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Giovedì, 12 Dicembre 2019

Cosa sono i laogai

 

Il 9 novembre scorso si doveva ricordare (a proposito chi l'ha ricordata?) la Giornata della Libertà, istituita qualche anno fa dal governo Berlusconi, per ricordare la caduta del Muro di Berlino, proprio il 9 novembre 1989. Alleanza Cattolica insieme alla Provincia di Milano presso lo Spazio Oberdan di Milano, ha inteso ricordare la giornata del XXII anniversario della caduta del muro invitando Harry Wu, autore del libro, “Controrivoluzionario. I miei anni nei gulag cinesi”, ex prigioniero dei campi di rieducazione cinesi, direttore esecutivo della “Laogai Research Foundation”. Insieme al dissidente cinese, chiamato anche il Solzenicyn cinese, sono intervenuti il Vice Presidente e Assessore alla Cultura Novo Umberto Maerna, Marco Respinti, scrittore e giornalista e Tony Brandi, Presidente Laogai Research Foundation Italia. A seguire è stato proiettato il documentario Laogai Research Foundation (USA, 2005). Dopo il convegno è stato abbattuto simbolicamente un “Muro di Berlino” di cartone, nel salone adiacente alla Sala. Certo in questi giorni di crisi economica e di nuovi scenari politici la questione dei diritti umani calpestati in Cina e quindi dell'esistenza di oltre mille campi di concentramento dove si lavora come schiavi, può interessare poco, però a quanto pare,“una delle cause principali della crisi economica italiana è proprio l'atteggiamento tollerante dell'Unione Europea e dei nostri governi che hanno permesso l'invasione di prodotti cinesi in Europa. Tale posizione ha causato delocalizzazione, bancarotta di imprese, indebitamenti dei Governi, cassa integrazione e disoccupazione. Sono i prestatori d'opera, i salariati, le vere vittime dell'espansione economica cinese, in quanto la multinazionale compra a poco in Cina, rivende al decuplo in Italia e licenzia i suoi vecchi dipendenti italiani, troppo costosi”.

Dopo la presentazione di Maerna, ha preso la parola Marco Respinti esordendo: “Oggi è una grande giornata di festa che andrebbe manifestata da tutti i tetti...Una straordinaria giornata che ricorda l'abbattimento del Muro di Berlino, una giornata che va raccontata ai nostri figli...Certo ancora c'è una grande macchia, che non appartiene al passato: purtroppo più di un miliardo e mezzo di persone ancora continuano a patire sotto un regime comunista”.

Tra l'altro proprio questa mattina è trapelata la notizia che il 21 ottobre scorso nella Piazza Tienanmen, un giovane tibetano si è dato fuoco per protestare contro il regime di Pechino.

L'intervento di Harry Wu in inglese è stato tradotto da Respinti. Il Solzenicyn cinese che vive ora negli Usa, ha detto che noi siamo fortunati perché possiamo festeggiare la caduta del Muro di Berlino mentre in Cina ancora si vive nella più spietata dittatura comunista. Harry Wu ha subito ricordato Liu Xiaobo, un dissidente cinese che gli è stato conferito il Premio Nobel per la Pace ma che non ha potuto riceverlo personalmente perchè il regime lo tiene in stato di detenzione.

Harry Wu arrestato è stato rinchiuso in un laogai nel 1960 perchè cattolico e perciò “controrivoluzionario”. Fu rilasciato nel 1979 e riuscì ad emigrare negli Stati Uniti nel 1985. Ha raccontato la sua storia in diversi libri, consiglio vivamente di leggere Controrivoluzionario pubblicato in Italia nel 2008 da San Paolo Edizioni. Io lo sto leggendo in questi giorni, il dissidente cinese racconta dettagliatamente che cosa sono i Laogai, campi di concentramento dove vivono insieme detenuti comuni e moltissimi dissidenti politici. Il libro non ha solo lo scopo di far conoscere alla comunità internazionale i laogai, “ma anche per rendere omaggio ai milioni di persone che nei campi di concentramento cinesi hanno perso la vita e non possono più testimoniare la loro esperienza”. Il sistema è funzionale allo stato totalitario cinese e ha due scopi: a) perpetuare la macchina dell'intimidazione e del terrore, con il lavaggio del cervello per gli oppositori politici; b) fornire un'inesauribile forza lavoro a costo zero.

Naturalmente c'è una forte censura del Governo sui mezzi di comunicazione e una politica del terrore che gran parte della popolazione cinese è completamente all'oscuro della realtà dei laogai. Harry Wu intende almeno rompere il muro del silenzio interno a questa realtà: “Voglio vedere la parola laogai in ogni dizionario di ogni lingua del mondo. Voglio vedere la fine dei laogai”. I Lager nazionalsocialisti li conoscono tutti, i Gulag socialcomunisti dopo la caduta del Muro si cominciano a conoscere, i Laogai sono totalmente sconosciuti, “perché il Partito Comunista Cinese li considera segreto di Stato ed i nostalgici comunisti di tutti i Paesi, occupati ad occultare tenacemente il gulag sovietico, non potevano tollerare l'ulteriore conoscenza della realtà concentrazionaria socialista in veste cinese”.

