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Martedì, 11 Dicembre 2018

Che senso può avere consigliare una rilettura delle opere di Platone?

Ad una prima analisi potrebbe apparire una domanda superflua se non, addirittura, impopolare. Platone è un “classico” della cultura e del pensiero dell’uomo. Ecco perché, ancora oggi, esprime e rappresenta un inevitabile percorso per chiunque intenda conoscere i vari traguardi della evoluzione culturale di quel periodo storico.

In una epoca, come quella attuale, in cui anche i valori più autentici e reali vengono messi in discussione, persino la denominazione di “classico” sembra subire gli effetti di questa generalizzata inquietudine. Questo, comunque, non vuole significare che i grandi nomi del passato non godono più del riguardo che, legittimamente, meritano, vuol dire, invece, ridare valore ai “grandi” che la storia dell’umanità ci ha consegnato.

Mediante la lettura dell’opera del filosofo ateniese si intende riconsegnargli quella legittimità e quella efficacia in grado di farci meglio comprendere l’importanza del patrimonio culturale nel quotidiano rapporto con la realtà.

Sarebbe, certamente, un modo inesatto rivalutare la questione solo in questi termini, così come pure sarebbe inesatto avvicinare taluni pensieri di Platone alla attuale realtà politica, in quanto questa azione finirebbe con il basarsi esclusivamente sulla convinzione che il pensiero politico-filosofico possa essere estrapolato dal contesto in cui ha avuto origine, per essere, poi, riutilizzato in altre circostanze.

Ma, in effetti, sappiamo che il pensiero degli autori del passato è tanto più vicino al nostro ed è tanto più attuale, quanto più sarà inserito nel contesto in cui ha avuto origine.

Il Fedro racchiude in sé le questioni maggiormente significative del pensiero del filosofo ateniese.

È un dialogo alquanto articolato e di non facile lettura.

Si tratta, comunque, di una difficoltà determinata tanto dal fatto che il Fedro appartiene agli ultimi momenti della produzione di Platone, periodo che comprende il Sofista, il Parmenide, il Teeteto, le Leggi, il Politico, il Timeo, quanto rappresenta la fase più complessa e satura di finezze e di approfondimenti speculativi. Inoltre, nel Fedro Platone non affronta un solo argomento, come nel Protagora, nel Gorgia, nel Convito, nel Fedone, ma almeno tre e di particolare rilevanza.

Questi tre temi sono: la concezione dell’amore, l’idea dell’anima, la teoria della dialettica.

Nel Fedro l’aspetto essenziale dalla vita dell’uomo è rappresentato dall’amore. Il dialogo inizia con l’incontro tra Fedro e Socrate. Fedro ha ascoltato un discorso di Lisia e ne è rimasto attratto e sedotto a tale punto da leggerlo a Socrate per sapere quale fosse il suo parere. Socrate non approva il discorso ritenendolo privo di contenuti anche se si pronuncia favorevolmente per quanto attiene la forma retorica. La spiegazione che Lisia dà del concetto di amore, sostiene Socrate, non ha alcun fondamento e, ancora, il suo punto di partenza si presta più ad una conclusione che ad un inizio, oltre che apparire alquanto scollegato con gli argomenti trattati.

Socrate sostiene che in ogni persona albergano due diverse inclinazioni, quella che spinge l’uomo verso la ricerca del piacere e l’inclinazione che, invece, lo orienta verso il bene. Quando prevale la prima propensione avremo sregolatezza e corruzione, quando, invece, a prevalere è la seconda attitudine avremo moderazione e sobrietà. Ed è proprio su questi presupposti che Socrate spiega quali siano gli aspetti positivi e quelli negativi per la persona nel momento in cui si concede ad un’altra.

A questo punto Socrate effettua una ritrattazione, un canto in onore di Eros, dal momento che lo aveva descritto non solo come un bene, ma anche come un male. L’amore, sostiene Socrate, è qualcosa di sublime, di straordinario, di mirabile. Eros è una ossessione, ma si tratta, pur sempre, di una ossessione divina. Esistono ossessioni terrene e ossessioni divine, con la differenza che quelle terrene, il più delle volte, costituiscono un male, quelle divine, invece, sono sempre un bene.

Nel Fedro il tema dell’amore rappresenta l’essenza della vita dell’uomo. In esso viene posto in rilievo sia l’aspetto passionale ed irriflessivo dell’amore, in quanto assimilato ad una mirabile e nobile pazzia e dissennatezza, sia quello dialettico in quanto è proprio in virtù dell’amore che la dispersione dei giudizi e delle convinzioni si riunisce nella convergenza delle opinioni.

Platone sostiene che la persona che ama con purezza di sentimenti riesce a cogliere nella persona amata un riflesso, uno scintillio di divino. Vede in essa sia l’idea di buono e di bello sia, e soprattutto, la possibilità di poter realizzare i suoi sogni, i suoi desideri. Finisce, così, con il considerarla un essere divino. Platone, inoltre, sostiene che la vicinanza della persona amata ha il potere di far scomparire ogni dolore e ogni sofferenza; al contrario, la sua lontananza acuisce ed alimenta l’angoscia e il tormento.

Sostiene che la realtà è suddivisa in due parti: la realtà sensibile e il mondo delle idee. Tutto ciò che appartiene al mondo sensibile può essere conosciuto attraverso i sensi, quello che appartiene al mondo delle idee, invece, attraverso l’intelletto, mediante la capacità di giudizio.

Afferma che l’anima e il corpo sono due entità molto diverse tra loro. L’anima è un qualcosa di spirituale, il corpo, viceversa, di tangibile. Il corpo spinge la persona alla ricerca di gioie e di divertimenti materiali, quindi di basso livello; l’anima, al contrario, la guida e la conduce a ricercare appagamenti eccelsi e puri.

