Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Domenica, 19 Gennaio 2020

francesca_leboroni

 

Nella conferenza stampa, svoltasi venerdì 20 maggio, nella Sala Comunale, presenti il Sindaco di Valtopina, Giuseppe Mariucci, la Presidente dell'Ente Palio, Francesca Leboroni e La Direttrice Didattica, oltre a collaboratori, autorità e giornalisti, ha riscosso quest'anno grande attenzione il programma, per le diverse novità annunciate. La manifestazione giunta ormai alla VI° edizione, è riuscita a ritagliarsi uno spazio importante per ciò che attiene gli eventi storico-medioevali, che si svolgono nella Regione Umbria, nei vari periodi dell'anno.
La manifestazione, che vede coinvolti tutti i valtopinesi in modo totale, chi per organizzare, chi per creare, chi per operare con costanza e capacità, presenta quest'anno nuovi orizzonti di sviluppo. Si è voluto riscoprire il "Percorso verde", adiacente le rive del fiume, da molto tempo realizzato, ma negli anni dimenticato senza una valida ragione. La suggestione del luogo e le caratteristiche scenografiche che saranno realizzate in corrispondenza delle serate del 30 giugno e del 1 luglio, saranno davvero irripetibili. Di rilievo l'intervento dei tre Castelli di Poggio, Pasano e Serra nella buona riuscita dell'evento presso il Topino e imprenscindibile la collaborazione dell'Associazione Medioevo Fossatano di Fossato di Vico e il loro gruppo Arcieri, guidato da Enrico Giovannini, oltre l'Associazione "Wandum", Balestrieri di Gualdo Tadino.
Durante la "Serata degli Ospiti", nel Borgo e lungo il Percorso Verde verrà realizzato un mercatino medioevale comprendente soprattutto prodotti rivisitati dell'antica epoca, oltre l'esibizione in costume di danzatori con musiche appropriate al periodo storico. Il giorno successivo, nella "Notte del Palio", presso l'accampamento allestito alla confluenza tra il Torrente dell'Anna e il Topino, in uno spazio apposito, a forma d'anfiteatro, la Gara dei Tamburini , aggiungerà suggestione a suggestione, e altrettanto faranno i balestrieri, e scene di vita medioevale, realizzate in appositi spazi e la rappresentazione di antichi mestieri, saranno i contenuti irrinunciabili del Percorso Verde.
In merito all'evento Valtopinese, il Sindaco ha voluto segnalare tutta la sua gratitudine alla cittadinanza per l'impegno costante e puntuale che la popolazione tutta, riserva ogni anno al Palio di San Bernardino. In particolare, Egli, ha tenuto a precisare che sin dalle prime edizioni del Palio, sono state responsabilmente coinvolte le scuole primarie e che questa "collaborazione" è sempre più puntuale e volenterosa, con l'espletamento di un concorso "Conquista al Castello" per la realizzazione, ogni anno di uno stemma che verrà esibito lungo il corteo in occasione della sfilata in costume.

Dettagli del Programma

Lunedì 27 giugno alle 21.30, apertura del Palio alla presenza delle Autorità Cittadine. I Massari faranno il giuramento della lealtà e del rispetto della sana competizione del Palio di San Bernardino.
Lunedì 27 giugno 0re 22.00 Rappresentazione Teatrale Medioevale della Compagnia "Crisalide" di Gubbio.
Martedì 28 giugno alle 21.00 Cena dei Castelli nella Taverna.
Mercoledì 29 giugno alle 21.30 Gioco della Conquista del Castello presso il campo giochi. Ore 22.30 Gara Gastronomica.
Giovedì 30 giugno Serata degli Ospiti. Nel borgo e lungo il Percorso verde, ci sarà un mercatino medioevale e prodotti tipici "rivisitati" dell'epoca. Manifestazione di danzatori medioevali.
Venerdì 1 luglio La Notte del Palio. Sarà allestito tutto il Percorso Verde, lungo il fiume, dove saranno messi in evidenza gli antichi mestieri e le scene di vita medioevale. Riproduzione di un accampamento di quell'epoca, dove i balestrieri si esibiranno con destrezza e talento ed in più un mercatino con la partecipazione della "Bottega di Merlino", specializzata in armi medioevali di Fossato di Vico. Alle 21.00 la Gara dei Tamburini lungo il Topino.
Sabato 2 luglio alle 22.00 Sfilata lungo le vie del paese del Corteo Storico.
Domenica 3 luglio Giochi.

