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Martedì, 18 Giugno 2019

La caduta del muro di Berlino ha fatto cadere anche le troppe menzogne che ruotavano intorno alla cosiddetta rivoluzione d'ottobre russa ad opera dei bolscevichi nel 1917. Diversi studiosi hanno studiato il fenomeno, attingendo agli archivi segreti del PCUS al Cremlino, uno dei primi è stato l'americano di origine polacche, Richard Pipes, che ha prodotto un pamphlet di oltre 600 pagine, “Il Regime bolscevico. Dal terrore rosso alla morte di Lenin”, Mondadori (1999). Il testo copre gli anni tra lo scoppio della guerra civile (1918) e la morte di Lenin (1924).

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don Nicola Bux 1

I sette sacramenti sono al centro della dottrina cattolica, quindi amministrandoli non bisogna scherzare, occorre fare sul serio. E' tutto qui il recente libro scritto da don Nicola Bux, “Con i sacramenti non si scherza”, edito da Cantagalli (2016). Don Nicola è un grande esperto di liturgia. Ha dedicato diversi libri all'argomento. E' stato consultore in Vaticano nella Congregazione per la Dottrina della Fede e nell'Ufficio delle celebrazioni Pontificie, tuttora è consultore in quelle dei santi e del Culto Divino. E' stato chiamato da Giovanni Paolo II a preparare il Sinodo sull'Eucarestia del 2005 e, da Benedetto XVI a parteciparvi come perito. Ha fatto tanto altro, ma questo basta. Ho conosciuto per la prima volta don Bux nell'estate del 2011, a S. Teresa di Riva, presso la parrocchia Maria SS di Portosalvo, invitato dall'allora parroco don Roberto Romeo per due giorni di studio sul "Motu proprio". "Summorum pontificum" di Benedetto XVI.

Lo studio che ho letto nonostante i tanti riferimenti di alta teologia, è stato scritto con semplicità e chiarezza, anche se è molto impegnativo. Del resto noi cattolici non abbiamo solo diritti, ma anche doveri, tra questi c'è quello di coltivare la propria fede, attraverso la conoscenza e lo studio di quello che la santa Chiesa propone ogni giorno. Non possiamo fermarci ai primi elementi del catechismo appreso per la prima comunione. Il cristiano deve essere sempre pronto a rendere ragione di quello in cui crede. Pertanto il testo di don Nicola serve proprio a risvegliare la nostra fede inaridita.

Il cattedratico barese, secondo Vittorio Messori, è consapevole che in Occidente è presente una certa “società liquida”, dove tutto sembra liquefarsi, pertanto,“anche la Chiesa pare voler dissolvere i contorni netti della fede in una sorta di brodo indeterminato e rimescolato dal 'secondo me' di certi sacerdoti”.

Il sacerdote per ogni sacramento segue uno schema: prima studia l'oggetto, poi il significato, infine la storia. Per ogni sacramento mette in guardia circa le deformazioni, gli equivoci, le aggiunte o le sottrazioni che oggi minacciano quel sacramento. Dunque, si tratta, scrive Messori nella prefazione,“di una catechesi in uno stile che sa essere al contempo dotto e divulgativo, seguita da una sorta di 'manuale per l'uso'.

Don Nicola nel libro non usa toni sprezzanti e tanto meno non vuole apparire un inquisitore, o peggio un ideologo con le“sue sbarre e le sue gabbie”.

Comunque sia la tesi del professore barese è che ormai da decenni nella Catholica, c'è una “svolta antropocentrica che ha portato nella Chiesa molta presenza dell'uomo, ma poca presenza di Dio”. Inoltre, per don Bux, nella Chiesa, c'è troppa “sociologia invece della teologia, il Mondo che oscura il Cielo, l'orizzontale senza il verticale, la profanità che scaccia la sacralità”.

Dunque nella liturgia “si dimentica la cosa essenziale: Dio”. La nostra cultura ha perso la percezione della presenza concreta di Dio, della sua azione nel mondo. “Pensiamo che Dio si trovi solo al di là, in un altro livello di realtà, separato dai nostri rapporti concreti”. Pertanto oggi un libro sui sacramenti aiuta“i fedeli a riscoprire la liturgia sacramentale della Chiesa, nella sua pienezza di vita e di verità, e a rileggere la storia e il significato dei sacramenti cristiani, per rendere la propria fede vita vissuta, capace di migliorare l'esistenza quotidiana dell'uomo[...]”.

