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Martedì, 11 Dicembre 2018

2.Augusto Del Noce


Nova Historica, la rivista trimestrale diretta dal prof. Roberto de Mattei, fondata nel 2002 con l'intento di contribuire al rinnovamento degli studi storico-politici in un momento, come l’attuale, di profonda crisi della civiltà occidentale, esce in questi giorni dedicando nel fascicolo nr. 33 del 2010 il suo Dossier centrale al grande politologo e filosofo cattolico Augusto Del Noce, a vent’anni dalla morte, avvenuta a Roma, il 30 dicembre 1989. Sull'Autore degli indimenticabili saggi Il suicidio della rivoluzione (Rusconi, Milano 1978), Il cattolico comunista (Rusconi, Milano 1981) e Il problema dell'ateismo (Il Mulino, Bologna 1990) intervengono, oltre allo stesso de Mattei, nomi prestigiosi come Rocco Buttiglione, Francesco Perfetti e Marcello Veneziani.

Il primo, attuale Vicepresidente della Camera dei Deputati, offre un dettagliato profilo della cultura politica che ha nutrito il pensiero  di Del Noce e, quindi, di quella che esso ha generato fino ai giorni nostri: si vede bene che, in qualche modo, tutti i protagonisti dell'attuale scenario politico e culturale italiano gli sono debitori, non esclusi quelli che l'hanno spesso avversato. Il professor Perfetti, docente di storia ordinaria presso l'Università LUISS di Roma e direttore dell'Archivio storico della Farnesina evidenzia invece il ruolo attivo svolto da Del Noce nella 'liberazione culturale' nazionale dal pensiero egemone liberal d'impronta storicista e laicista della 'scuola torinese' (almeno da Piero Gobetti (1901-1926) a Norberto Bobbio (1909-2004)), imperante in atenei ed istituti d'istruzione per buona parte del Novecento. Per il giornalista e saggista Veneziani, invece, che ebbe l'onore di ricevere dal grande filosofo quello che sarebbe stato l'ultimo scritto della sua vita (la “Prefazione” a Processo all'Occidente, Sugarco, Milano 1990) Del Noce fu il filosofo civile che tentò di saldare – e salvare – fede e popolo, tradizione cristiana e tradizione italiana nell'epoca della scristianizzazione più aggressiva e del tramonto delle identità prevedendo l'esito radicale (nel senso di nichilista: con la droga, l'aborto e l'eutanasia) del processo rivoluzionario che affondava le sue radici nell'illuminismo e nel giacobinismo del 1789. Di fatto fu un profeta e, come tutti i profeti autentici, purtroppo, inascoltato.

Nella rivista internazionale, poi, nel cui comitato scientifico figurano, tra gli altri, i professori della Sorbona Jean Paul Bled e Jacques Heers, Massimo de Leonardis dell'Università Cattolica di Milano, Ronald Witt della Duke University, l'Ambasciatore Antonello Pietromarchi e lo scrittore Vladimir Bukovski, che si rivolge non solo ad un pubblico di specialisti, ma a tutti gli uomini di cultura e in particolare a quelli che operano nel mondo del giornalismo e della scuola (chi fosse interessato può ordinarne una copia scrivendo a: Nuove idee S.r.l., Via Medaglie d'oro 73, 00136 ROMA, http://www.nuoveidee.org/novahistorica.htm, Euro 21,00) compaiono anche articoli di pregio scientifico come quello di Giuseppe Brienza, dottore di ricerca nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Roma “La Sapienza”, dedicato a Le politiche familiari tra le due guerre mondiali: appunti per un percorso comparatistico (pp. 124-142) e di Gianandrea de Antonellis, docente di Lettere presso l'Università Europea di Roma, intitolato Un caso letterario e politico: L'Ebreo di Verona di padre Antonio Bresciani (pp. 143-162).

Nel primo contributo Brienza svolge una sintetica ma efficace analisi delle politiche familiari sviluppatesi in Europa tra le due guerre mondiali, che si avvale di un originale confronto dei provvedimenti varati in favore della famiglia e della natalità (per la stretta correlazione esistente fra i due “settori”) nel periodo anteriore e coevo al secondo conflitto mondiale nella Francia repubblicana, guidata dai governi “di unità nazionale” presieduti da Raymond Poincaré (1860-1934), dal 1926 al 1929, da Eduard Daladier (1884-1970), dal 1933 al 1934 e dal 1938 al 1940 e, con tutt'altro contesto politico ed istituzionale, dal Maresciallo di Francia Henri-Philippe-Omer Pétain (1856-1951), dal 1940 al 1944, nell'Italia fascista (1922-1943), nella Spagna franchista (1933-1945), nella Germania hitleriana (1933-1945) e nell'Unione Sovietica staliniana (1922-1953).

Il secondo contributo rilegge invece dettagliatamente un'opera molto diffusa (ancorchè dimenticata) di uno dei protagonisti, il gesuita p. Antonio Bresciani (1797-1862), della polemica pubblica italiana degli anni Trenta, che nel caso specifico riprende alcuni stereotipi letterari della narrativa popolare della seconda metà dell'Ottocento.

Ma altri contributi importanti sono anche quelli a firma di Luca Galantini sull'evoluzione storica delle politiche multuculturaliste (pp. 110-123) e Antonio Donno su un episodio dimenticato della politica americana durante la Guerra Fredda, la crisi con Israele tra il 1967 e il 1970.

Particolarmente, il numero in uscita di Nova Historica, qui appena sinteticamente presentato, riprende ed attualizza quello che è stato il programma delineato fin dal primo editoriale della rivista: proporre una rilettura il più possibile obiettiva e una revisione possibilmente non parziale o faziosa dei protagonisti della politica e della cultura contemporanea, uno smantellamento dei miti storiografici e delle formule ideologiche coniate nell'ultimo mezzo secolo, senza d'altro canto fare con ciò un ‘revisionismo’ a tutti i costi che rischierebbe di infrangere, assieme agli altri idoli e alle vulgate, anche le certezze della conoscenza.

