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Martedì, 11 Dicembre 2018

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Una torcia illumina i piedi di un Cristo crocifisso affrescato su di una parete. Il cielo plumbeo, quello tipico del freddo. Quel freddo che corre sulla schiena mentre l’immagine si allarga e una campana suona imperterrita. Intatta, con metà della facciata di quel che resta di una chiesa cattolica. La neve cade. Il protagonista, il “redivivo” segnato negli occhi dal dolore, dalla paura e dal freddo, cade in ginocchio. Ma è solo nel ricordo del figlio che gli è stato ucciso e che immagina di abbracciare. E intanto la campana suona. In un attimo la scena cambia.  Alejandro González Iñárritu apre uno spiraglio nel suo film The Revenant – Redivivo.

Quel che basta per consentirci di far entrare un pezzo di storia un po’ martoriato. E che in qualche modo è ritornato attuale dopo le dichiarazione di Papa Francesco sugli indios.

The Renevant racconta un mondo fatto di avida competizione, e i suoi protagonisti corrono sugli stessi sentieri battuti da eroici missionari.

Siamo nei primi decenni dell’Ottocento, un manipolo di gesuiti attraversa l’alto corso del Missouri e le Montagne Rocciose in un’impresa che si estese sull’arco di tre secoli.

Perché i pionieri di quei missionari penetrarono in quell’angolo di mondo per la prima volta nel Seicento, al fine d’istruire i pellerossa, distoglierli da quei costumi disumani che li caratterizzavano, e battezzarli.

Celebre è la figura del gesuita francese, Padre Isaac Jogues (1607-1646), incamminatosi verso il Nord America per evangelizzare le popolazioni indigene. Mentre si trovava su una canoa, cadde in un’imboscata tesa sul lago Saint Pierre dagli Irochesi (popolazione di nativi americani originariamente stanziata tra gli attuali Stati Uniti e il Canada), acerrimi nemici degli Uroni, che erano in sua compagnia. Li torturarono, strappando loro prima le unghie e poi le dita; nudi e incatenati, nella notte, li copersero di carboni ardenti.

Oppure, come non citare Padre Jean de Brébeuf (1593-1649), anch’egli catturato dagli Irochesi e sottoposto ad un lento supplizio. Gli furono spezzate una ad una le articolazioni, tagliati di seguito naso, lingua, orecchie e poi cavati gli occhi. Nonostante ciò non riuscivano ad impedirgli di sussurrare “Gesù, abbi pietà di loro”. Allora gli mangiarono il cuore e ne bevvero il sangue. Un gesto che voleva significare ammirazione per un simile coraggio e una maniera per impossessarsene. E in qualche modo è ciò che accadde. Fu proprio un gruppo di Irochesi a tramandare il ricordo di Padre Brébeuf e compagni, al punto che, centocinquant’anni dopo, quegli indiani, venuti a conoscenza della presenza di gesuiti nell’avamposto di St. Louis, compirono una serie di spericolate spedizioni, di migliaia di chilometri, per chiedere con insistenza che uno dei “veste nera” (come chiamavano i sacerdoti) andasse a vivere con loro.

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Accadde con il gesuita belga Pierre Jean De Smedt (1801-1873), ricordato per il “sorriso paterno e la tempra d’acciaio”, capace di convertire con l’esempio, la sua fermezza, e pietà. E la tribù vinta si inchinò alla potenza del Dio dei cattolici.

Di uomini simili, e del loro coraggio missionario si animò la Chiesa Cattolica fino a oltre metà del Novecento. Poi un lento ripiegarsi su se stessa. La Chiesa di quegli anni fece un bene che è ancora inestimabile, non le mancava l’entusiasmo, né aveva bisogno d’essere esortata ad uscire dalle “secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in se stessa”.

La storia rende onore e omaggio a quei missionari “in uscita” nei frutti evidenti anche più a sud, nel Messico. La terra che solo grazie ai missionari ha potuto compiere il passaggio dal popolo dei Maya, la cui primitiva dimensione sanguinaria trova la sua migliore esemplificazione in Apocalypto di Mel Gibson, alla civiltà cattolica.

Oggi una Chiesa per dirsi “rediviva” dovrebbe, forse, solo accogliere l’esortazione di Padre Gheddo di quasi quattro anni fa: “[…] Mezzo secolo fa si facevano le veglie chiedendo a Dio più vocazioni per la missione. […] Oggi prevale la mobilitazione su temi quali la vendita delle armi, la raccolta di firme contro il debito estero dei paesi africani, l’acqua bene pubblico, la deforestazione etc. Quando temi come questi acquistano il maggior peso nell’animazione missionaria, è inevitabile che il missionario si riduca a un operatore sociale e politico. Chiedo: è mai pensabile che un giovane o una ragazza si sentano attirati a diventare missionari, se vengono educati a fare denunce e proteste, a raccogliere firme contro le armi o il debito estero?”. O il surriscaldamento globale?

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Impero romano distruzione

Qualche anno fa è uscito in Francia un interessantissimo libro dello storico Michel De Jaeghere, “Gli ultimi giorni. La caduta dell'Impero romano d'Occidente” (Les Belles Lettres, Parigi 2014), un bel tomo di oltre seicento pagine che continua a far discutere negli ambienti più diversi, talora con toni molto accesi. Purtroppo in Italia ancora non è stato tradotto e pubblicato da nessuna casa editrice.

Ma perché appassionarsi tanto alla caduta dell'Impero romano? E' una domanda che si è posto in un editoriale il professore Massimo Introvigne, sociologo torinese, su LaNuovaBQ.It del 23 febbraio 2015. Certamente si tratta di uno degli eventi più importanti della storia universale. Ma in realtà il dibattito francese è divenuto attuale e rapidamente politico, perché le vicende finali dell'Impero romano ricordano da vicino - lo aveva del resto già notato Benedetto XVI - quelle di un'altra civiltà che sta morendo, la nostra.