I Laogai sono stati inaugurati nel 1950 da Mao Zedong, seguendo il modello staliniano dei GU-LAG. L'orario di lavoro arriva fino a 16 ore al giorno. Sicurezza ed igiene non esistono. Il giaciglio è sulla nuda pietra. Il cibo è inadeguato. La fame è la fedele compagna del detenuto. Fortunato chi lavora nei campi perchè può trovare serpenti, rane e tane di ratti con chicchi di soia o grano per sfamarsi. I pestaggi e le torture sono all'ordine del giorno. Frequenti le scariche elettriche e la sospensione per le braccia. Le punizioni nei laogai includono l'isolamento forzato per numerosi giorni, quasi sempre senza cibo, in cellette di circa due-tre metri cubi, in compagnia dei propri escrementi. In questo clima non sorprende che molti detenuti arrivano al suicidio. La caratteristica dei laogai rispetto ai modelli sovietici e nazisti scrive Harry Wu nella postfazione del libro, è il sistematico lavaggio del cervello del detenuto. Questo si attua mediante l'indottrinamento politico quotidiano sulle verità infallibili del comunismo e mediante l'autocritica. Il Laogai è lo strumento prioritario di repressione contro dissidenti, religiosi e credenti di tutte le religioni. Il cardinale Kung Pin Mei, arrestato e trascinato allo stadio per confessare davanti a migliaia di persone il suo crimine di essere cattolico. Il cardinale invece gridò: “Viva Cristo Re, Viva il Papa!” La folla ha ripetuto le sue stesse parole e così il cardinale fu incarcerato per 32 anni nei laogai.

Per concludere, è notorio che in Cina non esiste libertà religiosa, sistematica è la persecuzione contro tutti i credenti; la religione ufficiale è il comunismo. Alla Cina appartiene il triste primato del maggior numero di condanne a morte, in proporzione al numero degli abitanti, legati a queste condanne c'è l'espianto degli organi dei condannati e venduti con alti profitti. Inoltre il collagene per produrre cosmetici viene ricavato dalla pelle dei morti. Sono decine di migliaia gli aborti e le sterilizzazioni forzate per attuare la folle politica di pianificazione delle nascite. In Cina prassi comune è l'abuso della psichiatri, viene venduto ogni prodotto tossico. Manca qualsiasi assistenza e previdenza sanitaria, le epidemie sono diffuse in vasti strati della popolazione; infine la tutela dell'ambiente è inesistente. Per chi desidera ulteriori informazioni si può collegare al sito internet www.laogai.it che è aggiornato quotidianamente.

1.Eugenio Fizzotti

 

Ho appena letto La porta della felicità, di Eugenio Fizzotti, pubblicato da D'Ettoris Editori di Crotone (www.dettoriseditori.it), un libro con un titolo così impegnativo e pretensioso dovrebbe andare a ruba, e magari destinato ad avere un successo di vendite straordinarie. Devo chiedere al mio amico Antonio D'Ettoris di Crotone per avere qualche notizia in merito alla diffusione del volumetto.

Eugenio Fizzotti, già docente ordinario di Psicologia della Religione e di Deontologia Professionale all'Università Salesiana di Roma presenta nel volumetto (di sole 127 pagine) della D'Ettoris editori, una chiara esposizione del medico e psichiatra, filosofo e psicoterapeuta, saggista e conferenziere di fama mondiale, Viktor E. Frankl viennese che ha elaborato la teoria della logoterapia, una teoria che aiuta l’uomo a ritrovare il senso della propria vita.

La teoria di Frankl, viene anche definita la terza scuola viennese, cronologicamente successiva alla psicoanalisi di Sigmund Freud e alla psicologia individuale di Alfred Adler. La logoterapia è stata concepita allo scopo combattere, sul piano terapeutico, il sentimento della mancanza di senso della vita. Il fine della pratica logoterapica è quello di aiutare la persona ad individuare e recuperare il significato della propria esistenza, il senso profondo di ciò che si è e di quello che si fa. Si tratta di un orientamento psicoterapeutico composto da un consistente apparato filosofico le cui radici troviamo nell’esistenzialismo.

Eugenio Fizzotti, sacerdote salesiano nonché traduttore e curatore della maggior parte dei testi di Frankl pubblicati in Italia, sostiene che «attraverso la logoterapia, una concezione della vita in perenne ricerca di significati e di compiti da realizzare nel quotidiano, Frankl non soltanto ha ribaltato le obsolete interpretazioni psicoanalitiche, che vedono all'origine dei disturbi psichici solo repressioni e complessi, ma ha soprattutto individuato gli itinerari da seguire per aiutare l'uomo nel recupero della sua identità e della sua maturità».

Frankl mette in dubbio la furia di interpretare della psicologia riduzionistica, è un grave errore voler leggere ogni comportamento e ogni azione con le categorie interpretative. Lo ha fatto Freud, ma anche Adler. “Dire che le decisioni sono 'nient'altro che' il frutto di una battaglia tra gli impulsi personali e la società, - scrive Fizzotti - oppure frutto di una serie di determinismi socioculturali, oppure frutto di un compromesso tra le richieste ambientali e le proprie aspirazioni, vorrebbe dire ridurre la persona umana a un puro automa, incapace di una riflessione personale e, soprattutto, impossibilitata a prendere una posizione autentica dinanzi alle domande esistenziali, spesso tragiche, perché connesse a situazioni di dolore, di solitudine, di vecchiaia, di malattia incurabile”.

Non si può assolutizzare tutto, come il fatto che una persona sia del Sud, comporta che automaticamente venga etichettata come pigra, parassita, indolente, scansafatica, camorrista, mafiosa, 'ndranghetista'. “Assolutizzare è l'errore più grande che si possa fare – per Fizzotti - E non raramente la psicologia si è fatta prendere dalla smania di generalizzare. Ogni comportamento deriverebbe dal tentativo di soddisfare impulsi repressi o tensioni nascoste. Ogni decisione scaturirebbe dalle condizioni ambientali, dalla cultura, dalle strutture”. Certamente l'ereditarietà, essere figli unici, l'aver avuto una infanzia difficile, sono senza alcun dubbio elementi che intervengono nella formazione della persona, ma non si può certo dire che tutto dipende da essi.