Luigi_calabrese 1

Ho appena inviato l'articolo a tutti i siti dove collaboro, che apprendo dai tg televisivi che oggi è previsto il primo ciak del film “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana, proprio sulla strage nella Banca dell'Agricoltura del 12 dicembre 1969 a Milano. E' tutto pronto, le auto d'epoca davanti alla banca, le autoambulanze, le moto e naturalmente gli interpreti, il commissario Calabresi è interpretato da Valerio Mastandrea. Giuro che non l'ho fatto apposta a scrivere il pezzo, soltanto una fortunata coincidenza. Il film riaprirà ferite mai rimarginate? Io penso di sì.

Il 17 maggio scorso ricorreva il trentanovesimo anniversario della barbara uccisione del commissario Luigi Calabresi a Milano. Il 13 dicembre 2009 dopo l'attentato al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Milano, avevo evocato la figura del commissario Calabresi e mi ero proposto di ricordarlo in occasione dell'anniversario della sua morte, lo faccio ora. Di Luigi Calabresi me ne ha parlato per la prima volta mio fratello che in quegli anni (1968-72) ha visto e sentito tutto quello che accadeva politicamente a Milano. Soprattutto ha seguito la campagna di odio di cui è stato oggetto Calabresi. Sono i cosiddetti anni di piombo, quando il movimento studentesco milanese di Capanna e Co, metteva a ferro e fuoco la città, tempi che per Giampaolo Pansa potrebbero ritornare dopo l'elezione a sindaco di Milano di Giuliano Pisapia.

Per presentare questo eroe e soldato cristiano utilizzo il documentato libro di Giordano Brunettin, Luigi Calabresi. Un profilo per la storia. Pubblicato da Scuola d'Arte “Beato Angelico” di Milano Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis, Milano – Roma 2008).

“Luigi Calabresi ha vissuto in pieno le 'assurdità' cristiane- scrive monsignor Angelo Comastri nella prefazione – non si è preoccupato del potere ma del dovere, non si è preoccupato della carriera ma della fedeltà alla coscienza, non ha cercato onori ma ha cercato di far onore alla verità e all'onestà. Per questo è stato ucciso; e, dopo l'uccisione, è stato più volte crocifisso da una campagna di menzogne che, finalmente, ora si stanno sciogliendo come la nebbia al sole”.

Luigi Calabresi, è stato ucciso in Via Cherubini, sotto casa sua, al mattino del 17 maggio 1972 a Milano, con due colpi di pistola alle spalle da un commando di Lotta Continua, movimento extraparlamentare comunista. “Una cosa è certa – aveva predetto – se qualcuno vorrà ammazzarmi mi colpirà alle spalle, perché non avrà il coraggio di guardarmi negli occhi”. Prima di essere ucciso il commissario è stato oggetto di una lunga campagna di aggressione e di odio da tutto il movimentismo di sinistra italiano, complice quasi tutto il mondo politico, eccetto quello di destra. Il libro parla di una vera e propria persecuzione mediatica che lo crocifisse per due anni. Due momenti da ricordare, i due articoli apparsi sul giornale Lotta Continua, il primo nel maggio 1970, dove praticamente si preannuncia l'omicidio di Luigi Calabresi che è indicato come futuro “imputato e vittima” di un processo e di una “esecuzione” da parte della giustizia del proletariato, dove si afferma che “l'eliminazione di un poliziotto è un momento e una tappa fondamentale dell'assalto del proletariato contro lo Stato assassino”. Il secondo articolo è stato pubblicato il giorno dopo l'assassinio di Calabresi e si ricollega al primo, già nel titolo: “Ucciso Calabresi, il maggiore responsabile dell'assassinio Pinelli”, inoltre si afferma che si è trattato di un “omicidio politico” nel quale “gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia”: in pratica, l'assassinio di Calabresi, viene presentato come atto della cosiddetta “giustizia proletaria”.