Innanzitutto De Jaeghere ripete quello che è ovvio per gli storici accademici: l'Impero romano non è caduto per colpa del cristianesimo. Anzi i cristiani, che sono il dieci per cento all'inizio del quinto secolo, saranno loro che cercano di mantenere in vita Roma e la sua cultura, con vescovi e intellettuali come Ambrogio e Agostino ma anche con generali che si battono fino allo spasimo per difendere l'Impero, come Stilicone ed Ezio, e con tanti soldati cristiani protagonisti di fatti d'arme eroici.

Allora qual è il motivo della caduta dell'immenso impero? Ancora oggi gli storici discutono sulla sua caduta, si rileva qualche cautela sulla categoria di “decadenza”, ma sono molti quelli che attribuiscono la caduta dell'Impero a cause ideologiche. Tuttavia per De Jaeghere la caduta dell'impero è un “processo”. E anche senza citarlo, ha la stessa idea di Benedetto XVI,“[...]lo storico francese identifica come causa principale che sta all'origine del processo la denatalità. Il controllo delle nascite presso i romani non ha i mezzi tecnici di oggi, ma dilagano l'aborto e l'infanticidio, e aumenta il numero di maschi adulti che dichiarano di volere avere esclusivamente relazioni omosessuali. Il risultato è demograficamente disastroso: Roma passa dal milione di abitanti dei secoli d'oro dell'Impero ai ventimila della fine del quinto secolo, con una caduta del 98%.[...]le campagne sono meno sicure, ma dal trenta al cinquanta per cento degli insediamenti agricoli sono abbandonati negli ultimi due secoli dell'Impero, non perché non siano più redditizi ma perché non c'è più nessuno per coltivare la terra”.(M. Introvigne, “Denatalità, tasse, immigrazione. Ecco perché finiremo come l'Impero Romano”, 23.2.15, LaNuovaBQ.it)

In pratica “meno popolazione significa meno produttori e meno soggetti che pagano le tasse”. Così anche l'Impero romano fa quello che hanno o stanno facendo i nostri Stati moderni, compresa l'Italia:“Aumenta le tasse, fino ad ammazzare l'economia”, ma così si ottiene l'effetto contrario, più aumentano le tasse e meno si incassa, perché molti vanno in rovina e non pagano più nulla”.

Ad un certo punto si è cercato di risolvere la questione della denatalità accrescendo la natalità degli schiavi, ma “gli schiavi, però, non pagano tasse, lavorano in modo poco zelante e non hanno alcun interesse a difendere in armi i loro padroni attaccati”.Tuttavia se gli schiavi non risolvono i problemi, l'altra misura cui gli Stati e gli imperi ricorrono di solito per ripopolare i loro territori è la massiccia immigrazione. Infatti dal 376 al 411, facilitati dal sistema, un milione di barbari tra immigrati, rifugiati o deportati, entrano nei territori dell'impero.

Naturalmente anche l'esercito romano comincia a soffrire la penuria di uomini, a questo punto, fatalmente, si prende la decisione di reclutare gl'immigrati, snaturando la composizione delle legioni. Su un esercito di circa mezzo milioni, più della metà sono di origine germanica.

“È vero, - scrive Introvigne - sono «barbari» in maggioranza i legionari, ma sono romani i comandanti e romani gli imperatori da cui prendono ordini. Senonché a un certo punto i «barbari» si rendono conto appunto di essere la maggioranza dei soldati, la maggioranza di coloro che faticano e muoiono. Perché dovrebbero farsi comandare dai romani? Così, alla fine, uccidono i generali romani e li sostituiscono con uomini loro, si uniscono agli invasori etnicamente affini anziché respingerli e, nell'atto conclusivo, marciano su Roma e pongono fine all'Impero”.

E qui in pratica ha ragione lo storico accademico francese Renè Grousset, citato da De Jaeghere:“nessuna civiltà[...]viene distrutta dall'esterno senza essere prima caduta essa stessa, nessun impero viene conquistato dall'esterno se non si è prima suicidato.E una società, una civiltà, non si distrugge con le sue mani se non quando ha cessato di comprendere la sua ragion d'essere, quando l'idea dominante attorno a cui essa fu in origine organizzata diviene come estranea. Tale fu il caso del mondo antico”(p. 555).

Come non pensare alle due virtù della fides e della pietas, i due pilastri della cultura romana che avevano dato ai romani l'energia vitale per sopravvivere e perpetuarsi. “Fides e pietas: la caduta dell'impero non si deve forse al fatto che i romani si erano allontanati da entrambe le virtù fondatrici?”.

Comunque sia le analisi delle sequenze della caduta di Roma, che vanno dalla denatalità alla persecuzione fiscale dei cittadini, dallo statalismo dell'economia e all'immigrazione non governata, possono non piacere a qualcuno, perchè assomigliano molto al nostro presente, naturalmente con tutte le cautele necessarie.

Infatti,“a De Jaeghere è stato opposto che l'immigrazione è una risorsa, che gli imperatori avrebbero dovuto valorizzare, e che il vero problema fu la loro incapacità di pensare l'Impero in termini nuovi e multiculturali, non l'aumento degli immigrati. È evidente che queste obiezioni «politicamente corrette» nascono dal timore del paragone con l'Europa di oggi, paragone cui lo stesso De Jaeghere non si sottrae, pur invitando alla cautela”.

Dunque a Roma è venuto meno il tasso di natalità che sosteneva l'Impero, con conseguenze a cascata sull'economia e la difesa.“Ma perché questo avvenne? Perché a un certo punto i romani scelsero la strada di quello che, con riferimento all'Europa dei giorni nostri, San Giovanni Paolo II avrebbe chiamato «suicidio demografico»?

