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Domenica, 19 Maggio 2019

Kampala_capitale_Uganda

Kampala, capitale dell'Uganda

Con qualche ritardo sulla sua data di pubblicazione, propongo una recensione di un’opera importante su uno dei più tragici «suicidi collettivi» legati alle «sette», quello del movimento «cattolico di frangia» Restaurazione dei Dieci Comandamenti di Dio a Kanungu, in Uganda, il 17 marzo 2000. I lettori italiani conoscono la storia di Kanungu soprattutto grazie ai lavori di Raffaella Di Marzio – di cui cfr. da ultimo Kanungu: l’Apocalissi ugandese. Quando la fede religiosa diventa fabbrica di morte, ilmiolibro.it, Roma 2010 – che rimangono punti di riferimento indispensabili insieme agli articoli dello storico svizzero Jean-François Mayer. L’antropologo neozelandese Richard Vokes ha da poco pubblicato con Ghosts of Kanungu. Fertility, Secrecy & Exchange in the Great Lakes of East Africa (James Currey, Woodbridge [Suffolk] e Rochester [New York] 2009, da cui sono tratte tutte le citazioni seguenti) quello che presenta lui stesso come «il migliore resoconto disponibile» (p. 214) del movimento di Kanungu e della sua tragedia finale.

L’affermazione può sembrare presuntuosa ma arriva verso la fine del volume quando il lettore, anche quello specializzato, si è convinto che ha le sue buone ragioni. Sul piano dei fatti, nessuno ha studiato Kanungu come Vokes, il quale parla il Runyankore/Rukiga – la lingua dell’Uganda sud-occidentale dove si sono svolti i fatti – , ha una moglie ugandese e ha trascorso otto anni sul posto raccogliendo tutta la documentazione disponibile. Sul piano delle interpretazioni il libro necessita invece di essere integrato da altre fonti. Vokes è un antropologo, che si è concentrato sullo studio del caso senza proporre paralleli sociologici con altri «suicidi collettivi». Inoltre, e questo non è irrilevante per lo studio di un movimento nato nella Chiesa Cattolica, Vokes ha una conoscenza piuttosto elementare del cattolicesimo. Considera l’insistenza sul peccato originale una dottrina tipica dei cattolici che li contrapporrebbe ai protestanti (cfr. p. 84), quando parla di preti francesi provenienti da Lourdes gli vengono in mente i culti preistorici e non l’apparizione mariana (p. 80) – che pure altrove cita –, e soprattutto ha un’idea non del tutto precisa della distinzione fra apparizioni riconosciute e non riconosciute, che pure sarebbe essenziale per la materia che tratta. Con queste riserve, si deve essere grati a Vokes per un lavoro preziosissimo, corredato da un sito Internet che fornisce per così dire le «note» del volume e contiene ampia documentazione sia in Runyankore/Rukiga sia in inglese, fotografie e video che documentano le affermazioni del volume.

Il punto di partenza dell’indagine di Vokes è il culto di Nyabingi, una divinità femminile della fertilità, nato probabilmente nel Ruanda del Nord nel tardo secolo XVIII ma diffuso soprattutto da una principessa ruandese, Muhumuza (?-1945), che per prima ne fa strumento di lotta contro il colonialismo tedesco e britannico. Vokes critica la ricostruzione della letteratura coloniale che presenta il culto di Nyabingi come un movimento gerarchico, suscettibile come tale di essere stroncato incarcerandone i «capi». Più che un movimento, per Vokes il culto di Nyabingi è un network di medium che entrano in contatto con lo spirito in ambito familiare. Tipicamente, si tratta di mogli giovani che, nell’ambito della poligamia, hanno dissapori con le mogli più anziane, o di donne sterili – una sciagura considerata molto grave in Africa – le quali entrano in contatto con Nyabingi, la quale si presenta come uno spirito protettore ma anche esigente e vendicativo, e in genere richiede offerte in capi di bestiame, spesso molto importanti, da parte del capofamiglia o di altri. Ne nasce uno scambio, perché lo spirito ordinerà poi di ridistribuire queste offerte, talora riparando a ingiustizie, altre volte – e qui scatterà la repressione coloniale – arricchendo le medium e i loro collaboratori o finanziando movimenti insurrezionali.

Benché la principale «disgrazia» per cui ci si rivolge a Nyabingi sia la sterilità, si ha ricorso allo spirito anche per calamità che non sono solo personali, come la presenza di un amministratore coloniale percepito come oppressivo, le epidemie o le carestie. Si spiega così, nonostante la dura repressione britannica, il grande successo del culto di Nyabingi negli anni 1946-1951, quando le autorità coloniali costringono circa quindicimila ugandesi di etnia Kiga a spostarsi dal distretto di Kigezi, sovrappopolato, ad altri distretti vicini situati a Nord o a Est, sottopopolati. Il trasferimento ha un senso sul piano economico, ma ha un effetto devastante sulla struttura familiare dei Kiga e sul modo di funzionare della poligamia. La questione è di rilievo per Kanungu perché la grande maggioranza dei membri del movimento Restaurazione dei Dieci Comandamenti di Dio faranno parte della diaspora dei Kiga nata con i trasferimenti forzati di quegli anni.

In quanto network, il culto di Nyabingi non scompare con l’arresto – talora l’uccisione – di quelli che l’amministrazione coloniale percepisce, a torto, come i suoi «capi», dopo che è diventato strumento di rivolte antibritanniche. Esiste ancora ai giorni nostri. Secondo Vokes subisce però una trasformazione nel secolo XX quando i missionari cattolici, particolarmente i Padri Bianchi, trasformano consapevolmente luoghi di culto di Nyabingi in santuari mariani e abituano soprattutto le donne Kiga a rivolgersi alla Madonna, Consolatrice degli afflitti, con accenti simili a quelli con cui un tempo si rivolgevano a Nyabingi. Un movimento cattolico, la Legione di Maria, diventa lo strumento per inquadrare questa devozione popolare alla Vergine. Lo stesso luogo delle apparizioni di Kibeho (1981-1989), in Ruanda – riconosciute dalla Chiesa Cattolica come autentiche, anche se Vokes non lo precisa né esplora collegamenti tra Kanungu e Kibeho che altri autori hanno menzionato – corrisponderebbe a un antico centro del culto di Nyabingi. È difficile dire se Vokes esageri nel suo tentativo d’interpretare la confessione cattolica nelle parrocchie ugandesi come qualcosa che è percepito da molti come simile a quanto avveniva nelle capanne sacre dove s’incontrava Nyabingi. Ma certamente processi cattolici d’inculturazione basati sull’inveramento nel cattolicesimo di tradizioni precedenti fanno parte della storia della Chiesa africana e anche di quella della Chiesa universale, fin dalla prima evangelizzazione dell’Europa.

Dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, tuttavia, si registra un po’ dovunque in Africa da una parte una critica talora frettolosa e imprudente della religiosità popolare, dall’altra la sostituzione del clero missionario con un clero indigeno che qualche volta non gode immediatamente della stessa autorevolezza dei vecchi missionari. Accanto alla proliferazione di migliaia di «Chiese iniziate da africani» (AIC) di origine protestante, nascono così le prime AIC che si separano dalla Chiesa Cattolica. Esemplare – e studiato in particolare dall’antropologa statunitense Nancy Schwartz – è il caso della trasformazione della Legione di Maria tra i Luo del Kenya in una AIC, la Legio Maria Church, che oggi conta secondo alcune stime oltre un milione di seguaci.

Lo stesso processo porta alla separazione dalla Chiesa Cattolica ugandese della Restaurazione dei Dieci Comandamenti di Dio, che nasce dalle visioni di Ceredonia (secondo la versione preferita da Vokes, mentre i documenti in inglese del movimento usano «Credonia») Mwerinde (1952-2000), una Kiga della diaspora, cattolica, che, dopo due relazioni con uomini che muoiono rapidamente, nel 1979 diventa la settima di nove mogli di un certo Eric Mazima. All’epoca, Ceredonia è comproprietaria con il fratello di un bar a Kanungu, dove lavora: una professione ritenuta poco consona alle donne per bene e che spiega le successive voci di prostituzione. Benché abbia avuto due figli dalle relazioni precedenti, Ceredonia non riesce a dare un figlio a Mazima, che la considera quindi sterile, il che la rende molto impopolare tra le altre mogli. Nella notte del 24 agosto 1988 Ceredonia sveglia il marito e gli comunica che le è apparsa la Vergine invitandola a recarsi alle vicine grotte di Nyabugoto, dove si manifesterà il giorno seguente. Il mattino dopo con il marito e dieci membri della famiglia Ceredonia si reca in effetti alle grotte. Solo lei vede una roccia trasformarsi nella Madonna, che la incarica di una missione di apostolato. Il marito non le crede, e poco dopo chiede il divorzio. Ma Ceredonia riesce a riunire un gruppo di una quarantina di fedeli.

Già di questo episodio di fondazione Vokes mette in luce il legame con il culto di Nyabingi. Non solo i sogni e le visioni da parte di una moglie giovane e sterile maltrattata dalle mogli anziane in in una famiglia poligama sono un elemento caratteristico di tale culto, ma le grotte di Nyabugoto erano un sito associato alla venerazione di Nyabingi – e all’insurrezione dei seguaci dello spirito contro gli inglesi –, che non era neppure mai stato trasformato in sito mariano cattolico, forse perché troppo evidente era il simbolismo di fertilità legato al fatto che l’entrata di una delle grotte assomiglia a un organo sessuale femminile.

Il piccolo gruppo di Ceredonia diventa un fenomeno di rilevanza più che locale perché ne viene a conoscenza un personaggio molto più noto, Joseph Kibweteere (1932-2000). Questo insegnante cattolico e uomo politico, molto benestante, era caduto in disgrazia dopo la caduta nel 1979 del dittatore Idi Amin Dada (1925 o 1928-2003), con cui aveva collaborato rappresentando anche il suo governo in missioni in altri Paesi africani e in Europa. Kibweteere aveva così potuto dedicarsi alla sua passione, le apparizioni mariane, e nell’aprile 1984 anche a lui era apparsa la Madonna, predicendogli che un giorno avrebbe fondato un movimento chiamato Restaurazione dei Dieci Comandamenti di Dio. Kibweetere, un laico autorevole nel mondo cattolico ugandese, è al centro negli anni 1980 di un network di veggenti che il clero locale tratta con indulgenza, giacché visioni e sogni sono un elemento molto comune, giudicato sostanzialmente innocuo, della religiosità popolare locale. Nel luglio 1989 Kibweetere e sua moglie Theresa incontrano Ceredonia, e ne rimangono entusiasti. La invitano a vivere a casa loro a Kabumba, dove si trasferiscono anche altre tre veggenti, Scholastica Kamagara (1939-2000), di Kitabi – che aveva già una sua fama indipendente come veggente – e la sorella e la nipote di Ceredonia, rispettivamente Angela (Angelina) Mugisha (nei documenti del movimento, Migisha: 1947-2000) e Ursula Komahangi (1968-2000).

Questa piccola comunità di veggenti all’inizio è accolta favorevolmente dai parroci della zona. Il 5 maggio 1991 è invitata a parlare al gruppo della Legione di Maria nella parrocchia di Rugazi da uno dei sacerdoti più autorevoli dell’Uganda, don Dominic Kataribaabo (1936-2000), già rettore del seminario diocesano di Kitabi e uno dei pochi sacerdoti ugandesi ad avere studiato negli Stati Uniti. Katatibaabo è anche lui un appassionato di apparizioni mariane: negli Stati Uniti è entrato in contatto con il Movimento Sacerdotale Mariano di don Stefano Gobbi, ma anche con il santuario mariano di Necedah (Wisconsin), che è al centro del movimento creato dalla veggente Mary Ann Van Hoof (1909-1984) e dichiarato scismatico dalla Chiesa Cattolica nel 1975. L’eccesivo interesse per le apparizioni mariane, comprese quelle non riconosciute, spiega forse perché don Kataribaabo non sia mai diventato vescovo, come invece molti in Uganda si attendevano.

Anche Kataribaabo si entusiasma per i messaggi di Ceredonia Mwerinde, e nel movimento entrano altri due sacerdoti, don Paul Ikazire – che poi lo lascerà – e don Joseph Mary Kasapuraari (1961-2010), figlio della veggente Scholastica Kamagara. Tutti questi sacerdoti appartengono alla diocesi (oggi arcidiocesi) di Mbarara, retta dal vescovo mons. John Baptist Kakubi. Quest’ultimo è da anni preoccupato per la proliferazione di veggenti e apparizioni nella sua diocesi. Costituisce una commissione d’inchiesta, la quale conclude che le apparizioni del gruppo di Ceredonia non hanno origine soprannaturale e presentano contenuti contrari alla fede cattolica. Nel 1991 i sacerdoti che fanno parte del gruppo sono sospesi a divinis, uno degli ultimi atti di mons. Kakubi prima di lasciare la diocesi al successore mons. Paul K. Bakyenga.

