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Domenica, 15 Dicembre 2019

gedda allo stadio olimpico

 

Parte Prima

Sabato scorso ho trascorso buona parte del pomeriggio ad ascoltare delle interessanti relazioni in un convegno su “Luigi Gedda e i Comitati Civici”, organizzato dall’amico professore Giuseppe Manzoni animatore del Centro Studi Europa 2000 in collaborazione con l’Aespi (Associazione Europea e Professionalità Insegnante), in C.so Buenos Aires a Milano. Sono intervenuti Luciano Garibaldi, Marco Invernizzi e il prof. Giulio Alfano, che ha presentato il suo pamphlet ,“Luigi Gedda. Protagonista di un secolo”, Solfanelli editore. Se oggi i cristiani, i cattolici cercano figure a cui  ispirarsi per una nuova evangelizzazione, per una politica al servizio del bene comune, certamente non potranno non studiare, non fare riferimento alla grande figura di Luigi Gedda.  Nato in località Alberini in provincia di Venezia il 23 ottobre 1902 da Giacomo, ispettore di dogana, e Marianna Calderoni, battezzato coi nomi di Luigi, Antonio, Giovanni e Maria, morto il 26 settembre 2000, alla veneranda età di 98 anni, dopo una lunga esistenza dedicata alla scienza e alla fede; il suo nome ai più giovani probabilmente non ricorda nulla, ma egli ha segnato un epoca, non solo come uomo di fede e scienziato, ma anche e soprattutto come colui che più incisivamente ha caratterizzato il modo di organizzarsi, di formarsi e di essere presente dei cattolici in Italia.
La sua lunga vita fu intensa e piena di attività, come si può verificare nel sito internet dell’associazione da lui fondata, societàoperaia.org.” Come i grandi testimoni della fede del passato, sono convinto che anche Luigi Gedda ormai risplende della luce di Dio i cui diritti, di fronte al mondo ed alla coscienza degli uomini, ha ininterrottamente esaltato e difeso con impareggiabile vigore. Il suo è un modello di coerenza apostolica capace di accompagnare il cammino delle nuove generazioni di laici che, con animo appassionato ed assiduo, in un tempo di emergenza come il nostro, continueranno ad innalzare sul mondo il vessillo dell'unica vittoria che conta, quella della fede: " Haec est victoria, quae vincit mundum, fides nostra”(Rocco Leuzzi in www.societàoperaia.org)
Quale è stato il segreto di questa vita instancabile vissuta al servizio del Papa, della Chiesa, dell’Italia e poi della scienza? La sua profonda spiritualità: una vita interiore che è stata la sorgente e l’approdo di tutte le sue iniziative. Allo storico contemporaneo, ai tanti giornalisti che si sono interessati a lui, probabilmente questo sfugge, per cui esso risulta l’aspetto meno noto della sua personalità; e invece ne è quello dominante. E costituisce la chiave di lettura fondamentale per capire appieno i suoi comportamenti, in ogni momento della sua movimentata esistenza, nell’ora della solitudine e della mortificazione.
Se l’Azione Cattolica ha avuto nel xx°secolo l’importanza e la visibilità che la storia le ha riconosciuto e se essa ha espresso le figure che hanno determinato lo sviluppo culturale morale e civile non solo del mondo cattolico ma dell’Italia, lo si deve all’impegno, alla sagacia e alla cultura religiosa e civile di Luigi Gedda.
La morte della giovane madre, fu un episodio fondamentale per la evoluzione religiosa del piccolo Luigi, la sua mamma, prima di morire gli disse: ”non piangere, se così vuole Gesù, perché non lo voglio anch’io? Tu fai sempre il tuo dovere e non dispiacere mai Gesù”. Fu il testamento spirituale di una donna assai pia, madre esemplare, che forgiò l’animo di Luigi verso una fede fortissima ma concreta, mai illusoria o mitica.
Ben presto Gedda prese confidenza coi gruppi giovanili cattolici, assai numerosi ma molto divisi tra di loro e in quel momento capì che l’organizzazione e le opere sono il nervo di ogni presenza, soprattutto in quegli anni a cavallo della prima guerra mondiale. Divenne un appassionato lettore di libri d’avventura e organizzando i suoi compagni nella tribù degli UTE che nel 1917 cambiò fisionomia e diventò Circolo di Gioventù Cattolica del quale divenne presidente, il primo di una lunga serie di incarichi e negli anni successivi costituì la “Casa del giovane” dove i soci lavoravano di notte per scavare e portare mattoni. Nel 1918 il padre, trasferì l’intera famiglia a Milano e Luigi completò gli studi al prestigioso Liceo “Berchet”.
Qui prese la decisone di prendere l’eucarestia quotidiana prima di andare a scuola, abitudine che mantenne per tutta la vita. Tramite don Rossi entrò in contatto con mons. Francesco Olgiati, maestro dei propagandisti che la domenica partivano dalla città verso le zone più periferiche della vasta diocesi ambrosiana, per fondare circoli della Gioventù Cattolica. In questo periodo, Luigi era solito fermarsi a vedere i padiglioni dell’Ospedale Maggiore e decise così di iscriversi alla facoltà di medicina, che frequentò prima a Pavia, poi a Milano e infine a Torino dove si laureò brillantemente l’11 luglio 1927 con una tesi in storia della medicina ottenendo il premio “Vita Levi” per la migliore tesi e nel dicembre dello stesso anno superò l’esame di stato presso l’università di Milano.
In quel periodo P. Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica, fu colpito da un libro di quel giovane e preparatissimo medico intitolato “Gioventù Pura”, commissionandogli la stesura di un volume intitolato “Lo Sport”, analizzando l’educazione fisica secondo un approccio medico, psicologico e sociale. P. Gemelli lo volle nel sodalizio dei “Missionari della Regalità”. Poi padre Gemelli lo segnalò a S. Santità Pio XI che, colpito dal talento di quel giovane studioso, lo chiamò il 16 aprile 1934 alla Presidenza della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, lo esortò a trasferirsi a Roma ed egli obbedì interrompendo una fulgida carriera accademica che avrebbe poi ripreso solo nel 1952 assumendo la titolarità della prima cattedra italiana di Genetica Medica detta cattedra “convenzionata”.
Gli anni ’30 segnarono l’evoluzione del laicato cattolico; il S. Padre comprese la natura delle sfide etiche e morali, nonché la necessità che i giovani cattolici si formassero seriamente, con solida dottrina di fronte al dilagare delle ideologie pagane e totalitarie. In quegli anni Luigi fonda scuole di formazione a carattere peripatetico, spostandosi ogni domenica nei luoghi ove un santo poteva insegnare qualcosa ai giovani sulla via dell’apostolato cristiano, collaborando con il prof. Paolo Roasenda, poi frate cappuccino, noto negli anni ’50 e ’60 come Padre Mariano, primo divulgatore religioso della TV.
Vale la pena continuare alla prossima.