E' andata proprio così, la nuova elite romana è più interessata ai piaceri che alla difesa dell'Impero, che considera comunque eterno e invincibile. E comincia a non fare figli: tutte le famiglie tradizionalmente aristocratiche dell'epoca di Gesù Cristo si estinguono prima del 300 d.C. tranne una, la gens Acilia, che si converte al cristianesimo. L'esempio delle classi dirigenti, come sempre accade, fa proseliti. La moda del figlio unico, o di nessun figlio, arriva fino alla plebe.

Infatti nota lo storico archeologo britannico Bryan Ward-Perkins,“i romani erano sicuri quanto lo siamo noi oggi che il loro mondo sarebbe continuato per sempre senza sostanziali mutamenti. Si sbagliavano. Noi saremmo saggi a non imitare la loro sicumera”.

Le lezioni che possiamo ricavare dallo studio del libro di De Jaeghere sono tante, per meglio comprendere è opportuno lasciare le conclusioni al professore Introvigne:
Con tutte le cautele che richiede ogni paragone fra epoche diversissime, la caduta di Roma mostra come grandi civiltà possano finire, e che il modo della loro fine normalmente è demografico. Gli imperi cadono quando non fanno più figli, e la denatalità innesca una spirale diabolica di tasse insostenibili, statalismo dell'economia, immigrazione non governata ed eserciti imbelli. Per capire la pertinenza della parabola romana rispetto ai giorni nostri non servono troppi libri, basta aprire le finestre e guardarsi intorno”. Incalza Introvigne, Su un punto, peraltro, i critici di De Jaeghere hanno qualche ragione. Gli immigrati e gli invasori di Roma avevano un vantaggio rispetto a immigrati e «invasori» di oggi. In gran parte germanici, non erano portatori di una cultura forte. Riconoscevano la superiorità della cultura romana: cercarono di appropriarsene e finirono anche per convertirsi al cristianesimo. Attraverso secoli di sangue, sudore e fatica la caduta dell'Impero romano d'Occidente prepara così la cristianità del Medioevo.Oggi gli immigrati e gli «invasori» -invasori tramite l'economia, o aspiranti invasori in armi come il Califfo - sono portatori di un pensiero fortissimo, sia quello islamico o quello cinese: non pensano di dovere assimilare la nostra cultura ma vogliono convincerci della superiorità della loro. La crisi che potrebbe seguirne potrebbe essere ancora più letale di quanto fu per l'Europa la caduta di Roma. Per questo, discutere sulle ragioni della caduta dell'Impero romano d'Occidente non è un puro esercizio intellettuale”.

 

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Ho conosciuto Maria Patrizia Allotta durante la Cerimonia di Premiazione della scorsa edizione del “Concorso Letterario Himera” ed ho avvertito immediatamente una certa affinità elettiva, della quale ho avuto poi conferma durante la nostra intervista.

Nata a Palermo, dove insegna Filosofia e Scienze Umane, è fattivamente impegnata in attività socio-culturali di elevata caratura; fra le sue onorificenze, è Accademica di Sicilia e dell’Accademia Siciliana Cultura Umanistica.

Interessante il suo coinvolgimento nell’ambito letterario, in qualità di curatrice, giurata in premi letterari, nonché critica.

Nel 2012 ha pubblicato la sua prima raccolta di liriche “Anima all’alba” (Edizioni Thule); nel 2015 ha pubblicato il saggio “Nel buio aspettando l’alba. Speranza che non muore” (Edizioni Limina Mentis).

Maria Patrizia, attenta alla formazione “globale” dei giovani, individua nel dialogo educativo la determinazione dialettica tra docente e discente e concepisce l’attività pedagogica come un percorso di crescita integrale, cosa diversa rispetto all’ordinario processo di trasmissione culturale.

Il suo rapporto con gli studenti è sinergico e positivo e quando afferma “che non tutto è perduto” il messaggio che vuole far passare è di grande speranza.

La sua continua ricerca di risposte rispetto alle tematiche esistenziali, la conduce all’esplorazione e all’interiorizzazione di orizzonti metafisici tradizionali.

La fede, sostenuta da un solido vissuto spirituale, rappresenta per lei il più valido sostegno per fronteggiare il periodo storico che stiamo vivendo, contrassegnato da perdita di valori-pilastro per l’umanità, contraddizioni, disorientamento e una decadenza senza precedenti.

Il suo rapporto con la poesia, intesa come dono e non solo come messaggio, è importante e intenso. Con un approccio estremamente semplice e per questo ancor più sano e vero, definisce la poesia “un avvolgente respiro vitale”, un percorso che regala profondità, fede, speranza e vita. Saper cogliere la verità del linguaggio e del simbolo significa trovare la luce; chi non riesce sarà destinato a rimanere al buio.

Per lei scrivere poesie è come cesellare le parole, in un cammino che porta ad un universo parallelo, al mistero, alla melodia.

Nel suo percorso artistico ha finora vinto numerosi premi letterari e prestigiosi riconoscimenti; nonostante ciò, dall’alto della sua disarmante modestia, si definisce insoddisfatta e mai totalmente appagata da ciò che scrive e pubblica. Quindi, se è vero che l’artista nel suo intimo è sempre più o meno narcisista, è anche vero che il suo essere solare, semplice ed esageratamente autocritica, non può che conferire un valore che si aggiunge alle sue innate capacità umanistiche e liriche, che vive con serenità, senza mai tralasciare una ricerca introspettiva pregna di rara umanità e profonda spiritualità.

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Il fatto che nella sua tesi di laurea abbia trattato “I vissuti psicologici del malato. Dall’esperienza soggettiva alla tematica sociale” denota una spiccata ed encomiabile sensibilità verso l’altrui sofferenza. Le confesso che questo ha attirato in primis la mia attenzione nei suoi confronti, poiché non avevo ancora letto le sue poesie. Cosa vorrebbe dirmi a proposito dei vissuti psicologici delle persone che soffrono per malattia?