Don Nicola insiste su un concetto,oggi nella Chiesa,“si esalta la 'parola' più del sacramento, dimenticando ciò che dice san Girolamo a proposito della Scrittura: 'si tratta di misteri che, come tali, restano chiusi e incomprensibili ai profani'”.

A proposito dei misteri, scrive don Bux,“Capita di assistere a sacramenti trasformati in lunghe didascalie, dove il sacerdote – ad esempio durante la celebrazione di un battesimo – esordisce così: 'Adesso vi spiegherò cosa faremo'; oppure in questo momento prendiamo l'olio; ora diamo la veste candida; questo significa che...' . Tutto ciò è segno della sfiducia del rito: poiché temiamo che le persone non capiscano, sostituiamo, con le nostre parole, le parole della sacra liturgia, le parole di Cristo, delle formule sacramentali. Dimentichiamo - continua don Nicola - che c'è una dimensione invisibile del mistero – come dice sant'Ambrogio- che penetra nel cuore di sorpresa, cioè senza preparazione, nel senso naturale o mondano della parola. La verità è che non crediamo più all'efficacia dei sacramenti”.

Sembra che il 50% dei fedeli americani non crede più che l'ostia sia veramente il corpo di Cristo, ma attribuisce ad esso un significato meramente simbolico. In questo dato del sondaggio c'è l'immagine di quanto ormai sia diffusa la mentalità mondana e secolare che ha cambiato totalmente la percezione della liturgia e dei sacramenti.

“I sacramenti -scrive don Bux - sono le azioni di Colui che è presente; ma se non si crede a Colui che è presente, non si crede nemmeno alle sue azioni”. Pertanto per il sacerdote, prima bisogna, “affermare che nei sacramenti il Signore Gesù è presente; in secondo luogo, che nei sacramenti il Signore Gesù agisce, con tutti i suoi misteri, dall'incarnazione all'ascensione; ma se non ci fosse la presenza, non ci sarebbe neppure l'azione”.

A questo punto si comprende che “tutti i sacramenti dipendono dal grande sacramento dell'eucarestia, che è il sacramento della presenza. Tutti i sacramenti sono quindi collegati: conducono e riconducono all'eucarestia”.

Facendo riferimento a sant'Ambrogio, don Nicola Bux, ci invita ad imparare il metodo dei sacramenti:“non dare troppe spiegazioni prima che essi abbiano illuminato i credenti, perchè esse non sono efficaci: per capire i sacramenti non bisogna aprire gli occhi, ma chiuderli.

L'amministratore del sacramento, il sacerdote, che serve, deve essere fedele, “non deve aggiungere nulla di suo, né tanto meno togliere qualcosa da ciò che gli è affidato. L'amministrazione comporta l'essere molto attenti a custodire quello che si è ricevuto”.

Qualche mese fa durante la presentazione del volume di Nicola Bux, i cardinali Burke e Sarah, citando più volte il magistero di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, in particolare Sarah ha ricordato come lo stesso Papa Francesco nell’enciclica Lumen Fidei ha ribadito che la Chiesa è responsabile del cambiamento del cuore degli uomini e che questo cambiamento che poggia su tre capisaldi: il magistero, la preghiera e i sacramenti. Ancora più chiaro è quel passaggio del diritto canonico citato da Burke dove si afferma che il sacerdote nella liturgia non deve togliere o aggiungere nulla di sua iniziativa”.

“Eppure nelle parrocchie, ogni domenica, si continuano a mettere in scena spettacoli carnevaleschi durante le celebrazioni; la sacra liturgia diventa uno show e il prete assume il tono da presentatore televisivo che sostituisce con le sue parole quelle delle formule sacramentali. La presunzione di cambiare ciò che è stato dettato dal Cristo, sostengono i due cardinali, deriva da una svolta antropocentrica che ha portato a “voltare le spalle a Dio”. Tutto questo perché convinti di rendere la liturgia più interessante e più mondana attraverso contributi creativi e tante parole e spiegazioni didascaliche”. (M. Guerra, Il sacramento sconfigge il male dell'uomo, 7.4.2016, LaNuovaBQ.it)

Durante la presentazione del libro di don Bux, l'economista Gotti Tedeschi evidenzia“il dislocamento del tabernacolo al di fuori dell'altare”.“Hanno portato via il mio signore e non sanno dove lo hanno messo”, fa sue le parole della Maddalena che dopo aver visto il santo sepolcro vuoto per descrivere lo stupore che colpisce oggi quando si entra in una delle tante chiese che hanno “allontanato” il tabernacolo dall’assemblea”.

