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Giovedì, 21 Febbraio 2019

Luigi_calabrese 1

Ho appena inviato l'articolo a tutti i siti dove collaboro, che apprendo dai tg televisivi che oggi è previsto il primo ciak del film “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana, proprio sulla strage nella Banca dell'Agricoltura del 12 dicembre 1969 a Milano. E' tutto pronto, le auto d'epoca davanti alla banca, le autoambulanze, le moto e naturalmente gli interpreti, il commissario Calabresi è interpretato da Valerio Mastandrea. Giuro che non l'ho fatto apposta a scrivere il pezzo, soltanto una fortunata coincidenza. Il film riaprirà ferite mai rimarginate? Io penso di sì.

Il 17 maggio scorso ricorreva il trentanovesimo anniversario della barbara uccisione del commissario Luigi Calabresi a Milano. Il 13 dicembre 2009 dopo l'attentato al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Milano, avevo evocato la figura del commissario Calabresi e mi ero proposto di ricordarlo in occasione dell'anniversario della sua morte, lo faccio ora. Di Luigi Calabresi me ne ha parlato per la prima volta mio fratello che in quegli anni (1968-72) ha visto e sentito tutto quello che accadeva politicamente a Milano. Soprattutto ha seguito la campagna di odio di cui è stato oggetto Calabresi. Sono i cosiddetti anni di piombo, quando il movimento studentesco milanese di Capanna e Co, metteva a ferro e fuoco la città, tempi che per Giampaolo Pansa potrebbero ritornare dopo l'elezione a sindaco di Milano di Giuliano Pisapia.

Per presentare questo eroe e soldato cristiano utilizzo il documentato libro di Giordano Brunettin, Luigi Calabresi. Un profilo per la storia. Pubblicato da Scuola d'Arte “Beato Angelico” di Milano Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis, Milano – Roma 2008).

“Luigi Calabresi ha vissuto in pieno le 'assurdità' cristiane- scrive monsignor Angelo Comastri nella prefazione – non si è preoccupato del potere ma del dovere, non si è preoccupato della carriera ma della fedeltà alla coscienza, non ha cercato onori ma ha cercato di far onore alla verità e all'onestà. Per questo è stato ucciso; e, dopo l'uccisione, è stato più volte crocifisso da una campagna di menzogne che, finalmente, ora si stanno sciogliendo come la nebbia al sole”.

Luigi Calabresi, è stato ucciso in Via Cherubini, sotto casa sua, al mattino del 17 maggio 1972 a Milano, con due colpi di pistola alle spalle da un commando di Lotta Continua, movimento extraparlamentare comunista. “Una cosa è certa – aveva predetto – se qualcuno vorrà ammazzarmi mi colpirà alle spalle, perché non avrà il coraggio di guardarmi negli occhi”. Prima di essere ucciso il commissario è stato oggetto di una lunga campagna di aggressione e di odio da tutto il movimentismo di sinistra italiano, complice quasi tutto il mondo politico, eccetto quello di destra. Il libro parla di una vera e propria persecuzione mediatica che lo crocifisse per due anni. Due momenti da ricordare, i due articoli apparsi sul giornale Lotta Continua, il primo nel maggio 1970, dove praticamente si preannuncia l'omicidio di Luigi Calabresi che è indicato come futuro “imputato e vittima” di un processo e di una “esecuzione” da parte della giustizia del proletariato, dove si afferma che “l'eliminazione di un poliziotto è un momento e una tappa fondamentale dell'assalto del proletariato contro lo Stato assassino”. Il secondo articolo è stato pubblicato il giorno dopo l'assassinio di Calabresi e si ricollega al primo, già nel titolo: “Ucciso Calabresi, il maggiore responsabile dell'assassinio Pinelli”, inoltre si afferma che si è trattato di un “omicidio politico” nel quale “gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia”: in pratica, l'assassinio di Calabresi, viene presentato come atto della cosiddetta “giustizia proletaria”.

Nel frattempo vi sono state vignette offensive, volgarità, telefonate e lettere minatorie alla famiglia del commissario, manifesti diffamatori e minacciosi affissi a Milano, con scritte presso l'abitazione di Luigi Calabresi e a Roma presso l'abitazione dei suoi genitori, cortei nei quali si gridava che Calabresi è un assassino e che la sua vita sarà breve, in pratica le minacce scritte sul giornale “Lotta Continua”. A completare l'opera di linciaggio politico morale e psicologico, un documento pubblicato sul settimanale “L'Espresso” il 13 giugno 1971, firmato da ben 800 persone, gente che appartengono al “mondo della cultura”,(filosofi, scienziati, scrittori, poeti, politici, storici, critici, musicisti, giornalisti, personaggi dello spettacolo, del cinema ed altri) nel quale Luigi Calabresi viene condannato senza appello, definito “commissario torturatore” e “responsabile della fine di Pinelli”. Pinelli, un anarchico, sospettato di essere coinvolto nella strage alla Banca dell'Agricoltura in piazza Fontana a Milano, durante un interrogatorio cade dalla finestra della questura e muore, secondo Lotta Continua, il colpevole di questa morte è il commissario.