Il filosofo ateniese è convinto che l’anima sia immortale e incorruttibile. Sostiene che fornire una spiegazione del concetto di anima è un compito del tutto divino e particolarmente complesso da dimostrare, invece narrare a cosa possa essere paragonata è una azione certamente più semplice.

Afferma che l’anima e il corpo sono dotati di differenti peculiarità: la prima è immateriale e divina, il secondo, invece, totalmente fisico, tangibile, mortale.

Platone dà una specifica dimostrazione dell’immortalità dell’anima nel capitolo XXIV^ del Fedro. Sostiene che l’anima è movimento allo stato puro ed è ovvio che tutto ciò che si trova in continuo movimento è anche immortale; mentre, tutto quello che concorre all’altrui movimento ed è mosso a sua volta, quando il movimento finisce, ha termine anche la vita. Il movimento di ciò che è immortale, quindi, non solo deve essere perenne, ma l’ente stesso che lo determina deve esserne la sorgente e la causa prima.

Platone sostiene che l’anima dell’uomo è suddivisa in tre parti: la razionale, l’irascibile e la concupiscibile. La raffigura come una biga alata il cui auriga ha il compito di prendersi cura dei due cavalli, uno bianco e uno nero, che la tirano. I cavalli simboleggiano, rispettivamente, le passioni razionali e le passioni materiali. Sono proprio queste passiono che spingono la biga talune volte molto in alto, altre volte ancora alquanto in basso. Il compito dell’auriga è quello di mantenere in equilibrio i due cavalli, cioè le passioni, consentendo alla biga di procedere in avanti senza particolari sobbalzi.

Platone dedica una specifica attenzione alla diatriba esistente tra anima e corpo, considerato quest’ultimo come motivo di inquietudine e luogo di reclusione dell’anima, la quale aspira e tende a separarsi dal corpo.

La morte non ha effetto alcuno sull’anima in quanto essere superiore e simile alle idee.

Per la concezione omerica esisteva un’anima non pensante (psyche), legata al corpo della persona e un’anima pensante (thymòs). Secondo questa teoria non era affatto concepibile una idea di anima, capace di pensare e di sentire, comunque, separata dal corpo. Per i pitagorici, invece, l’anima altro non è se non consonanza e armonia di elementi reali e sensibili. Platone non condivide pienamente questa tesi, in quanto presenta il rischio di condurre alla convinzione che l’anima possa essere mortale. Platone non si preoccupa solo di spiegare e descrivere l’immortalità dell’anima, ma cerca anche di definire e precisare il modo in cui risulta essere articolata.

L’anima, sostiene Platone, è un soffio vitale insito e innato in tutti gli esseri viventi. Rappresenta lo scibile primario e sostanziale dell’universo, per cui solamente i filosofi riescono ad intuirne gli elementi essenziali.

Con l’ultima parte del Fedro Platone intende dimostrare come l’arte dei discorsi, allorquando assume quegli aspetti basati su sotterfugi e raggiri, possa eccellere a livello concettuale al di sopra della retorica sofistica e pervenire al conseguimento della dialettica, la quale altro non è se non la struttura stessa della ragione.

La retorica può essere paragonata ad una attitudine sostanzialmente empirica, alquanto simile alla stregoneria, alla magia, agli incantesimi, in quanto i retori riescono ad essere così carismatici da incantare persino i giudici e i consessi popolari.

Critica la retorica dei sofisti di occultare la realtà effettiva degli argomenti discussi, in quanto essi ricorrono a stratagemmi linguistici ed espedienti, quali: le ripetizioni, la ricapitolazione, le verosimiglianze, i biasimi.

Platone sostiene che la retorica non è affatto un’arte e nemmeno una scienza, ma solo una bravura, una destrezza pragmatica.

Asserisce che la vera arte del discutere e del ragionare è, invece, la dialettica, la quale coinvolge sia la forma che il contenuto. La dialettica si presenta articolata in due essenziali ed inversi processi: la sintesi e la divisione. La prima è la capacità di mettere insieme la pluralità nella unicità dell’idea, ovvero la capacità di osservare e scoprire la globalità del tutto (synagoghé); l’altro, al contrario, è l’attitudine e la sagacia di saper suddividere le idee nelle varie e possibili ripartizioni costitutive (diairesis), cioè la capacità di saper scindere una idea generale in altre idee particolari, in sintonia, però, con gli aspetti molteplici della realtà naturale.

Platone, quindi, teorizza tre essenziali dottrine: quella dell’amore, quella dell’anima e quella della dialettica.

Ma ciò che segna un determinante e sostanziale cambiamento è il graduale passaggio da un momento storico in cui vigeva prettamente l’oralità ad un periodo in cui incomincia a prendere il sopravvento la scrittura.

Oggi viviamo una epoca analoga. Anche quello attuale, infatti, può essere definito un momento di transizione. Viviamo il passaggio dalla scrittura verso l’informatizzazione della comunicazione.

Il passaggio dall’oralità alla scrittura ha, di certo, favorito il suo sviluppo; “scrivere” favorisce la riflessione, l’organizzazione del pensiero, la rielaborazione delle idee e la loro strutturazione.

Anche oggi, come allora, siamo in un’epoca di transizione, anche se non si riesce proprio a prevedere dove questa transizione ci porterà.

La comunicazione, oggi, non si caratterizza né per la bellezza della forma né per la pregnanza del contenuto, ma si identifica solo con la velocità, velocità di propagazione e di risposta (output/input), e con la quantità delle comunicazioni/informazioni.