Oggi – ricorda infine il sacerdote autore del libro – c’è una Chiesa che pensa che il male si vince con le manifestazioni per la legalità e ne esiste un'altra parte che crede che il male del mondo (guerre, omicidi, violenze…) non sarà mai sconfitto completamente dagli uomini e che la salvezza è in Gesù Cristo.“Lo stesso Nazareno quando ha predicato non si è perso nei mali dell’impero romano, nelle sue ingiustizie, ma ha fatto appello al cuore degli uomini”. Bux allora cita persino quanto diceva lo scrittore inglese Tolkien: “Il sacramento è la salvezza che vince il male dell’uomo”. Insomma, ha proseguito Bux, “il male del mondo non sarà fermato finché Gesù non sarà fatto nostro”. E se i sacramenti sono stati “affidati alla Chiesa perché li amministri come delle medicine che curano l’uomo”, allora si può affermare che nel libro di Bux ci sono tante pillole che portano alla salvezza attraverso Cristo.

 

 

Ci sono parole messe nell’ordine giusto per creare scompiglio. Per generare incomprensione. Ci sono allusioni che fomentano polemiche, perché le parole – sempre – nascondono insidie. Così, quando circa un mese fa i giornali si sono allegramente intrattenuti sulla lunga conversazione tra papa Francesco e le superiori generali delle suore di tutto il mondo, e sulla brace è stata lanciata la parola “diaconesse”, il fumo è diventato eccessivo. Solo ora sta scemando, come succede nelle grigliate gestite male. E solo adesso che quei titoli vanno a rivestire le pattumiere – insieme alle considerazioni ipocrite di chi sogna una Chiesa cattolica nuova –, ne parliamo noi.

Qualcuno si è domandato (pure questo!) se le suore, una volta diventate finalmente diaconesse, vorranno indossare gli stessi paramenti dei diaconi o ne pretenderanno di nuovi preparati ad hoc. La questione è solo apparentemente banale, perché si tratta di stabilire se l’aspirazione femminile al diaconato è effettivamente quel che sembra: una rivendicazione egualitaria anti-maschilista.

Del resto, è inutile nasconderselo: per quanto si provi a convincersi del contrario, quella di tenere l’omelia e, più in generale, di accedere a un «diaconato femminile» sembrano null’altro che un capriccio di stampo femminista.

Il femminismo vorrebbe la donna libera da tutta una serie di stereotipi, ma evidentemente, sconta la superficialità di una cultura invaghita del concetto di “novità”. Anche le istanze dell’equazione uomo=donna, solitamente ascritta al “nuovo”, sono piuttosto ambigue. Se si ammette, infatti, che la donna possa accedere a ogni sorta di professione, proprio non si capisce perché, all’interno della Chiesa Cattolica, sia fuori luogo la richiesta di un accesso al diaconato e, perché no, al sacerdozio. E ciò finisce per essere considerato dai sempiterni superficiali consumatori dell'ultima novità non solo ragionevole, ma innocuo.

È paradossale che il concetto di emancipazione femminile sia percepito come “nuovo” o, comunque, tipico della modernità. Prima di Cristo la donna era merce di scambio. Prima di Cristo il padrone ingravidava la schiava se la moglie era infertile – anche la fecondazione eterologa non è, poi, così nuova –, se era bruttina o, semplicemente, se lo desiderava. Prima di Cristo la donna aveva un tale controllo del suo corpo che l’aborto era consuetudine, anche se nascosta. Prima di Cristo non c'è stata civiltà che nel suo rapporto con il divino non avesse contemplato la figura della sacerdotessa.

Dove sono tutti questi elementi di “novità” nel tanto celebrato “progresso”?

Il vento veramente nuovo lo ha portato il cristianesimo che, nell’esempio scandalosamente originale di Gesù, ha aperto alle donne una condizione di reale novità. Chi osa inquadrare il cattolicesimo in una dimensione maschilista pecca d’ignoranza e d’ipocrisia.

Senza l’apporto di molte donne, lo sviluppo dell’intera storia del cristianesimo sarebbe stato assai diverso.