Luigi Calabresi reagisce da buon cristiano all'alluvione di ingiurie e minacce. Confida nel trionfo finale della verità, trova conforto nella fede, si conforma all'esortazione di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro di me, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9, 23).

Qualcuno gli suggerisce il trasferimento in qualche altra città, ma lui risponde, che l'attacco è rivolto allo Stato non a me, quindi, “lo Stato non può fuggire. Non voglio che domani a qualcuno dei miei figli possano dire: tuo padre è fuggito”. Mario Càristo, paragona la vicenda Calabresi a quella di don Andrea Santoro, il sacerdote ucciso in Turchia, “entrambi rigorosi e pacifici testimoni di Cristo in ambienti fortemente ostili e aggressivi, entrambi colpiti alle spalle dall'odio cui essi contrapponevano la civiltà dell'amore”. Sia per don Santoro che per Calabresi era difficile stare in quegli ambienti, ma bisognava stare era il Vangelo che l'imponeva.

Giovanni Paolo II in occasione del XXX anniversario del sacrificio di Calabrese, lo definisce, “generoso servitore dello Stato, fedele testimone del Vangelo, costante nella dedizione al proprio dovere pur fra gravi difficoltà e incomprensioni, esempio nell'anteporre sempre all'interesse privato il bene comune”.

Il cardinale Fiorenzo Angelini definisce Calabresi una figura esemplare di servitore dello Stato, di marito e di padre, di credente convinto e credibile, e per chi non lo ha conosciuto, egli è un personaggio che è doveroso scoprire nella sua straordinaria levatura morale e spirituale. Il libro di Brunettin, ha un particolare merito per il cardinale, “presentare il Commissario Calabresi quale modello ideale anche per le giovani generazioni, che oggi, travolte da un vortice di informazioni approssimative che si riversano in tempo reale sugli schermi informatici, sono costrette, loro malgrado, ad ignorare il passato, sia pur recente, nel quale possono scoprire le radici di valori autentici degni di essere abbracciati e vissuti fino all'eroismo”. E in una stagione di emergenza educativa come la nostra, mi sembra un invito da prendere in considerazione.

E un altro cardinale, Andrea Cordero L. di Montezemolo, dopo averlo indicato come esempio eroico del compimento del dovere e come testimone del Vangelo, si augura che il profilo fatto in questo libro, “venga letto da sempre più vaste cerchie di giovani, specie se essi sono a servizio della Legge e dello Stato, a dimostrazione dei perfetti fondamenti dell'educazione civile e delle ragioni indefettibili della speranza cristiana in qualunque situazione storica”. Anche se bisogna obiettare che probabilmente un lavoro del genere meritava essere pubblicato da case editrici più conosciute e presenti nel grande mercato dell'editoria.

luigi calabresi 3 la stampa

 

Qualche anno fa monsignor Giovanni D'Ascenzi sollecitava di valutare tutti i documenti e verificare se siamo di fronte ad un credente che ha vissuto la fede e l'amore del prossimo in maniera eroica e quindi si augurava che l'autorità ecclesiastica avviasse un processo canonico, perché sia riconosciuta l'eroicità delle virtù del commissario di Polizia Luigi Calabresi.

Il professore Giuseppe Maria ha scritto che Calabresi ha “vissuto la vita nella imitazione di Cristo (...)il mondo, anche oggi, ha bisogno più di santi che di eroi. E Calabresi, uomo del nostro tempo, ha vissuto come sacrificio la sua vita, che è appunto l'eroismo della santità”.

Chiudo ma bisogna ritornare sulla straordinaria figura del commissario Calabresi, per riflettere sulla sua vita professionale, l'apostolato, la sua spiritualità ignaziana, la vita matrimoniale, come ha affrontato le insidie del mondo.

 

Ritratto di bambino in veste di Garibaldi, Giuseppe Parrini

 

L’Italia è un Paese dallo straordinario patrimonio artistico e culturale. Si tratta di un tesoro dall’inestimabile valore che abbiamo avuto il privilegio di ricevere in eredità dai nostri antenati nel corso dei secoli. Questa fortuna risulta ancora maggiore potendone godere gratuitamente per nove giorni, dal 9 al 17 aprile prossimi. E’ quello che succede durante la Settimana della Cultura, giunta alla XIII edizione, che ogni anno apre gratuitamente le porte di musei, aree archeologiche, archivi e biblioteche statali, per una grande festa diffusa su tutto il territorio nazionale.