Una delle poche immagini rimasteci di Romas Kalanta

 

Con gli attuali, imprevedibili stravolgimenti della scena politica nazionale ricordare il costo umano del comunismo sembra agli occhi dei più, ogni giorno che passa, un'operazione senza senso. Dalla caduta del Muro (1989) a oggi sembra in effetti passato un secolo, tali e tanti sono gli avvenimenti successi nel frattempo. La Guerra Fredda (1945-1989) è finita da un ventennio, l'Unione Sovietica non c'è più e le minacce più pericolose per la libertà dell'Europa sembrano essersi spostate dall'Est europeo all'Est mediorientale, dove l'Islam ultrafondamentalista è in vertiginosa ascesa. Tuttavia il tempo che, come recita l'adagio popolare, è sempre galantuomo, ritornando ciclicamente sulle date della storia, non cessa di invitare tutti gli uomini di buona volontà a ricordare ciò che fu, affinchè non si ripeta. Il prossimo 19 gennaio  ricorreranno i 43 anni dalla scomparsa di Jan Palach (1948-1969): il coraggioso studente ceco che, per protestare contro l'invasione sovietica della sua patria (iniziata mesi prima con l'ingresso manu militari dei carri armati, nell'agosto 1968), si diede fuoco, a Praga, in piazza san Venceslao.