San Giovanni Paolo II ha sottolineato nel corso di tutto il suo pontificato il «simbolismo fortemente evocativo nella femminilità della donna credente, e soprattutto in quella consacrata»[1], l’iconicità che esprime l’essere stesso della Chiesa «sposa di Cristo e madre dei credenti»[2].

Né all’argomento si è sottratto Benedetto XVI. In più di un’occasione, infatti, questi ha ricordato come Gesù scelse dodici uomini, lo sappiamo, «perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,14-15), ma la Sua missione trovò proprio nelle donne un ruolo attivo impossibile da ignorare o sottovalutare: un unicum nella storia delle religioni.

Non riteniamo necessario passare in rassegna ogni singola figura femminile: è ben noto che intorno a Lui gravitarono donne con funzioni di responsabilità differenti – certo, e giustamente – rispetto a quelle dei Dodici.

Da cardinale, già trent'anni fa Joseph Ratzinger mostrava di nutrire forti preoccupazioni per l’infiltrazione dell’orientamento femminista nella vita religiosa. Puntualizzava così: «Il cristianesimo non è "nostro", [...] è un messaggio che ci è stato consegnato e che non abbiamo il diritto di ricostruire a piacimento. Dunque, non siamo autorizzati a trasformare il Padre nostro in una Madre nostra: il simbolismo usato da Gesù è irreversibile, è fondato sulla stessa relazione uomo-Dio che è venuto a rivelarci. Ancor meno ci è lecito sostituire Cristo con un'altra figura»[3].

Quella del diaconato femminile non è una storia in tutto e per tutto postmoderna. Il tema fu studiato già dalla Commissione Teologica Internazionale tra il 1992 e il 1997. E fu poi ripreso dalla stessa commissione tra il 1998 e il 2002 in un documento approvato da Joseph Ratzinger, allora cardinale e Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Della stessa commissione teologica faceva parte anche l'attuale Prefetto della medesima Congregazione, il cardinale Gerhard Müller.

Il documento in questione mette tutti i puntini sulle ‘i’ del caso. Esordisce precisando il significato del termine ‘diacono’ e ricorda che il battesimo conferisce il diakonein a ogni cristiano che, in questo modo, coopera al servizio di Cristo.

Nel passare in rassegna le diverse fasi storiche, fa notare che, in epoca apostolica, numerose forme di assistenza diaconale agli apostoli e alle comunità esercitate da donne sembravano avere un carattere istituzionale. Ma si trattava, sempre, di un servizio riconosciuto e subordinato al ministero dell’Apostolo.

Tant’è vero che le Costituzioni apostoliche (CA), apparse verso il 380 in Siria, insistono perché le diaconesse non abbiano alcuna funzione liturgica (III 9, 1-2): «La diaconessa non benedice e non compie nulla di ciò che fanno i presbiteri e i diaconi, ma vigila le porte e assiste i presbiteri in occasione del battesimo delle donne, per ragioni di decenza» (CA VIII 28, 6).

Andando avanti nei tempi apostolici, il documento della CTI spiega che le donne diaconesse saranno ufficialmente «istituite», ma non avranno mai altra missione che il buon esempio e la preghiera. Gli sviluppi successivi mostrano un’evoluzione diseguale di questo ministero nelle diverse tradizioni ecclesiali, ma quel che rimane comune e chiaro è che il diaconato femminile non fu mai stato inteso come l’equivalente del diaconato maschile.

Nell'intuizione cristiana di conservare il sacerdozio esclusivamente maschile, c'è la capacità di cogliere l’importanza della diversità dei sessi e valutarla come non secondaria. Difendere la Scrittura, in questo senso, significa, ancora una volta, difendere la persona umana e la sua dignità.

A cominciare dal sesso femminile.

Non è un caso se «Chiesa» è nome di genere femminile. In essa, infatti, vive il mistero della maternità, della contemplazione, della bellezza, della gratuità, di quei principi, insomma, che sembrano così inutili agli occhi del mondo profano.

Se la Chiesa ha inteso difendere sempre la separazione dei sessi, è perché ha voluto difendere la fede, il concetto di sacerdozio, gli uomini e le donne dal vedersi ridotti a pura funzionalità. Ha voluto difendere la realtà, molto semplicemente.

Tutte queste battaglie in nome della libertà chiedono di svincolarsi dalla «schiavitù della natura». Ma credere di poter essere una donna nel corpo di un uomo è costruire una realtà fittizia. La natura esige diversità. Si fa addomesticare, ma non modificare, perché sa come ribellarsi.