In tutta Italia, oltre 2.500 appuntamenti tra mostre, convegni, aperture straordinarie, laboratori didattici, visite guidate e concerti renderanno ancora più speciale l’esperienza di tutti i visitatori italiani e stranieri.

Inoltre grazie al progetto “Benvenuti al Museo” che vede la collaborazione con il Centro per i servizi educativi del museo e del territorio del MiBAC circa 750 studenti di istituti tecnici e professionali per il turismo, licei linguistici e istituti alberghieri saranno coinvolti presso alcuni dei principali musei statali italiani per attività di  accoglienza al Museo per i visitatori italiani e stranieri, distribuzione di materiali informativi, assistenza alle attività educative.

“L’Italia – afferma il Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Giancarlo Galan - è il frutto della millenaria stratificazione delle numerose civiltà che si sono sviluppate sul suo territorio. Ognuna con i suoi caratteri originali, ognuna con le sue peculiarità ha contribuito a plasmarne il paesaggio, a edificarne i centri abitati, a organizzarne gli insediamenti rurali. Tutte hanno avuto un ruolo determinante nel forgiare il nostro essere italiani, arricchendo al contempo il nostro patrimonio artistico con opere e strutture civili e religiose. La settimana della cultura è un’ottima occasione per tutti i cittadini di riappropriarsi di questo patrimonio, visitando musei, siti archeologici e monumenti e riscoprendo, nel centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, il senso profondo della propria appartenenza alla comunità nazionale”.

 

Per quello che é tra i più importanti appuntamenti del Ministero – dichiara il Direttore Generale per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale, Mario Resca - abbiamo predisposto un ricchissimo calendario di incontri e manifestazioni che impreziosiranno la visita nei luoghi della cultura. Invito tutti a visitare il nostro sito per scegliere le proposte più allettanti e trascorrere i nove giorni più fortunati dell’anno”.

2.Lami_e_giano_Accame

Lami e Giano Accame

Il 23 gennaio scorso è morto improvvisamente a Roma Gian Franco Lami (1946-2011), docente di Filosofia Politica all’Università "La Sapienza" nel Dipartimento di Studi Politici, nonché protagonista della Destra culturale anticonformista, poco amante del clientelismo e del pensiero unico predominante nella gran parte delle università italiane.

Mi lega al prof. Lami la riconoscenza per la generosità ed il coraggio intellettuale che dimostrò accettando di farmi da relatore alla tesi di dottorato di ricerca che, alla “Sapienza”, nessuno (compresi certi docenti “cattolici”) voleva farmi fare. Grazie a lui l’ho invece potuta presentare (anche se non ne condivideva i presupposti teoretico-culturali) e, quindi, discutere con successo nel 2008. Verteva sul dibattito contemporaneo sul fondamento naturale dei diritti umani. Pur essendo Lami un giuspositivista, sebbene tutto particolare, contrario comunque alla mia proposta di una "rifondazione", in chiave giusnaturalistica, della teoria dei diritti umani, che avesse luogo sulla base di un "aggiornamento" della dottrina classica del diritto naturale, nel suo giudizio di ammissione ha voluto comunque riconoscerne la «prospettiva universale, incentrata sulla persona umana e sulla conoscenza di una verità che coniuga giustizia con natura».

Del resto, come scrisse sulla rivista di mons. Antonio Livi in uno dei migliori suoi contributi che a mio avviso dedicò al tema, i diritti umani non sono sorti nel 1948 con la Dichiarazione universale dell’Onu, e si può dire anzi non abbiano affatto una  “data di nascita”, facendo parte piuttosto «[…] del “patrimonio genetico” dell’umanità, quindi si rivelano nelle attribuzioni del cittadino di tutte le epoche, tenendo conto, com’è ovvio, delle differenti caratteristiche (politico-)giuridiche di ogni tempo» [Gian Franco Lami, “Senso comune” e “buon senso” nell’esperienza giuridica, in Sensus communis, vol. 1, n. 4, Roma ottobre-dicembre 2000, (pp. 513-527) p. 518].

Condividevamo anche l’opinione negativa relativa alla loro costituzionalizzazione otto-novecentesca. I diritti umani, infatti, una volta “positivizzati” nelle carte e costituzioni occidentali hanno visto progressivamente alterarsi il loro significato originario, una volta venuta meno nell’età contemporanea la «[…] tenuta coesiva di uno jus gentium di forza divina e naturale, che ancora non aveva subito l’affronto delle codificazioni nazionali, né l’imbarbarimento dei costituzionalismi» (Ibidem.).