Di qui inizia uno scisma non infrequente nel caso di apparizioni non riconosciute dalla Chiesa Cattolica. Anziché riconoscere alla Chiesa l’autorità di giudicare le apparizioni, il gruppo ritiene che siano le apparizioni a giudicare la Chiesa: se non le ha riconosciute, la Chiesa ha perso il suo ruolo. Così, nel 1992, seguendo rivelazioni che a questo punto solo lei nel gruppo è titolata a ricevere dalla Madonna, Ceredonia Mwerinde ordina Kibweteere come sacerdote e vescovo della Restaurazione dei Dieci Comandamenti di Dio, ormai una AIC chiaramente separata dalla Chiesa di Roma. È un passo che la moglie di Kibweetere non desidera compiere: nel 1992 lascia il movimento e il marito, seguita nel 1994 da don Ikazire, che protesta anche contro il comportamento sempre più autoritario e bizzarro di Ceredonia, capo incontrastato di un gruppo guidato da donne laiche – che si vestono però come suore cattoliche – dove i sacerdoti e anche i laici di sesso maschile hanno un ruolo subordinato. Vokes nota che – già prima della partenza di don Ikazire – il gruppo aveva iniziato a rifiutare alcune riforme e innovazioni postconciliari, in particolare la comunione nella mano. Inoltre, «molte delle Messe domenicali della setta cominciarono a essere celebrate interamente in latino» (p. 180), non è chiaro – né l’antropologo, ove conosca la differenza, si pone il problema – se si tratti del novus ordo in lingua latina o del vetus ordo precedente alla riforma del 1969.

A questo punto il movimento ha circa trecento membri a tempo pieno, che vivono insieme in case di proprietà del gruppo, e circa cinquecento seguaci che non vivono comunitariamente. Dalle storie di vita raccolte da Vokes tra coloro che sono sopravvissuti alla tragedia del 2000 emergono vicende che ricordano ancora una volta il culto di Nyabingi: aderiscono soprattutto mogli giovani maltrattate dalle mogli più anziane in una famiglia poligama, e donne sterili. La vera e propria esplosione si ha però negli anni 1990: i membri a tempo pieno diventano oltre duemila, con diverse migliaia di altri fedeli che non vivono nelle sedi del movimento. In modo a mio avviso convincente, Vokes collega questo successo alla terribile epidemia di AIDS, che in quegli anni coinvolge in alcune delle zone dove la Restaurazione si diffonde il trenta per cento della popolazione. L’idea che l’AIDS sia una delle «disgrazie» che può essere curata con il ricorso alla Madonna Consolatrice – per Vokes, sempre in quanto erede o trasformazione di Nyabingi – spinge molti malati, e parenti di malati, a rivolgersi alla Restaurazione. Ed è sempre l’AIDS che contribuisce a spiegare l’emergere di una visione del mondo fortemente millenarista e apocalittica, che interpreta l’epidemia che sembra onnipervadente e invincibile come il preannuncio certo dell’imminente fine del mondo, annunciata per l’anno 2000.

Ma non si tratta solo dell’AIDS. Rispetto a molto clero locale. i dirigenti della Restaurazione sembrano a molti più credibili e prestigiosi perché, grazie ai contatti internazionali di Kibweetere e don Kataribaabo, possono presentarsi come parte di una vasta rete internazionali di veggenti, tra cui William Kamm («Little Pebble»), un laico tedesco residente in Australia più tardi condannato dalla Chiesa Cattolica nel 2002 e incarcerato in seguito ad accuse di violenza sessuale, e Veronica Lueken (1923-1995), la veggente di Bayside, presso New York, che all’epoca è già stata condannata dall’autorità ecclesiastica, nel 1986.

Tra i contatti internazionali vanno pure segnalati Seibo no Mikuni e la Knotted Cord of Love Rosary Mission di Sunset, Louisiana. Vokes nota l’importanza particolarmente del secondo riferimento, ma non fornisce alcuna notizia ulteriore. Aggiungo allora io che Seibo no Mikuni è un gruppo apocalittico e sedevacantista – che cioè ritiene la sede pontificia di Roma vacante – fondato in Giappone dal laico Yukio Nemoto (1925-1988), e che la Knotted Cord of Love Rosary Mission fu fondata dalla veggente Genevieve Huckaby Breaux (1939-2009) che, dopo avere collaborato con Little Pebble, finirà per aderire alla Chiesa Ortodossa Copta. Naturalmente, nessuno di questi gruppi può essere ritenuto corresponsabile della tragedia del 2000, ancorché sia possibile che esponenti almeno del movimento di Little Pebble abbiano visitato il movimento ugandese, rimasto con gli altri in contatto meramente epistolare.

Emerge pure dal resoconto di Vokes come – mentre le autorità di polizia in effetti ignorano per anni denuncie di parenti di membri relative al comportamento dittatoriale e talora crudele di Ceredonia – la stessa accusa non può essere mossa alla Chiesa Cattolica. Il nuovo vescovo contatta uno per uno ogni cattolico anche soltanto sospettato di aiutare quella che definisce una setta non cattolica, minacciando le più gravi sanzioni. Tuttavia il vescovo certamente non sospetta come le cose andranno a finire. Ma come, esattamente, sono andate a finire?

Vokes racconta nel dettaglio come, immediatamente dopo la scoperta dei cadaveri – più di quattrocento, ma nessuno li ha mai veramente contati – a Kanungu, il principale centro del movimento, il 17 marzo 2000, la tragedia è stata ricondotta al modello del suicidio collettivo. Come è avvenuto in altri casi, ritenendo prossima la fine del mondo – la letteratura del movimento annuncia ripetutamente che dopo il 2000 non ci sarà un anno 2001 – gli adepti si sono suicidati nel rogo della loro principale sede ritenendo che la Madonna avrebbe trasportato i loro spiriti in Cielo sottraendoli alle sofferenze dei tempi finali. Nel frattempo la polizia scopre pozzi dove sono stati gettati cadaveri in altro quattro centri del movimento: 153 a Buhunga, 155 a Rugazi, 81 a Rushojwa e 55 nella stessa capitale dell’Uganda, Kampala. A partire dal 20 marzo la presenza di molti giornalisti internazionali, che non credono che così tante persone possano scegliere un suicidio apocalittico, porta la polizia a emettere un’altra ipotesi: che i capi della «setta» siano fuggiti con il denaro del movimento dopo avere ucciso i loro ingenui seguaci. Da allora si moltiplicano gli avvistamenti di Ceredonia Mwerinde, don Kataribaabo e Kibwetere in tutta l’Africa, e anche in Europa. I tre sono attivamente ricercati ancora oggi, ma non sono mai stati trovati. L’unico elemento che permetterebbe di sostenere la fuga è il cellulare di don Kataribaabo, che risulterebbe essere stato usato per alcuni giorni dopo la tragedia. Ma anni d’indagini non hanno portato a nulla, ed è semplicemente possibile che il sacerdote abbia regalato il suo cellulare a qualcun altro il quale, spaventato dalle notizie, lo abbia poi gettato via.