San Tommaso nella sua Summa Theologica afferma che “Sanitas et aegritudo sunt habitus”, evidenziando così come la salute e la malattia sono “abiti” dai quali l’uomo non può sottrarsi. In effetti, per quanto diverse possano essere le esperienze che caratterizzano l’esistenza di ciascuno di noi, “l’essere malato” è un evento con cui, in generale, ogni individuo si trova prima o poi a dover fare i conti. E basta un mal di testa, una fitta improvvisa, un qualsiasi malore, per fare nascere, anche nel soggetto più equilibrato tanta ansia. In generale - come affermo nella mia tesi - l’uomo percepisce la sua patologia come qualcosa di sfavorevole, da cui è meglio sfuggire, che quando sorge porta sempre inconvenienti, poiché non sono prevedibili le conseguenze, generando così quell’indicibile conflitto interiore determinato dall’accettazione della malattia o dal rifiuto incondizionato.

A favore dell’accettazione giocano la speranza di guarigione; spingono invece al rifiuto tutte quelle paure che immediatamente vengono evocate e che riempiono il futuro del malato di una serie d’incognite. Direi, in buona sostanza, che l’aspetto psicologico peculiare della sofferenza generata da una qualunque patologia è quello d’inserire nell’individuo mutamenti profondi biologici e psicologici, mutamenti che condizionano la sua esistenza, il suo modo di essere, il suo status e il suo ruolo, la sua stessa identità. Infatti, per l’uomo l’infermità è una realtà che contemporaneamente implica sensazioni producendo reazioni fisiche; coinvolge aspetti affettivi, generando emozioni, sentimenti, stati d’animo, fantasie; sconvolge l’assetto cognitivo determinando pensieri, ragionamenti, bisogni di capire e di sapere. Dunque, mentre in qualsiasi animale la malattia è considerata esclusivamente come vicissitudine biologica, nell’uomo essa diviene profonda esperienza esistenziale capace di modificare la progettualità personale e rimettere in causa l’identità personale e sociale.

In linea con il suo percorso accademico, è docente di Filosofia, Pedagogia e Psicologia. Potrebbe descrivermi, nell’ambito della sua esperienza, l’approccio degli studenti nei confronti delle discipline umanistiche, in un’epoca caratterizzata dall’alta tecnologia?

Sarò certamente fortunata, ma le assicuro che i miei allievi nei confronti delle discipline umanistiche dimostrano vivo ed entusiasmante interesse. I giovani - che solo apparentemente sembrano distratti dalla moderna scienza tecnologica - in realtà palesano attenzione e passione per le tematiche e le problematiche legate alla forma e alla sostanza dell’uomo, al suo esistere nell’universo cosmo, al suo divenire nel tempo e nello spazio, al suo sognare, fantasticare, armonizzare, al suo stesso soffrire e perire. Oggi più che mai.

Sanno perfettamente - grazie allo studio della Filosofia e della Psicologia, ma anche della Letteratura italiana, latina e straniera, della storia e della Pedagogia, ma soprattutto in virtù della loro sensibilità - che il sapere è una conquista “esistenziale” e non un progresso “virtuale”, che la bellezza è un dono “vitale” e non un omaggio “potenziale”, che “l’umano” e il “divino” non possono essere confusi né sostituiti con il “meccanico” né con “l’automatico”, che c’è differenza tra il “metafisico” e il “materiale”. Conoscono l’importanza della vita, una, irripetibile, preziosissima e per questo, nonostante l’età tipicamente adolescenziale, la sanno governare, unitamente al loro prossimo. Fortunatamente non tutto è perduto.

In tutte le sue varie attività noto che le Arti letterarie rappresentano un comune denominatore. Da cosa nasce la sua esigenza di scrivere?

Mi dispiace tanto, ma non saprei spiegarlo esattamente. E’ qualcosa che ditta dentro, comunque. Posso certamente dirle che così come è necessario mangiare, bere, dormire… altrettanto necessario è, per me, dare spazio alla parola viva. L’unica differenza consiste nel fatto che i bisogni primari sopra citati seguono, nella stragrande maggioranza dei casi, ritmi costanti e preordinati. La volontà della scrittura, invece, nasce improvvisamente in modo confuso e caotico, a volte paralizzante. Insiste poi prepotentemente nella mente in modo quasi irrazionale, soffocante, drammatico direi; infine, si placa, si pianifica, si armonizza, divenendo, quindi, verbo, parola, messaggio. E’ un parto ogni volta, dolorosissimo, rimanendo poi un dono che si palesa.

La Sicilia, terra che le ha dato i natali, ha radici culturali di un certo rilievo. Qual è lo sforzo maggiore da parte di un insegnante nel trasmettere ai suoi discenti l’interesse e il rispetto per la memoria storica verso le proprie origini?

Sì, la Sicilia è terra fantastica che vanta nobili natali. Sono infinitamente orgogliosa delle mie origini, delle mie radici, della cultura del mio paese natale. Nessuno sforzo, dunque, nel trasmettere ai giovani l’amore e il rispetto per la memoria storica delle proprie origini; all'opposto, con infinito piacere, nella quotidianità, lavoro in tal senso, sempre con lo stesso entusiasmo. Da oltre dieci anni - nell’antico e nobile Istituto “Regina Margherita” di Palermo, dove mi pregio insegnare - unitamente al prof.re Tommaso Romano che ne è l’ideatore, curo un progetto dal Titolo Luce del pensiero che ha già visto la pubblicazione dei dizionari dedicati prima a “Filosofi, Pedagogisti e Liberi Pensatori”, poi “Scienziati in Sicilia”, “Musicisti in Sicilia”, “Letterati in Sicilia” e, infine, “Avvocati, magistrati, giureconsulti e vittime della mafia”.