Nel frattempo vi sono state vignette offensive, volgarità, telefonate e lettere minatorie alla famiglia del commissario, manifesti diffamatori e minacciosi affissi a Milano, con scritte presso l'abitazione di Luigi Calabresi e a Roma presso l'abitazione dei suoi genitori, cortei nei quali si gridava che Calabresi è un assassino e che la sua vita sarà breve, in pratica le minacce scritte sul giornale “Lotta Continua”. A completare l'opera di linciaggio politico morale e psicologico, un documento pubblicato sul settimanale “L'Espresso” il 13 giugno 1971, firmato da ben 800 persone, gente che appartengono al “mondo della cultura”,(filosofi, scienziati, scrittori, poeti, politici, storici, critici, musicisti, giornalisti, personaggi dello spettacolo, del cinema ed altri) nel quale Luigi Calabresi viene condannato senza appello, definito “commissario torturatore” e “responsabile della fine di Pinelli”. Pinelli, un anarchico, sospettato di essere coinvolto nella strage alla Banca dell'Agricoltura in piazza Fontana a Milano, durante un interrogatorio cade dalla finestra della questura e muore, secondo Lotta Continua, il colpevole di questa morte è il commissario.

Luigi Calabresi reagisce da buon cristiano all'alluvione di ingiurie e minacce. Confida nel trionfo finale della verità, trova conforto nella fede, si conforma all'esortazione di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro di me, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9, 23).

Qualcuno gli suggerisce il trasferimento in qualche altra città, ma lui risponde, che l'attacco è rivolto allo Stato non a me, quindi, “lo Stato non può fuggire. Non voglio che domani a qualcuno dei miei figli possano dire: tuo padre è fuggito”. Mario Càristo, paragona la vicenda Calabresi a quella di don Andrea Santoro, il sacerdote ucciso in Turchia, “entrambi rigorosi e pacifici testimoni di Cristo in ambienti fortemente ostili e aggressivi, entrambi colpiti alle spalle dall'odio cui essi contrapponevano la civiltà dell'amore”. Sia per don Santoro che per Calabresi era difficile stare in quegli ambienti, ma bisognava stare era il Vangelo che l'imponeva.

Giovanni Paolo II in occasione del XXX anniversario del sacrificio di Calabrese, lo definisce, “generoso servitore dello Stato, fedele testimone del Vangelo, costante nella dedizione al proprio dovere pur fra gravi difficoltà e incomprensioni, esempio nell'anteporre sempre all'interesse privato il bene comune”.

Il cardinale Fiorenzo Angelini definisce Calabresi una figura esemplare di servitore dello Stato, di marito e di padre, di credente convinto e credibile, e per chi non lo ha conosciuto, egli è un personaggio che è doveroso scoprire nella sua straordinaria levatura morale e spirituale. Il libro di Brunettin, ha un particolare merito per il cardinale, “presentare il Commissario Calabresi quale modello ideale anche per le giovani generazioni, che oggi, travolte da un vortice di informazioni approssimative che si riversano in tempo reale sugli schermi informatici, sono costrette, loro malgrado, ad ignorare il passato, sia pur recente, nel quale possono scoprire le radici di valori autentici degni di essere abbracciati e vissuti fino all'eroismo”. E in una stagione di emergenza educativa come la nostra, mi sembra un invito da prendere in considerazione.