Le indagini di polizia, sostiene Vokes, sono state molto sommarie. Un tabù della cultura locale contrario alle esumazioni e alle autopsie ha fatto sì che ne siano state eseguite relativamente poche, fra la generale ostilità della popolazione, e i corpi siano stati immediatamente riseppelliti. Il principale indizio che confermerebbe la tesi dell’omicidio è che alcune vittime estratte dai pozzi mostrano segni di strangolamento. Ma Vokes documenta, riproducendo fotografie, che il non piacevole lavoro di recupero di questi cadaveri fu affidato a detenuti condannati ai lavori forzati. Questi si servirono di corde legate al collo dei cadaveri per tirarli su dai pozzi. In un’autopsia sommaria non è stato certo possibile determinare se i segni derivino da una morte per strangolamento o, com’è più probabile, da questa tecnica di recupero dei corpi. Si è sospettata la presenza di veleno a causa di flaconi trovati a Rugazi. Ma non è stato eseguito nessun esame tossicologico.

Vokes propone uno scenario alternativo. Ritiene che diverse centinaia di seguaci siano stati radunati a Kanungu per «partire» o essere portati dalla Madonna in Cielo. È possibile che alcuni sapessero che la modalità di «andare in Cielo» sarebbe consistita in un suicidio collettivo e altri no: ma tutti pensavano che fosse imminente la fine del mondo. A Kanungu sarebbe stato loro somministrato del veleno e i membri rimasti in vita avrebbero appiccato il fuoco alla residenza. L’esame delle fotografie documenta come sia assente il tentativo disperato di fuga tipico degli incendi. Sembra al contrario che chi era dentro la residenza o al momento dell’incendio fosse già morto – avvelenato – o, se era vivo, «abbia fatto uno sforzo consapevole per non sopravvivere all’inferno di fuoco» (p. 209) uscendo dall’immobile. Il fatto che le finestre, secondo testimonianze peraltro non confermate, apparissero inchiodate dall’esterno non sarebbe decisivo. È un peccato che Vokes citi solo, rapidamente, il suicidio collettivo di Jonestown in Guyana, del 1978. Un esame comparativo esteso ad altri casi gli avrebbe confermato che lo schema della convocazione per la «partenza», con membri sia consapevoli sia non consapevoli che partire implica morire, si è ripetuto altre volte in questo genere di tragedie.

Quid, però, dei corpi gettati nei pozzi nelle altre sedi del movimento? Qui Vokes accusa la polizia e i giornalisti di non avere svolto il loro lavoro con la diligenza con cui lui stesso ha condotto la sua indagine antropologica. Se avessero interrogato gli ex-membri del movimento che lo avevano lasciato o si erano salvati – alcuni semplicemente non rispondendo all’appello a venire a Kanungu il 16 marzo 2000 – si sarebbero sentiti dire, com’è accaduto a Vokes, che nei pozzi erano stati gettati i cadaveri di morti per malattia durante la devastante epidemia di malaria del 1998. Questo contributo è originale di Vokes, e i dati confermano che in particolare nella culla del movimento, l’Uganda del Sud-Ovest, l’epidemia di malaria fu disastrosa e coinvolse il quaranta per cento della popolazione. Le autopsie sommarie non permettono di dire a quando risalgono i decessi delle vittime ritrovate nei pozzi, se a giorni o ad anni prima. È invece verosimile secondo Vokes che i flaconi ritrovati a Rugazi contenessero veleno. In questo caso, l’ipotesi è che i suoi effetti siano stati sperimentati a Rugazi prima dell’uso su vasta scala a Kanungu.

Le ipotesi di Vokes sono piuttosto convincenti, soprattutto quando afferma che non ha molto senso la versione della stampa internazionale – fondata sul parallelo con altri incidenti relativi a «sette» – secondo cui gli omicidi sarebbero diventati necessari perché la mancata realizzazione della profezia sulla fine del mondo nel 2000 avrebbe indotto i membri a chiedere indietro ai dirigenti i loro contributi in denaro. Secondo l’antropologo, non solo molti membri erano poveri ma l’idea che mogli, molte delle quali sterili, che avevano abbandonato i loro mariti – le quali formavano la maggioranza degli aderenti al movimento – potessero tranquillamente «tornare a casa» non è coerente con gli usi ugandesi. Resta inoltre il fatto che nei giorni precedenti al rogo i dirigenti del movimento regalarono molte loro proprietà ai vicini e si recarono anche a pagare i propri debiti. Questo comportamento è più conseguente con l’idea che si apprestassero a morire, anche se le angherie di Ceredonia nei confronti dei suoi seguaci ne fanno un soggetto moralmente molto discutibile – non così, secondo l’antropologo, don Kataribaabo, completamente soggiogato dalla veggente –, e Vokes non si sente di escludere completamente che possa essere sopravvissuta, anche se afferma che neppure questo darebbe credibilità alla tesi della strage freddamente organizzata a scopo di lucro.

Quello del «suicidio collettivo», per così dire, «classico» rimane così lo scenario più probabile, anche se che cosa è successo veramente a Kanungu è destinato a rimanere ampiamente sconosciuto, a meno che effettivamente Ceredonia Mwerinde non sia arrestata in qualche parte del mondo e racconti dettagli che solo lei conosce – ma, tutto sommato, Vokes ritiene più probabile che sia morta – o che s’investa molto denaro in una esumazione dei cadaveri e in un loro esame con modalità tecnicamente avanzate, cosa allo stato molto improbabile in Uganda. Nel frattempo – conclude Vokes – lo Stato ugandese ha reagito alla tragedia limitando la libertà religiosa dei piccoli gruppi, e la Chiesa Cattolica – lodevolmente – non reprimendo la religiosità popolare, che troverebbe facile sfogo nelle AIC, ma cercando di limitarne solo le forme più discutibili e d’incanalare le altre, favorendo in particolare la presenza nelle zone rurali del Rinnovamento nello Spirito. Sarebbe infatti sbagliato sostenere che tutte le AIC o tutti i gruppi che annunciano date precise per la fine del mondo sono pericolosi al punto da finire in suicidi collettivi. Ma Kanungu è un ricordo permanente che alcuni lo sono.