Secondo Frankl, “la motivazione centrale dell'agire umano non è, il raggiungimento del piacere (Freud) e neppure il conseguimento del successo e della supremazia (Adler), quanto piuttosto la ricerca e la possibilità di trovare un significato nella propria esistenza”. Il problema è dare un senso alla vita. Per Frankl, al contrario di Freud per il quale nel momento in cui ti interroghi sul senso, sul valore della vita, ti ammali, l'uomo ha il diritto, oltre che il dovere, di chiedersi il 'perché' della sua esistenza. Per ogni uomo è fondamentale perseguire uno scopo.“Una persona, infatti, che tende sempre verso un ideale e si pone in una dinamica di continuo divenire, risulta essere senz'altro molto più integrata psicologicamente di chi ritiene di aver già raggiunto uno scopo soddisfacente nella vita e non sa più dove andare”.

Nel 3° capitolo il testo di Fizzotti affronta il tema del vuoto esistenziale nella nostra società, un vero tabù, come lo era nei decenni passati la sessualità. Per il mondo di oggi secondo Fizzotti non bisognerebbe interrogarsi sul significato della vita, del lavoro, dell'amore, della sofferenza, della morte. “Va solo affermato che la vita dell'uomo è una candela che si consuma lentamente come un processo di combustione, che egli e dominato da meccanismi di azione e reazione, che è vittima assoluta di processi condizionanti di carattere psicologico, sociologico, biologico. Dire, invece che la vita ha un senso nonostante tutto, che la vita è degna di essere vissuta in qualsiasi condizione, che l'uomo è realmente tale quando anela a un significato autentico da realizzare: questo è tabù”.

Nel 4° capitolo il libro addirittura sostiene che anche la sofferenza ha un valore positivo per l'uomo. Il medico o il terapeuta, non devono occuparsi solo della salute fisica e psichica del malato, ma devono aiutarlo a sopportare con accettazione e comprensione le inevitabili sofferenze, deve essere aiutato a soffrire. Nel mondo scrive Fizzotti “troviamo uomini che vivono nella disperazione interiore nonostante un successo esteriore, proprio perché la loro esistenza è piombata nel vuoto esistenziale, ci sono anche uomini che vivono con pienezza nonostante l'apparente fallimento”. Basta vedere la fine che hanno fatto certi uomini o donne dello spettacolo.

Per essere felici c'è la necessità di un incontro esistenziale, affettivo ed effettivo, con altre persone. Occorre per il professore Fizzotti, uscire dall'anonimato costruendo un'identità forte, grazie alla quale agire con responsabilità e con entusiasmo, senza mezze misure, senza nascondigli, senza maschere sul volto. Così appartenere a un'associazione, significa, conquistare un modo di pensare, un modo di rapportarsi con gli altri, uno stile di vita, un cuore che pulsa per chi soffre. Occorre partecipare attivamente, alla trasformazione del mondo (…) senza stare alla finestra a guardare ciò che altri, magari per interessi privati, decidono sulla pelle degli altri. Partecipare spesso significa fare scelte coraggiose e controcorrente. In queste riflessioni del professore Fizzotti ritrovo molto della mia vita sociale. L'uomo si realizza quando vive per uno scopo, per Frankl, essere uomo significa andare aldilà di se stessi (…) vuol dire essere sempre rivolto verso qualcosa o verso qualcuno...

Nella società odierna dove si cerca la felicità e la propria auto-realizzazione nei successi professionali, crescono cliniche mediche che offrono, sostenute da martellanti messaggi pubblicitari, e seguendo le loro istruzioni, meravigliosi e stilizzati corpi secondo la “moda”imperante. Frankl, inverte questo ordine di valori, i presupposti della felicità non si ottengono mettendo al centro la nostra narcisistica immagine, ma si raggiungono nella misura in cui ci occupiamo degli altri e ci dimentichiamo di noi stessi. In questo momento penso a Madre Teresa di Calcutta, forse la persona che ha sperimentato una grande felicità occupandosi degli ultimi su questa terra. Pertanto, “una personalità sana e ben formata psicologicamente è, per Fizzotti, piuttosto, quella che sa aprire le porte e le finestre della sua coscienza verso la luce e il chiarore del mondo esterno, dirigendosi verso la gente che la circonda e interessandosi di essa”. Bloccare questa apertura naturale verso gli altri, può procurare vere e proprie malattie, disturbi nevrotici, un accumulo di infelicità.

In conclusione si può affermare che chi insegue la felicità con ansia non la raggiungerà mai, più la cerchiamo e più ci sfugge. La felicità è una conseguenza di un modo di vivere, è il risultato, il frutto maturo... che si ottiene quando si vive con un atteggiamento di apertura verso gli altri, dimenticando se stessi.

 

 

1.BenedettoXVI

 

Sono un apologeta”: comincia proprio così Stefano Fontana, Autore del libro L’età del Papa scomodo. Chiesa e politica negli ultimi tre anni (Edizioni Cantagalli, Siena 2011, pp. 253, € 16), che raccoglie tre anni di articoli ed editoriali comparsi a sua firma sul quotidiano on line “l’Occidentale” (dal giugno 2007 all’aprile 2010).

Dallo scorso anno il prof. Fontana dirige uno dei più “scomodi” (in quanto in continua antitesi con il pensiero politicamente corretto imperante, anche in certo mondo cattolico “ufficiale”) settimanali diocesani italiani, “Vita Nuova”, sotto l’abile e sapiente guida dell’Arcivescovo di Trieste Mons. Giampaolo Crepaldi, Presidente della Commissione “Caritas in veritate” del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE) e dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuan” sulla Dottrina Sociale della Chiesa (vedi box affianco).

Non è facile trovare giornalisti che, come Fontana, rigettano esplicitamente, come scrive nella Premessa, quello “standard piuttosto diffuso che vorrebbe il cattolico aperto e consenziente a tutto quello che avviene perché il mondo va comunque amato. Il mondo va amato, ma proprio per questo va anche rimproverato”.