E un altro cardinale, Andrea Cordero L. di Montezemolo, dopo averlo indicato come esempio eroico del compimento del dovere e come testimone del Vangelo, si augura che il profilo fatto in questo libro, “venga letto da sempre più vaste cerchie di giovani, specie se essi sono a servizio della Legge e dello Stato, a dimostrazione dei perfetti fondamenti dell'educazione civile e delle ragioni indefettibili della speranza cristiana in qualunque situazione storica”. Anche se bisogna obiettare che probabilmente un lavoro del genere meritava essere pubblicato da case editrici più conosciute e presenti nel grande mercato dell'editoria.

luigi calabresi 3 la stampa

 

Qualche anno fa monsignor Giovanni D'Ascenzi sollecitava di valutare tutti i documenti e verificare se siamo di fronte ad un credente che ha vissuto la fede e l'amore del prossimo in maniera eroica e quindi si augurava che l'autorità ecclesiastica avviasse un processo canonico, perché sia riconosciuta l'eroicità delle virtù del commissario di Polizia Luigi Calabresi.

Il professore Giuseppe Maria ha scritto che Calabresi ha “vissuto la vita nella imitazione di Cristo (...)il mondo, anche oggi, ha bisogno più di santi che di eroi. E Calabresi, uomo del nostro tempo, ha vissuto come sacrificio la sua vita, che è appunto l'eroismo della santità”.

Chiudo ma bisogna ritornare sulla straordinaria figura del commissario Calabresi, per riflettere sulla sua vita professionale, l'apostolato, la sua spiritualità ignaziana, la vita matrimoniale, come ha affrontato le insidie del mondo.

 

Solzenicyn su un treno a Vladivostok nell'estate del 1954

 

Ljudmila Saraskina – docente universitaria in Russia, Danimarca, Polonia e USA, nota studiosa di letteratura, specializzata in particolare su Dostoevskij (1821-1881), di cui è considerata una dei massimi esperti mondiali – ha lavorato per otto anni alla biografia di Aleksandr Isaevič Solženicyn (1918-2008, d’ora in avanti S.). Ha potuto consultare i materiali del suo archivio privato, utilizzare documenti originali, ha letto l’intera sua opera, ha visitato i suoi luoghi, recandosi anche nel Vermont dove il premio Nobel del 1970 ha vissuto dal 1976 al 1994, lo ha più e più volte intervistato e interpellato. Ne è risultata una monumentale biografia, pubblicata in Russia nel 2008, prima che S. morisse, tanto che, nonostante si approssimasse ai novant’anni e alla fine del suo tempo, l’ha letta integralmente e approvata (forse l’ultima sua gigantesca impresa). Una biografia autorizzata dunque – premiata in Russia, tra l’altro, quale «Libro dell’anno» –, che dalla fine del 2010 è a disposizione del lettore italiano grazie alla sua pubblicazione, curata dal grande slavista Adriano Dell’Asta per l’Editrice San Paolo (pp. 1448, €. 84,00), in una pregevole traduzione a più mani.

Nelle quasi millecinquecento pagine – compresa un’utilissima cronologia finale e senza apparato critico, se non nella bibliografia finale, per non appesantire la già ragguardevole mole dell’opera –, che, com’è stato scritto, «si leggono come un romanzo», non solo è narrata la vita di S., dei suoi avi prossimi e remoti e della sua famiglia, ma è presente il senso stesso della sua esistenza e della sua opera. Riassunto in esergo, per la parte più rilevante, nell’intentio dichiarata dallo stesso scrittore: «Vorrei essere la memoria. La memoria di un popolo che ha patito una grande sciagura».

Ne emerge una personalità che in qualche modo trascende quella del semplice – si fa per dire, attesa la mole quantitativa, ma soprattutto qualitativa, della sua produzione – scrittore o storico, spasmodicamente tesa com’è al compimento di una missione, che da un certo momento in avanti è intenzionalmente vissuta ed adempiuta davanti a Dio e in obbedienza al Suo mandato, sub specie aeternitatis. «Cominciò il periodo di confino e al suo inizio il cancro. Nell’autunno del 1953 sembrava assai probabile ch’io avessi solo pochi mesi di vita. In dicembre i medici […] confermarono che non mi rimanevano più di tre settimane.