Tutti riconosciamo le potenzialità dei mezzi multimediali e siamo convinti che siano strumenti di libertà e di conoscenza, ma sappiamo anche che più uno strumento è potente, più è importante l’uso che se ne fa. E’ evidente che non si auspica affatto un ritorno alla tavoletta di cera, ma bisogna, comunque, trovare delle nuove strategie perché la “lingua” e il “pensiero” non si riducano a dei monosillabi abbreviati. È necessario, quindi, che la diffusione delle nuove tecnologie sia adeguatamente affiancata da un uso responsabile e formativo delle stesse: essere “nativo digitale” è un gran vantaggio, ma questo vantaggio non si deve ridurre al solo saper usare velocemente i pollici sulla tastiera di uno smartphone!

Reims

Leggere il libro di Gonzague de Reynold, “La casa Europa. Costruzione, unità, dramma e necessità”, pubblicato da D'Ettoriseditori di Crotone (2015) è piacevole perchè scritto veramente bene, un testo che riesce mirabilmente a descrivere con grandi quadri geografici la storia della costruzione della Casa Europa. Una storia straordinaria che dovrebbero attentamente leggere e studiare gli studenti dei nostri licei.

L'apporto greco alla Casa Europa.

Lo storico svizzero dopo aver esplorato le fondamenta preistoriche della nostra casa europea, risale alla luce del piano terra greco.”Vi troveremo - scrive Reynold – come nelle vaste sale di un museo, la prima grande forma, la forma modello della nostra civiltà europea”. La civiltà ellenica, nata da due forze, quella barbara degli Achei e da quella vecchia, la civiltà asiatico-mediterranea.

Qui Reynold si limita all'essenziale nel descrivere l'apporto greco,“ciò che l'Europa le deve, ciò che noi le dobbiamo e ciò che rischiamo di perdere, è l'affermazione del valore della persona”. Mentre per Reynold, nella massa asiatica, governata da Stati totalitari e burocratici, la persona umana non è riuscita mai ad emanciparsi, peraltro anche presso gli barbari, dove primeggia il clan. Mentre nelle città greche, la persona umana riusciva a liberarsi, anche perchè l'umanità è poco numerosa.

Il pensatore svizzero sottolinea la grande importanza dell'eredità del valore educativo greco e perentoriamente afferma che“i popoli europei hanno raggiunto la civiltà soltanto passando per l'insegnamento classico; coloro ai quali è mancato non hanno svolto o non svolgono alcun ruolo nel mondo delle idee”.

L'impero mediterraneo dei Romani.

Dal piano terra passiamo al primo piano, e siamo ai Romani che hanno ereditato dai Greci, la coscienza dell'Europa. Anche se i romani non hanno costruito un impero europeo, ma soltanto un impero mediterraneo. Tuttavia,“se avessero conosciuto meglio la geografia, sarebbero certamente riusciti”, in particolare quando fronteggiavano i germani.“Il fallimento dei Romani in Germania fu per loro, per i Germani, per noi stessi, una disgrazia”. Reynold si avvale della straordinaria descrizione che fa del territorio europeo il padre della geografia, il greco Strabone, che ha riconosciuto per primo i vantaggi naturali dell'Europa, la sua penetrazione nel mare e il suo clima. Infatti per Strabone, “l'Europa è la terra dell'uomo, il continente dello spirito: è soprattutto una unità”.

Il secondo piano della Casa europea: i barbari.

Continuando con la metafora della costruzione della casa, Reynold si appresta a salire al secondo e ultimo piano della nostra casa europea: è il piano dei barbari. Intanto lo storico delle civiltà svizzero, ci tiene a precisare che il termine “barbaro” non deve essere preso in senso morale, peggiorativo, ma in senso storico”, sia presso i Greci che poi presso i Romani, designa l'estraneo al mondo antico, colui che parla una lingua indistinta e non compresa. Comunque sia il barbaro, “non è né un essere incolto, né un uomo nuovo. Il barbaro ha alle spalle un lunghissimo passato[...]”. Certamente ha la sua cultura, ma non ancora la civiltà, questa appartiene all'impero romano, il prototipo dello Stato organizzato, mentre i barbari, ancora sono incapaci di innalzarsi all'idea di Stato, formano soltanto clan, tribù. Una cosa è certa, “il barbaro è il vicino immediato della civiltà, che sarà il civilizzato di domani, ma che può essere il civilizzato di ieri”.

La Romania e il Barbaricum.

In quest'epoca della storia si trovano di fronte il mondo antico e il mondo nordico, una Romania e un Barbaricum. Erano due mondi che certamente avevano già avuto relazioni in passato, garantita attraverso i grandi fiumi europei. Naturalmente qui Reynold come al solito descrive i territori di questi due mondi con quadri appropriati, è un piacere leggere il testo.

Di sicuro questi due mondi, l'antico e il mondo nordico erano spinti l'uno verso l'altro. Era normale che i Celti e i Germani si riversassero verso il sud, il mondo mediterraneo, l'impero. Da parte sua, l'impero romano cercava di estendersi verso il Nord. Era proprio la natura che portava all'”imperium Romanum la missione di portare ai barbari la civiltà mediterranea: una riunione della civiltà antica e della giovane forza. Ne era uscita la Grecia, ne era uscita Roma stessa: ne uscirà questa volta l'Europa”.

Del resto l'impero stesso “aveva chiamato a sé i Barbari, i Germani. Fin dalla seconda metà del secolo III i Romani ne fanno dei soldati. E ben presto, “i Germani formano la gran parte delle armate romane”.Così alla fine i Germani si trovarono padroni dell'imperium.

La Chiesa, i monaci hanno salvato il mondo antico.