Il volume si articola in cinque capitoli, i cui titoli sono già di per sé eloquenti: Dio è indispensabile, Valori, Dialoghi ed, infine, il quarto e quinto capitol, intitolati rispettivamente Contrasti e Sfide nei quali, con piglio di intelligente polemista, Fontana svolge una critica approfondita a tutti i moderni “messianismi senza Dio e le nuove religioni dell’ecologismo, del pacifismo delle marce, del terzomondismo e della decrescita” che, giustamente afferma, gli “sanno tanto di idolatrie”.

1.La_copertina_del_libro

 

Si tratta, quindi, di temi provenienti dall’attualità recente come il rapimento di padre Giancarlo Bossi nelle Filippine, la questione dei preti pedofili, le sfide lanciate dal Magistero di Benedetto XVI, le persecuzioni dei cristiani nel mondo, gli abbagli dei “cattolici democratici”, le pretese di legittimazione delle coppie di fatto ed, infine, l’emergenza educativa che interpella in modo drammatico il nostro Paese.

Per questi e molti altri si tratta di fatti che hanno segnato e segnano, nel bene o nel male, il carattere del nostro tempo e che, al di là della pubblicazione di qualche veloce articolo o commento (quando va bene) su quotidiani o periodici, sono dimenticati e mai più riproposti. L’operazione di inquadrarli storicamente e valutarne premesse e potenziali effetti, rappresenta invece un’operazione essenziale per meditarli nella loro interezza e porli all’attenzione del pubblico.

Fontana, con ottica di esperto di Dottrina Sociale della Chiesa ed, allo stesso tempo, Mezzo formidabile per sconfiggerle, sostiene alla stregua dell’enciclica Spe salvi, è il recupero della Speranza cristiana, la sola in grado di rispondere agli autentici bisogni dell’uomo e delle società, facendo svanire tutte le alienazioni e gli errori introdotti dalle ideologie tardo-moderne. Quando la Speranza cristiana viene come oggi trasfigurata ed immanentizzata, afferma infatti Fontana, cioè distolta dal Cielo e collocata esclusivamente nella dimensione materiale ed inframondana, si annulla totalmente la capacità positiva e creatrice dell’uomo e, con essa, la ragione illuminata dalla Fede, così permettendo alla tecnica ed alla politica di farsi spietate padrone della società e della vita.

La contestazione della Lectio Magistralis che il Santo Padre avrebbe dovuto fare all’Università la Sapienza di Roma rappresenta uno dei più eclatanti esiti di questo crollo della ragione. Quella ragione “allargata” auspicata dal Papa a Regensburg ed altrove, che però langue ancora non poco nel nostro decadente Occidente. “L’età del Papa scomodo”, da quest’ultimo punto di vista, coglie nel segno additando quello che rappresenta lo snodo centrale della nostra epoca: “il punto, in fondo - sono testuali parole di Fontana -, è uno solo: se Dio debba avere un posto in questo mondo. Perché nel chiamare i laici alla santificazione delle realtà temporali il Magistero della Chiesa, come ha ribadito Benedetto XVI nella lectio divina tenuta il 4 marzo scorso al Seminario Romano Maggiore, non parla a “persone del passato. Dio, il Signore, ha chiamato ognuno di noi, ognuno è chiamato con il nome suo. Dio è così grande che ha tempo per ciascuno di noi, conosce me, conosce ognuno di noi per nome, personalmente. È una chiamata personale per ognuno di noi.

1.La copertina di Vita Nuova

 

II settimanale cattolico "Vita Nuova", fondato dal primo vescovo castrense (l'attuale "Ordinario militare") d'Italia, mons. Angelo Bartolomasi (1869-1959), a capo della diocesi di Trieste dal 1919 al 1923, fu pensato alle origini come organo di stampa diocesano e, come tale, come strumento di studio per la storia religiosa locale. Dal 2010 è stato completamente rinnovato nello stile e nelle rubriche, proponendosi come voce culturalmente qualificata e fedelmente interprete della Tradizione e della Dottrina Sociale della Chiesa. Fra le novità della nuova direzione del prof. Stefano Fontana si possono citare: le pagine dedicate regolarmente ai temi della "Biopolitica", il percorso di approfondimento degli Autori cattolici del Novecento, la rubrica dedicata all'educazione, curata dalla responsabile locale dell'associazione "FarFamiglia", la dott.ssa Margherita Canale Degrassi. La prima pagina di "Vita nuova", con la versione integrale degli editoriali firmati dal direttore Stefano Fontana, è consultabile ogni settimana sul sito  http://www.vitanuovatrieste.it/. La raccolta cartacea quasi completa del settimanale è invece conservata presso la Biblioteca del Seminario Vescovile di Trieste e, per ricevere copie arretrate o abbonarsi si può scrivere alla Redazione (redazione@vitanuovatrieste) oppure telefonare al nr. 040/308272. (GB)

 

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Dopo aver ricevuto una autorevole menzione su "L'Osservatore Romano", con l’articolo pubblicato da Sandro Bulgarelli ("Quando Cavour cercò di «comprare» Roma capitale", 30 agosto 2011, pag. 5) nel quale si fa stato del convegno tenutosi a Gorga, in provincia di Roma, il 12 agosto scorso e del ruolo svolto per la soluzione diplomatica (c.d. missione Pantaleoni-Passaglia) della Questione Romana dal cardinal Santucci, con Giuseppe Brienza, biografo di questo poco conosciuto protagonista della storia italiana del Risorgimento, e coautore del volume degli Atti: “Pio IX e la Questione Romana. Atti del Convegno sul cardinal Vincenzo Santucci (1796-1861)” (a cura di Omar Ebrahime, con un Invito alla lettura di Mons. Luigi Negri, D'Ettoris Editori, 2a edizione aum. e corr., Crotone 2011, pp. 154), dialogheremo sulla recente storiografia del Risorgimento che, dopo 150 anni, sta finalmente evolvendosi nell’apertura anche alle ragioni dei “vinti”.