L’ispirazione di fondo del progetto nasce appunto dalla constatazione che la nostra terra è stata madre di grandi intellettuali e uomini illustri non sempre riconosciuti pienamente nel loro sapere e valore e dalla conseguente necessità di riscoprire il nostro territorio, per rivalutarne il prezioso patrimonio culturale; constatazione che di certo non può e non deve sfuggire ai nostri giovani.

L’ideazione, inoltre, è generata dalla volontà di dare spazio a nuovi percorsi formativi, ad interessanti e stimolanti attività didattiche e a nuove strategie pedagogiche che, in coerenza con le finalità generali del curricolo scolastico possano contribuire seriamente a educare i giovani alla metodologia della ricerca, alla lettura e interpretazione critica, alla capacità di analisi e sintesi, ma anche al lavoro di gruppo, alla collaborazione reciproca e soprattutto al rispetto delle regole. E’ in cantiere un ulteriore volume dedicato a “Sociologi”, “Psicologi”, “Antropologi”, sempre rigorosamente siciliani. Sarà nostro piacere invitarla per la presentazione che è prevista per il mese di Giugno.

Ho letto con sincero coinvolgimento emotivo le splendide liriche di forte intensità spirituale contenute nel suo libro di poesie “ANIMA ALL’ALBA” (Edizioni Thule). Quando ha acquisito consapevolezza della sua fertilità creativa?

Grazie per le sue parole, non merito tanto, ma mi incoraggiano moltissimo. Tuttavia, mi dispiace deluderla; infatti, purtroppo o fortunatamente, ancora oggi, non ho affatto acquisito consapevolezza della mia fertilità e capacità creativa. Sinceramente mi sento infinitamente piccola, impreparata, spesso smarrita. Scrivo, è vero, con passione ma anche con estrema sofferenza, seguendo sempre l’insegnamento di Cristina Campo la quale spesso sosteneva: “Ho scritto poco, avrei voluto scrivere meno”. Non è modestia o falsa umiltà, mi creda, il fatto è che - nonostante i riconoscimenti che pure ci sono e i numerosi premi - mi sento sempre insoddisfatta, mai paga, mai contenta pienamente di ciò che produco e pubblico.

Nessuna consapevolezza, dunque, molta incredulità, invece.

Attraverso la lettura delle sue poesie il lettore entra in un paesaggio interiore, dove emerge la speranza, la ricerca di luce. Parafrasando Cicerone: “mala tempora currunt”, un’affermazione antica, ma di grande attualità. Come è possibile contrastare l’eterna doglie dell’universo?

Nelle mie liriche invoco spesso la speranza, la fiducia, la fede, la sacralità del sacro, l’armonia, la Bellezza, il Cosmo tutto e ….. quell’alba che, dopo la notte buia, spesso tarda a luccicare ma che poi, mi abbraccia, nonostante!! Così combatto “l’eterna doglie dell’universo” e così fronteggio questa crisi odierna, contraddistinta dalla massificazione dei linguaggi, dalla pochezza collettiva, dall’indicibile decadenza. Una crisi, dicevo, segnata dal dissolvimento dei valori tradizionali, dalla bassa volgarità, dalla incredibile violenza, dal nichilismo implorato e dalla morte invocata, come unica possibile liberatrice.

In questi ultimi decenni la centralità dell’uomo nella storia è stata dimenticata. Secondo lei, la poesia può contribuire a scolpire le coscienze, affinché l’essere umano, superata questa dolorosa digressione, torni ad esercitare il ruolo che le appartiene?

La poesia è terapeutica, curativa, medicamentosa. Stimola l’intelletto, rinvigorisce le coscienze, accarezza l’anima. Io credo sia paragonabile a un calore inspiegabile, a una forza straordinaria, a una energia misteriosa. Quasi un respiro vitale eterno, uno pneuma infinito che avvolge, consola, bacia. Attenzione però, questo avviene se parliamo di vera e autentica poesia. Infatti, non tutto ciò che si scrive può definirsi lirica, semmai un moto d’anima, un’aspirazione, una riflessione. Voglio dire, insomma, che la poesia non è solo istinto e buoni propositi sentimentali, non è semplicemente scrivere su carta bianca, con è fare rima, piuttosto è cesello veritativo della parola essenziale, cammino iniziatico, universo parallelo, mistero profondo, magia e mito, musica divina, centro spirituale, dono e non soltanto messaggio. Certamente il “versus” si rivolge a tutti, ma resta profondità, fede, speranza e vita solo per pochi eletti che sanno cogliere la Verità del linguaggio e del simbolo. Il suo ruolo è come la luce: o la si coglie pienamente, o si rimane eternamente al buio.

Quali sono, se posso, i suoi attuali programmi editoriali?

Spero potere pubblicare, quanto prima, un’altra raccolta di poesie. Ma soprattutto mi piacerebbe dedicare un libro al mio papà, maestro fotografo, per ricostruire la sua storia, rivalutare la sua bravura, rivivere il suo sorriso.

Cambiamenti climatici

La nuova frontiera degli intellettuali postmoderni è la conoscenza perfetta del Vangelo e della Bibbia. Naturalmente secondo loro. E poco importa se saltano fuori versetti che nessuno ricorda (perché non esistono!).

Da un po’ di tempo a questa parte, infatti – udite, udite! –, l’ecologismo, l’ambientalismo, il vegetarianismo e il veganesimo, il pauperismo e l’animalismo sono tutte ideologie che la Sacra Scrittura ci invita a seguire.

Se fino a qualche anno fa, nessuno osava pronunciare il nome di Dio invano, nel rispetto di una laicité dello stato e della vita pubblica troppo sacra, oggi le cose stanno diversamente.

Si sa, le mode cambiano. E il puritanesimo ha rotto ormai le dighe del protestantesimo per inondare i cattolici e sommergere tutti. Pronti a sciorinare versetti delle Scritture (che a quanto pare non hanno finito di leggere o non hanno mai studiato), in nome della tolleranza.