Così come è stato per gli Elleni e per i Romani, anche i popoli nordici hanno contribuito alla formazione dell'Europa. Soprattutto i Celti, che possedevano una loro spiritualità non lontana da quella cristiana. “Il successo che san Patrizio (385-461) - scrive Reynold – guadagnò in Irlanda come missionario e organizzatore della Chiesa ne è la prova. Il primo contributo dei Celti alla civiltà europea è stato dunque religioso. Sono stati i monaci irlandesi come san Colombano (542ca.-461) e i suoi compagni che sono venuti a intraprendere la riforma della cristianità occidentale”.Sono stati proprio questi monaci a conservare le lettere antiche, il greco e il latino. Ma anche i germani, avevano un'epopea da far conoscere.

Ripartendo sempre dalla geografia, lo storico svizzero racconta come è finito il mondo antico, sicuramente per indebolimento.“L'intero mondo antico muore di anemia spirituale[...]mai la civiltà fu così vicina a estinguersi, mai l'umanità si è trovata sul bordo di un tale vuoto[...]”Il mondo antico non era riuscito a fare unità spirituale, c'era una insufficienza religiosa e morale. Ci riuscirà il cristianesimo che va a completare la casa europea con il tetto.“L'immagine del tetto indica che non ha distrutto né lo scantinato preistorico e protostorico dell'Europa, né il piano terra greco, né il primo piano romano, né il secondo piano barbaro. Al contrario, li ha protetti contro le intemperie che li deterioravano; ha purificato l'atmosfera, reso la vecchia casa abitabile agli uomini”.Del resto Nostro Signore è venuto sulla terra: […] non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento”. “Non parliamo dunque mai di rivoluzione”, scrive Reynold.

Lascio parlare il pensatore svizzero che è anche un profondo letterato: “La trasformazione fu così profonda che ne uscì un altro uomo: il cristiano”. “Il cristiano prende il posto del polites greco e del civis romanus nella serie dei grandi tipi umani. L'eroe si trasfigura in santo”.

La missione civilizzatrice del cristianesimo si può riassumere in questi termini: “mantenere il mondo antico e civilizzare il mondo barbaro chiamandoli entrambi a fondersi in una fede comune”. Per Reynold, s'incontrano due virilità: la vecchia e la nuova. “Le Gesta Romanorum ci mostrano come i cristiani abbiano traghettato nell'epoca della cristianità l'ammirazione della roma antica, quella delle leggende eroiche, quella esaltata da Tito Livio”. La Chiesa in pratica ha salvato, conservato e rinnovato la cultura antica, e introdusse i migliori elementi della cultura barbarica. Così Reynold può parlare di una sintesi di tre culture sovrapposte: la cristiana, l'antica e la barbara. Tuttavia salvare la cultura antica significava, in una prima fase, raccogliere e trasmetterne i testi. Lo hanno fatto sia Boezio, che Cassiodoro, e poi Sant'Isidoro, vescovo di Siviglia e dottore della Chiesa, a loro dobbiamo la traduzione delle opere greche e la salvezza della lingua latina. Ci fu dunque - scrive Reynold – grazie alla Chiesa e ai suoi chierici, nei peggiori momenti dell'imbarbarimento e in fondo al periodo vuoto, una pre-rinascita della cultura antica”. Una serie impressionante di religiosi, di uomini di Chiesa, di santi che, “avevano capito quanto il rispetto della lingua coincidesse con il rispetto del pensiero, della verità”.

L'opera di sant'Agostino.

Comunque quello che ha fatto più di tutti, fu sant'Agostino,“la sua opera si erge come un portale tra l'antichità e il medioevo,l'impero romano e l'Europa”. E' molto eloquente la descrizione che fa Reynold: “Agostino è un lirico pieno di pathos. Per l'acutezza e la profondità della sua osservazione psicologica è già un moderno. Nella sua Città di Dio, inaugura la filosofia della storia, una filosofia che era impossibile prima del cristianesimo”. Pertanto già in queste opere, anche se apologetiche e dogmatiche, si possono intravedere i germi di una rinascita letteraria. Inoltre, sotto gli auspici della Chiesa, si è infine operata la fusione tra il mondo barbaro e il mondo antico. Questa fusione si è realizzata per due vie: “la prima è l'iniziazione dei barbari, dei nordici, alla cultura antica stessa, allo studium sapientae: si pensi a Carlo Magno, alla Schola palatina, al suo ministro dell'istruzione pubblica, l'anglosassone Alcuino[di York (735-804), beato]. La seconda è il salvataggio e la conservazione fatta dalla Chiesa stessa della poesia e delle leggende nordiche”. In pratica è la stessa operazione di salvataggio per le opere antiche.

Pertanto sia per gli antichi, ora anche per la Chiesa: “salvare, mantenere, conservare, ricordare e trasmettere”, era fondamentale. La Chiesa, la pensava come gli antichi. Per Reynold, “la forza del cristianesimo fu di essersi presentato al mondo antico con passato, tradizioni, fede,credenze che fossero venerabili come i suoi: non solo un Nuovo Testamento, ma anche un Antico; la qual cosa faceva dire a sant'Agostino che il cristianesimo era sempre esistito fin dalla fondazione del mondo. La Chiesa rispetta dunque il passato degli altri, innanzitutto grazie proprio alla sua stessa antichità, e in secondo luogo in quanto testimone dell'anima naturaliter christiana”.

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Ricostruire la storia tributaria dell’Italia unita è impresa tanto ardua quanto insolita, anche perché richiede plurime conoscenze in un solo ricercatore. Da anni ha avviato questo imponente progetto Gianni Marongiu, con solida carriera accademica alle spalle (oggi è emerito di diritto tributario). Ha ora pubblicato presso Olschki un nuovo capitolo: La politica fiscale nell’età giolittiana (pp. XX + 528, euro 49).