1.L'Autore John O'Sullivan

John O'Sullivan

 

Per comprendere adeguatamente l'epoca recente, e perfino la politica attuale, non si può prescindere da quello strano conflitto (superficialmente) incruento che fu la cosiddetta “Guerra Fredda” (1946-1989), ovvero la stagione di contrapposizione politica e militare - seguita alla Seconda Guerra Mondiale - tra l'Occidente libero e cristiano, raccolto principalmente intorno all'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (cioè la NATO, con a capo gli Stati Uniti) e i Paesi del blocco comunista legati tra loro dal Patto di Varsavia e guidati dall'Unione Sovietica. L'ultimo libro dello scrittore e giornalista inglese John O'Sullivan (che è stato a lungo consigliere speciale del Primo ministro inglese Margaret Thatcher), presentato a Roma nei giorni scorsi (Il presidente, il papa e il primo ministro, Pagine, Roma 2010, pp. 168, Euro 15,00), si rivela come una fonte di prima mano per comprendere tanti avvenimenti importanti della politica internazionale degli ultimi anni. L'Autore, infatti, che attualmente dirige Radio Free Europe, la radio impegnata a promuovere un'informazione libera nelle principali aree di crisi del mondo e che durante la Guerra Fredda è stata una delle poche voci libere che riusciva ad arrivare Oltrecortina, ha raccontato numerosi episodi che legano l'uno all'altro Giovanni Paolo II, Ronald Reagan e Margaret Thatcher nella straordinaria lotta per la libertà condotta dall'Europa e dagli Stati Uniti nella seconda metà del secolo scorso.

1.Il libro di John O'Sullivan

 

I tre personaggi – ha spiegato O'Sullivan – hanno dovuto affrontare tutti dei forti scetticismi iniziali e delle critiche diffuse alla loro storia personale. Giovanni Paolo II (1920-2005) era considerato “troppo cattolico” da molti nella scena internazionale. Nessuno si aspettava un Papa polacco nel 1978 e, quando uscì il suo nome, più di un diplomatico commentò che l'Europa sarebbe tornata indietro nella storia. Giovanni Paolo II era infatti un uomo che leggeva ordinariamente gli avvenimenti della realtà - e soprattutto della politica - alla luce del Vangelo e dei Dieci Comandamenti (come ogni buon cristiano dovrebbe fare, d'altronde) ma questo all'epoca era considerato decisamente troppo, perfino per un Papa. Ronald Reagan (1911-2004), a sua volta, fu accusato di essere “troppo americano”, cioè di essere convinto che allora fosse compito dell'America, l'unica potenza rimasta in Occidente, dover difendere la libertà dell'Europa. Ed era anche, contro ogni legislazione abortista, un convinto difensore della vita, un militante pro-life diremmo oggi e un nemico giurato di quella “cultura della morte” tanto avversata proprio da Giovanni Paolo II. Infine, Margaret Thatcher,  l'unica oggi ancora vivente “della formidabile triade della libertà”, che allora era la discussa nuova guida del partito conservatore, era considerata da più di un osservatore “troppo inglese”, troppo severa negli atteggiamenti pubblici e distaccata dalla realtà e dai suoi problemi sociali. Contro ogni aspettativa, invece, i tre si rivelarono le migliori espressioni della grande tradizione cristiana della cultura occidentale. Il Papa, con la sua instancabile predicazione per promuovere compiutamente per la libertà religiosa, in ogni sua forma, ad Est del Muro di Berlino, si affermò come una delle voci più coraggiose, e controcorrente, di fronte al mondo intero; la lungimiranza politica e strategica con cui Reagan seppe affrontare la temibile sfida militare sovietica salvò, di fatto, il mondo da un terzo probabile conflitto mondiale; e la rivoluzione economica-liberale, fondata sul primato pratico della libertà d'impresa, con cui la Thatcher risollevò l'Inghilterra da una spaventosa crisi finanziaria costituì un modello per tanti anni a venire, nonchè la causa principale dei tre mandati consecutivi a Downing Street (la residenza del Primo ministro britannico).

L'Autore ha raccontato poi che un fatto decisivo per comprendere quegli anni resta il primo viaggio in Europa di Giovanni Paolo II, quello che il Papa compì dal 2 al 10 giugno 1979 nella sua amata Polonia. Quello che accadde in quei giorni non si può descrivere se non lo si è vissuto: il fatto che milioni e milioni di persone confluirono su Varsavia per seguire ogni passo del Papa e ogni suo intervento, nonostante il regime comunista avesse fatto di tutto per impedire - prima - e ostacolare - poi - la visita, fu il segnale più evidente che “l'impero del male aveva le ore contate”. Chi aveva spinto tutte quelle persone a rischiare la vita solo per vedere da vicino un uomo, apparentemente come tanti altri? Il motivo evidentemente era Dio, ma Dio per il regime “non poteva esistere, non doveva esistere”. O'Sullivan, che era presente, racconta che fu un'esperienza di popolo impressionante, in cui svolse un ruolo decisivo il sindacato cattolico Solidarnosc, che poi sarebbe stato messo fuorilegge. Non sorprende quindi, che, come spiega più in dettaglio nel suo libro, sia Giovanni Paolo II che Reagan e Thatcher, dovettero subire degli attentati – in tempi diversi – a cui riuscirono peraltro a scampare. Un'epopea grandiosa da ripercorrere, anche per riscoprire quelle radici profonde, e autentiche, della vera libertà, che ancora oggi possono fondare il vero sviluppo dell'Europa.