Il dottor Brienza, è giornalista pubblicista, saggista e corrispondente dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale, diretto da Oscar Sanguinetti, ed ha pubblicato recentemente sul tema un saggio agile e ben documentato: Unità senza identità. Come il Risorgimento ha schiacciato le differenze fra gli Stati italiani (Solfanelli, Chieti 2009)

 

D. Crede che a distanza di 150 anni dal Risorgimento sia finalmente arrivato il momento di un dibattito anche sulle ombre che hanno caratterizzato il processo di unificazione italiana?

R. Certamente, il fatto nuovo è che negli ultimi due anni è uscita nel nostro Paese una rilevante pubblicistica – anche di valore – contro la ricorrente retorica delle celebrazioni che, innanzitutto, ha ricordato come l’unificazione del Regno d’Italia fu subìta da diversi territori manu militari. Oltre alle vittime dell’espansionismo militare del piemontese Regno di Sardegna, penso sia giusto restituire agli italiani anche la memoria dei contadini meridionali “giustiziati” sommariamente per l’entrata in vigore di una iniqua legge marziale. Molti protagonisti del “Risorgimento” aderivano a un progetto interamente ideologico: sostituire la cultura tradizionale e cattolica dei popoli della Penisola con un diverso abito di pensiero, improntato alle filosofie politiche scaturite dalla svolta antropologica del pensiero ateo e illuminista del settecento che scatenò la Rivoluzione in Francia del 1789. Questo spiega anche le leggi sabaude che portarono alla soppressione degli ordini religiosi e delle organizzazioni assistenziali cattoliche (le benemerite Opere Pie). L’effetto più decisivo di tale operazione sarà la riduzione dell’influsso del cattolicesimo sulla cultura e sugli statuti dei popoli e delle comunità, nonché la sua rimozione, emarginazione o inquinamento — soprattutto attraverso la spiritualità “fredda” del giansenismo — nella vita pratica.

 

D. Abbiamo citato il suo saggio evocativamente intitolato “Unità senza identità”, le ripropongo il sottotitolo in forma interrogativa: “Come il Risorgimento ha schiacciato le differenze fra gli Stati italiani”?

R. La cancellazione “d’ufficio” di secolari organismi politico-amministrativi, l’appropriazione delle loro risorse finanziarie, getterà alle ortiche i loro ordinamenti e codici di leggi; esautorerà completamente — tranne forse i quadri militari più elevati — i loro dirigenti; destinerà all’esilio i loro sovrani, ancorché rassegnati e poco pericolosi.

L’estensione a tutta la Penisola di ordinamenti e sistemi giuridici uniformi — quelli sabaudi —, con la conseguente fine delle autonomie territoriali e delle forme di autogoverno, così come l’accentramento totale dell’Amministrazione, che avrà il suo simbolo nella figura del prefetto, saranno percepiti e accolti con grande difficoltà.

Che tutto ciò abbia causato un generale impoverimento, materiale e morale, dell’Italia sarà notato dal grande Fëdor Dostoevskij che, nel suo Diario di uno scrittore, annotò: “[...] per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale»

 

D. Per quanto riguarda invece il suo contributo al volume, da pochi mesi pubblicato dalla D’Ettoris Editori e del quale è stata già data alle stampe la seconda edizione, intitolato “Pio IX e la Questione Romana”, cosa ci può dire a proposito del discusso ruolo politico-diplomatico svolto da questo protagonista che lei ha meritoriamente riscoperto, il cardinal Vincenzo Santucci, durante il processo rivoluzionario che ha condotto all’Unità d’Italia?

R. Prima di tutto andrebbe chiarito che questo ruolo è “discusso” a causa delle infondate accuse rivoltegli di aver fatto parte del partito curiale “liberale” durante il Pontificato di Pio IX. E’ forse per questo che la vicenda biografica di questo tutt’altro che irrilevante testimone della storia della Chiesa e della Nazione italiana dell’800 è intessuta da non poche “singolarità”. Una delle quali è quella del testo del necrologio dedicatogli dall’Osservatore Romano. Il giorno successivo alla morte di Santucci, il 20 agosto 1861, quello che è oggi il "quotidiano ufficioso" della Santa Sede, ne recava infatti una rievocazione piuttosto strana. Si trattava, infatti, di un testo non titolato, anonimo, non firmato e, persino, di difficile individuazione grafica, che terminava molto insolitamente dispensandosi l’articolista dal tessere, cito, «[…] ora un particolare elogio [del Santucci], persuasi che altra penna e più della nostra autorevole si farà interprete colla dovuta ampiezza delle doti che adornavano lillustre defunto, e del vivo desiderio che di sé lascia in tutti e specialmente negli eminentissimi suoi Colleghi». Sono passati più di 150 anni e quella “penna” non si è ancora trovata perché, del cardinale gorgano, non è apparsa finora alcuna biografia. Questo, probabilmente, proprio a causa del delicato ruolo politico-diplomatico da lui svolto durante i tentativi di risoluzione delal “Questione romana” e, in particolare, per le infondate accuse di aver fatto parte del partito curiale “liberale”. Dopo una buona prova data nel servizio alla Segreteria di Stato di Pio IX (1846-1878), l’11 luglio 1850 Santucci è promosso a Segretario della Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, incarico che ricoprì fino al 1853, nell’ambito del quale fu chiamato ad affrontare le controversie che erano sorte tra la S. Sede ed il Regno di Sardegna in conseguenza dell’emanazione, da parte di quest’ultimo Stato, della c.d. “legislazione eversiva dell’asse ecclesiastico”. L’apporto del Presule gorgano alla risoluzione delle relative problematiche fu condotto con una visione in parziale, sebbene ossequiosa, divergenza d’idee con l’allora cardinale Segretario di Stato (dal 1848 al 1876) Giacomo Antonelli. In effetti, come non ha mancato di sottolineare la pubblicistica risorgimentale nelle scarne (seppur uniche) voci biografiche a lui dedicate nei decenni successivi alla “breccia di Porta Pia”, al fine di tentarne in qualche modo una legittimazione presso i cattolici fedeli al Papa, Santucci fu incaricato da Pio IX di presiedere una Commissione di canonisti, la quale «[…] opinò che in compenso di benefici spirituali il Pontefice avrebbe potuto rinunziare al Potere temporale». A questo proposito va detto, però, che le valutazioni storiografiche successive che hanno parlato di un Santucci appartenente al «[…] partito liberale dei cardinali tra la primavera del 1860 e lautunno del 1861», appaiono totalmente prive di fondamento, anche perché del resto fondate in via esclusiva su giudizi apoditticamente veicolati dalla pubblicistica liberal-risorgimentale. La conoscenza, anche se parziale, della sua personalità spirituale e della sua attività politico-diplomatica consegnano alla storia, piuttosto, la figura di un ecclesiastico dotto e dalla profonda vita interiore, che «[…] visse molto lontano dal mondo reale, rimanendo immune dallo spirito del secolo». La mediazione tentata da Santucci fra Cavour e Pio IX appare all’occhio dell’osservatore storico di oggi viziata da una non piccola misura di velleità e ingenuità politica, causata in primo luogo dalla scarsa reale conoscenza delle intenzioni, dalle esperienze pregresse e della personalità di buona parte del “partito sabaudo”. La posizione di Pio IX su tali tentativi di accordo, in effetti, era stata già piuttosto chiara in senso negativo, prima ancora che con la Jamdudum cernimus, con l’allocuzione concistoriale Novos et ante del 28 settembre 1860.