Il poderoso tomo parte dall’avvio del secolo e arriva alle soglie della prima guerra mondiale, intersecando, come negli altri volumi di Marongiu, storia economica e storia parlamentare, storia politica e storia sociale, storia delle istituzioni e finanza pubblica e politica estera. L’attività svolta soprattutto da Giovanni Giolitti e da Giuseppe Zanardelli si potrebbe riassumere come motivata dalla volontà di modernizzare il Paese: le riforme fiscali sono uno strumento di modernizzazione. Si resta colpiti dalla solida preparazione scientifica con la quale la classe dirigente liberale (il discorso vale, e forse ancor più, per la destra storica e Quintino Sella, poi per la sinistra storica e per Francesco Crispi, periodi e personaggi già studiati in altri volumi dall’autore) affronta la materia tributaria. Si esaminano leggi, sistemi fiscali, proposte, in atto o discussi negli altri Paesi, compresi quelli lontani, come la Russia. Si compulsano le ricerche che appaiono sulle riviste anche estere (ovviamente in simili spogli scientifici maestro insuperato rimane per decenni Einaudi). Si parte dalle statistiche, dai numeri, dai raffronti. Si valutano pesi e competenze dello Stato e degli enti locali, soprattutto i comuni. La ponderazione con la quale si meditano le riforme e gli ampi dibattiti che sempre le accompagnano (si vedano le discussioni nelle Camere) indicano che quello è un ceto dirigente serio.

“Soprattutto aveva il merito di monitorare, per usare una parola di oggi”, dice Marongiu: “dopo le leggi ne seguiva l’applicazione e verificava se e come bisognasse rivederle”. L’esperienza parlamentare vissuta da Marongiu (deputato per la lista Dini nella legislatura 1996-2001) lo scoraggia nel raffronto: “Adesso si fanno le riforme e poi le si abbandonano, senza valutarne l’esito, senza più seguirle”. Basterebbe, al riguardo, confrontare il recentissimo federalismo fiscale con le norme sull’imposizione dei comuni nell’epoca giolittiana. Oppure vedere come si dibattessero nel primo Novecento temi primari per i tributi: imposta di famiglia, progressività, imposte sui consumi, imposta fondiaria.

Si ha la sensazione che stiamo vivendo la fine di un'epoca, di un mondo, per qualcuno addirittura siamo alla fine “del” mondo, ma sarà vero? O piuttosto siamo alla fine di “un” mondo, come sostiene il fondatore di Alleanza Cattolica, Giovanni Cantoni, che peraltro da molto tempo ripete a mò di slogan, che “la nonna è morta”, alludendo con ciò alla fine della Cristianità occidentale. C'è anche un'altra immagine che Cantoni usa per l'Europa, ed è quella della“balena morta, spiaggiata ormai morta”. Il processo che segue, quello della decomposizione, è ovviamente molto lungo.“Questa è la situazione che noi stiamo vivendo oggi. La cristianità è finita. Quanto tempo ci vorrà perché la sua dissoluzione si compia definitivamente? Non lo possiamo sapere con precisione. Ma la nostra situazione è simile a quella di coloro che assistono alla morte e alla decomposizione della balena spiaggiata. Una situazione sgradevole soprattutto nel momento in cui si incominciano a sentire i miasmi fetidi della putrefazione del cadavere dell'enorme animale”.(Pietro Cantoni, Riflessioni su “Rivoluzione e Contro-Rivoluzione” e la situazione attuale, in Cristianità, n. 379, genn-marzo 2016).

E visto che stiamo vivendo dei momenti storici forti, probabilmente anche momenti di transizione, periodi “vuoti”, dove per gli storici delle civiltà esplodono grandi crisi, guerre, scomparse di Stati, frazionamento d'imperi, rivoluzioni, sconvolgimenti sociali, anarchia, tutti elementi che vengono a inserirsi tra due epoche, quella che muore e quella che nasce. Proprio in questo momento dove i popoli si sradicano e si rimettono in movimento e dove la curva della civiltà si flette, e ricompare la barbarie e le forze primitive, può essere utile leggere, le riflessioni di uno di questi storici delle civiltà, come lo svizzero Gonzague de Reynold, poco conosciuto in Italia, anche perchè le sue opere non sono state tradotte. Recentemente a pubblicare una raccolta di conferenze, lezioni e articoli di Reynold, curati da Giovanni Cantoni, ci ha pensato la casa editrice D'Ettoris editori di Crotone, il titolo dell'opera è abbastanza significativo: “La casa Europa. Costruzione, unità, dramma e necessità”. Cantoni da mezzo secolo cita a voce, in conversazioni private e in pubbliche conferenze, e per iscritto in articoli su Cristianità, il pensatore e politico svizzero che meriterebbe di essere conosciuto dalla nostra cultura. Magari nelle nostre università.

Reynold è convinto che la nostra civiltà sta scomparendo, quindi è molto utile conoscere come si è costruita e perchè sta scomparendo l'Europa. Infatti nella prima parte dell'opera, lo storico svizzero racconta La costruzione della casa Europa.