Ci domandiamo se può fare davvero del bene a un mondo come il nostro - in cui nel dire ‘maschio’ e ‘femmina’ ci sono remore che paventano accuse di sessismo, quando non di razzismo - tornare in un baleno a prima di Cristo.

È una società che sta annegando nella paranoia di definirsi nel modo più neutro possibile per eludere la mascolinità e la femminilità, e avallare la perversione di chi vede nei generi una interscambiabilità a piacere. Il che vuol dire anche ridurre l’agire umano, persino nella Chiesa, a pura funzionalità, a puro ruolo; quello del “lavoratore”, naturalmente, come nei regimi comunisti di migliore tradizione.

E dov’è la bellezza o la generosità di una simile concezione? È questo cui ambiscono le femministe e le suore del secolo XXI?

La tentazione di commentare è un trabocchetto fallace già nelle sue mire. Per questo puntiamo dritti alle parole del cardinale Robert Sarah. Recentemente, e con laconicità esemplare, egli ha chiosato: «L’idea di una donna cardinale è tanto ridicola quanto quella di un prete che volesse diventare religiosa!»[4]. E al posto di ‘cardinale’ metteteci quello che vi pare, il succo non cambia.



[1] Giovanni Paolo II, Lettera alle donne, del 29-6-1995.

[2] Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, del 31-5-2004.Ed.

[3] Vittorio Messori, Rapporto sulla fede. A colloquio con il cardinale Joseph Ratzinger, Paoline, Cinisello Balsamo (Milano) 1985, p. 97.

[4] Robert Sarah, Dio o niente. Conversazione sulla fede con Nicolas Diat, trad. it, Cantagalli, Siena 2015

Il prossimo 16 luglio 2016 a Verzella, frazione di Castiglione di Sicilia, avrà luogo la premiazione della XIV edizione del Premio Filoteo Omodei. Fra gli organizzatori dell’evento fervono i preparativi per la consegna dei premi internazionali dedicati allo storico castiglionese del ‘500 , in attesa di due ospiti d’eccezione: Corrado Calabrò, già presidente per l’Autorità delle Comunicazioni – AGCOM e il giornalista di MEDIASET Cesare Corda.

La manifestazione culturale, che si svolgerà alle ore 18.00 nella Chiesa di San Giovanni Bosco, è organizzata e promossa dell’Accademia Internazionale Il Convivio, presieduta da Angelo Manitta, in collaborazione con il Museo Valle Alcantara e con Il Convivio Editore, diretto da Giuseppe Manitta.

Corrado Calabrò, autore di saggi e poeta di notevole rilievo, a Verzella riceverà il Primo Premio assoluto per l’opera La stella promessa (Mondadori), un affascinante poemetto, una sorta di incalzante e fantastico racconto onirico. Corrado Calabrò ha ricoperto numerosi ruoli apicali; è stato presidente del Tribunale Amministrativo Regionale TAR del Lazio, presiedendo anche la I sezione che si occupa della funzione pubblica nell’economia, in particolare dell’Antitrust, della Consob, della Banca d’Italia, della Presidenza del Consiglio e del Ministero della Giustizia. Anche Presidente onorario dal 2009 del consiglio di Stato, è stato capo di gabinetto del Ministero del Bilancio, del Mezzogiorno, della Sanità, dell’Industria, dell’Agricoltura, della Marina Mercantile, delle Poste e Telecomunicazioni, della Pubblica Istruzione e dell’Università, delle Politiche Comunitarie e delle Riforme istituzionali, oltre che Presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni fino al 2012.

Il giornalista Cesare Corda riceverà, invece, il Premio Speciale della Giuria per l’opera di narrativa autobiografica Benvenuto Mister Parkinson (Vertigo Edizioni). Il libro, tra autobiografia e reportage, narra lo stravolgimento della sua vita e il condizionamento al quale è sottoposto a causa di questa grave patologia che l’ha colpito. Egli, da autore-narratore, sconfigge il male fisico ed oscuro con la forza di volontà e la quotidiana costanza. Egli ha all’attivo una consolidata esperienza come inviato per vari telegiornali; fu inviato per il programma di reportage dal mondo Tv Tv, condotto da Arrigo Levi e trasmesso da Canale 5. Inoltre, ha collaborato con Dentro la notizia, inviato per la trasmissione Pressing, corrispondente dalla Sardegna del Tg 4 e del Tg 5, di Studio Aperto e di Italia 1 Sport.