La posizione di Santucci, comunque, mi pare sia stata non di proporre una rinuncia tout court al potere temporale da parte del Papato, bensì di un suo ridimensionamento in termini territoriali, così da favorirne la missione spirituale in Italia.

 

D. In Appendice allo stesso volume, lei ha curato la ripubblicazione, a 150 anni di distanza, di un interessante saggio di un altro protagonista sconosciuto della storiografia risorgimentale, lo storico romano Giuseppe Spada. Cosa ci può dire a proposito delle sue“Osservazioni storiche sulla unità e nazionalità italiana”?

R. Quando Cavour affidò l’incarico di condurre le trattative per la risoluzione della “Questione romana” a Pantaleoni e Passaglia, i quali furono appunto i protagonisti dell’omonima “missione” tra l’ottobre del 1860 e il marzo del 1861, risulta che Pantaleoni presentò a Santucci un’ampia memoria da lui redatta, ispirata alle idee di Cavour tanto da passare alla storia come “Memorandum Cavour”, il quale fu trasmesso dal cardinale «[…] a Pio IX, che certamente lo lesse. Esso infatti è conservato nel suo archivio personale, con la firma autografa del Pantaleoni, che per una svista pose una data sbagliata: 1° dicembre 1861 (invece di 1860). Pio IX con ogni probabilità fece esaminare lo scritto dallAntonelli, poi lo ripose nel suo archivio. Lo studio del medico maceratese è lunico documento scritto (sia pure di parte piemontese) relativo alle trattative Pantaleoni-Passaglia, conservato in Vaticano». Dopo la consegna del Memorandum seguirono, presieduti dal cardinal Antonelli, diversi incontri per la discussione dei suoi termini, il primo con Pantaleoni e Santucci, il 18 gennaio 1861, il secondo il 9 febbraio successivo, con vari cardinali di curia ed, esclusivamente fra Antonelli e Passaglia, in ben sei occasioni, vale a dire a fine gennaio, il 18 e 19 febbraio, il 16 e 25 marzo ed, infine, il 5 aprile dello stesso anno. Essendo il presupposto da cui partiva Cavour la rinunzia pura e semplice al potere temporale del Papato, nel momento in cui a Napoli venivano emanate le “leggi Mancini”, diveniva evidente, almeno alla Segreteria di Stato di Pio IX, che le varie garanzie offerte dagli emissari sabaudi apparivano piuttosto insussistenti e formali al fine di garantire la piena libertà della Chiesa. «Fino a che punto ci si poteva fidare del Cavour? – s’interroga infatti a questo proposito il prof. Martina - Pantaleoni comunque venne presto espulso da Roma, e tutto finì. Moltissimi documenti, editi e inediti, riferiscono daltra parte le impressioni dellAntonelli e di Pio IX davanti alle proposte del Passaglia, le reazioni della Santa Sede, e mostrano che se il segretario di Stato ascoltò con attenzione i suoi interlocutori, per informarsi bene, per diplomazia, per il suo carattere, né lui né Pio IX presero mai sul serio lidea di una rinunzia al potere temporale, e guardarono allemissario del Cavour con invincibile diffidenza. La sfiducia di Pio IX nei confronti del Cavour e del governo sardo in genere, che si era andata aggravando per tutte le misure di laicizzazione attuate nei territori annessi al Piemonte, un insieme di altri motivi […] fecero precipitare le cose. Per Pio IX non ci si poteva fidare di promesse tante e tante volte smentite dai fatti». In effetti, ben prima dell’inizio della “missione Pantaleoni-Passaglia”, non solo nella Curia romana ma anche nell’ambito della migliore intellighenzia suddita pontificia, le idee su Cavour e sulle intenzioni della “Rivoluzione italiana” erano già ben chiare. Basti pensare al caso del romano Giuseppe Spada (1796-1867), che assume in più occasioni incarichi politico-amministrativi durante il Pontificato di Pio IX, la cui intera opera storico-saggistica si può dire sia “consacrata” a documentare e denunciare il carattere anti-religioso e cospirativo del pro­cesso di edificazione dell’Italia unita sotto la Corona dei Savoia. Fra le principali opere dello storico cattolico solo due sono state pubblicate durante la sua vita, con l’implicita approvazione della Santa Sede benché prive naturalmente di “imprimatur”, dato lo stato laicale dell’interessato. Entrambe testimoniano l’atteggiamento anti-risorgimentale della borghesia romana dell’epoca. La prima è Della Banca romana e della presente crisi monetaria in Roma, la seconda s’intitola Osservazioni storiche sulla unità e nazionalità italiana e, poiché pubblicata proprio a Roma in un anno cruciale come il 1860, attesta a mio avviso come l’interruzione repentina delle “trattative” con gli emissari cavouriani non sia stato un fulmine a ciel sereno dettato solo dalle vicende militari, interpretandosi piuttosto l’inizio stesso degli incontri con Passaglia e Pantaleoni come degli “atti dovuti” dettati dalla tradizionale apertura al dialogo della diplomazia vaticana, ma considerati e considerabili fin dall’inizio inevitabilmente destinati a fallire.

