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Domenica, 26 Gennaio 2020

1.un'immagine del film

Un'immagine del film

 

Sette anni fa, Clint Eastwood aveva interpretato e diretto Million Dollar Baby, un film militante, checché se ne dica, a favore del suicidio assistito e dell’eutanasia.  Con J. Edgar, uscito agli inizi di gennaio in Italia, Eastwood, pur lontano mille miglia dalla partigianeria di un Oliver Stone e dalla faziosità di un Michael Moore, sembra aver messo nuovamente il proprio talento registico al servizio dell’ideologia in cui lui stesso dice di riconoscersi: il «socialismo libertarian», in base al quale l’uomo dovrebbe essere totalmente libero di organizzare la propria vita secondo i propri desideri senza essere sottoposto a vincoli morali, religiosi o sociali.
Per raccontare la storia di John Edgar Hoover (1895-1972), battagliero presidente del FBI dal 1924 fino all’anno della sua morte, Eastwood ha scelto una sceneggiatura di Dustin Lance Black, scrittore e attivista gay, già vincitore nel 2009 di un premio Oscar per lo script del film sull’omosessuale militante di San Francisco Harvey Milk (1930-1978).
Naturalmente l’Hoover che ne esce fuori è una sorta di psicopatico megalomane, ossessionato dai comunisti e «rovinato» da una madre autoritaria e religiosa all’eccesso (l’inglese Judy Dench) che, nel nostro immaginario cinematografico,  si sovrappone alla madre di Anthony Perkins in Psycho quasi istintivamente.     
Intendiamoci, Leonardo di Caprio, nei panni di Hoover, regala una performance che lo pone in pole position per l’Oscar; tuttavia, il film si rivela un po’ disonesto per la leggerezza con cui sposa la tesi di un Hoover omosessuale represso e incline al travestitismo. Tesi, questa, confutata da vari biografi e storici quali Stanley Cobden, Athan Theoharis – che, pure, per i metodi investigativi di Hoover non nutre alcuna simpatia – e Claire Bond Potter, che ha studiato la fabbricazione del gossip da parte di chi intendeva, all’epoca, indebolire l’autorevolezza del funzionario conservatore.
Vista la slealtà con cui si è deciso di descrivere gli aspetti intimi della personalità di Hoover, c’è quasi da essere contenti che il film non sia un capolavoro e che negli Stati Uniti gli incassi siano stati inferiori alle aspettative: non pare sia degno di un prodotto hollywoodiano, ad esempio, il make-up usato per invecchiare lui e Armie Ammer, l’attore che interpreta Clyde Tolson (1900-1975), nella realtà Associate Director del FBI e braccio destro di Hoover e nel film, inoltre, suo amante quantomeno platonico (in quella che vorrebbe essere una scena madre, si assiste nel film a un risibile bacio insanguinato e a una successiva soffocata confessione d’affetto).
Il vero punto debole del film, tuttavia, è proprio la sceneggiatura: volendo costringere quasi cinquant’anni di vita pubblica in 137 minuti, vola troppo veloce – per di più procedendo su diversi piani temporali – su eventi che allo spettatore non americano dicono (forse colpevolmente) ben poco: il film si apre con l’attentato compiuto nel giugno del 1919 dagli anarchici ai danni del procuratore generale Mitchell Palmer (chi?) che avrebbe acceso la fiamma dell’anticomunismo nel cuore di un giovanissimo Hoover; continua con l’arresto e l’espulsione dell’anarchica Emma Goldman; si sofferma più a lungo, invece, sul rapimento del figlio dell’aviatore Charles Lindbergh, per le cui indagini risultò decisiva la piega scientifica da Hoover incoraggiata fortemente e sconosciuta, fino allora, agli agenti del Bureau.
Fatto stato del successo d’immagine dovuto all’arresto di famosi gangster negli anni Trenta, la sceneggiatura fa un salto di trent’anni, accennando alle attività per «incastrare» il radicale Martin Luther King e ai rapporti non semplici con i fratelli Kennedy e con il presidente Nixon.
A sorpresa, ne esce illeso Joe McCarthy, promotore di quelle indagini senatoriali che portarono agli inizi degli anni Cinquanta all’individuazione di spie comuniste operanti in Dipartimenti di Stato, talvolta ai più alti livelli e, per questo, bestia nera del radicalismo-chic di mezzo mondo: in un momento del film in cui lo spettatore non è ormai per nulla propenso a sposarne i punti di vista, di Caprio-Hoover dà di McCarthy un giudizio sbrigativo e sprezzante.
J. Edgar, in definitiva, è un film recitato molto bene, ma alquanto pretenzioso.
Non è stata la prima volta che il cinema si è occupato di J. Edgar Hoover e, visto il ruolo chiave giocato sul piano della sicurezza interna degli Stati Uniti nel corso di otto presidenze, c’è da scommettere che non sarà l’ultima. Chissà quando i tempi saranno di nuovo maturi perché si descriva con maggiore benevolenza un uomo certamente spigoloso e determinato – talora estremo – con una visione «d’altri tempi» sul modo di combattere la criminalità e la corruzione: era convinto che l’America sarebbe uscita vittoriosa nella lotta contro i suoi nemici interni ed esterni solo rafforzando i valori della religione, della famiglia e il senso del dovere civico.