A Lami dobbiamo la riscoperta e divulgazione, nell’asfittico e conformistico mondo universitario italiano, di autori come Adriano Tilgher, Augusto Del Noce (di cui era stato allievo e biografo), A. Ermanno Cammarata ed Eric Voegelin. Professore visitatore alla Pontificia Università Urbaniana e Segretario dell'Associazione Nazionale di Cultura nel Giornalismo, era anche dal 1994 collaboratore della Fondazione Julius Evola. Oltre ad animarne gli annuali convegni, Gian Franco ha dedicato al pensatore tradizionalista neo-pagano saggi di una efficace, anche se non del tutto condivisibile, modernità interpretativa, come ad esempio nel suo ultimo studio, Tra utopia e utopismo, del 2008. Mi fa’ piacere, però, che il suo ultimo intervento sia stato quello alla Giornata di  studi su Augusto Del Noce in occasione del centenario: “Modernità, Secolarizzazione, Risorgimento”, tenutasi il 3 dicembre 2010 alla Facoltà di Scienze Politiche della “Sapienza”.

Fra i più interessanti libri di Lami c’è da ricordare a mio avviso Socrate Platone Aristotele (2005), nel quale si presenta il pensiero socratico come ancora oggi valido per «offrire all’uomo l’opportunità di pensarsi capace di vita comune con i suoi simili e quindi in grado di costruire una polis virtuosa e ordinata» (Simone Paliaga, Scomparso lo studioso Gian Franco Lami, esperto delle opere di Evola e Del Noce, in Libero, 25.1.2011). Un legame con Socrate lo vedo anche in riferimento al suo “commiato” se, il 4 luglio 2010, festeggiando il suo compleanno, enunciò una frase
sibillina ma profetica a posteriori: «ho detto tutto quello che dovevo dire, ora posso anche morire» (devo a Claudio Ciani, che era presente, quest’ultima testimonianza).

Solzenicyn su un treno a Vladivostok nell'estate del 1954

 

Ljudmila Saraskina – docente universitaria in Russia, Danimarca, Polonia e USA, nota studiosa di letteratura, specializzata in particolare su Dostoevskij (1821-1881), di cui è considerata una dei massimi esperti mondiali – ha lavorato per otto anni alla biografia di Aleksandr Isaevič Solženicyn (1918-2008, d’ora in avanti S.). Ha potuto consultare i materiali del suo archivio privato, utilizzare documenti originali, ha letto l’intera sua opera, ha visitato i suoi luoghi, recandosi anche nel Vermont dove il premio Nobel del 1970 ha vissuto dal 1976 al 1994, lo ha più e più volte intervistato e interpellato. Ne è risultata una monumentale biografia, pubblicata in Russia nel 2008, prima che S. morisse, tanto che, nonostante si approssimasse ai novant’anni e alla fine del suo tempo, l’ha letta integralmente e approvata (forse l’ultima sua gigantesca impresa). Una biografia autorizzata dunque – premiata in Russia, tra l’altro, quale «Libro dell’anno» –, che dalla fine del 2010 è a disposizione del lettore italiano grazie alla sua pubblicazione, curata dal grande slavista Adriano Dell’Asta per l’Editrice San Paolo (pp. 1448, €. 84,00), in una pregevole traduzione a più mani.

Nelle quasi millecinquecento pagine – compresa un’utilissima cronologia finale e senza apparato critico, se non nella bibliografia finale, per non appesantire la già ragguardevole mole dell’opera –, che, com’è stato scritto, «si leggono come un romanzo», non solo è narrata la vita di S., dei suoi avi prossimi e remoti e della sua famiglia, ma è presente il senso stesso della sua esistenza e della sua opera. Riassunto in esergo, per la parte più rilevante, nell’intentio dichiarata dallo stesso scrittore: «Vorrei essere la memoria. La memoria di un popolo che ha patito una grande sciagura».

Ne emerge una personalità che in qualche modo trascende quella del semplice – si fa per dire, attesa la mole quantitativa, ma soprattutto qualitativa, della sua produzione – scrittore o storico, spasmodicamente tesa com’è al compimento di una missione, che da un certo momento in avanti è intenzionalmente vissuta ed adempiuta davanti a Dio e in obbedienza al Suo mandato, sub specie aeternitatis. «Cominciò il periodo di confino e al suo inizio il cancro. Nell’autunno del 1953 sembrava assai probabile ch’io avessi solo pochi mesi di vita. In dicembre i medici […] confermarono che non mi rimanevano più di tre settimane.