 

Il diavolo è san Cirillo, i persecutori sono i martiri
Ipazia, nuova eroina dell’Occidente. Il film che esalta le virtù civili e il valore culturale della studiosa di Alessandria “trucidata” dalle folle cristiane, sta esaltando gli animi della società illuminata, sulla scia di una propaganda che molto guarda, molto ascolta, poco apprende, niente sottopone ad esame critico.
E del resto, come non sfruttare quest’occasione d’oro, in un momento di nuova “offensiva” globale contro la Chiesa? come lasciarsi sfuggire un fronte “culturale” di attacco, nelle stesse settimane in cui si cerca di scardinare la fiducia nell’Entità divina, usando quale punto di forza o quale cavallo di Troia le disgraziate e numerose vicende che hanno come squallidi protagonisti tanti sacerdoti pedofili?
Ed ecco che Ipazia prende il volo, lanciata sulle ali della celluloide dopo il grande successo del romanzo Azazel, “il diavolo”, di Youssef Ziedan, in cui il male personificato non è solo il signore delle tenebre ma anche lo spirito di ragione e di libertà, e può addirittura assumere sembianze celestiali ed ecclesiali, quali quelle di S.Cirillo d’Alessandria, grande teologo, patrono dei Copti egiziani e Santo della Chiesa universale. Come non innestarsi su una scia propagandistica che riconosce in Cirillo anche “il mandante” dell’uccisione delle studiosa pagana neoplatonica, trascinata, torturata e bruciata da una folla “esaltata” lungo le strade di Alessandria? “Quando talebani erano i cristiani”, affonda Silvia Ronchey (La Stampa, 14 aprile 2010), lasciando intravedere nelle masse credule di scomposti fedeli, gruppi di paurosi fanatici, pronti a saccheggiare ed assassinare in nome della Fede da poco divenuta religione ufficiale dell’Impero.
Il punto di forza del film su Ipazia, continua la Ronchey, consiste appunto nella rappresentazione della violenza fondamentalista dei Cristiani alessandrini, e “il suo maggiore merito è quello di far riflettere sulla vocazione estremista e sugli eccessi della Chiesa alle origini del suo potere”.
E’ chiaro che presso ogni religione, in ogni tempo e sotto ogni latitudine, gruppi di interesse, fanatici, esaltati, hanno sempre commesso paurosi delitti, tanto più atroci e feroci se si pensa che i colpevoli credevano di agire in nome di Dio. Ma il gioco al massacro che viene compiuto nascondendosi dietro il nome di Ipazia, a mio avviso si può collocare in un generale obiettivo di attacco che mira allo scardinamento dell’immagine esterna della Chiesa.
Certo, significa veramente avere la faccia tosta, nel paragonare Azazel, il diavolo, a S.Cirillo d’Alessandria, dimenticando tutti gli altri diavoli che in quella terra, per millenni, si sono incarnati in tanti persecutori ed assassini dei Cristiani rimanendo serenamente impuniti. L’autore del libro, i giornalisti, i musulmani e gli uomini di cultura occidentali si sono giustamente stracciate le vesti per il dolore causato dalla morte di Ipazia. Ma tutti loro sono rimasti in soffusa letargia quando si è trattato di versare una lacrima su quell’umanità di seconda serie, composta dai Cristiani del Medio Oriente e dell’Egitto in particolare, vessati, perseguitati, uccisi, senza che il culturame occidentale si degni di farne menzione.
Chi ricorda a quante violenze siano continuamente sottoposti i Copti ortodossi egiziani? Una comunità nutrita e serena, la parte più evoluta e quella veramente autoctona del grande Paese africano, viene sottoposta ad un matematico e davvero diabolico tentativo di azzeramento. Nel marzo 1997, nel gennaio 2000, nella Pasqua copta del 2009, morti, feriti, chiese case e negozi assaliti, hanno visto segnare il picco della violenza anticristiana da parte di folle estremiste e scomposte che non erano guidate dai successori di S.Cirillo ma dai fanatici musulmani che volevano far fare a fedeli inermi la fine di Ipazia. Come non ricordare quanto è accaduto solo nel gennaio 2010 a Naga Hammadi? “Il vescovo Kirollos – racconta la cronaca impietosa – aveva anticipato di un’ora la fine della messa della mezzanotte, celebrata alla vigilia del Natale ortodosso, memore delle minacce ricevute. Non è servito a nulla. Pochi istanti dopo la conclusione della cerimonia un commando armato è sceso da tre automobili e ha iniziato a sparare all’impazzata sulla folla dei fedeli che stava lasciando la chiesa della Vergine Maria. Sparavano e gridavano ‘Allah Akabar’. Sotto la pioggia di colpi sette cristiani sono rimasti fulminati. Ucciso pure il guardiano musulmano. Sul selciato decine di feriti invocavano aiuto” (La Stampa, 8 gennaio 2010).
Non si tratta solo di avvenimenti recenti. I martiri cristiani d’Egitto sono sempre stati numerosi, e moltissimi tra loro subirono la morte nel corso della persecuzione di Diocleziano, ossia nello stesso secolo in cui venne assassinata Ipazia.
Ricordiamo quanto scrive a questo proposito Eusebio di Cesarea il quale personalmente ebbe modo di assistere ad alcuni martìri: “in folto numero uomini, donne e bambini – egli ricorda – per l’insegnamento del Salvatore nostro disprezzarono questa vita provvisoria, sopportando tipi di morte diversi: alcuni di loro furono dati alle fiamme dopo aver provato unghie di ferro, stiramenti, flagelli durissimi e infinite altre forme di tormenti terribili a udirsi; altri, invece, furono affogati in mare; altri ancora porsero coraggiosamente la testa a chi doveva tagliarla; altri morirono sotto le torture; altri perirono di fame e altri ancora furono crocifissi, taluni nel modo usato per i malfattori, altri in maniera anche peggiore ed opposta, poiché furono inchiodati a testa in giù, e tenuti in vita finché non perissero di fame sui pali stessi” (Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, VIII, 8). E nello stesso Autore c’è un accenno che dimostra come il tormento con i cocci inflitto ad Ipazia fosse stato usato anche contro i Cristiani egiziani perseguitati: “gli oltraggi e le sofferenze che sopportarono i martiri della tebaide superano ogni descrizione: uomini straziati in tutto il corpo per mezzo di cocci, invece delle unghie, fino a morirne; donne legate per un piede, sollevate in alto con dei mangani a testa in giù, col corpo completamente nudo, senza abiti, offrivano a quanti le vedevano il più ignominioso, crudele e disumano di tutti gli spettacoli. Altri morivano legati a rami d’alberi, con dei congegni, infatti, venivano uniti insieme i rami più robusti, ad ognuno dei quali si fissavano le gambe dei martiri, poi si lasciavano tornare i rami nella loro posizione naturale. Avevano così trovato il modo di squartare in un solo colpo le membra di coloro contro i quali era stato escogitato questo supplizio. E tutto questo non durò pochi giorni, né breve tempo ma anni interi. E talvolta erano messi a morte più di dieci, talaltra oltre i venti, a volte non meno di trenta, oppure una sessantina, e in una sola giornata ne furono uccisi persino cento, uomini, fanciulli e donne, condannati a un susseguirsi di pene diverse” (Id., VIII,9).
Massimino Daia che in quel periodo dominava l’Egitto, personalmente era un tiranno crudele e superstizioso, dedito allo stupro, all’omicidio e alle rapine. “I principali maghi e ciarlatani – scrive Eusebio – furono da lui considerati degni del più alto onore, pauroso com’era all’eccesso e superstiziosissimo, poiché dava grande importanza ad errori che riguardassero gli idoli e i demoni: senza divinazioni ed oracoli, per esempio, non era capace e non osava muovere neppure qualcosa grande, per così dire, come un’unghia. Perciò si adoperò a perseguitarci con più violenza e persistenza dei suoi predecessori, ordinando di costruire templi in ogni città e di rinnovare con zelo i santuari ormai distrutti dal tempo, e mise sacerdoti di idoli in ogni località e città, e sopra di loro, come sommo sacerdote di ogni provincia, uno di coloro che si erano distinti brillantemente in ogni pubblico onere, con una scorta di soldati e guardie del corpo; e concesse senza ritegno posti di comando e i più grandi privilegi a tutti i ciarlatani, come fossero persone pie e care agli dei. Muovendo da un simile punto di partenza, vessò ed oppresse non una sola città o regione, ma tutte le province a lui sottoposte, senza eccezione, con esazioni di oro, argento e ricchezze immense, e con ingiunzioni pesantissime ed ogni altro genere di ammende” (Id., VIII, 14).
E’ chiaro dunque che l’opinione pubblica cristiana e le masse della Tebaide, provate dagli eccidi e memori delle violenze inflitte in passato alle loro famiglie, si trovarono di fronte ad una nuova propaganda pagana e dalla pubblicità offerta ad Ipazia, si siano risentite e abbiano avvertito un rinascente pericolo per la loro stessa incolumità. Non vogliamo con questo giustificare un episodio di violenza, commesso certamente da persone che non potevano essere fari di luce nella comunità. Ma giudicare come estremisti e talebani i Cristiani dell’Egitto perché nella loro “capitale” si è verificato un evento come l’omicidio della studiosa pagana, non è assolutamente giusto.
Pensiamo alla famosa “notte di S. Bartolomeo”, quando motivazioni politiche e giustificazioni religiose mossero all’eccidio degli Ugonotti di Parigi. Certo, un eccidio è sempre un eccidio. Ma come dimenticare i decenni di persecuzioni, di violenze, di sterminio, cui erano stati sottoposti i Cattolici francesi da parte dei violentissimi protestanti? La “notte di S. Bartolomeo” non fu che un atto di difesa più che di guerra: brutale, certo, evitabile forse; ma comunque un evento che bloccava la morte di migliaia di cattolici indifesi, condannati da troppo tempo al macello dei riformati.
L’ambiente sociale e storico in cui maturarono alcuni eventi va dunque indagato e studiato, prima di inneggiare applaudendo all’eroe di turno, entrando inavvertitamente a far parte della propaganda anticristiana.