D. In sintesi, cosa scriveva in questo pamphlet lo Spada a proposito dell’Unità d’Italia?

R. Che, per le sue caratteristiche culturali, storiche e geografiche, l’Italia non aveva mai avuto né poteva efficacemente avere in futuro «[…] una unità assoluta, una autonomia sua propria, uniforme, distinta e indipendente». “Profetico” no?

Christopher_Dawson

 

Organizzata dalla Fondazione D’Ettoris la presentazione dell’opera storica “ La formazione del Cristianesimo Occidentale” di Christopher Dawson. edita dalla D’Ettoris Editori. A fare gli onori di casa nell’Aula Magna dello storico Liceo classico Pitagora di Crotone è stata la vice Preside dott.ssa Antonella L’Altrelli in rappresentanza della Preside Maria Luigia Giovinazzi. Ospite d’onore dell’evento culturale, l’On.le Mario Caligiuri, Assessore alla Cultura della Regione Calabria, che ha voluto ricordare il bando “Nati per leggere”. «Quando si parla di lettura – ha detto – si deve partire dai bambini in età prescolare, chi conosce più parole ha più idee.» «Questa manifestazione è importante per una totalità di ragioni – ha ribadito l’assessore. La prima è che questo libro è stato pubblicato da una casa editrice calabrese, una casa editrice particolare, una casa editrice di nicchia che pubblica libri che sono estremamente significativi e che vengono sistematicamente ignorati da quella che è una cultura imperante, da quella che è un’omologazione culturale. Altra ragione – ha continuato Caligiuri – è che questa è una straordinaria operazione di recupero culturale e, infine, l’ultima ragione è che noi parliamo proprio di cultura occidentale.» Concludendo, l’On.le Caligiuri ha fatto una dichiarazione importante molto gradita dal pubblico: «l’assessorato alla cultura da me presieduto, darà i contributi a chi veramente lavora e a chi merita». E aggiungeva ancora che «le opere dalla D’Ettoris Editori sono ricercatissime». Non poteva mancare all’evento Giovanni Cantoni, direttore della collana che, come per le altre volte, è stato il relatore in questa occasione. Giovanni Cantoni, direttore della rivista Cristianità e reggente nazionale di Alleanza Cattolica, è riuscito, come sempre, a farsi così ben ascoltare tant’è che la sua vena di relatore, dalle battute spiritose, ha strappato agli astanti più di qualche applauso e qualche risata, nonostante il tema fosse di indubbia serietà. Un Cantoni, grande comunicatore, difensore del cristianesimo, di una identità europea cristiana che punta il dito su chi scrive una storia diversa, insomma un crociato. «Perché ho suggerito questo autore? Perché non sono anglofono – ha affermato Cantoni. Che cosa mi ha colpito? Qual è la ragione per cui lo consiglio? Qual è il senso della pubblicazione? Invitare a leggere un autore che può permetterci di riequilibrare tutti quegli elementi di squilibrio che fanno parte della cultura del nostro mondo.» «Noi siamo usciti da un mondo in cui le interpretazioni di tipo marxistico hanno inquadrato i problemi globalmente dove ci sono delle cause, cause che sono casuali e ogni storia raccontata casualmente è una povera storia – ha detto il reggente di AC. Cantoni ha ricordato che quando si parla di storia si è abituati a parlare di storia politica cioè di storia delle istituzioni, come se il mondo fosse solo storia delle istituzioni. Mentre Giovanni Paolo II diceva: “Cultura è un insieme di tutte le risposte che un gruppo umano dà a tutti i problemi da cosa pensa di Dio a come si veste”. Dawson – ha concluso Cantoni – è proprio un cultore di storia della cultura.»

Il relatore non ha tediato affatto la platea, anzi ha appassionato tutti facendosi seguire sino alla fine. Successo, quindi di critica e di pubblico. Ma quello che ci ha colpito di questo evento culturale, è che per la presentazione di quest’opera sono convenute oltre 200 persone; l’Aula Magna del Liceo e i corridoi gremiti di gente, tutti con l’orecchio attento. Particolare attenzione è stata rivolta ai numerosi sindaci e assessori alla cultura dei paesi della Provincia. Sono venuti finanche da fuori Provincia, ai quali la Fondazione D’Ettoris ha consegnato attestati di benemerenza per aver contribuito con grande sensibilità politica, culturale e sociale a far conoscere il patrimonio storico e culturale del proprio paese. La dott.ssa Mariagrazia D’Ettoris responsabile della Biblioteca Piergiorgio Frassati, si è onorata di consegnare gli attestati di benemerenza, al sindaco di Umbriatico Rosario Pasquale Arenante, al sindaco di Strongoli Luigi Arrighi, rappresentato dal presidente del consiglio comunale Salvatore V. Greco, al sindaco di San Giovanni in Fiore Antonio Barile, al sindaco di Cirò Mario Caruso, all’assessore alla cultura di Mesoraca Pasquale Covelli, al sindaco di Petilia Policastro Dionigi Fera, all’ ex assessore alla cultura di San Giovanni in Fiore Giovanni Iaquinta, al vice sindaco di Petilia Policastro Francesco Ierardi, al sindaco di Cutro Salvatore Migale rappresentato dall’assessore alla cultura Antonio Lorenzano. Alla manifestazione ha voluto essere presente anche l’assessore alla cultura del comune di Castelsilano..