«Tutto quanto avevo memorizzato nei lager minacciava spegnersi con la mia testa.

«[…] Durante quelle ultime settimane promesse dai medici […], di sera e durante le notti rese insonni dal dolore mi urgeva la necessità di scrivere: con scrittura minutissima riempivo i fogli, ne arrotolavo diversi insieme e li infilavo in una bottiglia di spumante vuota. Sotterrai la bottiglia nel mio orto e a capodanno del 1954 partii per Taškent per morirvi.

«Tuttavia non morii (dato il trascuratissimo tumore acutamente maligno, questo fu un miracolo di Dio, e solo come tale lo interpretai. L’intera vita che mi è stata restituita da allora non mi appartiene più nel senso completo della parola, vi è stato immesso uno scopo)». In quei giorni aveva già riscoperto la fede dell’infanzia, cui l’avevano educato i nonni. Era accaduto in circostanze drammatiche, quelle che fanno emergere  l’unum necessarium: la prigionia, dal 1945 al 1953, e il cancro – che, avendoli sperimentati entrambi, costituirà per lui la migliore metafora della natura del comunismo – di cui viene operato all’inizio del 1952 (quello del 1953 ne è una metastasi). La sua rinnovata conversione cristiana – «E ora, con recuperata misura/ Attinta l’acqua della vita,/ Dio dell’Universo! Io credo di nuovo!/ Anche quando ti rinnegavo Tu eri con me…» – diventa allora la cifra stessa della sua vita e della sua opera, condotta con instancabile zelo, senza risparmio di energie, con ritmi di lavoro spaventosi, quasi ossessionato dal timore di perdere quel tempo di cui non è padrone (e non solo, come tutti, perché creatura, ma anche perché creatura resa schiava da un potere perverso), e assistito da una memoria prodigiosa. Talento questo che gli consente nel GULag di ovviare alla condizione di «scrittore clandestino» componendo e tenendo a memoria migliaia di versi e i suoi primi racconti.

S., dunque, si sente chiamato a conservare e trasmettere la memoria. Una precisa vocazione che diventa missione: salvare la memoria della tragedia del comunismo, della sua realizzazione tipica, il GULag – l’universo concentrazionario, che è il regime duro di una negazione della libertà e dell’umana dignità che nel resto del territorio è praticata con regime ordinario, secondo Alain Besançon –, e delle sue vittime anonime, i milioni d’«invisibili», e così combatterlo narrandolo. Ma non come un qualunque annalista: il suo è racconto che offre un’alternativa, perché rivela un senso. Il senso della vita dell’uomo, che in ogni momento, ricorda, è chiamato a scegliere tra il bene ed il male, la vera trama della storia, con ricadute tanto spesso inavvertite quanto sempre alla fine epocali. S. sa che il confine tra il bene e il male è una linea che attraversa comunque il cuore di ognuno e non esclusivamente le circostanze sociali. Vede bene che l’uomo è il vero protagonista della storia: la sua libertà morale è condizionata sì, ma non determinata dall’ambiente, fossero anche estreme le sue circostanze, quindi ognuno porta sempre su di sé la responsabilità delle sue azioni, verso sé stesso, il suo prossimo «prossimo», l’intera umanità, in ultima analisi verso Dio. Ma non fa difetto allo scrittore la comprensione per la debolezza umana alla luce della misericordia divina, ancorché – o forse proprio perchè – sia con sé stesso severo fino all’intransigenza.

Riassumere, o anche darne soltanto conto, tutti gli spunti e le storie che l’opera ci offre è impossibile, e forse sarebbe anche sbagliato provarci. Mi limito ad elencarne alcuni, affidandoli alla buona volontà del lettore, insieme con tutti gli altri che essa contiene.