 

 

francesca_leboroni

 

Nella conferenza stampa, svoltasi venerdì 20 maggio, nella Sala Comunale, presenti il Sindaco di Valtopina, Giuseppe Mariucci, la Presidente dell'Ente Palio, Francesca Leboroni e La Direttrice Didattica, oltre a collaboratori, autorità e giornalisti, ha riscosso quest'anno grande attenzione il programma, per le diverse novità annunciate. La manifestazione giunta ormai alla VI° edizione, è riuscita a ritagliarsi uno spazio importante per ciò che attiene gli eventi storico-medioevali, che si svolgono nella Regione Umbria, nei vari periodi dell'anno.
La manifestazione, che vede coinvolti tutti i valtopinesi in modo totale, chi per organizzare, chi per creare, chi per operare con costanza e capacità, presenta quest'anno nuovi orizzonti di sviluppo. Si è voluto riscoprire il "Percorso verde", adiacente le rive del fiume, da molto tempo realizzato, ma negli anni dimenticato senza una valida ragione. La suggestione del luogo e le caratteristiche scenografiche che saranno realizzate in corrispondenza delle serate del 30 giugno e del 1 luglio, saranno davvero irripetibili. Di rilievo l'intervento dei tre Castelli di Poggio, Pasano e Serra nella buona riuscita dell'evento presso il Topino e imprenscindibile la collaborazione dell'Associazione Medioevo Fossatano di Fossato di Vico e il loro gruppo Arcieri, guidato da Enrico Giovannini, oltre l'Associazione "Wandum", Balestrieri di Gualdo Tadino.
Durante la "Serata degli Ospiti", nel Borgo e lungo il Percorso Verde verrà realizzato un mercatino medioevale comprendente soprattutto prodotti rivisitati dell'antica epoca, oltre l'esibizione in costume di danzatori con musiche appropriate al periodo storico. Il giorno successivo, nella "Notte del Palio", presso l'accampamento allestito alla confluenza tra il Torrente dell'Anna e il Topino, in uno spazio apposito, a forma d'anfiteatro, la Gara dei Tamburini , aggiungerà suggestione a suggestione, e altrettanto faranno i balestrieri, e scene di vita medioevale, realizzate in appositi spazi e la rappresentazione di antichi mestieri, saranno i contenuti irrinunciabili del Percorso Verde.
In merito all'evento Valtopinese, il Sindaco ha voluto segnalare tutta la sua gratitudine alla cittadinanza per l'impegno costante e puntuale che la popolazione tutta, riserva ogni anno al Palio di San Bernardino. In particolare, Egli, ha tenuto a precisare che sin dalle prime edizioni del Palio, sono state responsabilmente coinvolte le scuole primarie e che questa "collaborazione" è sempre più puntuale e volenterosa, con l'espletamento di un concorso "Conquista al Castello" per la realizzazione, ogni anno di uno stemma che verrà esibito lungo il corteo in occasione della sfilata in costume.

Dettagli del Programma

Lunedì 27 giugno alle 21.30, apertura del Palio alla presenza delle Autorità Cittadine. I Massari faranno il giuramento della lealtà e del rispetto della sana competizione del Palio di San Bernardino.
Lunedì 27 giugno 0re 22.00 Rappresentazione Teatrale Medioevale della Compagnia "Crisalide" di Gubbio.
Martedì 28 giugno alle 21.00 Cena dei Castelli nella Taverna.
Mercoledì 29 giugno alle 21.30 Gioco della Conquista del Castello presso il campo giochi. Ore 22.30 Gara Gastronomica.
Giovedì 30 giugno Serata degli Ospiti. Nel borgo e lungo il Percorso verde, ci sarà un mercatino medioevale e prodotti tipici "rivisitati" dell'epoca. Manifestazione di danzatori medioevali.
Venerdì 1 luglio La Notte del Palio. Sarà allestito tutto il Percorso Verde, lungo il fiume, dove saranno messi in evidenza gli antichi mestieri e le scene di vita medioevale. Riproduzione di un accampamento di quell'epoca, dove i balestrieri si esibiranno con destrezza e talento ed in più un mercatino con la partecipazione della "Bottega di Merlino", specializzata in armi medioevali di Fossato di Vico. Alle 21.00 la Gara dei Tamburini lungo il Topino.
Sabato 2 luglio alle 22.00 Sfilata lungo le vie del paese del Corteo Storico.
Domenica 3 luglio Giochi.

Ritratto di bambino in veste di Garibaldi, Giuseppe Parrini

 

L’Italia è un Paese dallo straordinario patrimonio artistico e culturale. Si tratta di un tesoro dall’inestimabile valore che abbiamo avuto il privilegio di ricevere in eredità dai nostri antenati nel corso dei secoli. Questa fortuna risulta ancora maggiore potendone godere gratuitamente per nove giorni, dal 9 al 17 aprile prossimi. E’ quello che succede durante la Settimana della Cultura, giunta alla XIII edizione, che ogni anno apre gratuitamente le porte di musei, aree archeologiche, archivi e biblioteche statali, per una grande festa diffusa su tutto il territorio nazionale.

In tutta Italia, oltre 2.500 appuntamenti tra mostre, convegni, aperture straordinarie, laboratori didattici, visite guidate e concerti renderanno ancora più speciale l’esperienza di tutti i visitatori italiani e stranieri.

Inoltre grazie al progetto “Benvenuti al Museo” che vede la collaborazione con il Centro per i servizi educativi del museo e del territorio del MiBAC circa 750 studenti di istituti tecnici e professionali per il turismo, licei linguistici e istituti alberghieri saranno coinvolti presso alcuni dei principali musei statali italiani per attività di  accoglienza al Museo per i visitatori italiani e stranieri, distribuzione di materiali informativi, assistenza alle attività educative.

“L’Italia – afferma il Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Giancarlo Galan - è il frutto della millenaria stratificazione delle numerose civiltà che si sono sviluppate sul suo territorio. Ognuna con i suoi caratteri originali, ognuna con le sue peculiarità ha contribuito a plasmarne il paesaggio, a edificarne i centri abitati, a organizzarne gli insediamenti rurali. Tutte hanno avuto un ruolo determinante nel forgiare il nostro essere italiani, arricchendo al contempo il nostro patrimonio artistico con opere e strutture civili e religiose. La settimana della cultura è un’ottima occasione per tutti i cittadini di riappropriarsi di questo patrimonio, visitando musei, siti archeologici e monumenti e riscoprendo, nel centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, il senso profondo della propria appartenenza alla comunità nazionale”.