Alla Cerimonia di premiazione saranno presenti numerose personalità del mondo culturale, intellettuale e dell’informazione, tra i quali lo scrittore ornitologo e naturalista Marco Mastrorilli, che riceverà il Premio Speciale Antonio Filoteo Omodei per l’opera Gatti e gufi. Egli è l’ideatore del Festival dei Gufi, del Coccinella Day e della Notte Europea della Civetta. Altro ospite d’eccezione è il prof. Carlo Di Lieto, che riceverà il Primo Premio per il saggio Leopardi e il Mal di Napoli (edizione Genesi). Di Lieto è docente di Letteratura italiana presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Salvatore Maiorana, invece, riceverà un Premio per il romanzo Adagio (Edizioni Tracce). Docente di lingua Inglese presso l’Università di Firenze, Maiorana è studioso di linguistica e di neuroscienze, si occupa di glottodidattica e di teatro inglese contemporaneo.

Inoltre, saranno presenti molti autori provenienti da diverse parti d’Italia. In questa edizione, sempre più di orientamento cosmopolita, sarà in linea a questo spirito la presenza dello scrittore Alexandru Solomon, nato a Bucarest, ma residente a San Paolo del Brasile dall’età di 17 anni, al quale sarà conferito il Primo Premio per l’opera Uma Historia comun.

Insomma, anche questa edizione del Premio Filoteo Omodei sarà un significativo appuntamento con la cultura italiana ed internazionale.

IL SETTIMANALE DIOCESANO ZUCCHELLI

Per uno che ha collaborato per diversi anni con bollettini, giornali, periodici parrocchiali, e con radio, la lettura del libro di Giorgio Zucchelli, “Il Settimanale cattolico. Questo sconosciuto”, Libreria Editrice Vaticana (2014) , suscita un interesse particolare, soprattutto perchè nel frattempo, questo mio interesse a collaborare con giornali non è venuto meno. Neanche dopo la grande rivoluzione tecnologica di internet, del web. Del resto la trasformazione del web mi ha coinvolto in pieno, scrivere sulla vecchia macchina da scrivere Olivetti e una tastiera del computer non è la stessa cosa. Ormai è dal lontano 2000 da quando ho iniziato la collaborazione con il Corriere del Sud di Crotone, che scrivo articoli con giornali, con blog online.

Il libro di Zucchelli ha diversi meriti intanto quello di sostenere che la storia del giornale stampato non è finita, neanche per quelli cattolici, certo bisogna ora integrarlo con il web e qui che viene il bello dell'impresa. E poi soprattutto quello di convincere il mondo cattolico che ancora sono necessari i settimanali cattolici per fare missione, per evangelizzare. Spesso si afferma, in numerosi documenti ecclesiali, che oggi sono i mass media a fare cultura, che hanno scalzato da tempo, le “agenzie educative” come la famiglia, la scuola, la parrocchia. Se è così per don Zucchelli, come logica conseguenza, la Chiesa dovrebbe utilizzare sempre meglio i mezzi di comunicazione.

Preparare uomini e donne perchè la fede diventi cultura.

Sono due i modi per operare attraverso i media: innanzitutto preparando i cattolici a inserirsi nei grossi media pubblici e laici “per iniettare valori positivi ispirati a quelli cristiani”, un lavoro che non è stato mai fatto, basti vedere come la televisione di Stato è preda di culture libertarie e radicali. Il secondo modo è quello di rilanciare i media cattolici a tutti i livelli, con personale qualificato e adeguate risorse finanziarie. La storia del Movimento Sociale Cattolico di fine ottocento è straordinaria, nel libro don Zucchelli cita l'opera di don Giacomo Margotti e di don Davide Albertario, due colonne del giornalismo cattolico anche se intransigenti, ma poi come non ricordare don Giacomo Alberione, fondatore della famiglia paolina.

Zucchelli ha la vocazione del giornalismo, anzi è convinto che per un sacerdote scrivere significa rafforzare il proprio ministero. Del resto don Alberione, proponeva un nuovo modello di sacerdote. “L'apostolato della stampa è vera predicazione, al pari di quella orale”. Lo diceva anche , con realismo e incisività bergamasca mons. Angelo Spada, per 51 anni direttore dell'Eco di Bergamo.