In occasione del COP20, alcuni vescovi cattolici si riunirono a Lima per raccontare il loro desiderio di unirsi agli sforzi dei leader mondiali impegnati a giungere ad un accordo vincolante sul clima. E dare un risposta a quello che avevano individuato come “l’appello di Dio a intervenire in merito alla situazione urgente e dannosa del riscaldamento globale. […]"

Tema talmente caldo che il card. Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, più recentemente, è tornato a parlarne, intervenendo a nome di Papa Francesco in occasione del COP21, e ha tenuto a ricordare come il fenomeno del cambiamento climatico colpisca soprattutto i poveri e le generazioni future invitando i “Paesi con maggiori risorse e capacità” a dare il buon esempio con politiche incentrate alla promozione “delle energie rinnovabili e della dematerializzazione”. E nella tutela del povero, citando “lo sviluppo di un modello circolare dell’economia”, ha proposto l’attuazione di programmi appropriati, sostenibili e diversificati di sicurezza alimentare e di lotta allo spreco del cibo”.

Nel frattempo poco male se da qualche parte del mondo c'è chi produce, acquisisce, baratta, vende e getta i tessuti umani, e continua a non meritare la luce dei riflettori. Evidentemente ci si attiene sempre alla Sacra Scrittura, e di simili argomenti non v’è cenno alcuno.

Certo non può che consolare che, in un momento storico come il nostro, i leader di 200 paesi del mondo abbiano trovato il tempo, la forza ed il coraggio, (all’indomani dei fatti di Parigi) di riunirsi e firmare il sospirato “Accordo climatico”, in un tentativo di ordinare alla terra di non aumentare troppo le temperature e all’uomo di smettere di respirare, lasciando più agio alle piante di giocare con ossigeno e anidride carbonica.

Senza uscire dai confini del nostro stivale, il Vescovo emerito della diocesi di Massa, Carrara e Pontremoli ha scritto, insieme ad una sociologa, “Il grido della creazione tra crisi e speranza”, sugli “spunti biblici e teologici per un’etica cristiana del vegetarismo”. Con una prefazione del card. Menichelli che ammonisce: “questa attenzione etica non è stravaganza nutritiva, quanto vedere in ogni realtà animata del creato la presenza di Dio”. Devotissimi del Genesi insomma, ma sempre solo per pochissime righe: «Ecco, Io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo» (Gen 1,29).

Il nuovo letteralismo e fondamentalismo, di cui un tempo erano tacciati quanti avevano la tendenza a dare un peso rilevante al significato della Scritture, è sempre più invadente. E (con buona pace dei pochi noti) quei pilastri, su cui dovrebbe essere edificata la società, che Benedetto XVI riverniciò, come la dignità della vita umana dal concepimento alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e la libertà di educazione non solo li stanno dimenticando, ma li stanno prendendo a picconate in quanto seguaci di queste nuovissime “denominazioni cristiane”.

Per esempio, il card. Bagnasco nei giorni scorsi, nel dare il suo placet al Family Day, aveva regalato un po’ di coraggio a molti vescovi per benedire anch’essi la manifestazione. Eppure i vescovi del Piemonte ci hanno regalato un comunicato nel quale leggiamo «ribadiamo che tutte le unioni di coppie comprese quelle omosessuali, non possono essere equiparate al matrimonio e alla famiglia. Tenuto fermo questo principio, anche le unioni omosessuali, come tutte le unioni affettive di fatto, richiedono una regolamentazione chiara di diritti e di doveri». Insomma, “matrimonio” gay no, ma unioni omosessuali sì.

Peccato per che il documento del 2003 Considerazione circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, emanato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e approvato esplicitamente da Giovanni Paolo II nega che lo Stato possa legittimare qualsiasi convivenza omosessuale, dando ad essa forma legale e quindi elevandola ad istituto giuridico.

Ma la tiepidezza appanna la ragione.

I nuovi fondamentalisti stanno dando a Cesare quel che è di Dio, giocando con le Sue stesse parole, senza andare al fondamento.



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Lo scorso settembre ho conosciuto il prof. Tommaso Romano in occasione della cerimonia di consegna del “Marranzano d’argento 2015” che egli ha ricevuto per gli alti meriti artistici ed intellettuali, risultato del suo costante impegno profuso nell’ambito letterario e nell’intensa operatività culturale. Il prof. Mario Grasso, fondatore di questo premio istituito nel 1974, le ha consegnato personalmente la prestigiosa onorificenza, che ogni anno viene riconosciuta a rilevanti figure dell’arte, della cultura, dello spettacolo e della ricerca scientifica della Sicilia.

L’evento, che si è svolto a Palermo presso Palazzo Branciforte, si è articolato in due momenti di significativa importanza socio-culturale; il primo, che ha preceduto la premiazione, è stato la presentazione del saggio storico-biografico “Mafia e responsabilità cristiana – Il grido del Cardinale S. Pappalardo” di Maria Pia Spalla sulla figura del Cardinale Salvatore Pappalardo, Arcivescovo di Palermo dal 1970 al 1996.

Il palermitano prof. Romano, stimatissimo docente, pittore, editore, saggista, politico e sociologo, è noto per la sua spiccata sensibilità verso le arti letterarie e per l’attività di promozione e divulgazione della Cultura del suo territorio. Egli è il Presidente della “Fondazione Thule Cultura” fondata ed istituita nel 2001, con sede a Palermo presso Palazzo Moretti – Romano; ha preso il posto del “Cenacolo Thule” di studi storico-artistico-letterari, fondato nel 1973.

La Fondazione, che ha specifiche Collane Editoriali ed ha patrocinato alcune pubblicazioni, collabora stabilmente con Enti pubblici e privati, altre Fondazioni, Atenei, Gallerie d’arte e Case editrici, anche con le opere d’arte della sua collezione, con i materiali storico-documentali del proprio archivio e con la sua fornita e preziosa biblioteca. “Thule Cultura” fra le sue collezioni, annovera quelle dedicate a cartoline italiane e francesi del XIX secolo, medaglie, distintivi, decorazioni ed ex libris ed organizza il Convegno Nazionale di Studi, oltre a promuovere, organizzare e sponsorizzare eventi socio-politico-istituzionali ed artistici di grande spessore ed interesse nazionale ed internazionale.

Tommaso Romano, relatori d’eccezione dell’evento culturale a Palazzo Branciforte, ha approfondito profondi concetti, quali la responsabilità, la verità e la bellezza, fornendo quindi il profilo ideale dell’uomo politico, che dovrebbe porsi al servizio della politica, quindi, della collettività, con l’uso di un condizionale, che conduce ad opportune riflessioni rispetto al panorama politico che interessa la nostra epoca.

Interessante la sua riflessione sul concetto di repubblica, che parte dalla definizione proposta da Cicerone, uno fra i più grandi pensatori dell’età repubblicana, nella sua monografia sulla res pubblica, che trova così la sua sintesi: “la cosa pubblica è cosa del popolo”, ovvero “res pubblica id est res populi”, secondo la quale il popolo non è qualsiasi aggregato di persone, ma un insieme di persone che diventa società, per il riconoscimento e la condivisione del diritto e di un comune pratico scopo e per la tutela del proprio interesse.

Un concetto sicuramente molto distante dall’attuale scenario politico, all’interno del quale – afferma il prof. Romano – è sempre più difficile muoversi in una dimensione di verità, anche a causa della caduta libera della spiritualità. Uno Stato, fatto di istituzioni che lo rappresentano, primo fra tutte il Governo, che non si assume le responsabilità delle proprie scelte e decisioni, evoca sistemi che mettono in serio pericolo l’ordine, la giustizia e la pacifica convivenza.

Quindi, a conclusione del suo intervento, un chiaro invito rivolto a tutti, affinchè ognuno contribuisca a sostenere e difendere una politica giusta, fuori dall’illegalità, avulsa alla viltà di ambigue figure politiche, per il trionfo della sacralità, a sostegno della spiritualità, a tutela del bene comune e del buon senso.

Al termine di questo doppio evento di forte impatto culturale ed emozionale, il prof. Romano ha concesso al nostro giornale un’intervista.

Ho letto con vero interesse la sua raccolta di poesie “Dilivrarmi”. Attraverso le sue intense liriche percepisco forti richiami introspettivi, espressi in un chiaro linguaggio concettuale, che rimanda alla sua formazione filosofica di elevato spessore. Il suo è un ermetismo del quale avvalersi per celare in qualche modo la caducità, la sofferenza e la solitudine dell’umanità?

Grazie per le considerazioni sui miei testi poetici. Non so se il mio è ermetismo o altro; certamente per me la poesia deve prima evocare e poi dire. Non credo al poeta come un assistente sociale, credo invece nel valore assoluto della Parola che può essa sola, cambiare l’esistenza.

Nel mondo arcaico, erede di tradizioni per noi in gran parte perdute, erano molto chiare la figura e il ruolo sociale dei poeti: ad essi spettava il compito di trasmettere al popolo, attraverso i loro canti, i valori e le tradizioni, che garantivano continuità alla vita sociale e religiosa e che tenevano unito un popolo, garantendo i fondamenti della vita collettiva. E’ possibile un confronto tra il ruolo sociale riconosciuto un tempo alla poesia, rispetto ad oggi?

Il tempo della poesia è anzitutto nella coscienza di chi scrive e di chi sente, il suo ruolo è e resta elitario, poiché si è perso il senso e l’appartenenza alla comunità, in nome di un livellante e falsamente umanitario globalismo.

Se ci voltiamo indietro di qualche decennio, tutti noi ricordiamo un passato ricco di icastici valori e sentimenti umani, che si contrappone ad un presente vuoto, problematico ed incerto. Quali sono, secondo lei, i motivi che hanno determinato questa dilaniante disgregazione del nostro tessuto sociale?

La disgregazione è figlia delle filosofie della crisi e della scienza, ridotta a scientismo. Il problema consiste essenzialmente nella perdita di riferimenti non transeunti, nella banalizzazione del relativo, nella sottovalutazione della trascendenza. Il nichilismo, poi, riduce l’uomo a pura macchina, schiava della tecnica e dell’indistinto scorrere delle cose banali.

Oltre alla sua prestigiosa attività di poeta, lei è anche critico letterario, editore di nicchia e saggista. Vorrei che mi illustrasse l’opera saggistica “Scolpire il vento”, che fa parte del suo “Mosaicosmo”, lo zibaldone che segue fedelmente la linea dei saggi precedenti, in una modalità di scrittura a mosaico, inteso come intarsio mentale e letterario. A tal riguardo, è straordinario come abbia messo insieme pagine antiche e nuove, fotogrammi di vita, scanditi dal vento in una galleria di ricordi e frammenti di emozioni preziose da custodire e da rievocare. Quindi, la vita è un’incessante ricerca dell’esserci, oltre il tempo?

Molto bene, lei evidenzia due elementi che sono fondanti nel mio universo creativo e nella scrittura che parte fondante di questo stesso mondo, e cioè la scrittura a mosaico e l’esserci oltre il tempo, che richiama Heidegger. In effetti, dovremmo pensare alla scrittura come a una sinfonia in molti movimenti, in molti stati dell’essere che si sostanziano a vicenda, fra letture, meditazioni, contemplazione e azione, senza dimenticare la vita onirica, che è parte reale della vita e non un surrogato, come qualcuno vorrebbe. Tornare all’unità, insomma, significa riscoprire le origini, il valore dell’anima, oggi smarrito e il senso delle cose, oggi o sopravvalutate o bistrattate. Insomma, come dice Platone, la memoria dell’anima ha anche una scintilla divina e noi dobbiamo esserne degni, cercando di coglierla e viverla.