«Tutto quanto avevo memorizzato nei lager minacciava spegnersi con la mia testa.

«[…] Durante quelle ultime settimane promesse dai medici […], di sera e durante le notti rese insonni dal dolore mi urgeva la necessità di scrivere: con scrittura minutissima riempivo i fogli, ne arrotolavo diversi insieme e li infilavo in una bottiglia di spumante vuota. Sotterrai la bottiglia nel mio orto e a capodanno del 1954 partii per Taškent per morirvi.

«Tuttavia non morii (dato il trascuratissimo tumore acutamente maligno, questo fu un miracolo di Dio, e solo come tale lo interpretai. L’intera vita che mi è stata restituita da allora non mi appartiene più nel senso completo della parola, vi è stato immesso uno scopo)». In quei giorni aveva già riscoperto la fede dell’infanzia, cui l’avevano educato i nonni. Era accaduto in circostanze drammatiche, quelle che fanno emergere  l’unum necessarium: la prigionia, dal 1945 al 1953, e il cancro – che, avendoli sperimentati entrambi, costituirà per lui la migliore metafora della natura del comunismo – di cui viene operato all’inizio del 1952 (quello del 1953 ne è una metastasi). La sua rinnovata conversione cristiana – «E ora, con recuperata misura/ Attinta l’acqua della vita,/ Dio dell’Universo! Io credo di nuovo!/ Anche quando ti rinnegavo Tu eri con me…» – diventa allora la cifra stessa della sua vita e della sua opera, condotta con instancabile zelo, senza risparmio di energie, con ritmi di lavoro spaventosi, quasi ossessionato dal timore di perdere quel tempo di cui non è padrone (e non solo, come tutti, perché creatura, ma anche perché creatura resa schiava da un potere perverso), e assistito da una memoria prodigiosa. Talento questo che gli consente nel GULag di ovviare alla condizione di «scrittore clandestino» componendo e tenendo a memoria migliaia di versi e i suoi primi racconti.

S., dunque, si sente chiamato a conservare e trasmettere la memoria. Una precisa vocazione che diventa missione: salvare la memoria della tragedia del comunismo, della sua realizzazione tipica, il GULag – l’universo concentrazionario, che è il regime duro di una negazione della libertà e dell’umana dignità che nel resto del territorio è praticata con regime ordinario, secondo Alain Besançon –, e delle sue vittime anonime, i milioni d’«invisibili», e così combatterlo narrandolo. Ma non come un qualunque annalista: il suo è racconto che offre un’alternativa, perché rivela un senso. Il senso della vita dell’uomo, che in ogni momento, ricorda, è chiamato a scegliere tra il bene ed il male, la vera trama della storia, con ricadute tanto spesso inavvertite quanto sempre alla fine epocali. S. sa che il confine tra il bene e il male è una linea che attraversa comunque il cuore di ognuno e non esclusivamente le circostanze sociali. Vede bene che l’uomo è il vero protagonista della storia: la sua libertà morale è condizionata sì, ma non determinata dall’ambiente, fossero anche estreme le sue circostanze, quindi ognuno porta sempre su di sé la responsabilità delle sue azioni, verso sé stesso, il suo prossimo «prossimo», l’intera umanità, in ultima analisi verso Dio. Ma non fa difetto allo scrittore la comprensione per la debolezza umana alla luce della misericordia divina, ancorché – o forse proprio perchè – sia con sé stesso severo fino all’intransigenza.

Riassumere, o anche darne soltanto conto, tutti gli spunti e le storie che l’opera ci offre è impossibile, e forse sarebbe anche sbagliato provarci. Mi limito ad elencarne alcuni, affidandoli alla buona volontà del lettore, insieme con tutti gli altri che essa contiene.