 

Per quello che é tra i più importanti appuntamenti del Ministero – dichiara il Direttore Generale per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale, Mario Resca - abbiamo predisposto un ricchissimo calendario di incontri e manifestazioni che impreziosiranno la visita nei luoghi della cultura. Invito tutti a visitare il nostro sito per scegliere le proposte più allettanti e trascorrere i nove giorni più fortunati dell’anno”.

Luigi_calabrese 1

Ho appena inviato l'articolo a tutti i siti dove collaboro, che apprendo dai tg televisivi che oggi è previsto il primo ciak del film “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana, proprio sulla strage nella Banca dell'Agricoltura del 12 dicembre 1969 a Milano. E' tutto pronto, le auto d'epoca davanti alla banca, le autoambulanze, le moto e naturalmente gli interpreti, il commissario Calabresi è interpretato da Valerio Mastandrea. Giuro che non l'ho fatto apposta a scrivere il pezzo, soltanto una fortunata coincidenza. Il film riaprirà ferite mai rimarginate? Io penso di sì.

Il 17 maggio scorso ricorreva il trentanovesimo anniversario della barbara uccisione del commissario Luigi Calabresi a Milano. Il 13 dicembre 2009 dopo l'attentato al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Milano, avevo evocato la figura del commissario Calabresi e mi ero proposto di ricordarlo in occasione dell'anniversario della sua morte, lo faccio ora. Di Luigi Calabresi me ne ha parlato per la prima volta mio fratello che in quegli anni (1968-72) ha visto e sentito tutto quello che accadeva politicamente a Milano. Soprattutto ha seguito la campagna di odio di cui è stato oggetto Calabresi. Sono i cosiddetti anni di piombo, quando il movimento studentesco milanese di Capanna e Co, metteva a ferro e fuoco la città, tempi che per Giampaolo Pansa potrebbero ritornare dopo l'elezione a sindaco di Milano di Giuliano Pisapia.

Per presentare questo eroe e soldato cristiano utilizzo il documentato libro di Giordano Brunettin, Luigi Calabresi. Un profilo per la storia. Pubblicato da Scuola d'Arte “Beato Angelico” di Milano Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis, Milano – Roma 2008).

“Luigi Calabresi ha vissuto in pieno le 'assurdità' cristiane- scrive monsignor Angelo Comastri nella prefazione – non si è preoccupato del potere ma del dovere, non si è preoccupato della carriera ma della fedeltà alla coscienza, non ha cercato onori ma ha cercato di far onore alla verità e all'onestà. Per questo è stato ucciso; e, dopo l'uccisione, è stato più volte crocifisso da una campagna di menzogne che, finalmente, ora si stanno sciogliendo come la nebbia al sole”.

Luigi Calabresi, è stato ucciso in Via Cherubini, sotto casa sua, al mattino del 17 maggio 1972 a Milano, con due colpi di pistola alle spalle da un commando di Lotta Continua, movimento extraparlamentare comunista. “Una cosa è certa – aveva predetto – se qualcuno vorrà ammazzarmi mi colpirà alle spalle, perché non avrà il coraggio di guardarmi negli occhi”. Prima di essere ucciso il commissario è stato oggetto di una lunga campagna di aggressione e di odio da tutto il movimentismo di sinistra italiano, complice quasi tutto il mondo politico, eccetto quello di destra. Il libro parla di una vera e propria persecuzione mediatica che lo crocifisse per due anni. Due momenti da ricordare, i due articoli apparsi sul giornale Lotta Continua, il primo nel maggio 1970, dove praticamente si preannuncia l'omicidio di Luigi Calabresi che è indicato come futuro “imputato e vittima” di un processo e di una “esecuzione” da parte della giustizia del proletariato, dove si afferma che “l'eliminazione di un poliziotto è un momento e una tappa fondamentale dell'assalto del proletariato contro lo Stato assassino”. Il secondo articolo è stato pubblicato il giorno dopo l'assassinio di Calabresi e si ricollega al primo, già nel titolo: “Ucciso Calabresi, il maggiore responsabile dell'assassinio Pinelli”, inoltre si afferma che si è trattato di un “omicidio politico” nel quale “gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia”: in pratica, l'assassinio di Calabresi, viene presentato come atto della cosiddetta “giustizia proletaria”.

Nel frattempo vi sono state vignette offensive, volgarità, telefonate e lettere minatorie alla famiglia del commissario, manifesti diffamatori e minacciosi affissi a Milano, con scritte presso l'abitazione di Luigi Calabresi e a Roma presso l'abitazione dei suoi genitori, cortei nei quali si gridava che Calabresi è un assassino e che la sua vita sarà breve, in pratica le minacce scritte sul giornale “Lotta Continua”. A completare l'opera di linciaggio politico morale e psicologico, un documento pubblicato sul settimanale “L'Espresso” il 13 giugno 1971, firmato da ben 800 persone, gente che appartengono al “mondo della cultura”,(filosofi, scienziati, scrittori, poeti, politici, storici, critici, musicisti, giornalisti, personaggi dello spettacolo, del cinema ed altri) nel quale Luigi Calabresi viene condannato senza appello, definito “commissario torturatore” e “responsabile della fine di Pinelli”. Pinelli, un anarchico, sospettato di essere coinvolto nella strage alla Banca dell'Agricoltura in piazza Fontana a Milano, durante un interrogatorio cade dalla finestra della questura e muore, secondo Lotta Continua, il colpevole di questa morte è il commissario.

Luigi Calabresi reagisce da buon cristiano all'alluvione di ingiurie e minacce. Confida nel trionfo finale della verità, trova conforto nella fede, si conforma all'esortazione di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro di me, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9, 23).

Qualcuno gli suggerisce il trasferimento in qualche altra città, ma lui risponde, che l'attacco è rivolto allo Stato non a me, quindi, “lo Stato non può fuggire. Non voglio che domani a qualcuno dei miei figli possano dire: tuo padre è fuggito”. Mario Càristo, paragona la vicenda Calabresi a quella di don Andrea Santoro, il sacerdote ucciso in Turchia, “entrambi rigorosi e pacifici testimoni di Cristo in ambienti fortemente ostili e aggressivi, entrambi colpiti alle spalle dall'odio cui essi contrapponevano la civiltà dell'amore”. Sia per don Santoro che per Calabresi era difficile stare in quegli ambienti, ma bisognava stare era il Vangelo che l'imponeva.

Giovanni Paolo II in occasione del XXX anniversario del sacrificio di Calabrese, lo definisce, “generoso servitore dello Stato, fedele testimone del Vangelo, costante nella dedizione al proprio dovere pur fra gravi difficoltà e incomprensioni, esempio nell'anteporre sempre all'interesse privato il bene comune”.