La collina delle croci in Lituania

La collina delle croci in Lituania

Dopo tre lunghi giorni di agonia, Palach si spense tra lo sgomento, la rabbia e il dolore di tutto il mondo libero. Ai suoi funerali, sfidando il regime, parteciparono non meno di 600.000 persone e per lunghi giorni la sua salma fu esposta nei locali dell'università praghese dove studiava, visitata notte e giorno da folle provenienti da tutto il Paese. In pochissimo tempo, la sua figura divenne così l'emblema universale della lotta contro l'oppressione comunista. Dopo il crollo della dittatura e gli eventi del 1989, Palach è stato finalmente riabilitato anche in patria e chi va oggi nell'ex Cecoslovacchia (divisa in due Paesi) trova strade, piazze ma anche statue, lapidi e musei che ne perpetuano meritoriamente il ricordo. Non ha invece avuto la stessa 'fortuna', neanche post mortem, un altro ragazzo che in giovanissima età si offrì vittima per la nobile causa della libertà: il cattolico lituano Romas Kalanta (22 febbraio 1953-15 maggio 1972) che si diede fuoco a 19 anni, a Kaunas, per protestare contro la dittatura sovietica che impediva la libertà religiosa in quel Paese dalle antiche, quanto tuttora sconosciute ai più, radici cristiane. Se si eccettua un vecchio saggio del 'sovietologo' gesuita, per lungo tempo membro del collegio degli scrittori della “Civiltà Cattolica”, padre Alessio Ulisse Floridi (1920-1986), Mosca e il Vaticano. I dissidenti sovietici di fronte al “dialogo” (La casa di Matriona, Milano 1976), peraltro ormai pressochè introvabile, non si può infatti che restare sorpresi dall'oblìo che in tempi relativamente brevi ha colpito la sua figura.

Uno dei tanti monumenti praghesi dedicati al sacrificio di Jan Palach

 

Il motivo, oltre alla scarsa attenzione solitamente riservata dai nostri mezzi d'informazione alla piccola e lontana Lituania è forse da ricercarsi anche nel fatto che Kalanta, ragazzo dalla profonda fede, più volte pubblicamente manifestata, voleva diventare sacerdote e lo aveva scritto anche ai suoi insegnanti, che pretendevano di insegnare l'irreligione a scuola. Anche e soprattutto per questo, fino ad oggi, non è stato ben visto: parlare di lui e del suo sacrificio avrebbe significato confrontarsi finalmente con una realtà oggettiva, quella del martirio di tanti cristiani contemporanei, uccisi in odium fidei non in terre asiatiche o africane ma in quell'Europa che superficialmente ha sempre fatto vanto di essere la patria della libertà e dei diritti, umani e civili. Eppure, la Lituania non è solo la terra di Kalanta ma è anche la patria della cosiddetta “collina delle croci” (Kryžių Kalnas), presso Siauliai, la piccola altura, oggi luogo di pellegrinaggio, dove i cattolici lituani durante il comunismo piantavano, di notte, quelle croci che il regime toglieva di giorno. E' andata così per anni e poi per decenni, finché il luogo è diventato quel monte delle croci che oggi tutti conoscono (o dovrebbero conoscere), con oltre 56.000 croci. Un'impressionante testimonianza di fedeltà a Cristo. Non a caso, all'indomani della caduta del comunismo, il beato Papa Giovanni Paolo II (1978-2005) ritenne necessario venire pellegrino proprio a Siauliai (era il 7 settembre 1993), per spiegare che l'Europa si era salvata grazie anche al sacrificio personale di quanti avevano rischiato la loro vita per testimoniare pubblicamente la propria fede, soprattutto oltrecortina, accellerando la caduta del materialismo storico e la liberazione dall'ateismo di Stato, diffuso in quegli anni senza soluzione di continuità da Mosca a Berlino Est. Una riflessione quanto mai attuale, da non dimenticare, che insegna come la professione della fede non sia mai gratuita, né scontata, ma vada riconquistata ogni volta, soprattutto in tempi (come quelli attuali) caratterizzati dal secolarismo strisciante e dal relativismo etico.

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Nel giorno della commemorazione dei defunti, il 2 novembre, nella Cappella universitaria dell’Università di Roma “La Sapienza”, è stata commemorata Maria Rita Saulle (1935-2011), giudice costituzionale e per molti anni professore ordinario di Diritto internazionale nel medesimo Ateneo. La Messa in suffragio della docente cattolica, morta il 7 luglio scorso dopo lunga malattia, è stata celebrata da monsignor Lorenzo Leuzzi, responsabile della Pastorale universitaria della Sapienza.

Autore di oltre 40 volumi in materie internazionalistiche, di diritto internazionale privato, diritto dell'Unione europea, organizzazione internazionale e tutela dei diritti umani, la prof.ssa Saulle ha contribuito alla stesura di Convenzioni internazionali su temi quali la tutela delle donne, delle persone disabili e, soprattutto, dei bambini. È stata infatti dal 1986 al 1989 il negoziatore per l'Italia della Convenzione delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia, che rappresenta lo strumento normativo internazionale più importante e completo in materia di promozione e tutela dei diritti del bambino. Approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre del 1989 a New York, la Convenzione è stata ratificata dal nostro Paese il 27 maggio 1991 con la legge n. 176 e, a tutt'oggi, vi aderiscono 193 Stati, un numero addirittura superiore a quello degli Stati membri dell'ONU. Di fondamentale importanza l’articolo 6 della Convenzione sul diritto alla vita che, come ribadisce la Saulle in uno dei suoi ultimi saggi, andrebbe letto insieme al Preambolo della stessa Carta che recita: «Tenuto presente che, come indicato nella Dichiarazione dei diritti del fanciullo adottata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1959, “il fanciullo, a causa delta sua immaturità fisica e intellettuale, ha bisogno di una particolare protezione e di cure speciali compresa un'adeguata protezione giuridica, sia prima che dopo la nascita» (cfr. Assemblea generale delle Nazioni Unite, Convenzione sui diritti dell'infanzia, a cura del “Comitato Italiano per l'UNICEF”, Roma 2008). Nel contributo intitolato Un negoziato per una norma preambolare sul diritto alla vita, la studiosa ricordava a tal proposito come «Pochi, ancora oggi, conoscono l’esistenza di una norma preambolare della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del minore del 1989 concernente la tutela giuridica del minore “prima e dopo la nascita» (M. R. Saulle, Lezioni di Organizzazione internazionale, volume II/Le Organizzazioni internazionali e i diritti umani, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2003, p. 343), ricordando come tale inserzione sia merito soprattutto della stessa delegazione italiana alla Convenzione, la quale nel corso dell’elaborazione del Preambolo «precisava che il concetto di maternità responsabile, affermato in numerosi sistemi giuridici, non era contrario alla tutela del bambino prima della nascita» (ibidem., p. 345).

Alla Corte Costituzionale Maria Rita Saulle è stata relatore di importanti decisioni in tema di assistenza alle persone disabili, di tutela della maternità, di misure a sostegno della famiglia.

Come allievo alla sua cattedra di diritto internazionale ho sempre apprezzato l’interesse dimostrato da Maria Rita Saulle verso le “premesse giusnaturalistiche” del diritto internazionale. Quest’ultima, infatti, è disciplina nella quale, ancora, dominano approcci convenzionalistici e positivistici che, fra l’altro, estenuano l’operatore e lo studioso in rassegne giurisprudenziali, dottrinali normative sui singoli temi e problemi che non riescono ad indicare quasi mai soluzioni o direttive chiare al giurista. Ricordo, in particolare, quanto la prof.ssa Saulle insegnava a proposito dei processi di Norimberga.