Reynold da grandi lezioni di Storia di alta qualità:“possiamo vedere dove andiamo solo se abbiamo imparato da dove veniamo”.Reynold era convinto che lo storico avesse una missione e che il passato servisse come “un arsenale a uso della politica”, ma nello stesso tempo era consapevole che lo storico spesso non veniva ascoltato, a questo proposito citava un suo connazionale, Alexandre [Rodolphe] Vinet [1797- 1847], che riconosceva nello storico una malinconica missione: “[...] egli ha una sua visone generale dell'avvenire […]. Ma la sua parola è spesso triste […]; costretto a profetizzare, getta agli uomini preziose verità, gravi avvertimenti, da cui sente interiormente che non ne trarranno profitto; dispensa tesori di saggezza speculativa e pratica per ottenerne pochi frutti, e prepara alle nazioni, per i loro momenti inevitabili di rimpianto e di pentimento, la malinconica soddisfazione di riconoscere che quanto è a esse accaduto era loro predetto”. Nel mio piccolo ho sperimentato che è faticoso trasmettere a certi “politici” l'importanza del messaggio storico, imprescindibile per una buona politica. Infatti l'aforisma:“Chi sbaglia storia sbaglia politica”, ha una validità incredibile.

Per leggere gli scritti di Reynold occorre munirsi di una carta geografica, di un planisfero, così si riesce accuratamente a disegnare i tratti caratteristici del nostro continente e soprattutto le varie fasi su come è stata costruita l'Europa. A partire da Strabone, geografo e storico greco, rileva che l'Europa era un concentrato di equilibrio e di armonia, di unità nella diversità. Un territorio con predisposizione naturale al federalismo, proprio perchè ogni gruppo umano vi s'istalli, vi si radichi e vi sviluppi la propria cultura.“L'Europa, dal solo punto di vista geografico, si presenta ai nostri occhi nella forma di un sistema di relazioni”.

Il terzo carattere dell'Europa per Gonzague de Reynold è la presenza della montagna e del mare. Tuttavia, la dominante è marittima, tra l'altro, l'Europa “è la parte del mondo con lo sviluppo più considerevole di coste. Ne deriva - scrive Reynold – che nessun paese, neppure la Svizzera, si trovi lontano dal mare...”

L'Europa è una penisola dell'Asia, secondo gli geografi, “il mare l'ha staccata dall'Asia, orientandola verso ovest, per fargli scoprire il Nuovo Mondo, quindi,“l'ha portata verso l'egemonia del globo, l'ha infine preparata a essere la fonte di luce irradiante della civiltà universale”.L'Europa ha dalla sua parte anche il clima, umido e temperato a causa del mare[...]Ne deriva che la terra europea è, di tutte le terre, la più favorevole alla vita umana e di conseguenza allo sviluppo di una civiltà superiore”. Inoltre è “la terra dell'uomo e della civiltà, l'Europa è anche il luogo dello spirito”. Qualche geografo la vedeva come “il capolavoro artistico della creazione”.

Dopo aver elencato i vantaggi naturali dell'Europa, Reynold coglie le debolezze. Per fare questo lo storico svizzero suggerisce di “stendere davanti a sé il planisfero”. Ribadendo ancora una volta la posizione privilegiata dell'Europa, intesa come “il focolaio generatore della sola civiltà che si sia rivelata capace di essere universale”. Questa stessa posizione però è generatrice di pericoli. L'Europa, “che non ha le dimensioni di un continente[...]si trova tutta presa fra due masse continentali che minacciano incessantemente di schiacciarla”. In pratica, scrive Gonzague de Reynold, “l'Europa è la parte del mondo nella quale il maggior numero di popoli diversi si trovano riuniti e racchiusi nello spazio più ristretto. Il che la vota alla guerra e all'immigrazione”.Per questo motivo, lo storico traccia un “carattere drammatico della sua storia”.

E' una splendida e lunga meditazione sulla geografia dell'Europa per poi passare dalla “terra alla storia”, per entrare nella casa Europa appunto. I mari chiusi come quelli che bagnano l'Europa per Reynold, “sono centri di relazioni e di scambi, bacini fecondatori di civiltà”. Il Mediterraneo è il prototipo del mare chiuso. Peraltro “è il solo a essere assolutamente chiuso, dal momento che questo mare internum comunica con il mare externum, l'Oceano...” Sostanzialmente in questo ambiente, di mare e di isole, in questo clima mediterraneo si vive bene. E' comprensibile che il Mediterraneo abbia esercitato fin dalla preistoria la sua attrazione sui popoli anche più distanti dalla sua riva. Pertanto senza possibilità di essere smentiti il Mediterraneo è il luogo della Storia, “la sua forza unitiva ha imposto a tutti i popoli che venivano a stabilirsi sui suoi bordi o nelle sue isole uno stesso modo di vivere, una stessa civiltà e uno stesso tipo riconoscibile in tutte le differenze, in tutti i contrasti e in tutte le opposizioni”. Praticamente tutti gli imperi, eccetto la Cina,“hanno fatto galleggiare i propri stendardi sul Mediterraneo”.

A questo punto il testo del nostro autore delinea magistralmente gli incontri e gli urti dei mondi antichi intorno al Mediterraneo, cominciando dall'Ellade, la Proto-Europa.

palmira rovine romane

La Storia si ripete. Ci siamo indignati l'anno scorso quando abbiamo visto i miliziani jihadisti dell'Isis abbattere le statue e i resti archeologici di Palmira, nello stesso tempo abbiamo esultato quando le truppe del presidente Assad assistiti dai russi di Putin hanno riconquistato il sito archeologico. Molto si è scritto sui danni impressionanti che ha subito il sito archeologico, ad una settimana dalla fine dei combattimenti si contano i danni, lo ha fatto La Repubblica intervistando Mahmud, uno dei figli di Khaled al Assad, l'anziano archeologo ed ex direttore del Museo e del sito di Palmira, ucciso dai jihadisti per essersi rifiutato di rivelare dove erano state nascoste parte delle statue e gli oggetti preziosi. “[...]Un viaggio doloroso quello che comincia dalla piazza del Museo archeologico, centrato ripetutamente da colpi d'artiglieria (qui tutti assicurano che l'aviazione russa ha di proposito evitato di

bombardare le zone, come questa, vicine al sito per evitare danni collaterali irreparabili alle vestigia), devastato e saccheggiato”. (A. Stabile, A Palmira con il figlio del martire del museo, 7.4.16, La Repubblica)

Si è scritto molto anche sui motivi religiosi o meglio ideologici per cui i jihadisti cercano sempre di cancellare il passato. Il Foglio a questo proposito ha intervistato Remi Brague, studioso medievista, erudita e poliglotta con cattedra alla Sorbona e a Monaco di Baviera, per cercare di capire l'odio islamista per la civiltà occidentale. Il professore ha risposto che è “Un odio che si riferisce a tutto ciò che

non è islam”,“Tutto ciò che lo ha preceduto si chiama ‘ignoranza’, ‘gahiliyya’. Lo Stato islamico ha così distrutto le statue del Museo di Mosul perché testimoniano uno stato precedente all’islam o diverso dall’islam. Gli islamisti, arrivati in Italia, distruggerebbero San Pietro; in Francia raderebbero al suolo la cattedrale di Chartres. Secondo il professore francese, “Si inizia con la consapevolezza di una schizofrenia in cui vivono i musulmani. La loro religione è intesa, secondo il Corano, come completamento delle precedenti religioni che andrà a sostituire. La loro comunità è ‘la migliore comunità’. (G. Meotti, La barbarie dell'Occidente, 6.4.16, Il Foglio)

Ergo il passato va cancellato, come hanno fatto i padri della furia iconoclasta, i giacobini della Rivoluzione Francese, che oltre a fare un bagno di sangue, hanno distrutto tutti i simboli del passato monarchico e cattolico. E' interessante ricostruire il percorso storico dei rivoluzionari francesi, c'è uno studio degli anni 80' del compianto Marco Tangheroni, storico, medievista, “Il ritorno dei re”. A proposito di una mostra fiorentina”, pubblicato dalla rivista Cristianità (Anno VIII, n. 66, ottobre 1980) che ha magistralmente descritto, quello che è successo in Francia. Il professore pisano parte dal ritrovamento casuale in Francia nel 1977, durante i lavori per l'ampliamento di una banca, di ventuno teste, insieme ad altri frammenti scultorei. Erano le teste delle statue dei re di Giuda, da Jesse a Giuseppe, situate sulla facciata di Notre Dame, decapitate dai giacobini nel 1793, subito dopo aver decapitato il re Luigi XVI.

La Mostra occasione provvidenziale per raccontare la verità storica.

Le statue sono state esposte nei chiostri di Santa Maria Novella a Firenze, sotto il titolo: “Notre-Dame de Paris. Il ritorno dei re”. La mostra per il professore Tangheroni diventa una provvidenziale occasione, non tanto per fare commenti specialistici, ma soprattutto per fare“emergere la verità storica rispetto ai due periodi forse più stravolti dalla storiografia rivoluzionaria: il Medioevo e la Rivoluzione francese. Il professore è convinto che il gesto dissacratore dei giacobini non fu “privo di grande significato, come si potrebbe credere, se paragonato agli orrori e al sangue di quel terribile periodo”. Infatti occorre evitare di fare la figura di chi è pronto a levare alte grida per qualche danno al patrimonio storico-artistico o ecologico e poi tace di fronte ai massacri dei cristiani nel mondo o dei bambini nel ventre materno, grazie alle leggi repubblicane in tutto il mondo. Invece,“il gesto distruttore permette di comprendere, nella sua intima essenza – che è essenza di odio – la Rivoluzione francese, la quale, a buon diritto, voleva essere, ed è considerata, la Grande Rivoluzione, la Rivoluzione per eccellenza, salto di qualità rispetto alle rivolte del passato e madre feconda di tutte le rivoluzioni a venire”.

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Per il professore Tangheroni la decapitazione delle statue non fu un gesto casuale o isolato, ma fu“l'esecuzione di una precisa e burocratica decisione parlamentare”. Fu un gesto poi imitato in tutta Parigi, in tutta la Francia e successivamente in tutta Europa, nei territori raggiunti dalle armate rivoluzionarie e napoleoniche. Tra l'altro, “non mancheranno singolari riprese di quest'abitudine rivoluzionaria anche nell'epoca del Risorgimento italiano”, come hanno fatto in San Michele a Lucca, sostituendo alcuni capitelli con le immagini dei padri fondatori della Patria.

I giacobini francesi odiarono il sacro e la regalità, rappresentati dal cattolicesimo e dall'istituzione monarchica. Furono i rivoluzionari stessi a spiegarlo, del resto lo stesso architetto francese Viollet-le-Duc il grande restauratore dell'Ottocento, poteva mettere in bocca al protagonista di un suo romanzo, le motivazioni dei rivoluzionari: “Non dobbiamo lasciare allo sguardo del popolo, ormai liberato dalla tirannia e dalla superstizione, gli emblemi che gli ricordano la schiavitù sotto la quale ha tanto a lungo gemuto[...]il popolo intende sfigurare tutto ciò che gli rammenta un passato esecrabile, [...]Finchè resteranno in piedi un castello e una chiesa, i nobili e i preti avranno la speranza di riprendere il possesso di questi covi dell'oppressione. Finchè resterà un'immagine dei re di prima, o di santi di prima, resterà una traccia delle loro infame dominazione[...]la nazione deve dimenticare i re e i preti, questa vergogna dell'umanità[...]”

La Rivoluzione odia il passato.

“La Rivoluzione non odia soltanto un determinato e concreto passato, ma odia tutto il passato, cioè la memoria storica dei popoli”. E la distruzione “delle memorie visibili del passato nasce dall'assurdo e tragico desiderio di far tabula rasa [...] Si tratta di un desiderio assolutamente coessenziale all'utopismo rivoluzionario che, tendendo alla creazione di un mondo nuovo e di un uomo nuovo, deve necessariamente tentare di partire da zero”.

Tuttavia secondo quanto ha sottolineato anche lo storico Francois Furet, i rivoluzionari francesi dell'epoca, quanto gli storici di tradizione giacobina, in particolare quelli marxisti, hanno visto e seguitano a vedere nella rivoluzione francese,“un avvento, come un tempo di un'altra natura, omogeneo come un tessuto nuovo”, è un concetto di inizio della storia, che si è visto con la rivoluzione comunista e ora si vede con il jihadismo islamista dell'Isis.

Chi si oppone alla Rivoluzione dev'essere annientato, vale per il popolo che per le città,“Tutto ciò che resiste e non vuole entrare nella macina repubblicana è condannato a scomparire”. E' successo per l'eroica popolazione vandeana, deportata in massa e per la deportazione di centinaia di preti. Per quanto riguarda le città, Tolone e Lione furono rase al suolo, si sono opposte alla Rivoluzione, quindi non devono più esistere. Peraltro proprio nel periodo della rivoluzione si sono manifestati quei tratti specifici della rivoluzione dell'arte moderna, che implicano, una “totale rottura con il passato: l'aspirazione alla purezza, il riconoscimento del dominio della ragione geometrica e tecnica, l'esaltazione sfrenata della libertà”.

“Rigenerazione” e terrore nei rivoluzionari.

I rivoluzionari giacobini francesi intendevano rigenerare il Paese, ecco perchè spesso utilizzano parole come purgare”, purificare”. Secondo Robespierre – il 'puro' della mitologia storiografica rivoluzionaria - occorreva assolutamente far scomparire 'l'orda impura' degli 'uomini perversi e corruttori”. Quante analogie con gli ultra fondamentalisti islamisti a Raqqa nel Daesh. E' una rigenerazione che sfocia inevitabilmente nel Terrore, così come è stato per la Rivoluzione francese, come per quella russa, o per altre rivoluzioni. Per Tangheroni,“E' l'inesorabile fine totalitaria del liberalismo anticristiano”, a questo proposito cita la fondamentale opera dello storico Augustin Cochin, “Meccanica della Rivoluzione”, che descriveva in modo illuminante il totalitarismo giacobino:“Il popolo, servo sotto il re nel 1789, libero con la legge nel 1791, diventa padrone nel 1793 e, giacchè è lui che governa, sopprime le libertà pubbliche che erano solo garanzie a suo favore contro coloro che governavano. Sono sospesi il diritto di voto perchè il popolo che regna; il diritto di difesa, perché è il popolo che giudica; la libertà di stampa, perché è il popolo che scrive; la libertà di opinione, perché è il popolo che parla;limpida dottrina di cui i proclami e le leggi del Terrore sono soltanto un lungo commentario”.

Sostanzialmente chi tenta di realizzare il progetto utopico-rivoluzionario, siano essi i giacobini, i comunisti, ora i jihadisti, vede negli ostacoli sia umani che materiali solo degli avversari e così la“ghigliottina diviene lo strumento che separa i buoni dai cattivi, i rigenerati o rigenerabili dai non rieducabili, gli amici del popolo dai traditori”. Ecco che vengono inventati i complotti in rapida successione, per comodità:“è più facile ghigliottinare un nemico del popolo che un nemico di Robespierre o un avversario della nuova filosofia”. Dunque vengono ghigliottinate le statue dei re, sicuramente non rieducabili e degni di essere ghigliottinati.

L'odio rivoluzionario contro la cattedrale.

Alla fine dello studio, il professore Tangheroni, si pone una domanda abbastanza interessante: “perchè tanto odio proprio contro le cattedrali?” Indubbiamente perchè sono al centro del culto cristiano, sentito come potentissimo ostacolo alla Rivoluzione. Ma per Tangheroni si possono fare ulteriori considerazioni:“la cattedrale è il segno dell'unità perduta del corpo sociale intorno alla Verità cristiana e alle istituzioni cristiane”. Peraltro in uno dei testi di allora, della Mostra fiorentina si spiegava cos'era e cosa rappresentava un cantiere per la costruzione di una cattedrale come Notre-Dame: dopo aver spiegato la complessità che comportava la costruzione architettonica di una cattedrale, con il cantiere da predisporre, con centinaia di operai, decine di artigiani-artisti, tutti lavoravano insieme“ sotto la direzione del potere politico o religioso di cui i capomastri o gli architetti, laici o ecclesiastici che fossero, erano l'espressione più diretta”.

In pratica, il cantiere offriva,“un paradigma di quel sistema corporativo e gerarchico che caratterizzava l'intera struttura della civiltà del Medio Evo, in cui si integravano armonicamente precisi vincoli religiosi e sociali e una innegabile libertà individuale”.

Interessante anche la citazione di Sanpaolesi che fa Tangheroni, lui cittadino pisano, di uno studio proprio sulla cattedrale di Pisa.“Qui una intera civiltà ha collaborato, senza esclusione di gruppi e di classi, a dar vita ad una testimonianza collettiva, seppur differenziata, del grado altissimo di se stessa [...]”. In pratica Notre-Dame era la metafora splendida di una società articolata e vitale, in cui la monarchia, nobiltà feudale, clero, borghesia artigiana e mercantile stavano realizzando un corpo, una struttura statuale armoniosa”. La cattedrale medievale era lo “specchio di una società, ma anche specchio di una concezione ordinata e armoniosa del mondo”, si comprende perchè l'odio decapitatore e demolitore della Rivoluzione nei confronti di questa ben ordinata società.

guerrieri Isis

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