Il cardinale Fiorenzo Angelini definisce Calabresi una figura esemplare di servitore dello Stato, di marito e di padre, di credente convinto e credibile, e per chi non lo ha conosciuto, egli è un personaggio che è doveroso scoprire nella sua straordinaria levatura morale e spirituale. Il libro di Brunettin, ha un particolare merito per il cardinale, “presentare il Commissario Calabresi quale modello ideale anche per le giovani generazioni, che oggi, travolte da un vortice di informazioni approssimative che si riversano in tempo reale sugli schermi informatici, sono costrette, loro malgrado, ad ignorare il passato, sia pur recente, nel quale possono scoprire le radici di valori autentici degni di essere abbracciati e vissuti fino all'eroismo”. E in una stagione di emergenza educativa come la nostra, mi sembra un invito da prendere in considerazione.

E un altro cardinale, Andrea Cordero L. di Montezemolo, dopo averlo indicato come esempio eroico del compimento del dovere e come testimone del Vangelo, si augura che il profilo fatto in questo libro, “venga letto da sempre più vaste cerchie di giovani, specie se essi sono a servizio della Legge e dello Stato, a dimostrazione dei perfetti fondamenti dell'educazione civile e delle ragioni indefettibili della speranza cristiana in qualunque situazione storica”. Anche se bisogna obiettare che probabilmente un lavoro del genere meritava essere pubblicato da case editrici più conosciute e presenti nel grande mercato dell'editoria.

luigi calabresi 3 la stampa

 

Qualche anno fa monsignor Giovanni D'Ascenzi sollecitava di valutare tutti i documenti e verificare se siamo di fronte ad un credente che ha vissuto la fede e l'amore del prossimo in maniera eroica e quindi si augurava che l'autorità ecclesiastica avviasse un processo canonico, perché sia riconosciuta l'eroicità delle virtù del commissario di Polizia Luigi Calabresi.

Il professore Giuseppe Maria ha scritto che Calabresi ha “vissuto la vita nella imitazione di Cristo (...)il mondo, anche oggi, ha bisogno più di santi che di eroi. E Calabresi, uomo del nostro tempo, ha vissuto come sacrificio la sua vita, che è appunto l'eroismo della santità”.

Chiudo ma bisogna ritornare sulla straordinaria figura del commissario Calabresi, per riflettere sulla sua vita professionale, l'apostolato, la sua spiritualità ignaziana, la vita matrimoniale, come ha affrontato le insidie del mondo.

 

Solzenicyn su un treno a Vladivostok nell'estate del 1954

 

Ljudmila Saraskina – docente universitaria in Russia, Danimarca, Polonia e USA, nota studiosa di letteratura, specializzata in particolare su Dostoevskij (1821-1881), di cui è considerata una dei massimi esperti mondiali – ha lavorato per otto anni alla biografia di Aleksandr Isaevič Solženicyn (1918-2008, d’ora in avanti S.). Ha potuto consultare i materiali del suo archivio privato, utilizzare documenti originali, ha letto l’intera sua opera, ha visitato i suoi luoghi, recandosi anche nel Vermont dove il premio Nobel del 1970 ha vissuto dal 1976 al 1994, lo ha più e più volte intervistato e interpellato. Ne è risultata una monumentale biografia, pubblicata in Russia nel 2008, prima che S. morisse, tanto che, nonostante si approssimasse ai novant’anni e alla fine del suo tempo, l’ha letta integralmente e approvata (forse l’ultima sua gigantesca impresa). Una biografia autorizzata dunque – premiata in Russia, tra l’altro, quale «Libro dell’anno» –, che dalla fine del 2010 è a disposizione del lettore italiano grazie alla sua pubblicazione, curata dal grande slavista Adriano Dell’Asta per l’Editrice San Paolo (pp. 1448, €. 84,00), in una pregevole traduzione a più mani.

Nelle quasi millecinquecento pagine – compresa un’utilissima cronologia finale e senza apparato critico, se non nella bibliografia finale, per non appesantire la già ragguardevole mole dell’opera –, che, com’è stato scritto, «si leggono come un romanzo», non solo è narrata la vita di S., dei suoi avi prossimi e remoti e della sua famiglia, ma è presente il senso stesso della sua esistenza e della sua opera. Riassunto in esergo, per la parte più rilevante, nell’intentio dichiarata dallo stesso scrittore: «Vorrei essere la memoria. La memoria di un popolo che ha patito una grande sciagura».

Ne emerge una personalità che in qualche modo trascende quella del semplice – si fa per dire, attesa la mole quantitativa, ma soprattutto qualitativa, della sua produzione – scrittore o storico, spasmodicamente tesa com’è al compimento di una missione, che da un certo momento in avanti è intenzionalmente vissuta ed adempiuta davanti a Dio e in obbedienza al Suo mandato, sub specie aeternitatis. «Cominciò il periodo di confino e al suo inizio il cancro. Nell’autunno del 1953 sembrava assai probabile ch’io avessi solo pochi mesi di vita. In dicembre i medici […] confermarono che non mi rimanevano più di tre settimane.

«Tutto quanto avevo memorizzato nei lager minacciava spegnersi con la mia testa.

«[…] Durante quelle ultime settimane promesse dai medici […], di sera e durante le notti rese insonni dal dolore mi urgeva la necessità di scrivere: con scrittura minutissima riempivo i fogli, ne arrotolavo diversi insieme e li infilavo in una bottiglia di spumante vuota. Sotterrai la bottiglia nel mio orto e a capodanno del 1954 partii per Taškent per morirvi.

«Tuttavia non morii (dato il trascuratissimo tumore acutamente maligno, questo fu un miracolo di Dio, e solo come tale lo interpretai. L’intera vita che mi è stata restituita da allora non mi appartiene più nel senso completo della parola, vi è stato immesso uno scopo)». In quei giorni aveva già riscoperto la fede dell’infanzia, cui l’avevano educato i nonni. Era accaduto in circostanze drammatiche, quelle che fanno emergere  l’unum necessarium: la prigionia, dal 1945 al 1953, e il cancro – che, avendoli sperimentati entrambi, costituirà per lui la migliore metafora della natura del comunismo – di cui viene operato all’inizio del 1952 (quello del 1953 ne è una metastasi). La sua rinnovata conversione cristiana – «E ora, con recuperata misura/ Attinta l’acqua della vita,/ Dio dell’Universo! Io credo di nuovo!/ Anche quando ti rinnegavo Tu eri con me…» – diventa allora la cifra stessa della sua vita e della sua opera, condotta con instancabile zelo, senza risparmio di energie, con ritmi di lavoro spaventosi, quasi ossessionato dal timore di perdere quel tempo di cui non è padrone (e non solo, come tutti, perché creatura, ma anche perché creatura resa schiava da un potere perverso), e assistito da una memoria prodigiosa. Talento questo che gli consente nel GULag di ovviare alla condizione di «scrittore clandestino» componendo e tenendo a memoria migliaia di versi e i suoi primi racconti.