Il destino di persecuzione che si manifesta fin dall’anno di nascita, quel 1918 in cui si mette in moto la macchina del terrore rosso che macinerà milioni di vite e destini, e nella sorte di molti suoi familiari. Il suo ingenuo marxismo-leninismo, umanitario e anti-staliniano, degli anni della gioventù. L’abile eroismo dell’ufficiale di artiglieria che gli meriterà in guerra tre decorazioni (cui se ne aggiunge una nel 1958, dopo la riabilitazione) e una promozione sul campo. Le circostanze del suo arresto. Il rigore morale con il quale si giudicherà, fino a ritenere meritati sia il lager che il cancro, ma certo non nel senso inteso dai suoi aguzzini. Il suo proposito fin dall’infanzia di diventare uno scrittore. La decisione di comporre una storia totale della rivoluzione, cui si applicherà per circa cinquant’anni, da quando ne aveva diciotto (la Ruota rossa, solo parzialmente tradotta in italiano). Le sue vicende sentimentali e i due matrimoni. La nascita dei tre figli maschi quando aveva ormai superato i cinquant’anni. L’epopea «nobeliana». La piena comprensione della malvagità del comunismo. L’individuazione del legame genetico tra la rivoluzione «democratica» del febbraio 1917 e quella bolscevica dell’Ottobre, sicché per S. l’alternativa all’ateismo marxista non può venire dall’umanesimo senza Dio e dall’illuminismo anticristiano e agnostico. La coraggiosa, impopolare e poco compresa denuncia dei mali dell’Occidente (i «liquami» penetrati dall’ovest nelle società vittime del comunismo passando «al di sotto del Muro»), in particolare con il discorso di Harvard (1978). Le polemiche anti-occidentali degli ultimi anni della sua vita e la tristezza, mai però disperata (aveva fiducia in Dio, ma anche in Putin), al cospetto del degrado morale e sociale e della crisi demografica della sua Russia – che riteneva comunque conseguenza del comunismo, cui gli «uomini nuovi» (in realtà ex comunisti della «riserva») non avevano saputo porre rimedio, e non del suo crollo. La coraggiosa difesa dei meriti del caudillo Francisco Franco y Bahamonde (1892-1975) e la visita in Vandea, dove rende omaggio alla memoria degl’insorgenti contro-rivoluzionari con un memorabile discorso anch’esso contro la Rivoluzione, «caos con un perno invisibile», che produce un vortice dotato di una forma interna in cui tutto può essere risucchiato. L’attuazione costante della regola esistenziale, ma anche sociale e politica, di «vivere senza menzogna», con riferimento anzitutto alla Verità maiuscola sull’uomo e sul suo Creatore.

L’«inattualità» – come scrive Dell’Asta nella sua pregevole introduzione che raccomando particolarmente – di S. è evidente anche solo da questo elenco. Appare viepiù evidente alla stregua della sua concezione della vita terrena, prospettata tra lo stupore del pubblico a Londra, nel discorso per la consegna del premio Templeton (1983), come «gradino intermedio sulla salita verso una vita superiore. Non dobbiamo precipitare da questo gradino né dobbiamo rimanere a calpestarlo inutilmente per tutto il tempo che ci è concesso». Un’«inattualità» che, insieme con le dimensioni della sua opera e anche di questa sua biografia, potrebbe tenere lontano da entrambe un pubblico folto. Ma i volonterosi ne trarranno un profondo beneficio, culturale e spirituale, e non solo individuale, bensì pure sociale.