Don Giorgio ha studiato presso l'Università Cattolica, diplomandosi in giornalismo e poi ha insegnato nella medesima università. Per cinque anni è stato presidente nazionale della FISC (Federazione Italiana Settimanali Cattolici) e vicepresidente nazionale dell'Uisp. Attualmente è direttore de Il nuovo Torrazzo, settimanale di Crema.

Perchè un libro sui settimanali cattolici.

Ma perchè è stato scritto questo testo di quasi 500 pagine. Don Zucchelli risponde:“Per rompere il silenzio sulla bella realtà dei giornali delle Chiese italiane. Ma anche per contribuire a superare la contraddizione tra la necessità di fare dei media cattolici strumenti di evangelizzazione capaci di incidere sull'opinione pubblica e l'indifferenza della base ecclesiale”.

Tuttavia nell'introduzione Zucchelli lamenta una certa indifferenze del mondo cattolico per i settimanali cattolici. Apertamente si pone il problema di come raggiungere la gran massa dell'opinione pubblica, lontana dalla pratica religiosa. E i lontani sono tanti, visto che a frequentare le Chiese sono non più del 10% . Pertanto il giornalista si pone il problema“come realizzare la nuova evangelizzazione verso le 'periferie' con linguaggi consoni all'uomo d'oggi?” E criticando un certo mondo ecclesiale, scrive: “Nei consigli pastorali si discute fino alla noia nel cercare quali possano essere le nuove forme e i nuovi linguaggi per portare il Vangelo nelle case e nei cuori di tutti. Si lanciano un sacco di belle idee, si scrivono testi interessanti. Ma, fra le tante parole, pochi s'accorgono che strumenti molto efficaci di evangelizzazione esistono già e possono entrare nelle case di tutti e raggiungere tante persone. Sono i media!

Nella Storia dei settimanali cattolici, il sacerdote invita i cattolici a riprendere lo spirito di san Francesco di Sales, vescovo di Ginevra, che tra la fine del 500 e l'inizio del 600 per spiegare l'ortodossia cristiana, mentre imperversava la Riforma calvinista, iniziò a pubblicare fogli che lui stesso metteva sotto le porte delle case. Inoltre, occorre riprendere il coraggio dei cattolici di fine Ottocento, dei tempi dell'enciclica“Etsi Nos” e della “Rerum Novarum” di Leone XIII, che per contrastare i “giornali sediziosi e funesti” che “scagliano quotidianamente(...)calunnie contro la Chiesa e il Sommo Pontefice”, auspica,“che almeno in ogni provincia si istituisca qualche strumento che illustri pubblicamente quali e quanti sono i doveri dei singoli cristiani verso la Chiesa: ciò con scritti molto frequenti, se possibile quotidiani”. Certo non viviamo più i tempi delle minacce contro la Chiesa del liberalismo massonico, ma le parole di Leone XIII, sono ancora valide.

Il testo fa un elenco dettagliato e organico, diviso per regioni, delle 194 testate della FISC, un'operazione utile, anche per rompere quel silenzio che esiste intorno a questa realtà della Chiesa italiana.

L'identikit del giornale cattolico.

Dopo aver ragionato sui numeri, il libro riflette sulla struttura del prodotto, in pratica come dev'essere fatto un settimanale cattolico. Don Zucchelli ci tiene a ribadire che il giornale“non lotta per un obiettivo economico, ma per mantenere viva una voce del Vangelo nel cuore e nella periferia del paese”.Anche se poi deve fare i conti con i costi, la pubblicità, la diffusione e tanto altro. Comunque sia anche se un periodico cattolico, non sarà mai in grado di “stare sulla notizia”, ma è fondamentale che si possa fare un giornale di informazione, anche perchè spesso è limitato a un determinato territorio. Il sacerdote esperto in giornalismo, prova a portare degli esempi su come impostare un periodico cattolico, e ne sviluppa un identikit, un vero giornale ideale. Certamente occorre puntare alla qualità dell'informazione, che richiede coraggio, anche nelle critiche locali, senza lasciarsi condizionare da nessun schieramento politico. Tenere “la barra dritta, nel promuovere e difendere i valori non negoziabili, anche se spesso si ricevono critiche pesanti pure dal mondo cattolico cosiddetto 'progressista'”. A questo proposito don Zucchelli cita il lavoro importante svolto dai giornali iscritti alla FISC e della Chiesa per l'astensione al referendum sulla Legge 40 e poi per la preparazione del Family Day del 2007.