Gregory_of_Nyssa

 

Una delle pagine più famose del Vangelo è quella dedicata alle Beatitudini. Molti scrittori antichi l’hanno commentata e, fra questi, un vescovo e teologo d’eccezione come Gregorio di Nissa (335-395), venerato come santo sia nella Chiesa cattolica sia nella Comunione Anglicana. Il padre cappadoce pronunziò un intero ciclo di Omelie su queste parole di Gesù, testo recentemente ritradotto a cura di una giovane ricercatrice dell'Università Cattolica di Milano, Chiara Somenzi (cfr. GREGORIO DI NISSA, Omelie sulle Beatitudini, con testo greco a fronte, Paoline, Milano 2011), che le ha studiate a fondo anche per un articolo pubblicato sull’ultimo fascicolo della rivista, ben nota agli “addetti ai lavori”, Adamantius (cfr. Le Beatitudini come itinerario di preparazione al battesimo: lo sfondo esegetico-liturgico delle Omelie sulle Beatitudini di Gregorio di Nissa, n. 17 del 2011). Per saperne di più ne parliamo con don Roberto Spataro, professore di Letteratura cristiana antica greca all’Università Pontificia Salesiana.
Professor Spataro, anzitutto chi era Gregorio di Nissa?
Era un vescovo, vissuto nel IV secolo, in una regione allora profondamente cristiana, oggi, purtroppo, quasi del tutto islamizzata, la Cappadocia, nel territorio dell’attuale Turchia. Era un uomo molto dotto e dotato di una vita spirituale intensissima al punto da essere stato definito “il più mistico dei Padri della Chiesa”.
“Padri della Chiesa”, che cosa si intende con questa espressione?
Ci si riferisce a coloro che, proprio come padri, hanno contribuito a generare la fede della chiesa nei primi secoli, dopo la predicazione e la testimonianza degli Apostoli. Le grandi verità della nostra fede, come l’unità e Trinità di Dio, o il Mistero dell’Incarnazione, sono state formulate dai Padri della Chiesa che, scrutando la Sacra Scrittura con amore e dedizione, hanno messo a servizio della riflessione cristiana le loro eccellenti doti di cultura. Inoltre, spesso erano dei santi che con l’esempio della loro vita hanno autenticato il loro insegnamento, come ad esempio il noto Agostino  d’Ippona.
Sono esistite anche “Madri della Chiesa”?
Certamente! Anche se il loro ruolo è stato più discreto, quasi silenzioso, dietro le quinte, perché hanno lasciato pochi scritti. Una di queste figure femminili eccezionali nella storia della Chiesa antica, cui spetta proprio il titolo di “Madre della Chiesa” è proprio la sorella di Gregorio di Nissa. Si chiamava Macrina. Dagli scritti del fratello Gregorio e dell’altro fratello maggiore, che fu Basilio vescovo di Cesarea [detto anche Basilio Magno, "il Grande" (329-379)], apprendiamo che tutti furono spiritualmente educati dalla sorella, una donna che aveva creato un’istituzione monastica ove si pregava e si studiava anche Platone, un centro di cultura e di spiritualità che ebbe un notevole influsso in quella regione.
Basilio era fratello di Gregorio di Nissa. C’è un rapporto con i monaci e i monasteri basiliani che esistono nella nostra regione?
Indubbiamente! Basilio è stato un po’ il san Benedetto dell’Oriente, ha fondato dei monasteri e ha assegnati ai monaci una regola da seguire. Questi monaci, chiamati perciò basiliani, sono venuti anche in Calabria perché un tempo questa bella regione del Sud dell’Italia era parte dell’Impero bizantino, la patria civile di Basilio. Venendo hanno portato con sé la regola del loro fondatore, Basilio, detto il Grande perché fu un uomo straordinario. Persino l’Imperatore lo temeva. Inoltre, è stato un “santo sociale”. Ai suoi tempi, c’era una crisi economica spaventosa, ben peggiore della nostra e non c’era il Welfare State. Basilio si è dato da fare e ha fondato ospedali per i malati e mense per i poveri.
Gregorio di Nissa aveva il suo stesso temperamento?
No, Gregorio di Nissa non era un uomo di azione. Era più uno studioso ed un uomo di preghiera. Ha scritto molti libri, composto tante epistole.
Dunque, tra queste opere, c’era anche un ciclo di Omelie sulle Beatitudini.
Sì, come tutti i Padri della Chiesa, Gregorio era anzitutto un commentatore della Bibbia. Ha scritto per esempio delle pagine stupende per spiegare le pagine della Creazione e ha messo così in risalto la dignità dell’uomo, l’unica creatura plasmata da Dio a sua immagine e somiglianza. Vale ancora la pena leggere il suo Commento al Padre Nostro. Il suo Commento al Cantico dei Cantici, attraverso diverse mediazioni, ha ispirato i grandi mistici della tradizione occidentale, come San Giovanni della Croce.
Perché ha dedicato un intero ciclo di Omelie proprio alle otto Beatitudini del Vangelo?
Sta qui, credo, la novità dello studio di Chiara Somenzi. Attraverso una serie di confronti tra alcuni passi di queste Omelie del Nisseno e passi di altri antichi scrittori cristiani, ha dimostrato in modo convincente che Gregorio, in quanto Vescovo, era responsabile della preparazione al battesimo dei candidati adulti, numerosissimi al suo tempo. Per spiegare loro in che cosa consistesse la vita morale di un cristiano ha commentato le Beatitudini che sono un po’ la magna carta di Gesù, il suo discorso programmatico.
Come mai si registra questo interesse degli studiosi per Gregorio di Nissa?
In generale, occorre dire che in Italia e all’estero sono sempre più numerose le istituzioni accademiche e gli studiosi che si occupano del Cristianesimo antico. Credo che sia un segnale positivo che mostra come tra ragione e fede, proprio come ripete il Santo Padre, c’è amicizia e sintonia. Gli antichi autori cristiani sono testimoni di questa amicizia tra ragione e fede. Sono stati grandi teologi, ma anche eccellenti filosofi. Gregorio di Nissa, per esempio, era imbevuto del pensiero di Plotino e gode oggi di un rinnovato interesse perché è stato un discepolo, in senso ideale, di Origene, un altro grandissimo teologo, vissuto prima di lui. Origene è stato riscoperto a partire da circa 60 anni da teologi del calibro di de Lubac, Daniélou, von Balthasar, tutta gente che ha preparato il Concilio Vaticano II.
Il recente saggio di Somenzi apporta altre novità alla conoscenza che già si aveva delle Omelie sulle Beatitudini di Gregorio di Nissa?
Un’altra significativa osservazione è che, pur trattandosi di otto omelie separate, sono legate da un filo conduttore, o meglio da un’immagine unificante: la scala. Le beatitudini sono presentate, in altre parole, come i gradini di una scala che conduce dalla terra al Cielo. Chi vive secondo questo stile, si avvicina sempre più a Dio. Del resto il tema dell’ascensione mistica è molto caro a tutti i neoplatonici e Gregorio di Nissa che è un neoplatonico cristiano sviluppa questo tema anche in altre opere, come la Vita di Mosé.
Otto omelie per otto beatitudini. Qual è quella più bella?
Domanda difficile! Personalmente, trovo la sesta omelia molto suggestiva. Gregorio di Nissa commenta le parole di Gesù “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” e spiega che potranno vedere Dio, come in uno specchio, coloro che purificano la loro anima dai peccati. In fondo, non è proprio così? Quando avviciniamo una persona buona, bella dentro, sentiamo che è vicina a Dio, che lo conosce e lo “vede” proprio grazie alla sua bontà. Un’anima virtuosa accoglie la presenza di Dio in sé. Gesù stesso lo ha promesso, dicendo “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Questa omelia ci suggerisce di compiere un viaggio interiore, nella nostra anima: se purificata dai peccati, se infiammata di amore per Dio, allora troverà Dio in se stessa. In questo senso, Gregorio spiega la beatitudine “beati i puri di cuore perché vedranno Dio”.
Tra pochi  giorni i cristiani di tutto il mondo riempiranno le Chiese per celebrare il Natale. Quale beatitudine si addice a questa grande festa?
Direi: “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio”. Il Figlio di Dio in persona è venuto nella storia degli uomini, per portare pace tra Cielo e terra. Coloro che lo seguono, come quei catecumeni che ascoltavano le spiegazioni del loro vescovo Gregorio di Nissa, diventano anch’essi operatori di pace nei loro ambienti di vita. Ed il mondo, le famiglie, le comunità civili, i popoli hanno sempre e tanto bisogno non della “pace” in astratto, ma di persone che si sacrifichino per costruire la pace, in mezzo ai contrasti e ai conflitti.

gedda allo stadio olimpico

 

Parte Prima

Sabato scorso ho trascorso buona parte del pomeriggio ad ascoltare delle interessanti relazioni in un convegno su “Luigi Gedda e i Comitati Civici”, organizzato dall’amico professore Giuseppe Manzoni animatore del Centro Studi Europa 2000 in collaborazione con l’Aespi (Associazione Europea e Professionalità Insegnante), in C.so Buenos Aires a Milano. Sono intervenuti Luciano Garibaldi, Marco Invernizzi e il prof. Giulio Alfano, che ha presentato il suo pamphlet ,“Luigi Gedda. Protagonista di un secolo”, Solfanelli editore. Se oggi i cristiani, i cattolici cercano figure a cui  ispirarsi per una nuova evangelizzazione, per una politica al servizio del bene comune, certamente non potranno non studiare, non fare riferimento alla grande figura di Luigi Gedda.  Nato in località Alberini in provincia di Venezia il 23 ottobre 1902 da Giacomo, ispettore di dogana, e Marianna Calderoni, battezzato coi nomi di Luigi, Antonio, Giovanni e Maria, morto il 26 settembre 2000, alla veneranda età di 98 anni, dopo una lunga esistenza dedicata alla scienza e alla fede; il suo nome ai più giovani probabilmente non ricorda nulla, ma egli ha segnato un epoca, non solo come uomo di fede e scienziato, ma anche e soprattutto come colui che più incisivamente ha caratterizzato il modo di organizzarsi, di formarsi e di essere presente dei cattolici in Italia.
La sua lunga vita fu intensa e piena di attività, come si può verificare nel sito internet dell’associazione da lui fondata, societàoperaia.org.” Come i grandi testimoni della fede del passato, sono convinto che anche Luigi Gedda ormai risplende della luce di Dio i cui diritti, di fronte al mondo ed alla coscienza degli uomini, ha ininterrottamente esaltato e difeso con impareggiabile vigore. Il suo è un modello di coerenza apostolica capace di accompagnare il cammino delle nuove generazioni di laici che, con animo appassionato ed assiduo, in un tempo di emergenza come il nostro, continueranno ad innalzare sul mondo il vessillo dell'unica vittoria che conta, quella della fede: " Haec est victoria, quae vincit mundum, fides nostra”(Rocco Leuzzi in www.societàoperaia.org)
Quale è stato il segreto di questa vita instancabile vissuta al servizio del Papa, della Chiesa, dell’Italia e poi della scienza? La sua profonda spiritualità: una vita interiore che è stata la sorgente e l’approdo di tutte le sue iniziative. Allo storico contemporaneo, ai tanti giornalisti che si sono interessati a lui, probabilmente questo sfugge, per cui esso risulta l’aspetto meno noto della sua personalità; e invece ne è quello dominante. E costituisce la chiave di lettura fondamentale per capire appieno i suoi comportamenti, in ogni momento della sua movimentata esistenza, nell’ora della solitudine e della mortificazione.
Se l’Azione Cattolica ha avuto nel xx°secolo l’importanza e la visibilità che la storia le ha riconosciuto e se essa ha espresso le figure che hanno determinato lo sviluppo culturale morale e civile non solo del mondo cattolico ma dell’Italia, lo si deve all’impegno, alla sagacia e alla cultura religiosa e civile di Luigi Gedda.
La morte della giovane madre, fu un episodio fondamentale per la evoluzione religiosa del piccolo Luigi, la sua mamma, prima di morire gli disse: ”non piangere, se così vuole Gesù, perché non lo voglio anch’io? Tu fai sempre il tuo dovere e non dispiacere mai Gesù”. Fu il testamento spirituale di una donna assai pia, madre esemplare, che forgiò l’animo di Luigi verso una fede fortissima ma concreta, mai illusoria o mitica.
Ben presto Gedda prese confidenza coi gruppi giovanili cattolici, assai numerosi ma molto divisi tra di loro e in quel momento capì che l’organizzazione e le opere sono il nervo di ogni presenza, soprattutto in quegli anni a cavallo della prima guerra mondiale. Divenne un appassionato lettore di libri d’avventura e organizzando i suoi compagni nella tribù degli UTE che nel 1917 cambiò fisionomia e diventò Circolo di Gioventù Cattolica del quale divenne presidente, il primo di una lunga serie di incarichi e negli anni successivi costituì la “Casa del giovane” dove i soci lavoravano di notte per scavare e portare mattoni. Nel 1918 il padre, trasferì l’intera famiglia a Milano e Luigi completò gli studi al prestigioso Liceo “Berchet”.
Qui prese la decisone di prendere l’eucarestia quotidiana prima di andare a scuola, abitudine che mantenne per tutta la vita. Tramite don Rossi entrò in contatto con mons. Francesco Olgiati, maestro dei propagandisti che la domenica partivano dalla città verso le zone più periferiche della vasta diocesi ambrosiana, per fondare circoli della Gioventù Cattolica. In questo periodo, Luigi era solito fermarsi a vedere i padiglioni dell’Ospedale Maggiore e decise così di iscriversi alla facoltà di medicina, che frequentò prima a Pavia, poi a Milano e infine a Torino dove si laureò brillantemente l’11 luglio 1927 con una tesi in storia della medicina ottenendo il premio “Vita Levi” per la migliore tesi e nel dicembre dello stesso anno superò l’esame di stato presso l’università di Milano.
In quel periodo P. Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica, fu colpito da un libro di quel giovane e preparatissimo medico intitolato “Gioventù Pura”, commissionandogli la stesura di un volume intitolato “Lo Sport”, analizzando l’educazione fisica secondo un approccio medico, psicologico e sociale. P. Gemelli lo volle nel sodalizio dei “Missionari della Regalità”. Poi padre Gemelli lo segnalò a S. Santità Pio XI che, colpito dal talento di quel giovane studioso, lo chiamò il 16 aprile 1934 alla Presidenza della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, lo esortò a trasferirsi a Roma ed egli obbedì interrompendo una fulgida carriera accademica che avrebbe poi ripreso solo nel 1952 assumendo la titolarità della prima cattedra italiana di Genetica Medica detta cattedra “convenzionata”.
Gli anni ’30 segnarono l’evoluzione del laicato cattolico; il S. Padre comprese la natura delle sfide etiche e morali, nonché la necessità che i giovani cattolici si formassero seriamente, con solida dottrina di fronte al dilagare delle ideologie pagane e totalitarie. In quegli anni Luigi fonda scuole di formazione a carattere peripatetico, spostandosi ogni domenica nei luoghi ove un santo poteva insegnare qualcosa ai giovani sulla via dell’apostolato cristiano, collaborando con il prof. Paolo Roasenda, poi frate cappuccino, noto negli anni ’50 e ’60 come Padre Mariano, primo divulgatore religioso della TV.
Vale la pena continuare alla prossima.

democristiana manifesto 18 aprile 1948

 

Parte seconda

Continuo a raccontare, la vita eccezionale del professore Luigi Gedda. Ricordo che sto utilizzando la relazione di Giulio Alfano tenuta a Milano il 28 febbraio scorso nel corso del convegno organizzato dall’Aespi e dal Centro Studi Europa 2000. Il professore Alfano è autore del libro, “Luigi Gedda. Protagonista di un secolo” (Solfanelli 2011, pagine 136, euro 11). Tra la fine degli anni ’30 e l’inizio dei ’40, in coincidenza con lo scoppio della seconda guerra mondiale l’attività di Gedda è assai intensa, partecipa alla fondazione dei primi corsi dell’allora Istituto “Maria SS. Assunta”, oggi LUMSA, chiamato dalla Madre Prof.ssa Luigia Tincani (1889/1976), oggi Serva di Dio, insegnandovi Igiene proprio negli anni in cui il regime fascista imponeva la teoria della razza, contro la quale egli realizza la scheda “biotipologica” per dimostrare non l’esistenza di “razze”, ma le differenti realtà tipologiche dell’uomo come ricchezza naturale della creazione divina, tanto che nel 1938 viene schiaffeggiato dai fascisti a Prato e gli viene strappato il distintivo dell’A.C. “Azione,Preghiera,Sacrificio” che in quegli anni era un po’ il simbolo della libertà religiosa.
In realtà si voleva creare allora quello che in termini medici si suole definire il “longilineo astenico” caratterizzato da buona salute, da altezza e da armonia tra corpo e mente, ovviando al “brevilineo stenico” tipico della genia italiana; per poterlo fare occorreva nutrire bene i giovani, consentire loro di svolgere attività sportiva e farli crescere sani, tutto il contrario del razzismo, anzi un servizio alla giustizia in modo che tutti indipendentemente dallo stato sociale potessero nutrirsi bene e vivere meglio! Si orienta anche allo studio dei gemelli, scrivendo un poderoso volume e la stessa parola “gemellologia” è entrata nel vocabolario della lingua italiana proprio per merito di Gedda.
Nel settembre 1942 fonda la “Società Operaia per l’evangelizzazione dei Laici” primo sodalizio interamente di laici e ispirato dalla statua del Cristo che suda sangue che si trova ancor oggi nel giardino dei PP. Passionisti a S. Giovanni e Paolo al Celio a Roma, organizzandola in ROD(Reparti Operai Diocesani) per estendere la vocazione e reclutare nuovi operai di Cristo nella vigna del Signore. Erano gli anni terribili della guerra e con la sua condotta l’operaio di Cristo doveva evidenziare il significato e il valore di quella sofferenza che redime e salva l’uomo unendolo al Cristo nel Getsemani. Sempre nel 1942 realizza il primo film sulla vita di un pontefice,”Pastor Angelicus”, diretto da Romolo Marcellini del quale è soggettista e chiama come sceneggiatori tutti quei nomi che nel dopoguerra avrebbero scritto le pagine più belle del cinema italiano neorealista.
Il suo rapporto con Pio XII è molto intenso, il S. Padre benedice e condivide le tante iniziative del “professore”, dalla fondazione nel 1944 dell’Associazione Medici Cattolici, al Centro Cinematografico, cui Gedda donò molte energie fondando anche la società “Orbis Film”, al Centro Teatrale, all’AIART, nata nel 1954 con l’avvento della televisione per garantire il telespettatore con la trasparente presenza di programmi moralmente apprezzabili e lo fa con l’impegno che già nei decenni precedenti aveva profuso per l’Ente dello Spettacolo. Tra le molteplici iniziative promosse da Gedda vi è anche quella di avere fondato con altri il Centro Sportivo Italiano (Csi), cioè di avere contribuito in modo determinante a costruire una presenza cattolica nel mondo dello sport, nel secondo dopoguerra. Anche questo aspetto della grande personalità di Gedda viene riscoperto soltanto in questi ultimi tempi, come attesta il recente volume, a cura di Ernesto Preziosi, Gedda e lo sport. Il Centro Sportivo Italiano: un contributo alla storia dell’educazione in Italia (La meridiana 2011, pp. 172, euro 16,50).
Tuttavia il nome di Luigi Gedda è rimasto legato alla fondazione dei Comitati Civici, la più grande delle imprese di Gedda, creati l’8 febbraio 1948 dopo che il Papa lo aveva convocato nel suo studio il 30 gennaio, realizzarono quella portentosa macchina organizzativa che non solo aiutò la vittoria contro il blocco socialcomunista, ma sconfisse un nemico assai insidioso: l’astensionismo, come lo stesso Togliatti gli riconobbe, senza mai fare propaganda per un partito specifico, né per un candidato particolare, ma per l’Italia e la civiltà cristiana. Gedda il 18 aprile 1948, riuscì a portare cinque milioni di voti in più rispetto alle elezioni del 1946 alla Dc, permettendole di “seppellire” elettoralmente il fronte socialcomunista e di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei deputati.
Divenuto Presidente degli uomini di Azione Cattolica nel 1946,fu eletto Presidente Generale dell’Azione Cattolica nel 1952 fino al 1959. Nei decenni successivi Luigi Gedda ritornò ai suoi studi e alla sua attività di scienziato, dirigendo fino alla morte l’Istituto di genetica medica e di gemellologia “Gregorio Mendel” fondato nel 1953 a Roma, caso unico di uomo che seppe rispondere al servizio quando il S. Padre lo chiamò e che volle tornare alla sua vita professionale e privata, insieme alla sua fedele sposa, Linda Romano, esprimendo virtù non comuni, pronto sempre a rispondere al dolce Cristo in terra, il Papa, e se oggi vi è l’abitudine dell’Angelus domenicale la si deve proprio a Luigi Gedda che esortò nel 1954 ,in occasione del centenario dell’Immacolata, Pio XII prima a rivolgere un allocuzione e poi a benedire i fedeli dal proprio studio, come avrebbero fatto tutti i pontefici fino ai giorni nostri.  Luigi Gedda è stato sepolto presso il cimitero del Verano in Roma, riposa in un arca, voluta da Padre Lucio Migliaccio, già assistente nazionale dei Comitati Civici,  che illustrata tutte le opere che “il professore” ha fondato e patrocinato.
Anche le opere e gli istituti creati da Luigi, nonché la sua stessa bellissima casa dei Parioli sono andate, per espressa volontà del defunto, in beneficenza e possiamo dire che ha realizzato fino all’ultimo il passo dell’epistola di S. Pietro, ”Mi sono fatto tutto a tutti!”.
Per Marco Invernizzi, intervenuto al convegno,  la figura di Gedda, che era stata messa all’indice anche dallo stesso mondo cattolico, ha potuto ottenere la sua rivincita , soltanto dopo il crollo del Muro di Berlino, nel 1998 con la pubblicazione delle sue Memorie, edite da Mondadori. Non era poco, ma secondo Invernizzi, “non risolveva il problema della memoria dei cattolici italiani, ancora incapaci di una storia condivisa che permettesse loro di essere veramente uniti nelle cose che contano, per esempio l’interpretazione del loro passato, unità molto più importante di quella politico-partitica, anche se secondaria rispetto alla decisiva unità nella fede. Insomma, Gedda ritornava sulla scena 50 anni dopo il ‘48, alla tenera età di 96 anni, scrivendo e pubblicando un libro sostanzialmente fondato sulle tante udienze che gli concesse papa Pio XII, e questo poneva il problema, soprattutto ai più giovani che non avevano potuto conoscerlo, di come leggere il 18 aprile appunto (che è l’atto di nascita dell’Italia moderna), ma anche di come giudicare il periodo della sua Presidenza in Azione Cattolica, dal 1952 al 1959. Comunque l’atmosfera era veramente cambiata, sia dal punto di vista politico sia da quello culturale. Bisognava però ricostruire una lettura della storia italiana che non avesse più i condizionamenti ideologici precedenti il 1989, ma che fosse scientificamente attrezzata, oltre che rispettosa del vero fattuale. Bisognava perciò ricostruire archivi e biblioteche o sale di lettura, mettere insieme persone diverse anzitutto facendole conoscere fra loro, e soprattutto studiare, ma sul serio. Soltanto così Gedda e i suoi amici sarebbero potuti uscire dall’oblio della storia ed essere esaminati con competenza, magari ostile, ma almeno seria e documentata”. Su questa linea si colloca il libro di Giulio Alfano.

Una delle poche immagini rimasteci di Romas Kalanta

 

Con gli attuali, imprevedibili stravolgimenti della scena politica nazionale ricordare il costo umano del comunismo sembra agli occhi dei più, ogni giorno che passa, un'operazione senza senso. Dalla caduta del Muro (1989) a oggi sembra in effetti passato un secolo, tali e tanti sono gli avvenimenti successi nel frattempo. La Guerra Fredda (1945-1989) è finita da un ventennio, l'Unione Sovietica non c'è più e le minacce più pericolose per la libertà dell'Europa sembrano essersi spostate dall'Est europeo all'Est mediorientale, dove l'Islam ultrafondamentalista è in vertiginosa ascesa. Tuttavia il tempo che, come recita l'adagio popolare, è sempre galantuomo, ritornando ciclicamente sulle date della storia, non cessa di invitare tutti gli uomini di buona volontà a ricordare ciò che fu, affinchè non si ripeta. Il prossimo 19 gennaio  ricorreranno i 43 anni dalla scomparsa di Jan Palach (1948-1969): il coraggioso studente ceco che, per protestare contro l'invasione sovietica della sua patria (iniziata mesi prima con l'ingresso manu militari dei carri armati, nell'agosto 1968), si diede fuoco, a Praga, in piazza san Venceslao.

La collina delle croci in Lituania

La collina delle croci in Lituania

Dopo tre lunghi giorni di agonia, Palach si spense tra lo sgomento, la rabbia e il dolore di tutto il mondo libero. Ai suoi funerali, sfidando il regime, parteciparono non meno di 600.000 persone e per lunghi giorni la sua salma fu esposta nei locali dell'università praghese dove studiava, visitata notte e giorno da folle provenienti da tutto il Paese. In pochissimo tempo, la sua figura divenne così l'emblema universale della lotta contro l'oppressione comunista. Dopo il crollo della dittatura e gli eventi del 1989, Palach è stato finalmente riabilitato anche in patria e chi va oggi nell'ex Cecoslovacchia (divisa in due Paesi) trova strade, piazze ma anche statue, lapidi e musei che ne perpetuano meritoriamente il ricordo. Non ha invece avuto la stessa 'fortuna', neanche post mortem, un altro ragazzo che in giovanissima età si offrì vittima per la nobile causa della libertà: il cattolico lituano Romas Kalanta (22 febbraio 1953-15 maggio 1972) che si diede fuoco a 19 anni, a Kaunas, per protestare contro la dittatura sovietica che impediva la libertà religiosa in quel Paese dalle antiche, quanto tuttora sconosciute ai più, radici cristiane. Se si eccettua un vecchio saggio del 'sovietologo' gesuita, per lungo tempo membro del collegio degli scrittori della “Civiltà Cattolica”, padre Alessio Ulisse Floridi (1920-1986), Mosca e il Vaticano. I dissidenti sovietici di fronte al “dialogo” (La casa di Matriona, Milano 1976), peraltro ormai pressochè introvabile, non si può infatti che restare sorpresi dall'oblìo che in tempi relativamente brevi ha colpito la sua figura.

Uno dei tanti monumenti praghesi dedicati al sacrificio di Jan Palach

 

Il motivo, oltre alla scarsa attenzione solitamente riservata dai nostri mezzi d'informazione alla piccola e lontana Lituania è forse da ricercarsi anche nel fatto che Kalanta, ragazzo dalla profonda fede, più volte pubblicamente manifestata, voleva diventare sacerdote e lo aveva scritto anche ai suoi insegnanti, che pretendevano di insegnare l'irreligione a scuola. Anche e soprattutto per questo, fino ad oggi, non è stato ben visto: parlare di lui e del suo sacrificio avrebbe significato confrontarsi finalmente con una realtà oggettiva, quella del martirio di tanti cristiani contemporanei, uccisi in odium fidei non in terre asiatiche o africane ma in quell'Europa che superficialmente ha sempre fatto vanto di essere la patria della libertà e dei diritti, umani e civili. Eppure, la Lituania non è solo la terra di Kalanta ma è anche la patria della cosiddetta “collina delle croci” (Kryžių Kalnas), presso Siauliai, la piccola altura, oggi luogo di pellegrinaggio, dove i cattolici lituani durante il comunismo piantavano, di notte, quelle croci che il regime toglieva di giorno. E' andata così per anni e poi per decenni, finché il luogo è diventato quel monte delle croci che oggi tutti conoscono (o dovrebbero conoscere), con oltre 56.000 croci. Un'impressionante testimonianza di fedeltà a Cristo. Non a caso, all'indomani della caduta del comunismo, il beato Papa Giovanni Paolo II (1978-2005) ritenne necessario venire pellegrino proprio a Siauliai (era il 7 settembre 1993), per spiegare che l'Europa si era salvata grazie anche al sacrificio personale di quanti avevano rischiato la loro vita per testimoniare pubblicamente la propria fede, soprattutto oltrecortina, accellerando la caduta del materialismo storico e la liberazione dall'ateismo di Stato, diffuso in quegli anni senza soluzione di continuità da Mosca a Berlino Est. Una riflessione quanto mai attuale, da non dimenticare, che insegna come la professione della fede non sia mai gratuita, né scontata, ma vada riconquistata ogni volta, soprattutto in tempi (come quelli attuali) caratterizzati dal secolarismo strisciante e dal relativismo etico.

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