Scriveva qualche tempo fa lo storico Ernesto Galli della Loggia, «[…] in Italia non si legge Solženicyn. La maggior parte delle persone colte che conosco non l’ha mai letto. Sembra incredibile, ma è così. Non esiste una edizione tascabile delle opere di Solženicyn. Se lei oggi cerca Arcipelago Gulag in libreria non lo troverà, a meno di esser straordinariamente fortunato. Il grande autore russo viene considerato da noi uno strano personaggio, del quale non si può dir male perché, poverino, è stato per tanti anni prigioniero in un gulag. In Francia, per prendere il paese dove è accaduto l’esatto opposto di quanto accaduto in Italia, i libri di Solženicyn hanno annichilito i gauchistes». Si può opinare che, poiché anche in Italia, finalmente, i gauchistes sembrano essere stati annichiliti, Solženicyn sarà stato letto più di quanto si pensi. Certamente non può dirsi «persona colta» chi non l’abbia letto. Magari cominciando dalla sua biografia autorizzata. Ed in ogni caso l’«inattualità» non è definitiva.

Ritratto di bambino in veste di Garibaldi, Giuseppe Parrini

 

L’Italia è un Paese dallo straordinario patrimonio artistico e culturale. Si tratta di un tesoro dall’inestimabile valore che abbiamo avuto il privilegio di ricevere in eredità dai nostri antenati nel corso dei secoli. Questa fortuna risulta ancora maggiore potendone godere gratuitamente per nove giorni, dal 9 al 17 aprile prossimi. E’ quello che succede durante la Settimana della Cultura, giunta alla XIII edizione, che ogni anno apre gratuitamente le porte di musei, aree archeologiche, archivi e biblioteche statali, per una grande festa diffusa su tutto il territorio nazionale.

In tutta Italia, oltre 2.500 appuntamenti tra mostre, convegni, aperture straordinarie, laboratori didattici, visite guidate e concerti renderanno ancora più speciale l’esperienza di tutti i visitatori italiani e stranieri.

Inoltre grazie al progetto “Benvenuti al Museo” che vede la collaborazione con il Centro per i servizi educativi del museo e del territorio del MiBAC circa 750 studenti di istituti tecnici e professionali per il turismo, licei linguistici e istituti alberghieri saranno coinvolti presso alcuni dei principali musei statali italiani per attività di  accoglienza al Museo per i visitatori italiani e stranieri, distribuzione di materiali informativi, assistenza alle attività educative.

“L’Italia – afferma il Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Giancarlo Galan - è il frutto della millenaria stratificazione delle numerose civiltà che si sono sviluppate sul suo territorio. Ognuna con i suoi caratteri originali, ognuna con le sue peculiarità ha contribuito a plasmarne il paesaggio, a edificarne i centri abitati, a organizzarne gli insediamenti rurali. Tutte hanno avuto un ruolo determinante nel forgiare il nostro essere italiani, arricchendo al contempo il nostro patrimonio artistico con opere e strutture civili e religiose. La settimana della cultura è un’ottima occasione per tutti i cittadini di riappropriarsi di questo patrimonio, visitando musei, siti archeologici e monumenti e riscoprendo, nel centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, il senso profondo della propria appartenenza alla comunità nazionale”.

 

Per quello che é tra i più importanti appuntamenti del Ministero – dichiara il Direttore Generale per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale, Mario Resca - abbiamo predisposto un ricchissimo calendario di incontri e manifestazioni che impreziosiranno la visita nei luoghi della cultura. Invito tutti a visitare il nostro sito per scegliere le proposte più allettanti e trascorrere i nove giorni più fortunati dell’anno”.

2.Lami_e_giano_Accame

Lami e Giano Accame

Il 23 gennaio scorso è morto improvvisamente a Roma Gian Franco Lami (1946-2011), docente di Filosofia Politica all’Università "La Sapienza" nel Dipartimento di Studi Politici, nonché protagonista della Destra culturale anticonformista, poco amante del clientelismo e del pensiero unico predominante nella gran parte delle università italiane.