Il destino di persecuzione che si manifesta fin dall’anno di nascita, quel 1918 in cui si mette in moto la macchina del terrore rosso che macinerà milioni di vite e destini, e nella sorte di molti suoi familiari. Il suo ingenuo marxismo-leninismo, umanitario e anti-staliniano, degli anni della gioventù. L’abile eroismo dell’ufficiale di artiglieria che gli meriterà in guerra tre decorazioni (cui se ne aggiunge una nel 1958, dopo la riabilitazione) e una promozione sul campo. Le circostanze del suo arresto. Il rigore morale con il quale si giudicherà, fino a ritenere meritati sia il lager che il cancro, ma certo non nel senso inteso dai suoi aguzzini. Il suo proposito fin dall’infanzia di diventare uno scrittore. La decisione di comporre una storia totale della rivoluzione, cui si applicherà per circa cinquant’anni, da quando ne aveva diciotto (la Ruota rossa, solo parzialmente tradotta in italiano). Le sue vicende sentimentali e i due matrimoni. La nascita dei tre figli maschi quando aveva ormai superato i cinquant’anni. L’epopea «nobeliana». La piena comprensione della malvagità del comunismo. L’individuazione del legame genetico tra la rivoluzione «democratica» del febbraio 1917 e quella bolscevica dell’Ottobre, sicché per S. l’alternativa all’ateismo marxista non può venire dall’umanesimo senza Dio e dall’illuminismo anticristiano e agnostico. La coraggiosa, impopolare e poco compresa denuncia dei mali dell’Occidente (i «liquami» penetrati dall’ovest nelle società vittime del comunismo passando «al di sotto del Muro»), in particolare con il discorso di Harvard (1978). Le polemiche anti-occidentali degli ultimi anni della sua vita e la tristezza, mai però disperata (aveva fiducia in Dio, ma anche in Putin), al cospetto del degrado morale e sociale e della crisi demografica della sua Russia – che riteneva comunque conseguenza del comunismo, cui gli «uomini nuovi» (in realtà ex comunisti della «riserva») non avevano saputo porre rimedio, e non del suo crollo. La coraggiosa difesa dei meriti del caudillo Francisco Franco y Bahamonde (1892-1975) e la visita in Vandea, dove rende omaggio alla memoria degl’insorgenti contro-rivoluzionari con un memorabile discorso anch’esso contro la Rivoluzione, «caos con un perno invisibile», che produce un vortice dotato di una forma interna in cui tutto può essere risucchiato. L’attuazione costante della regola esistenziale, ma anche sociale e politica, di «vivere senza menzogna», con riferimento anzitutto alla Verità maiuscola sull’uomo e sul suo Creatore.

L’«inattualità» – come scrive Dell’Asta nella sua pregevole introduzione che raccomando particolarmente – di S. è evidente anche solo da questo elenco. Appare viepiù evidente alla stregua della sua concezione della vita terrena, prospettata tra lo stupore del pubblico a Londra, nel discorso per la consegna del premio Templeton (1983), come «gradino intermedio sulla salita verso una vita superiore. Non dobbiamo precipitare da questo gradino né dobbiamo rimanere a calpestarlo inutilmente per tutto il tempo che ci è concesso». Un’«inattualità» che, insieme con le dimensioni della sua opera e anche di questa sua biografia, potrebbe tenere lontano da entrambe un pubblico folto. Ma i volonterosi ne trarranno un profondo beneficio, culturale e spirituale, e non solo individuale, bensì pure sociale.

Scriveva qualche tempo fa lo storico Ernesto Galli della Loggia, «[…] in Italia non si legge Solženicyn. La maggior parte delle persone colte che conosco non l’ha mai letto. Sembra incredibile, ma è così. Non esiste una edizione tascabile delle opere di Solženicyn. Se lei oggi cerca Arcipelago Gulag in libreria non lo troverà, a meno di esser straordinariamente fortunato. Il grande autore russo viene considerato da noi uno strano personaggio, del quale non si può dir male perché, poverino, è stato per tanti anni prigioniero in un gulag. In Francia, per prendere il paese dove è accaduto l’esatto opposto di quanto accaduto in Italia, i libri di Solženicyn hanno annichilito i gauchistes». Si può opinare che, poiché anche in Italia, finalmente, i gauchistes sembrano essere stati annichiliti, Solženicyn sarà stato letto più di quanto si pensi. Certamente non può dirsi «persona colta» chi non l’abbia letto. Magari cominciando dalla sua biografia autorizzata. Ed in ogni caso l’«inattualità» non è definitiva.

Papa Leone XIII

Papa Leone XIII

Il tema delle teorie del complotto interessa da sempre Umberto Eco, e si ritrova già nel suo romanzo del 1988 Il pendolo di Foucault (Bompiani, Milano). I complottisti del Pendolo di Foucault sono però personaggi storicamente marginali, per quanto pericolosi a se stessi e agli altri. I complotti di quel romanzo iniziano e finiscono nel circolo chiuso della subcultura esoterica, e la loro influenza sulla società e sulla storia è irrilevante. Non così per il nuovo romanzo di Eco Il cimitero di Praga (Bompiani, Milano 2010), che mette insieme quattro complotti – veri o presunti – che hanno avuto una reale influenza sulla storia d’Europa, cucendoli insieme attraverso un unico personaggio, di fantasia, presentato come il protagonista centrale di tutti.

Padre Augustin Barruel S.J.(1741-1820), dapprima gesuita, poi sacerdote secolare dalla soppressione della Compagnia di Gesù del 1773 al 1815, quindi di nuovo gesuita dopo la restaurazione del suo ordine è alle origini delle teorie che attribuiscono a un complotto massonico la Rivoluzione francese. Come ho cercato di mostrare nel mio libro Il simbolo ritrovato (Piemme, Milano 2010) le monumentali Memorie per servire alla storia del giacobinismo di Barruel contengono diversi errori storici, insieme però a osservazioni acute che dimostrano come l’autore non fosse poi quello sciocco che tanta letteratura successiva, e ora anche Eco, ci presentano. Barruel parla di un complotto massonico, non di un complotto ebraico. Un certo capitano Simonini, di cui s’ignorano i dettagli biografici, gli scrive chiedendogli conto di questa omissione, e la lettera figura in diverse edizioni dell’opera di Barruel. Eco immagina che questo Simonini abbia un nipote, Simone, il quale eredita dal nonno l’odio per gli ebrei, e percorre una lunghissima carriera di agente provocatore, falsario e sicario al servizio sia del suo lucro personale sia dei governi piemontese, francese, tedesco e russo.

Simonini – che ha strabilianti capacità di falsificatore di documenti e nessuno scrupolo morale – sarebbe il protagonista sconosciuto di quattro episodi che appartengono alla storia reale, anche se è naturalmente poco verosimile che ci sia sempre stata dietro una stessa persona. Neppure l’Agente 007 nei suoi giorni di gloria sarebbe riuscito a trovarsi sempre dietro le quinte degli snodi cruciali della storia del suo secolo. Il primo affare sporco di cui Simonini si occupa nel romanzo è la soppressione del poeta Ippolito Nievo (1831-1861). Vice-cassiere di Giuseppe Garibaldi (1807-1882) nell’impresa dei Mille, Nievo ha conservato tutta una serie di carte compromettenti che svelano come le camicie rosse siano riuscite a sconfiggere il ben più numeroso esercito borbonico non grazie a un superiore valore militare ma a una trama di complicità massoniche e di tradimenti di generali delle Due Sicilie, finanziati dall’oro britannico e dai servizi piemontesi. Nievo è eliminato da una bomba fatta confezionare da Simonini, che cola a picco in alto mare la nave che sta portando il poeta dalla Sicilia a Genova. Qui Eco inserisce astutamente un tocco che collega il suo romanzo alle controversie sulle celebrazioni del 2011. Ma è vero che sulla scomparsa di Nievo non è mai stata fatta piena luce.

Leo Taxil

Leo Taxil

«Ceduto» dai servizi piemontesi a quelli francesi, Simonini continua a commettere omicidi e a fare arrestare cospiratori cui si mescola, ma per avidità, per obbedire ai suoi padroni e per dare sfogo al suo odio anti-ebraico è coinvolto in altri tre complotti di grande rilievo. Per incarico sia dei servizi francesi, sia dei Gesuiti, sia della stessa massoneria che ha tutto da guadagnare dalla diffusione di un anti-massonismo condito da rivelazioni fasulle e grottesche, Simonini organizza la falsa conversione al cattolicesimo dell’ex massone e polemista anticlericale Léo Taxil (1854-1907) e la sua prodigiosa produzione di documenti falsi. Questi svelano come la massoneria sia diretta da un ordine segreto di satanisti, la cui gran sacerdotessa Diana Vaughan si converte poi al cattolicesimo. La vicenda va dalla pseudo-conversione di Taxil del 1885 all’auto-smascheramento del 1897 quando, rivelatasi ormai insostenibile l’impostura, confessa che si è trattato di un gigantesco inganno. Eco racconta la vicenda di Taxil in modo sostanzialmente fedele, seguendo ampiamente il mio Indagine sul satanismo del 1994, che contiene un’ampia ricognizione dei documenti editi e inediti sul caso, mentre credo non abbia consultato il mio successivo I satanisti, dove avrebbe trovato la risposta ad alcune domande che nel 1994 lasciavo in sospeso. Eco trasforma in certezze quelle che nel mio libro avanzo come ipotesi – che Diana Vaughan non fosse una pura invenzione di Taxil, ma una squilibrata americana di cui l’impostore si era servito; e che Taxil avesse utilizzato anche materiale che in parte proveniva dal sacerdote scomunicato Joseph-Antoine Boullan (1824-1893) –: ma, dopo tutto, si tratta di un romanzo. Più discutibile è attribuire a Boullan una Messa nera che Eco trae piuttosto letteralmente dal romanzo Là-bas di Joris-Karl Huysmans (1848-1907), perché i satanisti di cui quest’ultimo romanziere parla male in Là-bas non sono seguaci ma nemici di Boullan, il quale praticava sì riti a sfondo sessuale ma con la pretesa di combattere, non di servire il Diavolo.

L’appetito viene mangiando, e Simonini è incaricato dai servizi francesi di preparare i falsi essenziali che servono a condannare per spionaggio il capitano ebreo dell’esercito francese Alfred Dreyfus (1859-1935) – che sarà poi riabilitato, dopo un affaire che ha un ruolo cruciale nella storia sia dell’antisemitismo sia del confronto fra cattolici e laicisti in Francia – e da quelli russi di confezionare il falso poi chiamato Protocolli dei savi anziani di Sion, presunta prova di un complotto ebraico per conquistare il mondo la cui fonte è correttamente identificata da Eco in un testo anti-bonapartista dell’avvocato Maurice Joly (1829-1879), alterato trasformando le accuse alla famiglia Bonaparte in accuse agli ebrei. Quanto all’altra fonte dei Protocolli, il romanzo Biarritz dell’anti-semita tedesco Hermann Goedsche (1815-1878), Eco ne spiega i rapporti con Joly ipotizzando che l’onnipresente Simonini, facendo il triplo gioco fra servizi francesi, tedeschi e russi, avesse consegnato una prima bozza del suo testo a Goedsche. Anche questa storia della genesi dei Protocolli non è nuova, ed Eco la riprende da una serie di autori che vanno da Norman Cohn (1915-2007), che non è peraltro la sua fonte unica, ai più recenti e documentati Pierre-André Taguieff e Cesare G. De Michelis.

Nonostante qualche errore di dettaglio o licenza poetica – per esempio, la datazione della vicenda Boullan è alterata perché Simonini lo incontri al momento giusto – la storia dei quattro complotti che s’intrecciano nel Cimitero di Praga è ricostruita in modo sostanzialmente esatto. È pero il tono generale del romanzo di Eco che lascia perplessi. Eco, naturalmente, non è Simonini: e Simonini – assassino e ladro, eppure untuoso e bigotto – è così antipatico che nessun lettore rischia d’identificarsi con lui o di farsi convincere dalla sua propaganda antisemita, così palesemente esagerata da sortire semmai l’effetto contrario. Il problema è un altro. Traspare nel romanzo l’idea, che Eco e tutto un ambiente di cui è il campione hanno esposto anche altrove, di una superiorità antropologica del mondo laicista, progressista, illuminato rispetto ai cattolici reazionari e retrivi che si oppongono alla Ragione e al Progresso,di cui il disgustoso Simonini è presentato come il prototipo. Forse, insinua Eco in pagine di un gusto un po’ malsano e torbido, i cattolici ostili alle magnifiche sorti e progressive del secolarismo soffrono di disturbi patologici a sfondo sessuale – Simonini finisce in cura perfino da un dottore di cui storpia il nome in «Froïde» ma che è ovviamente Sigmund Freud (1856-1939) – o sono stati molestati da qualche prete da piccoli, com’è avvenuto appunto al suo protagonista.

Sulle critiche alla massoneria, il romanzo fa di ogni erba un fascio: Papa Leone XIII (1810-1903) e la sua enciclica del 1884 sulla massoneria Humanum genus sono presentati come in qualche modo parte dello stesso anti-massonismo malsano e ridicolo inventato da Taxil. Ma fra i libri dell’impostore francese, dove il diavolo appare nelle logge massoniche in forma di coccodrillo, e la magistrale critica del relativismo filosofico massonico nella Humanum genus corre la stessa differenza che c’è fra la caricatura e la realtà. Né si può obiettare che Leone XIII ricevette e benedisse Taxil, che gli era stato presentato come un buon cattolico: la falsa conversione e le rivelazioni di Taxil sono successive al 1884, data dell’enciclica Humanum genus che all’impostore francese certamente non deve nulla.

Il mondo del Cimitero di Praga è un mondo in bianco e nero, dove i cattolici del secolo XIX – se non sono tutti ingenui nello stesso modo, ed Eco dà atto che alcuni di loro scoprono prima di altri l’inganno di Taxil – sono però sempre chiusi in un orizzonte auto-referenziale, ossessionati dal sesso e dall’antisemitismo e anche, a dirla tutta, un po’ imbecilli. Eco lascia intendere che se non c’è nessun grande complotto universale, ci sono però nella storia continuamente tanti piccoli complotti. La tesi è condivisibile. Ma tra questi complotti dimentica d’indicare – forse perché, in qualche modo, ne fa parte – quello che attraverso un martellamento mediatico di cui la cultura popolare e i romanzi sono parte integrante mira a presentare i cattolici che si oppongono, ieri come oggi, al secolarismo e alla «dittatura del relativismo» laicista come una razza culturalmente inferiore di bigotti e di stolti.

 

 

 

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