L’aria crea vita, movimento e pensiero, come affermava il filosofo Diogene di Apollonia, il quale considerava l’aria come ciò che ogni cosa pervade. Desidererei soffermarmi sul concetto di aria, intesa come infinità e continuo movimento, che anima dinamicamente il mondo. Parafrasando Anassimene da Mileto: “Come l’anima nostra, che è aria, ci sostiene, così il soffio e l’aria circondano il mondo interno”. Vorrebbe spiegare ai nostri lettori, come fa con i suoi studenti, questo concetto di così alto profilo filosofico?

Tutto nasce dall’essere, ma si manifesta nel divenire. E il divenire è fatto di elementi, non solo cronologici e non solo progressivi. È la dinamica cosmica che noi, anche senza saperlo, respiriamo come vita senza respiro, senza aria non vi è vita; sembra di isolare evidenze e pure lo dimentichiamo. Tutto ciò che compiamo diventa insieme memoria, anche infinitesimale, è una tessera che si scrive nel cosmo invisibile, eppure visibile e veritativa. Questo non vuol certo sminuire l’importanza e la bellezza del corpo, ma il suo limite di riscatto nel cielo delle permanenze per ognuno, anche il più umile fra gli uomini, ritrova un senso e un ordine destinativo.

Nei suoi racconti, come per le biografie e i saggi, lei ripercorre con occhio critico ed analitico, testimonianze, citazioni e riferimenti storici, significativi momenti di vita e le opere dei tanti personaggi che ha avuto modo di incontrare, grazie alle sue vaste ed eterogenee frequentazioni. Qual è il suo personale ricordo dei Giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, un esempio per onestà intellettuale, aulico profilo morale, competenza e professionalità; due persone unite da antica amicizia e da un tragico, comune destino?

Nella storia del mondo, ogni biografia è appunto una narrazione umana del nostro cammino. Non esiste solo l’opera, qualunque essa sia, compresa quella dell’artigiano o dell’agricoltore; esistono le avventure e le apparenti consuetudini ripetitive, in realtà mai uguali a se stesse. Da ciò, l’irripetibilità e unicità di ogni essere umano. Falcone e Borsellino, ma anche tanti altri martiri caduti in nome della giustizia, sono anzitutto esempi di buona e retta vita. Ho conosciuto ed avuto modo di praticare Paolo Borsellino, ho invece solo visto qualche volta Falcone. Borsellino è stato per me e per tanti un autentico Maestro, un credente impavido, rigoroso, attento, umanissimo ma anche capace di ironia. Quante conversazioni illuminanti, che per sempre hanno segnato in me la scelta del sacrificio e della consapevolezza, anche in questi tempi oscuri e di crisi profonda.

Le sue profonde riflessioni si muovono sempre seguendo vari registri d’interesse, da quello storico al letterario, dall’estetica alla biografia e denotano un’inesauribile curiosità intellettuale, che contraddistingue il suo multisfaccettato percorso esistenziale. Stiamo attraversando un’epocale crisi umanistica, etica e spirituale, forse travolti dalla prepotente invasione degli strumenti informatici, che ci ha colti solo teoricamente preparati e da un sistema mediatico anomalo e fuorviante. Cosa ne pensa del progresso all’alba del terzo millennio?

Il problema della tecnica è sempre stato all’attenzione di filosofi e pensatori fin dal tempo greco. Oggi è del tutto evidente che la tecnologia tende a sostituirsi all’umano, un Grande Fratello, un Padrone del mondo, non tanto occulto ormai determina gusti, tendenze, cadute etiche, attentati all’ordine naturale del creato. La risposta della cultura, del pensiero, della stessa poesia forse non è all’altezza oggi di una così apocalittica epoca. Tuttavia, senza ottimismi di maniera e speranze fallaci e retoriche, ognuno di noi ha il compito supremo di essere anzitutto se stesso, di praticare libertà e dissenso rispetto alla logica distruttiva, che è propria del nichilismo imperante. Bisogna, quindi, anzitutto salvaguardarsi interiormente e nell’ambito sociale, costruire rettangoli di ammutinamento, portare avanti un compito che è iscritto nel cuore dell’umano, essere esempi e non fantasmi di apparenze. Il futuro è certo nebuloso, carico di interrogativi a cui soltanto la singolarità potrà efficacemente rispondere.

Il nostro Paese e la sua Sicilia sono ricchi di un inestimabile e policromo patrimonio artistico e culturale, del quale i nostri amministratori sembrano interessarsi in modo superficiale. Tutto questo sta conducendo le nuove generazioni ad una pericolosa perdita d’identità. Solo la conservazione, la divulgazione ed il rispetto della memoria storica potrà mettere in salvo le nostre preziose radici dalla deriva. Vorrebbe esprimere il suo pensiero a riguardo?

Lei stessa ha già compiutamente risposto nel cuore della sua domanda, ed io ho solo da approvare, consentendo ai suoi convincimenti. Tuttavia, va sottolineato che per salvaguardare bisogna conoscere, studiare, stimolare la sensibilità e il senso civico. L’identità è un processo complesso e non può certo esaurirsi negli indiscriminati umanitarismi, che tendono a risolvere con facili slogans ciò che invece è assai più complesso. Bisogna rileggere la storia, non avere paura di revisionarla, quando e dove occorra ristabilire la verità dei fatti, fuori dalle ideologie e dalle opinioni.

Intanto, contestualizzando i fatti storici, che non si possono certo giudicare alla luce del nostro tempo, con una saccenteria che fa ritenere superiore un mondo, una vicenda rispetto ad un’altra. Poi, una constatazione che può apparire banale: se la tanto vituperata storia antica medioevale e moderna fosse azzerata e totalmente cancellata dal libro delle civiltà, che cosa resterebbe di noi e del mondo? Questo dovrebbe essere l’esame di coscienza a cui tutti dovremmo rifarci per evitare la deriva nella nullificazione.

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