Uno sguardo in anteprima sul 2011
All’incirca fra un anno e mezzo, nel marzo del 2011, ricorrerà il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. Nonostante le ricorrenze semi-secolari mi coinvolgano meno dei centenari, credo si tratti comunque di un appuntamento che non si può ignorare e che anzi richieda tutta la nostra attenzione e partecipazione, in quanto in quel frangente si rinverdirà la memoria di una pagina oggettivamente rilevante, forse decisiva, della biografia nazionale.
Come per ogni ricorrenza, prima di celebrare l’evento, bisogna farne adeguata memoria, ovvero voltarsi indietro e ricostruire sia la catena di accadimenti che è sfociata nell’evento, sia che cosa è scaturito da quella data ed è giunto fino a noi, influendo in maniera maggiore o minore sul presente.
Sicuramente nei prossimi mesi vi saranno non pochi sforzi in questo senso e anche noi, nella misura delle nostre possibilità, cercheremo di onorare la scadenza.
In via del tutto preliminare mi pare opportuno tuttavia cominciare a fissare qualche coordinata preliminare, tentando di comporre un quadro e di operare una prima lettura quanto meno riguardo — sulle origini del processo unitario e risorgimentale e sulle sue vicende il discorso sarebbe adesso troppo lungo — al periodo dal 1861 a oggi.
1. Che cosa si chiude
Che cosa è accaduto, ci chiediamo per prima cosa, centocinquant’anni or sono?
Direi — anche se può parer ovvio e scontato — che nel 1861 si conclude una parabola — o un plesso di parabole fra loro intrecciate — e si apre un nuovo ciclo della storia italiana.
Le traiettorie che si esauriscono — anche se non del tutto — si possono facilmente individuare, la prima, in quello sforzo pluridecennale di edificazione di uno Stato moderno nel Paese, di cui sono artefici minoranze attive di diverse culture politiche, non necessariamente tutte ispirate ai paradigmi della modernità, che si apre con le riforme illuministiche della seconda metà del secolo XVIII e, dopo non poche metamorfosi, si conclude nella monarchia costituzionale unitaria retta dalla Casa di Savoia.
La seconda parabola che si completa con successo — ma anch’essa non definitivamente — è il processo di sostituzione alla cultura tradizionale dei popoli della Penisola un nuovo senso comune, un diverso abito di pensiero e nuovi stili di vita, improntati alle filosofie politiche scaturite dalla svolta antropologica del pensiero occidentale con Cartesio e dal libertinismo seicentesco: quel pensiero moderno, in cui si attua la «seconda» modernità, quella razionalistica, che fa seguito a quella cultura umanistica, ancora religiosa, del Quattrocento. L’effetto, benché di riporto, più decisivo di tale operazione sarà la riduzione dell’influsso del cattolicesimo sulla cultura e sugli statuti dei popoli e delle comunità, nonché la sua rimozione o emarginazione o il suo inquinamento — soprattutto attraverso la spiritualità «fredda» del giansenismo — nella vita pratica di fasce sempre più ampie della popolazione.
Se alla prima parabola si possono associare i Leitmotiv indipendentistico e unitario, all’altra è intrinsecamente legato quello «risorgimentale».
Mi riferisco qui ovviamente ai macro-processi di cambiamento i cui moventi sono intenzionali ed espliciti: ma, in Occidente quindi anche in Italia, vi è tutta una serie di mutamenti macro- e micro-strutturali, che ha avuto luogo senza che i più si accorgessero dei loro effetti di lungo periodo, dalla rivoluzione industriale alla globalizzazione della finanza, dall’emancipazione ebraica all’espansione coloniale e missionaria nel mondo.
2. Che cosa si apre
Per diametrum, come detto, con il 1861 si apre per gl’italiani una fase ulteriore di quel grande mutamento di pelle che il mondo occidentale subisce da quando nasce e si afferma nel suo seno quella realtà impalpabile ma onnipervasiva che ha nome «modernità». Da allora, fra tanti altri, entra in scena con sempre maggiore autorevolezza un soggetto nuovo, lo Stato appunto «moderno», che, succedendo in tale ruolo ai cenacoli letterari ed esoterici del Rinascimento, alle sette religiose del Seicento e alle logge massoniche del Settecento e dell’Ottocento, diventerà il principale artefice, la più potente piattaforma di sostegno, del progetto e della roadmap verso l’instaurazione di un nuovo ordine mondiale, secolarizzato, cosmopolita e sempre meno «a misura d’uomo».
Questo sviluppo non va immaginato come una linea retta in costante ascesa, bensì secondo il profilo di una curva sinusoide, la cui linea secante è, comunque, una retta in crescita. L’avvento nella sfera pubblica di una condizione nuova e ulteriore rispetto al mondo post-romano, ai secoli d’oro della civiltà cristiana e all’epoca della feconda conciliazione fra cristianesimo e modernità ai tempi dell’umanesimo, conosce infatti non poche vischiosità, tornanti, riprese, slanci e stasi, ma ineluttabilmente s’invera.
Solo dopo l’unità italiana e, dieci anni più tardi, dopo la proclamazione dell’Impero germanico, la carta dell’Europa si assesterà per qualche decennio, assumendo un assetto drasticamente diverso dall’epoca dei regimi assolutistici pre- e post-rivoluzionari. La diversità più lampante sarà l’emersione di Stati nazionali e liberali sempre più numerosi, destinati a divenirlo ancor di più quando, quarant’anni dopo il Congresso di Berlino e al chiudersi di un conflitto internazionale sanguinosissimo, gli ultimi imperi — ottomano, asburgico, tedesco-prussiano e russo — cadranno e si disintegreranno, proiettando le loro schegge ovunque.
3. Le conseguenze negative dell’unificazione