Mi lega al prof. Lami la riconoscenza per la generosità ed il coraggio intellettuale che dimostrò accettando di farmi da relatore alla tesi di dottorato di ricerca che, alla “Sapienza”, nessuno (compresi certi docenti “cattolici”) voleva farmi fare. Grazie a lui l’ho invece potuta presentare (anche se non ne condivideva i presupposti teoretico-culturali) e, quindi, discutere con successo nel 2008. Verteva sul dibattito contemporaneo sul fondamento naturale dei diritti umani. Pur essendo Lami un giuspositivista, sebbene tutto particolare, contrario comunque alla mia proposta di una "rifondazione", in chiave giusnaturalistica, della teoria dei diritti umani, che avesse luogo sulla base di un "aggiornamento" della dottrina classica del diritto naturale, nel suo giudizio di ammissione ha voluto comunque riconoscerne la «prospettiva universale, incentrata sulla persona umana e sulla conoscenza di una verità che coniuga giustizia con natura».

Del resto, come scrisse sulla rivista di mons. Antonio Livi in uno dei migliori suoi contributi che a mio avviso dedicò al tema, i diritti umani non sono sorti nel 1948 con la Dichiarazione universale dell’Onu, e si può dire anzi non abbiano affatto una  “data di nascita”, facendo parte piuttosto «[…] del “patrimonio genetico” dell’umanità, quindi si rivelano nelle attribuzioni del cittadino di tutte le epoche, tenendo conto, com’è ovvio, delle differenti caratteristiche (politico-)giuridiche di ogni tempo» [Gian Franco Lami, “Senso comune” e “buon senso” nell’esperienza giuridica, in Sensus communis, vol. 1, n. 4, Roma ottobre-dicembre 2000, (pp. 513-527) p. 518].

Condividevamo anche l’opinione negativa relativa alla loro costituzionalizzazione otto-novecentesca. I diritti umani, infatti, una volta “positivizzati” nelle carte e costituzioni occidentali hanno visto progressivamente alterarsi il loro significato originario, una volta venuta meno nell’età contemporanea la «[…] tenuta coesiva di uno jus gentium di forza divina e naturale, che ancora non aveva subito l’affronto delle codificazioni nazionali, né l’imbarbarimento dei costituzionalismi» (Ibidem.).

A Lami dobbiamo la riscoperta e divulgazione, nell’asfittico e conformistico mondo universitario italiano, di autori come Adriano Tilgher, Augusto Del Noce (di cui era stato allievo e biografo), A. Ermanno Cammarata ed Eric Voegelin. Professore visitatore alla Pontificia Università Urbaniana e Segretario dell'Associazione Nazionale di Cultura nel Giornalismo, era anche dal 1994 collaboratore della Fondazione Julius Evola. Oltre ad animarne gli annuali convegni, Gian Franco ha dedicato al pensatore tradizionalista neo-pagano saggi di una efficace, anche se non del tutto condivisibile, modernità interpretativa, come ad esempio nel suo ultimo studio, Tra utopia e utopismo, del 2008. Mi fa’ piacere, però, che il suo ultimo intervento sia stato quello alla Giornata di  studi su Augusto Del Noce in occasione del centenario: “Modernità, Secolarizzazione, Risorgimento”, tenutasi il 3 dicembre 2010 alla Facoltà di Scienze Politiche della “Sapienza”.

Fra i più interessanti libri di Lami c’è da ricordare a mio avviso Socrate Platone Aristotele (2005), nel quale si presenta il pensiero socratico come ancora oggi valido per «offrire all’uomo l’opportunità di pensarsi capace di vita comune con i suoi simili e quindi in grado di costruire una polis virtuosa e ordinata» (Simone Paliaga, Scomparso lo studioso Gian Franco Lami, esperto delle opere di Evola e Del Noce, in Libero, 25.1.2011). Un legame con Socrate lo vedo anche in riferimento al suo “commiato” se, il 4 luglio 2010, festeggiando il suo compleanno, enunciò una frase
sibillina ma profetica a posteriori: «ho detto tutto quello che dovevo dire, ora posso anche morire» (devo a Claudio Ciani, che era presente, quest’ultima testimonianza).

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI