimerlo meglio semplificando. Era attento all'interlocutore, e chiedeva se era stato chiaro.

Cantoni fin dalla nascita dell'associazione ha badato sempre a fare riferimento al Magistero della Chiesa, in particolare alla Dottrina sociale. «Per vari motivi, non sempre facile è stato l'impegno dei militanti di Alleanza Cattolica», scrive Maurizio Dossena. Con una linea culturale e operativa decisamente controcorrente si sono trovati con coraggio fedeli a un senso della Tradizione cristiana, anti-progressista, anche se non coincidente con un certo tradizionalismo fine a se stesso.

Non è stato facile soprattutto negli anni della disastrosa degenerazione nella Chiesa post-conciliare, conseguenza di una malintesa interpretazione del Concilio Vaticano II, da cui tutti i Papi successivi hanno ben messo in guardia.

I punti fermi a cui fanno riferimento i militanti di Alleanza Cattolica, sono la conoscenza della Chiesa, fedeltà cum Petro e sub Petro, del Catechismo e dei documenti magisteriali. A questo si aggiunge la formazione continua, spirituale e culturale secondo percorsi ben precisi che fanno riferimento all'insegnamento del professor Plinio Correa de Oliveira e concretamente sviscerata da Giovanni Cantoni sia nei suoi diversi scritti che nelle tante lezioni ai militanti di Alleanza Cattolica.

E a proposito dei militanti, Cantoni ha avuto una particolare cura e attenzione nella formazione dei giovani soci di Alleanza Cattolica.

Di questo aspetto se ne occupa Daniele Fazio, che utilizza lo spazio della rivista per  raccontare la sua precoce adesione all'associazione e quindi la sua frequentazione con il maestro Giovanni Cantoni. Fazio sottolinea l'aspetto della carità intellettuale presente nell'oratoria del fondatore. Era importante per Cantoni comprendere se il suo messaggio fosse arrivato anche all'ultimo dei presenti di ogni riunione. Se così non fosse stato, si sarebbe sforzato certamente di modificare i concetti espressi.

Fazio ricorda l'importanza dei rapporti personali all'interno della comunità di Alleanza Cattolica, soprattutto con chi si avvicina per la prima volta. Non solo il prossimo va trattato bene, «ma soprattutto non va chiesto niente di più di quello che la Chiesa o l'associazione chiedono per essere cattolici e soci di AC». Infine un'altra particolare sensibilità che deve avere ogni militante quando fa apostolato con il prossimo, deve stare attento a non schiacciare l'altro, ma convincerlo.

E prima di presentare gli altri temi presenti nella rivista, anch'io voglio rendere omaggio al grande maestro Giovanni Cantoni, che ho conosciuto quando ero giovane. Ho tanti ricordi da poter raccontare, ringrazio soprattutto la Provvidenza che mi ha dato l'opportunità di incontrarlo. Certamente ricordo la sua passione per la Storia, i tanti episodi raccontati dopo approfonditi studi, uno per tutti, in particolare l'epopea delle insorgenze popolari degli italiani contro gli eserciti rivoluzionari francesi di Napoleone tra il 1796 e il 1814. Probabilmente è stato Cantoni il primo negli anni '80 a togliere il velo dell'oblio su queste pagine di storia che la storiografia ufficiale aveva letteralmente cancellato.

E poi non si può dimenticare il termine storico di Magna Europa, l'Europa fuori dall'Europa, per indicare il mondo umano e culturale nato dall'espansione degli europei, in particolare in America. «Così come la Magna Grecia è stata anzitutto la “Grecia di fuori'». Infine da ricordare le sue ricche lezioni degli ultimi anni sui grandi eventi storici (lui ci diceva che per comprendere bisognava avere davanti sempre delle carte geografiche) sulla fine delle civiltà, una tra tutte quella dell'Impero Romano, con precise citazioni di grandi storici come Arnold Toynbee, Huizinga, Gonzague de Reynold, Caturelli.