Dunque, in Italia, dopo il 1861 la minoranza monarchica, liberale e democratica che ha «fatto» il Risorgimento, ha eretto uno Stato comune e ne ha assunto il controllo, può finalmente dar avvio e compimento a quell’agognata rinascita della nazione italiana che si proponeva di creare cittadini-sudditi «nuovi», liberi, uguali e fratelli fra loro.
Questo processo di edificazione di una nuova Italia sembrerebbe dunque aver aperto prospettive di progresso uniche e non eludibili al Paese. Talmente felici furono infatti le scelte di quel frangente, che da allora è entrato in vigore una sorta di veto — o almeno di fastidio — tutte le volte che si è aperta una discussione sulla genesi e sui costi e benefici di questo nuovo edificio, della casa comune degl’italiani.
Tuttavia, è impossibile ricostruire quella memoria adeguata che invocavo all’inizio come condizione per celebrare senza chiedersi quale sia stato in realtà il portato concreto dell’unificazione. Anche perché l’oggettivo colpo di mano del 1859-1861, frutto genuino ma tutto sommato imprevisto della intelligente e spregiudicata regia di Camillo di Cavour, crea le basi dell’Italia contemporanea: quanto di strutturale messo in atto allora in un breve torno di tempo, tanto in positivo quanto nel suo aspetto di «purga» di tutto un passato, si può dire che rimanga in sostanza, nella sua ossatura, immutato fino ai nostri giorni. L’ordinamento territoriale, gli organi politici, l’amministrazione, l’esercito, la scuola, le relazioni con la Chiesa si avvieranno lungo percorsi che tutt’ora son in gran parte i medesimi. Nemmeno la dittatura fascista, la Conciliazione, la Repubblica e la Costituzione imprimeranno modifiche radicali o sostanziali a questo edificio.
In negativo, poi, la nuova classe dirigente opererà scelte «dure», preferendo costruire dopo aver sradicato e demolito piuttosto che costruire attingendo a quanto già esisteva, anche se allo stato di frammento. Cancellerà quindi d’ufficio secolari organismi politici, appropriandosi delle loro risorse finanziarie; getterà alle ortiche i loro ordinamenti e codici di leggi; esautorerà completamente — tranne forse i quadri militari più elevati — i loro dirigenti; destinerà all’esilio i loro sovrani, ancorché rassegnati e poco pericolosi. Condannerà antiche città capitali, dalla lunga e gloriosa storia nonché turgide di splendori architettonici e artistici tutt’oggi abbaglianti a uscire dalla storia e a diventare «capoluoghi» di province di pari status e tutte destinate prima o poi a divenire luogo di ricreazione di viaggiatori e di turisti sempre più numerosi e ammirati ma del tutto estranei alla loro storia.
Il sistema economico unitario, invece di essere realizzato, come al tempo — la vigilia del Quarantotto — del progetto di lega doganale, facendo fluire beni e capitali fra componenti autonome e ben consolidate geograficamente, viene costruito imponendo processi uniformi e accentrati, che creeranno forti squilibri fra le varie aree, specialmente fra il nord industriale e il sud agricolo, e che ben presto si troveranno esposti all’azione delle lobby, delle «famiglie» e delle clientele.
L’estensione a tutta la Penisola di ordinamenti e sistemi giuridici uniformi — quelli sabaudi —, con la conseguente fine delle autonomie territoriali e dei sistemi di autogoverno, così come l’accentramento totale dell’amministrazione, che avrà il suo simbolo nella figura del prefetto, creata a suo tempo a suo uso da Napoleone, saranno percepiti e accolti con difficoltà.
La riduzione coatta — tramite gli espropri dei «beni nazionali» e la soppressione di molte famiglie religiose — e la riorganizzazione dell’apparato ecclesiastico sulla base del principio di separazione fra Stato e Chiesa, nonché il suo assoggettamento al diritto comune, creeranno per la Chiesa italiana una condizione nuova e più difficile, che richiederà non poco tempo e sforzo perché se ne esca. Mentre la Questione Romana rappresenterà un cuneo, un elemento di disturbo permanente nei rapporti fra Stato unitario e Chiesa universale, con inevitabile ricaduta della tensione fra i due soggetti sulla gerarchia e sul movimento cattolico — la realtà associativa dei cattolici italiani formatasi all’indomani della rottura del rapporto organico fra autorità spirituale e potere temporale già al tempo di Napoleone —, come pure influenzerà la presenza dei cattolici nella politica. La vita stessa spirituale, la pratica religiosa, il cattolicesimo pubblico usciranno fortemente ridimensionati dai circa sei decenni di Kulturkampf silenzioso — il giurisdizionalismo — o galoppante — nei periodi di rivoluzione — contro il cristianesimo romano.
Ancora, il nuovo Stato cambierà profondamente la scuola pubblica, che — a fianco dell’esercito — diventerà il luogo della uniformazione linguistica e della sperimentazione di quei nuovi modelli di religione civile soft che anche la mia generazione, ancora nel secondo dopoguerra, ha avuto modo di sperimentare.
4. Elementi di coesione e di superamento
Queste problematiche, non di rado lancinanti, troveranno tuttavia, se non soluzione, almeno attenuazione nella presenza di alcuni elementi di continuità, che rappresenteranno altrettanti strumenti di coesione: la monarchia; l’atteggiamento «d’ordine» se non conservatore del liberalismo al potere, rafforzato dal carisma che il carabiniere si conquista; l’esercito nazionale; le guerre immediatamente intraprese dal nuovo Stato — come quella del 1866 contro l’Austria —; la conquista delle colonie; il peso sempre maggiore della scuola e degli organi di stampa, fattore decisivo nel formare il consenso dell’opinione pubblica al nuovo regime.
Aiuterà altresì in questa prospettiva l’atteggiamento spregiudicatamente «positivo» e attivo del cattolicesimo, soprattutto del clero, la cui influenza, lungi dal sobillare le masse come pretendevano gli anticlericali, garantirà che i conflitti politici e sociali scatenati dal cambiamento non oltrepassino un certo segno.
5. Lo Stato
Lo Stato nazionale, costituzionale e liberale che nasce nel 1861-1870 risolve quindi senz’altro alcuni problemi: altri, però, forse più numerosi, ne apre.
Se ci si colloca nella prospettiva degli abitanti della Penisola di allora, non si può non considerare come il nuovo organismo unitario, costruito in gran parte fortunosamente, sia di fatto un progresso, rappresenti un elemento di maggior tutela, un ombrello più ampio e più impenetrabile, per il corpo sociale in un contesto internazionale popolato da soggetti politici e militari sempre più imponenti, coesi e potenti.
Per altro verso, dopo il 1861, si vedono tuttavia le tre bandiere inalberate, i tre Leitmotiv suonati dalle trombe risorgimentali, i tre plus invocati al fine di muovere gl’italiani a darsi una patria moderna, ossia l’indipendenza, l’unità e il risorgimento, in buona parte vanificati.
Riguardo all’indipendenza, l’estromissione dell’Austria dalla Penisola sarà pagata al caro prezzo di una lunga subordinazione — almeno fino alla triplice Alleanza — alla Francia e alla Gran Bretagna.
L’unità, poi, in tesi destinata a racchiudere tutti gl’italiani sotto un unico scudo istituzionale, per ragioni diverse lascerà fuori porzioni non trascurabili della nazione italica: dalla Corsica, a Nizza e dintorni, al Ticino svizzero, ad ampie zone adriatiche, a Malta. Anzi, fra il 1912 e il 1918 l’Italia si porterà in casa nuove minoranze etniche — dopo gli albanesi del Sud e gli aostani —, come quella greca — il Dodecaneso —, germanica — il Tirolo meridionale — e slava — l’Istria e le città adriatiche —, forse poco popolose, ma a forte tendenza separatista. Non solo: in una netta eterogenesi dei fini, l’unità — così come verrà attuata — avrà come contraccolpo inevitabile il forte aumento dell’emigrazione degl’italiani, soprattutto dei ceti più umili. Dal 1876 circa inizierà infatti un esodo dal Paese sempre più intenso, a largo raggio e a più lunga durata, che comporterà il passaggio di migliaia d’italiani sotto sovranità straniere, in Europa e oltre oceano.
6. Il lascito del Risorgimento
Infine, il Risorgimento. Se l’indipendenza e l’unità sono attuate a prezzo di non pochi compromessi, problemi e strappi che smentiranno la rosea prospettiva disegnata agl’italiani nei primi decenni del secolo XIX, la diagnosi sbagliata e interessata relativa a una «decadenza civile» che avrebbe afflitto l’Italia fin dal Medioevo farà sì che tutto un capitale secolare di buoni costumi, di valide esperienze, di intensa e vissuta pratica religiosa, di buon senso comune eretto a costume verrà dilapidato e sostituito da un vivere libero, «gioioso» e spregiudicato — servata distantia ovviamente rispetto al costume attuale —, concentrato in questa fase nelle vecchie aristocrazie del sangue — spossessate di ogni ruolo istituzionale e appiattite sull’alta borghesia — e nelle nuove oligarchie del denaro, un fenomeno che avrà il suo culmine negli anni della cosiddetta «Belle Epoque». Le vecchie mentalità, parsimoniose e «codine», lasceranno il posto a un modo di pensare sempre più secolarizzato, naturalistico — se non materialistico — e burocratizzato, che si riverbererà sulle dottrine politiche, sulla scienza e sul foro. Parallelamente, i vecchi luoghi di vita, rustici e antiquati, saranno demoliti per far spazio a un enorme e grigio insieme di habitat «moderni», dai grandi falansteri industriali ai monotoni quartieri borghesi, dai monumentali palazzi del regime a lugubri «luoghi della memoria».
L’Italia fra la presa di Roma e la Prima Guerra mondiale sarà così — è uno dei pochi frutti apprezzabili dell’enorme opera storiografica di Indro Montanelli (1909-2001) e di Roberto Gervaso — l’«Italia dei notabili», un Paese cioè dalle libertà formali, egemonizzato però da una minoranza, la sola «autorizzata» a fare la politica da eletti e da elettori, di ceto alto-borghese e di orientamento «laico» e liberale, retto dalla figura forte del re. Un Paese liberato dalla tutela del Papato, per finire dominato dallo stile di pensiero e dagl’indirizzi culturali dettati dalle lobby massoniche, un Paese che discrimina i laici — per non parlare dei chierici — cattolici nelle professioni, nell’esercito, nell’amministrazione, nell’insegnamento e che, in nome del prestigio internazionale — tutto da conquistarsi essendo entrati in scena per ultimi —, ben presto assumerà un contegno attivo — se non aggressivo — verso le altre nazioni europee e africane.
7. L’arroccamento
Ma la «consorteria laica» insediatasi al vertice del nuovo Stato unitario avvertirà presto che forze sopravvenienti minacciano la sua egemonia: da una parte l’espansione nella società del movimento cattolico e il lento scongelamento del voto politico dei credenti e, dall’altro, la forte ascesa del movimento socialista, sempre meno «utopistico» e sempre più «scientifico» e in lotta per il potere dello Stato.
Attraverso il Patto stretto dal conte Ottorino Gentiloni (1865-1916), presidente dell’Unione Elettorale Cattolica, con il premier Giovanni Giolitti (1842-1928), nelle elezioni 1913 cercherà di arginare l’avversario più forte e più temuto, il socialismo, cercando così l’appoggio dei cattolici e dovendo concedere loro a tal fine uno spazio sempre rifiutato. Anche se la discriminante censitaria nell’accesso al voto nel 1912 sarà rimossa, l’esclusione dell’elettorato femminile — allora in maggioranza cattolico — farà sì che gl’iscritti nelle liste elettorali del 1913 siano circa 8,7 milioni contro una popolazione complessiva di circa 35 milioni di persone — i votanti per di più saranno solo il 58% degli aventi diritto. L’apertura lascerà quindi fuori gran parte delle cosiddette «masse» bianche, ancora in odore di sanfedismo e suscettibili di pericolose attrazioni nell’orbita rivoluzionaria, come avevano rivelato i moti milanesi del 1898.
8. La Prima guerra mondiale
Il primo conflitto mondiale vede l’Italia scendere in campo, dopo quasi un anno di attendismo, sulla spinta di una forza anch’essa nuova: il nazionalismo «naturalistico», nato da una costola dalla destra liberale, cui si associava l’ancora forte nazionalismo «democratico» di stampo mazziniano e il nuovo movimento politico nato dalla scissione da destra del socialismo e imperniata sulla figura di Benito Mussolini (1883-1945). La guerra segnerà la rottura degli schemi ottocenteschi, attuerà, anche se non totalmente, l’auspicata «nazionalizzazione delle masse» e imporrà un nuovo paradigma politico, caratterizzato dai partiti «di massa» e dal suffragio universale, che vedrà finalmente l’irruzione compatta sulla scena politica delle masse cattoliche, di cui, però, il Partito Popolare Italiano «predeterminerà» la capacità e l’alveo di azione respingendo già in sede programmatica non poche istanze del cattolicesimo popolare e genuinamente integralista.
L’imprevisto insediarsi del socialismo comunista nell’immenso impero zarista e la prepotente spinta rivoluzionaria che il nuovo Stato sovietico eserciterà nei confronti dei Paesi dell’Europa occidentale genereranno una sorta di nuova «grande paura» nei ceti dirigenti europei, che si difenderanno attuando un nuovo arroccamento preventivo, offrendo cioè spazio, questa volta, al nazionalismo e al movimento mussoliniano — che reclutava adepti e quadri soprattutto dal reducismo, quella forte frangia di combattenti che si sentiva «tradita» dall’esito «minorato» del conflitto —, a loro volta in cerca di spazio politico.
9. Il fascismo
Si aprirà così quel ventennio fascista — o «Ventennio» tout court — dai molteplici volti e dalle diverse linee di tendenza, la cui esperienza sarà tuttavia compromessa in maniera determinante dalla sconfitta italiana — e non solo fascista — nel nuovo conflitto mondiale. Se il regime autoritario di Mussolini — avallato dalla monarchia e dai «poteri forti» — aveva conosciuto momenti di altissimo consenso nazionale — ancor prima che il consenso fosse ritirato addirittura allo Stato l’8 settembre 1943 —, perderà gradualmente l’appoggio degl’italiani proprio in conseguenza, non tanto della discutibile scelta di campo, ma del modo disastroso con cui dirigerà il conflitto. Scottati dalla campagna di Grecia, dalla terrificante esperienza della spedizione in Russia, dalla debolezza — inversamente proporzionale al valore — manifestata sui vari teatri di guerra, dall’Africa Orientale e Settentrionale ai Balcani, gl’italiani un po’ alla volta prendono le distanze da un regime il cui «costo», anche se il beneficio era stato ben accolto, si rivela sempre più elevato.
Nel regime fascista il potere è articolato in forma piramidale, con al vertice il re e la nuova figura del Duce, subito al di sotto dei quali si situano la sinistra «nazionale», rappresentata in larga parte da un partito fascista «dalle due anime», al di sotto della quale vive la destra del liberalismo — i nazionalisti e i «nazionali» borghesi — e, infine, alla base, la destra cattolica e popolare, la più numerosa ma anche la componente più povera di potere.
L’opposizione all’interno di uno Stato che si fa giorno dopo giorno più autoritario, se non tendenzialmente totalitario, è ristretta a poche forze, sempre più dis-organizzate dalla repressione dell’apparato poliziesco. In primis, combatte il fascismo — almeno fino al 1939 — il partito comunista, nato nel 1921, i cui quadri e militanti, dopo la stretta del regime del 1926, emigrano in Urss o in Francia o, fino al 1939, in Spagna oppure passano alla clandestinità, magari annidandosi all’interno delle larghe maglie delle organizzazioni dei lavoratori e degli studenti fascisti, poco inclini alla compattezza dottrinale e dove bastava l’omaggio all’icona mussoliniana per poter dire ciò che si voleva.
Restava qualche brandello di opposizione «borghese», soprattutto in ambito accademico e in qualche circolo esterofilo e tecnocratico, ma anche i vertici fascisti stessi evidenziavano un pluralismo di culture, dai laicisti ai «socialisti» e alla destra nazionalista, insospettabile in un presunto totalitarismo. Dopo i Patti Lateranensi del 1929 l’opposizione interna al regime crescerà, in quanto il Duce ha fatto qualcosa di «politicamente scorretto» e che non gli verrà mai perdonato, almeno da alcuni: ha fatto la pace con la Chiesa, ha riconosciuto l’esistenza di un benché minimo Stato vaticano, ha indennizzato la Santa Sede per gli espropri e per le nazionalizzazioni successive al 1860-1870, ha ridato spazio ai vescovi nell’educazione, ha avviato la lotta al malcostume pubblico, ha messo fuori legge la massoneria.
Infine, più che un’opposizione, l’esercito e la monarchia — nonostante quest’ultima fosse non poco «fascistizzata» — rappresentano un’alternativa, forse debole, ma reale e sempre presente — come poi riveleranno i fatti del luglio-settembre 1943 —, al potere mussoliniano.

Presentato l'ultimo numero del mensile cattolico "il Timone"
Quale compito ha la persona umana nei confronti della propria identità sessuale? Accettarla, scrive riprendendo il Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica il prof. Stefano Biavaschi, nel fascicolo di giugno de Il Timone. Mensile di informazione e formazione apologetica (per ordinarne una copia telefonare allo 02/69.31.11.74, o scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">'+addy_text40678+'<\/a>'; //--> ). Dell'ultimo numero della rivista (n. 94, pp. 68, euro 4,2) che, sui temi della identità della persona, dell'omosessualità e del presunto fenomeno della "pedofilia nella Chiesa", ospita altri articoli come quello di Laura Boccenti (Il diritto al pudore) e Angela Pellicciari (Ratzinger, la Chiesa e la pedofilia) oltre che l'interessante Dossier Il celibato ecclesiastico curato, fra gli altri, da don Pietro Cantoni e don Giovanni Poggiali, si è parlato il 15 giugno, a Frascati, in una conferenza organizzata dal Centro culturale “Fides et Ratio – Amici del Timone” di Roma. Presso la Parrocchia dei Castelli romani dedicata a S. Giuseppe Lavoratore, infatti, si è tenuto un incontro dedicato al tema: «Maschio e femmina li creò» (Gn 1,27): il problema dell’ideologia di genere. Dopo una introduzione del dott. Giuseppe Brienza, del Centro promotore, ha trattato l’argomento il prof. Guido Vignelli, collaboratore del Timone e vice-presidente del “Centro Culturale Lepanto”. Entrambi i relatori hanno descritto e denunciato i tentativi, sempre più spesso diffusi negli ambienti politici e culturali italiani, di propugnare una società “multisessuale”, che cioè preveda la difesa, la promozione e la legalizzazione di ogni tendenza sessuale, soprattutto contro-natura. Si tratta di un tentativo che ha peraltro origine a livello internazionale, dove lobby influenti, come alcune ONG, che si avvalgono del sostegno d’istituzioni quali l’ONU, l’UNESCO, l’OMS, l’UNFPA e l’Unione Europea, lavorano da almeno due decenni alla sostituzione della famiglia con un modello di convivenza “pluralistico e allargato”, tanto vago ed elastico da includere i più svariati “orientamenti sessuali”. Durante l'incontro è stato presentato anche il “Quaderno”, edito dal Timone, intitolato “Identità di genere”, dello psicologo e psicoterapeuta cattolico Roberto Marchesini, giunto nell’ottobre 2008 alla sua seconda edizione (Milano 2008, pp. 64, euro 6).

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