“Se vogliamo evangelizzare non possiamo fermarci a parlare con coloro che già sono evangelizzati”, scrive Zucchelli, occorre fare arrivare il giornale diocesano nelle periferie, anche nelle mani e nelle case di chi non frequenta la comunità cristiana, di chi non è credente. Più avanti il sacerdote giornalista insiste sulle modalità di evangelizzazione. “E' questo un punto debole del pensiero ecclesiale: si pensa che evangelizzare significhi comunicare contenuti religiosi ed ecclesiali, quando non catechetici, comunque sostanzialmente culturali. Una Chiesa che parla di sé e delle sue cose”.Certo la formazione è importante, ma dev'essere accompagnata dall'informazione. E allora ci si chiede:“come può un giornale evangelizzare con l'informazione e la cronaca? La risposta è: diffondendo nell'opinione pubblica una visione della vita e del mondo ispirata ai valori cristiani, facendosi cioè – come dice la Communio et progressiofaro di tutta la realtà. Per don Zucchelli occorre sfatare certi pregiudizi su come fare un giornale diocesano. Il racconto è il cuore dell'informazione, è un mezzo di formazione anch'esso (una formazione in atto). I nostri lettori si possono educare anche con le semplici notizie, per don Zucchelli,“le stesse 'nude' notizie contengono una grande forza educativa e formativa”. Anche il semplice fatto di sceglierle tra le tante, contengono sempre un giudizio di valore. Un quotidiano locale può avere delle grandi potenzialità, raccontando con le “buone notizie”, la quotidianità positiva di una popolazione, settimana per settimana,dando voce a chi non ha voce, può essere una forma di scegliere i poveri, gli ultimi della strada del quartiere. Un nuovo giornalismo sociale.

Conta anche il taglio con cui vengono date le notizie, una testata del FISC, non solo deve vantare una “differenza informativa”, ma deve anche proporsi con una “differenza etica”. I giornali cattolici devono avere “il coraggio di servire la verità smascherando il tentativo di ridurla a semplice confronto di opinioni del tutto relative, imposte a colpi di maggioranza, smontando le false notizie mediante un'operazione di risanamento quanto mai necessaria per la deriva che molti dei grandi media oggi hanno raggiunto[...]”.

I settimanali diocesani devono andare controcorrente.

Don Zucchelli prende esplicitamente posizione contro il pensiero politically correct, in particolare, sui cosiddetti principi non negoziabili, e punta molto sulla dottrina sociale della Chiesa, è convinto che anche i settimanali diocesani devono accettare le sfide che si presentano sui valori etici, a cominciare del rispetto della vita in tutte le sue fasi. Nel testo fa riferimento all'enciclica “Evangelium Vitae” di san Giovanni Paolo II.

Il sacerdote per avallare le sue tesi sui mezzi di comunicazione, cita diversi documenti della Chiesa, il Concilio Vaticano II, che è abbastanza esplicito in merito. Leggere e diffondere, la buona stampa, “allo scopo di poter giudicare cristianamente ogni avvenimento”. Non basta autodefinirsi cattolici per esserlo davvero, ma bisogna porsi l'obiettivo di “formare, favorire e promuovere opinioni pubbliche”, per promuovere il diritto naturale, la dottrina e la morale cattolica, far conoscere nella giusta luce i fatti che riguardano la vita della Chiesa”. E bisogna fare questo formando “senza indugio sacerdoti, religiosi e laici, i quali sappiano usare con la dovuta competenza questi strumenti a scopi apostolici [...]”.

Il grande san Giovanni Paolo II, si rendeva conto della grande importanza dei mezzi di comunicazione, è lui che per la prima volta, nella Redemptoris Missio, dà la bella definizione dei media come “aeropaghi moderni”.

Certo oggi con l'avvento dei social media, che riscuotono tanto successo tra i giovani, occorre calibrare diversamente il lavoro dei giornali cartacei e quindi l'impegno dei cattolici nel mondo della comunicazione. “I tempi sono difficili”, scrive Zucchelli, e si augura che il testo che ha scritto non sia “l'ultima foto di gruppo dei giornali delle Chiese italiane”.Certo “Il settimanale diocesano”, è stato scritto per “ridare speranza e rilanciale la stampa diocesana. Ma, per non scomparire è necessaria una svolta”. E qui adesso la palla passa ai vescovi, alla Cei, ai movimenti, ai militanti, ai singoli cattolici.

il settimanale diocesano 1

 

 

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