A tutte queste autorità è stato rivolto un vivo grazie per la incisiva collaborazione a beneficio delle giovanissime generazioni. Un grande evento culturale, dunque, al quale la Presidenza della Provincia di Crotone ha inteso essere presente con l’assessore alla cultura Giovanni Lentini. Lentini, nel salutare tutti gli ospiti, si è soffermato sul fatto che Crotone ha bisogno di eventi culturali, ed è per questo che la Provincia di Crotone sta ripristinando il famoso “Premio Crotone”, un premio letterario che negli anni passati ha fatto storia, proiettandosi sulla ribalta nazionale e dando lustro alla città. Antonio D’Ettoris, Presidente della Fondazione, ha concluso l’incontro ringraziando innanzi tutto l’On.le Caligiuri per la sua adesione e per l’intervento di elevata fattura culturale sulla letteratura Dawsoniana, Giovanni Cantoni per aver agibilmente e maestralmente accompagnato tutti, tramite alcune importanti riflessioni storiche verso il storico di Dawson.

Giovanni Lentini per aver anch’egli emozionato la platea, recitando alcune parti salienti dell’opera di Christopher Dawson e per la disponibilità dell’intera amministrazione provinciale da lui rappresentata. Un caloroso ringraziamento nuovamente ai sindaci e agli assessori alla cultura dei paesi del comprensorio, alle autorità del comune di San Giovanni in Fiore che hanno collaborato con la Fondazione, auspicando che anche tutti gli altri paesi della Calabria possano aprire le loro porte alla Fondazione D’Ettoris, affinché nel bagaglio del sapere delle nuove generazioni ci sia la conoscenza dei beni culturali e delle tradizioni della propria terra. Il Presidente Antonio D’Ettoris concludeva questo grande evento culturale, ringraziando tutta la stampa e i fotoreporter, nonché quei fotografi privati dilettanti come Gaetano Salviati che seguono ogni evento storico della città di Crotone e, naturalmente, ha accolto tutti i partecipanti in un figurativo caloroso abbraccio. Noi del Il Corriere del sud abbiamo notato l’assenza totale del sindaco, degli assessori, e dell’intero consiglio comunale di Crotone, nonostante, affermano gli organizzatori, siano stati invitati più volte. Ogni commento è superfluo.

Giuseppe D’Ettoris

 

Il Libro

 

Christopher Dawson

La formazione della Cristianità Occidentale

A cura di Paolo Mazzeranghi

pp. 352 €. 22,90

 

 

The Formation of Christendom (1967) raccoglie la prima parte delle lezioni tenute da Christopher Dawson nel periodo in cui occupa la cattedra di Studi Cattolici Romani alla Divinity School della Harvard University (1958-1962) ed è la sua ultima opera pubblicata in vita. Il cuore del saggio, dedicato alla formazione, all’apogeo e ai primi segni di dissoluzione della Civiltà cristiana romano-germanica – che sviluppa e completa The Making of Europe: An Introduction to the History of European Unity (1932) e Religion and the Rise of Western Culture (1950), già apparsi in traduzione italiana – è preceduto da due ampie parti che, assieme alla precedente, consentono al lettore una panoramica sufficientemente completa e approfondita del pensiero dello storico britannico. La prima è dedicata alle idee di Dawson in tema di sociologia della cultura e delle civiltà, sviluppate a partire dagli anni 1920 in confronto critico con quelle espresse da Arnold Toynbee e da Oswald Spengler, ma che si propongono lo scopo più ampio di illustrare la dinamica attraverso cui le culture, qualunque sia il loro livello di sviluppo, si influenzano e si fecondano. La seconda è dedicata all’illustrazione della teologia della storia prima ebraica e poi cristiana, interesse che l’autore, da sempre appassionato studioso del De Civitate Dei di sant’Agostino, rinnova negli anni dei totalitarismi vittoriosi e dilaganti e della secolarizzazione delle democrazie, gli uni e le altre portatori di proprie visioni – vere e proprie antiteologie – della storia.

 

L’Autore 

 

Henry Christopher Dawson (1889-1970), dopo gli studi a Oxford e la conversione al cattolicesimo nel 1914, intraprende una difficile carriera di storico indipendente dal mondo accademico britannico, a cui si accosta solo saltuariamente e per incarichi limitati. Storia delle civiltà, storia delle religioni, storia dell’educazione occidentale sono i suoi principali campi d’interesse, ed è noto principalmente come studioso della cultura medioevale, anche se negli anni dell’affermazione dei regimi totalitari e del secondo conflitto mondiale pubblica saggi e tiene conversazioni radiofoniche di carattere maggiormente politico. Le opere che nascono a seguito delle Conferenze Gifford, fra le più celebri del Regno Unito, tenute nel 1946-1947 presso l’università di Edimburgo, fra le più celebri del Regno Unito, ne amplificano la fama, e, nel 1958, è chiamato a occupare la prima cattedra di Studi Cattolici Romani creata alla Harvard University, negli Stati Uniti d’America.

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