S., dunque, si sente chiamato a conservare e trasmettere la memoria. Una precisa vocazione che diventa missione: salvare la memoria della tragedia del comunismo, della sua realizzazione tipica, il GULag – l’universo concentrazionario, che è il regime duro di una negazione della libertà e dell’umana dignità che nel resto del territorio è praticata con regime ordinario, secondo Alain Besançon –, e delle sue vittime anonime, i milioni d’«invisibili», e così combatterlo narrandolo. Ma non come un qualunque annalista: il suo è racconto che offre un’alternativa, perché rivela un senso. Il senso della vita dell’uomo, che in ogni momento, ricorda, è chiamato a scegliere tra il bene ed il male, la vera trama della storia, con ricadute tanto spesso inavvertite quanto sempre alla fine epocali. S. sa che il confine tra il bene e il male è una linea che attraversa comunque il cuore di ognuno e non esclusivamente le circostanze sociali. Vede bene che l’uomo è il vero protagonista della storia: la sua libertà morale è condizionata sì, ma non determinata dall’ambiente, fossero anche estreme le sue circostanze, quindi ognuno porta sempre su di sé la responsabilità delle sue azioni, verso sé stesso, il suo prossimo «prossimo», l’intera umanità, in ultima analisi verso Dio. Ma non fa difetto allo scrittore la comprensione per la debolezza umana alla luce della misericordia divina, ancorché – o forse proprio perchè – sia con sé stesso severo fino all’intransigenza.

Riassumere, o anche darne soltanto conto, tutti gli spunti e le storie che l’opera ci offre è impossibile, e forse sarebbe anche sbagliato provarci. Mi limito ad elencarne alcuni, affidandoli alla buona volontà del lettore, insieme con tutti gli altri che essa contiene.

Il destino di persecuzione che si manifesta fin dall’anno di nascita, quel 1918 in cui si mette in moto la macchina del terrore rosso che macinerà milioni di vite e destini, e nella sorte di molti suoi familiari. Il suo ingenuo marxismo-leninismo, umanitario e anti-staliniano, degli anni della gioventù. L’abile eroismo dell’ufficiale di artiglieria che gli meriterà in guerra tre decorazioni (cui se ne aggiunge una nel 1958, dopo la riabilitazione) e una promozione sul campo. Le circostanze del suo arresto. Il rigore morale con il quale si giudicherà, fino a ritenere meritati sia il lager che il cancro, ma certo non nel senso inteso dai suoi aguzzini. Il suo proposito fin dall’infanzia di diventare uno scrittore. La decisione di comporre una storia totale della rivoluzione, cui si applicherà per circa cinquant’anni, da quando ne aveva diciotto (la Ruota rossa, solo parzialmente tradotta in italiano). Le sue vicende sentimentali e i due matrimoni. La nascita dei tre figli maschi quando aveva ormai superato i cinquant’anni. L’epopea «nobeliana». La piena comprensione della malvagità del comunismo. L’individuazione del legame genetico tra la rivoluzione «democratica» del febbraio 1917 e quella bolscevica dell’Ottobre, sicché per S. l’alternativa all’ateismo marxista non può venire dall’umanesimo senza Dio e dall’illuminismo anticristiano e agnostico. La coraggiosa, impopolare e poco compresa denuncia dei mali dell’Occidente (i «liquami» penetrati dall’ovest nelle società vittime del comunismo passando «al di sotto del Muro»), in particolare con il discorso di Harvard (1978). Le polemiche anti-occidentali degli ultimi anni della sua vita e la tristezza, mai però disperata (aveva fiducia in Dio, ma anche in Putin), al cospetto del degrado morale e sociale e della crisi demografica della sua Russia – che riteneva comunque conseguenza del comunismo, cui gli «uomini nuovi» (in realtà ex comunisti della «riserva») non avevano saputo porre rimedio, e non del suo crollo. La coraggiosa difesa dei meriti del caudillo Francisco Franco y Bahamonde (1892-1975) e la visita in Vandea, dove rende omaggio alla memoria degl’insorgenti contro-rivoluzionari con un memorabile discorso anch’esso contro la Rivoluzione, «caos con un perno invisibile», che produce un vortice dotato di una forma interna in cui tutto può essere risucchiato. L’attuazione costante della regola esistenziale, ma anche sociale e politica, di «vivere senza menzogna», con riferimento anzitutto alla Verità maiuscola sull’uomo e sul suo Creatore.

L’«inattualità» – come scrive Dell’Asta nella sua pregevole introduzione che raccomando particolarmente – di S. è evidente anche solo da questo elenco. Appare viepiù evidente alla stregua della sua concezione della vita terrena, prospettata tra lo stupore del pubblico a Londra, nel discorso per la consegna del premio Templeton (1983), come «gradino intermedio sulla salita verso una vita superiore. Non dobbiamo precipitare da questo gradino né dobbiamo rimanere a calpestarlo inutilmente per tutto il tempo che ci è concesso». Un’«inattualità» che, insieme con le dimensioni della sua opera e anche di questa sua biografia, potrebbe tenere lontano da entrambe un pubblico folto. Ma i volonterosi ne trarranno un profondo beneficio, culturale e spirituale, e non solo individuale, bensì pure sociale.

Scriveva qualche tempo fa lo storico Ernesto Galli della Loggia, «[…] in Italia non si legge Solženicyn. La maggior parte delle persone colte che conosco non l’ha mai letto. Sembra incredibile, ma è così. Non esiste una edizione tascabile delle opere di Solženicyn. Se lei oggi cerca Arcipelago Gulag in libreria non lo troverà, a meno di esser straordinariamente fortunato. Il grande autore russo viene considerato da noi uno strano personaggio, del quale non si può dir male perché, poverino, è stato per tanti anni prigioniero in un gulag. In Francia, per prendere il paese dove è accaduto l’esatto opposto di quanto accaduto in Italia, i libri di Solženicyn hanno annichilito i gauchistes». Si può opinare che, poiché anche in Italia, finalmente, i gauchistes sembrano essere stati annichiliti, Solženicyn sarà stato letto più di quanto si pensi. Certamente non può dirsi «persona colta» chi non l’abbia letto. Magari cominciando dalla sua biografia autorizzata. Ed in ogni caso l’«inattualità» non è definitiva.

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