Ritornando alla rivista Cristianità, l'editoriale di questo numero affronta i tanti fraintendimenti che sono sorti all'interno della Chiesa. Per chiarezza, Marco Invernizzi ricorda lo scopo fondamentale della Chiesa: «cercare ogni uomo per comunicargli che Cristo è il Salvatore e la Chiesa la via ordinaria per conoscerlo e amarlo sulla terra e nell'eternità».

Pertanto in ogni epoca della storia la Chiesa deve cercare di incontrare tutti gli uomini, anche e soprattutto quelli che sono lontani. E se condanna lo fa per aiutare tutti a lasciarsi salvare da Cristo, anche quelli che vengono compresi nella condanna. E qui Invernizzi ricorda quando la Chiesa nel 1949 comminò la scomunica a coloro che sostenevano il Partito Comunista.

Anche qui la Chiesa poi mesi dopo lanciò la Crociata del Gran Ritorno, rivolta soprattutto per quelli che erano stati scomunicati. Anche oggi scrive Invernizzi, la Chiesa desidera comunicare la Grazia a tutti. Anche a quelli che sono intrappolati nelle nuove ideologie, per esempio del gender, che è riuscita a penetrare anche all'interno della Chiesa. Senza dimenticare la sporcizia degli abusi sessuali, della giustificazione dell'omosessualismo.

Domenico Airoma commenta un articolo di Giovanni Cantoni, «Continuerà l'autodemolizione?», pubblicato su Cristianità (sett.-ottobre 1974). Già quarant'anni fa di fronte al fumo di satana, e all'intossicazione, che si era diffusa all'interno della Chiesa, la risposta di Cantoni è di una straordinaria attualità: «Come non vedere in una fede straordinaria la sola forza capace di espellere il 'fumo di satana' dalla Chiesa, di chiudere ad esso e, quindi, di arrestare l'”autodemolizione”, magari scegliendo la persecuzione da parte di un 'mondo contrariato'? E su che base appoggiare questa fede, se non sulla umiltà? E nella Chiesa, se non su Pietro?».

Alleanza Cattolica ha accolto l'appello di Papa Francesco di recitare il Santo Rosario nel mese di ottobre per chiedere alla Madonna e a San Michele Arcangelo la purificazione della Chiesa dalla piaga degli abusi sui minori e dalla penetrazione al suo interno dell'ideologia gender e omosessualista.

A questo proposito la rivista ricorda l'invocazione alla Madonna del Sub tuum praesidium e la preghiera a san Michele Arcangelo scritta da Leone XIII. Sostanzialmente sono preghiere che da decenni i militanti di Alleanza Cattolica recitano. In particolare quella a San Michele, dopo la “preghiera di Fatima”, al termine di ogni decina del santo Rosario.

La rivista offre infine un interessante ricordo di Giovannino Guareschi di Oscar Sanguinetti, un intervento del Cardinale Angelo Bagnasco, su l'«Humanae Vitae a cinquant'anni dalla sua promulgazione», la presentazione del libro, «L'opzione Benedetto» di Rod Dreher, da parte di monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla.

Infine un intervento di Marco Invernizzi, su «La democrazia del narcisismo. Breve storia dell'antipolitica», una lettura a commento del libro di Giovanni Orsina, pubblicato da Rubbettino nel 2018.

 

 

In occasione del centenario dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il Centro Culturale Cattolico San Benedetto, propone una Mostra fotografica all’attenzione della cittadinanza e del pubblico. Per l'occasione è stato pubblicato un volume, «La Grande Guerra. Politica, Chiesa, Nazioni», edito da Lindau (2014), uno strumento di tipo divulgativo e nello stesso tempo di alta qualità sotto il profilo scientifico, che consenta una viva riscoperta di ciò che storicamente ricordiamo, unitamente ad uno stimolante approfondimento circa le implicazioni e le conseguenze che ha avuto sul mondo di ieri e su cosa può dire a noi oggi.

Leggo dal sito del Centro Culturale (cccsanbenedetto.wordpress.com) che la mostra si potrà vedere presso la Scuola Secondaria di 1° grado, “A. Ronchetti” de l'Istituto Comprensivo Vanzago-Pogliano Milanese, dal 12 al 15 novembre.

Il testo consiste in una serie di schede di alcuni studiosi, curate da Luca e Paolo Tanduo, che formano una ricerca di studi accurata e sintetica sulla guerra. Il testo è un'opera collettiva di Enzo Fumagalli, Filippo Peschiera, Riccardo Pezzoli, Filippo Spanò, Manuela Stelluti Scala, Silvia Rines, Ambrogio Tanduo. «Studi, mostre, convegni vengono organizzati in tutta Europa per ricordare i 100 anni della Grande Guerra - scrive Don Giulio Zagheni -  Il presente volume e la mostra a esso collegata si inseriscono in questo cammino e ripercorrono alcune tappe del tragico conflitto, leggendolo dal particolare punto di vista della Chiesa e degli eventi italiani».

Le conseguenze della Grande Guerra sono impressionanti, secondo don Zagheni: 10 milioni di morti, 21 milioni di feriti e dispersi; l'annientamento degli imperi austro-ungarico e zarista; la rivoluzione russa (1917-1920); la guerra civile spagnola (1936-1939); la guerra civile in Italia tra fascisti e antifascisti; la guerra nella ex Jugoslavia; la seconda guerra mondiale, con 50 milioni di morti. Pertanto i due colpi sparati a Sarajevo, non provocarono soltanto lo scoppio della guerra, ma sancirono il crollo della civiltà europea e un mutamento profondo nella vita di tutti i Paesi del continente.

In questa prima grande guerra, vincitori e vinti uscirono dal conflitto sconvolti su tutti i piani, da quello economico e ideologico, a quello politico e sociale. I grandi studiosi come Furet, Nolte la chiamano la «la guerra civile mondiale».

Si inizia con le ragioni del conflitto; si parte dal 1905, con numerosi interventi che posero le basi per lo scoppio del conflitto. Il testo focalizza l'attenzione sui motivi culturali come la diffusione di una certa «'statolatria', che dava alla guerra un'assurda cornice romantica, anestetizzando la paura e sacralizzando la morte». Infatti, «la cultura giocò un ruolo fondamentale nel sostenere il conflitto soprattutto in Francia e in Germania dove gli  intellettuali giustificarono la scelta nazionale». Bergson parlò di «lotta della civiltà contro le barbarie». Ma anche gli intellettuali tedeschi pensavano di avere una missione civilizzatrice. In pratica ogni parte era convinta di combattere una guerra giusta. «In Italia, intellettuali e giornalisti, tra cui personalità come Gabriele D'Annunzio e il direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini, riuscirono a convincere un paese sostanzialmente neutralista alla causa irredentista e interventista».

Subito dopo, si passa ai protagonisti di quegli anni terribili: Francesco Giuseppe, lo zar Nicola II, il Kaiser Guglielmo II e poi i primi ministri degli Alleati francesi , inglesi, italiani. Da pagina 26 a pagina 38, il libro si ferma sul movimento cattolico, sui cattolici di fronte allo scoppio della guerra. I cattolici di fronte allo Stato liberale, si erano divisi tra intransigenti e transigenti, venivano dagli anni del non expedit; di non partecipazione alle competizioni elettorali. Poi nel 1913 con il Patto Gentiloni, per la prima volta parteciparono cogliendo un ottimo risultato. Intanto nasce il Partito Popolare di don Luigi Sturzo, che avrà un certo ruolo durante la guerra. A questo punto di fronte alla guerra, i cattolici si dividono in interventisti e neutralisti. L'interventismo era appoggiato da varie forze politiche e culturali: i nazionalisti, i repubblicani, alcuni socialisti riformisti, i sindacalisti rivoluzionari, come Mussolini, direttore del “Popolo d'Italia”, poi i liberali non giolittiani, la massoneria italiana e molti giornali. Nel 1915, ci sono state le «radiose giornate», del 16, 20, 24 maggio, a favore della guerra.

A Roma, D'Annunzio richiamava il mito della Roma dei Cesari a favore della causa interventista. D'Annunzio nella sua oratoria, usava anche simbolismi sacri e paganeggianti. Poi c'erano le posizioni neutraliste dei cattolici intransigenti, quindi a favore dell'Austria che consideravano un baluardo contro i nemici dell'Europa cristiana. Per questi la massoneria era a favore della guerra con lo scopo di distruggere l'impero austriaco, ultimo residuo di quel Sacro Romano Impero. Tra i neutralisti, il libro, si sofferma su Filippo Meda che si ispirava alla dottrina della Chiesa, rifiutando la deriva materialista socialista.

Le nuove tecnologie, ampliavano il potere distruttivo degli armamenti,  modificarono sensibilmente il modo di condurre la guerra. Il testo, dettagliatamente, riporta i numeri delle varie forze armate in campo. Nella marina hanno un grande peso le corazzate. La prima super-corazzata fu la Queen Elizabeth. Un grande ruolo nella Grande Guerra l'ha avuto l'aviazione. L'aereo è stato uno delle grandi novità della Prima Guerra mondiale. «Il volo comportava rischi notevoli perché gli apparecchi erano poco sicuri e per questa ragione era fondamentale la bravura dei piloti, i 'cavalieri del cielo', costretti a volare senza paracadute, perché ingombrante». Leggendari sono stati alcuni aviatori come il tedesco barone rosso, Manfred von Richthofen o il nostro Francesco Baracca.

La caratteristica principale della Grande Guerra, è stata la guerra di trincea, tra i reticolati. Il conflitto doveva essere veloce, ben presto si è trasformato in una guerra di posizione dominata dalle trincee con reticolati. In questo tipo di guerra il protagonista diventa, «il logoramento fisico e psichico, lo stress, la presenza continua della morte, ebbe un grande impatto sui soldati. I campi di battaglia erano caratterizzati dalla presenza di ostacoli passivi, filo spinato, lavori di fortificazione campale, trinceramenti di vario tipo, ricoveri, osservatori, camminamenti».

A terra venivano utilizzate le mitragliatrici che falcidiavano il nemico. Nel primo giorno dell'offensiva sulla Somme, gli inglesi nel 1916, persero 20.000 soldati, uccisi in gran parte dal fuoco automatico dei mitraglieri avversari. Poi sono stati utilizzati i gas, i primi furono i francesi e non i tedeschi.

Per la prima volta viene utilizzato il carro armato, furono gli inglesi a costruirlo per primi. Il testo riporta brevemente le grandi battaglie che hanno causato le gratuite carneficine di milioni di uomini. A Verdun morirono 300 mila soldati francesi e 300 mila soldati tedeschi. La guerra di trincea portò a sanguinosi scontri per la conquista di pochi metri.

Sul fronte italiano ci furono dodici grandi battaglie contro l'esercito austro-ungarico, che provocarono tra italiani e austro-tedeschi 410 mila morti. Altra caratteristica furono i bombardamenti delle città. Lo spiegavo ai ragazzini più grandi delle elementari come la Guerra era cambiata. Ormai era totale, per la prima volta anche i civili erano coinvolti, combattevano tutti, non solo i soldati. Ecco i bombardamenti delle città indifese, la Santa Sede, il Papa Benedetto XV deplorava tali bombardamenti. La Chiesa ha sempre protestato per i morti civili e la distruzione dei monumenti e dei tesori d'arte e cultura.

Il testo curato dal Centro Culturale S. Benedetto, sottolinea la tregua di Natale del 1914, quando ancora la perdita di umanità non aveva fatto presa nei belligeranti.

Il testo dà conto della cosiddetta «guerra bianca», quella parte di conflitto che ebbe come teatro le cime e i ghiacciai dell'Ortles-Cevedale e dell'Adamello, dove i nostri alpini si scontrarono con i Kaiserjager. Qui il testo brevemente accenna agli episodi, alle leggendarie imprese degli alpini. Una guerra che si svolse tra i 2000 e i 3000 metri, per cui i soldati furono falcidiati più dalle slavine, dal gelo che dalle mitraglie.

Naturalmente si menziona la situazione degli italiani del Trentino, divisi tra quelli favorevoli agli austriaci e chi invece con il governo italiano.

A questo proposito diventa difficile il ruolo assunto dai tanti sacerdoti, diventati nel frattempo cappellani, vicini alle truppe di combattimento, a pagina 74, c'è una scheda, dove viene affrontato l'argomento, prendendo in esame il caso di padre Semeria, che euforicamente ha aderito agli ideali nazionalistici, della Patria in combattimento. Ma ben presto ha dovuto ricredersi, venendo a contatto con le varie carneficine.

La Chiesa, la Santa Sede era da sempre neutrale. Papa Benedetto XV, è passato alla storia per la celebre frase dell'inutile strage, dando un giudizio estremamente negativo della guerra che si stava combattendo.

Il Santo Padre in un articolo dell'Osservatore Romano, intitolato «La Chiesa e i suoi ministri nelle amarezze dell'ora presente», chiariva la missione propria del sacerdote in guerra. Riferendosi ai sacerdoti, il papa scriveva, «[...] non dimenticheranno mai che, al di sopra delle aspirazioni anche legittime del sentimento patriottico, è da porsi costantemente l'interesse generale della Chiesa e dell'umanità, ricordando sempre di essere ministri di Colui, che anche nel mezzo agli spasmi della sua passione, non aveva parole di amarezza e di odio per i suoi carnefici, e moriva perdonando ai propri nemici».

Il testo sporadicamente fa riferimento a quei vescovi che si trovano coinvolti in prima persona nella guerra, come quello di Padova, di Trento, di Vicenza. Non è stato facile per loro mettere in atto le direttive della Santa Sede. Nel testo si fa solo qualche accenno alla persecuzione o quantomeno all'ostracismo che hanno subito tanti sacerdoti, religiosi, da parte dell'amministrazione statale italiana, che spesso li vedeva come disfattisti, antipatrioti.

Il testo si sofferma sulla difficile diplomazia vaticana per scongiurare la guerra. In particolare si guarda alla corrispondenza del papa con l'imperatore Carlo d'Asburgo, che tentò in tutti i modi di salvare, senza riuscirci , l'Austria-Ungheria, ma soprattutto di fare la pace. Sull'eroica figura di Carlo I° d'Austria, il libro dedica una scheda, per evidenziare il suo impegno per la pace.

Inoltre si evidenzia l'impegno della Chiesa cattolica per le numerose popolazioni che a causa della guerra stavano letteralmente morendo di fame, sui tanti profughi, sballottati da un fronte all'altro. Il papa, i religiosi erano sempre vicini ai loro bisogni.

Benedetto XV si spese molto per risolvere la questione dei prigionieri di guerra, per la loro assistenza. Nel libro si ricorda la vergognosa posizione del governo italiano, che praticamente ha abbandonato i propri soldati prigionieri, non firmando il trattato di Berna sui prigionieri. Mi riferisco allo scambio dei prigionieri tra italiani ed austriaci. Sonnino e Diaz temevano l'aumentare del disfattismo e delle diserzioni.  Qui si dovrebbe ricordare l'odiosa fucilazione di tanti poveri soldati italiani da parte delle squadre di carabinieri, obbligati a svolgere quel ruolo tanto odioso di fucilare chi disertava o aveva paura di combattere. Ricordo la mia recensione al prezioso testo di Monticone e Forcella, «Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale», edizioni Laterza (2014).

Il testo si chiude con le schede che riguardano il dopoguerra. Interessante quella sulla Russia e la profezia di Fatima, e quella sull'eccidio degli Armeni. Almeno 1 milione e 400 mila armeni massacrati dai Giovani Turchi, tra deportazioni di massa e vari assassini.

Il testo si limita ad osservare i fatti e gli avvenimenti della Grande Guerra, qua e là fa qualche considerazione politica, forse bisognava essere un poco più critici sul Governo italiano, sul ruolo degli intellettuali, di certi partiti, della massoneria e soprattutto su certi ufficiali dell'esercito italiano che non hanno avuto un comportamento irreprensibile. Del resto nella presentazione del libro, si può leggere che in questi studiosi, «nella loro ricerca prevale piuttosto l'esame ragionato delle diverse visioni che si contrapposero, l'analisi delle sensibilità, delle idee e delle esperienze che si fronteggiarono, e spesso si scontrarono, anche e soprattutto in campo cattolico».

 

 

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