Il primo problema postosi in seguito all’istituzione, al termine della seconda guerra mondiale (Accordo di Londra dell’8 agosto 1945 tra Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e URSS), del Tribunale sui crimini di guerra (più noto come Tribunale di Norimberga) fu infatti come noto quello dell’individuazione delle norme internazionali violate dai combattenti, in una situazione in cui la tutela dei diritti umani era solo all’inizio della sua codificazione convenzionalistica e non esistevano ancora trattati come quelli di diritto umanitario di Ginevra che furono conclusi solo nel 1949. Tale carenza fece sì che, in relazione alla istituzione di questo Tribunale (e di quello di Tokio poi), si profilasse la questione dell’applicazione del principio “nullum crimen sine lege”, poiché, prima del secondo conflitto mondiale, la tutela dell’individuo era assai modesta in campo internazionalistico. A tal proposito nelle sopra citate Lezioni di Organizzazione internazionale Maria Rita Saulle rilevò come, «pur in assenza di una normativa specifica, a Norimberga si cominciò e si continuò a porre in luce la circostanza per la quale esiste una parte del diritto internazionale, così come esiste una parte del diritto nazionale, che fa riferimento al concetto di diritto naturale e ne trae le basi contenutistiche sostanziali: diritto naturale che riguarda la tutela essenziale dell’individuo» (p. 122).

Per la multidisciplinarità dell’approccio e l’ispirazione etica seguita nello studio del diritto internazionale Maria Rita Saulle va ricordata come insigne studiosa la cui eredità scientifica, ci auguriamo, possa essere raccolta da operatori e studiosi delle università italiane ed estere.

Giuseppe Brienza

* Dottore di ricerca in Ordine internazionale e diritti umani all’Università di Roma “La Sapienza”.

 

La beata Elena Aiello

 

Suor Eugenia, al secolo Giuliana Amodio, Madre Superiora della casa di Paola dell’Istituto Suore Minime della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo fondato dalla Beata suor Elena Aiello, ha saputo tracciare un ritratto esaustivo della Suora, ‘a monaca santa’  per i cosentini, riconosciuta e proclamata Beata dalla Chiesa lo scorso 14 settembre 2011.
Il libro (Beata Elena Aiello, Giuliana Amodio, Paoline, pp. 156 €. 11,00) ha visto una prima stesura nel 1995 e, dopo la proclamazione della beatitudine di Madre Elena, è stata pubblicata una nuova edizione rivista, anche per l’inserimento degli ultimi avvenimenti.
L’autrice, utilizzando una lingua sintetica ma completa e di lettura immediata e avvincente, scorre tutta la vita terrena della Beata facendo risaltare momenti significativi della sua crescita spirituale e della sua quotidianità.
Il libro è suddiviso in otto capitoli, che scandiscono passi  cruciali della Beata verso la realizzazione di quanto richiesto da nostro Signore con i carismi concessile e la sua chiara vocazione, alla quale ha saputo rispondere senza riserve e senza alcuna resistenza.
La presentazione scritta da don Enzo Gabrieli, postulatore della causa di beatificazione, illustra quanto la Beata ha saputo e voluto fare per indicarci una via privilegiata verso la volontà di Dio. “Questa donna ha gareggiato nella ricerca della volontà di Dio, ha combattuto con l’energia delle madri e delle spose calabresi, si è fatta letteralmente sospingere dalla carità, imboccando la piccola via, quella dei minimi del Vangelo”, scrive don Enzo Gabrieli.
Chiude con una appendice interessante che riporta brevi cenni su esponenti della Gerarchia Ecclesiastica e del Clero, prevalentemente cosentino, e su persone comuni che in qualche modo hanno avuto un ruolo nell’opera di Madre Elena.
Nell’introduzione, l’autrice descrive gli stati d’animo delle figlie di Madre Elena nell’apprendere la notizia della beatificazione, attesa ma che le fa sentire ancora più piccole di fronte all’evento. Ringrazia innanzitutto nostro Signore per avere trasformato Madre Elena in strumento della sua misericordia, poi il Santo Padre Benedetto XVI, tutti i vescovi di Cosenza che hanno creduto nell’opera di Madre Elena e, infine, tutti i fedeli cosentini coscienti della missione della Beata, che essi ritenevano già colma delle grazie di Dio: ‘a monaca santa’.
Una lettera, richiesta dalla stessa autrice ad una suora carmelitana scalza suor Anna, illumina, anche in base al carisma di santa Teresa, la vera grandezza di Madre Elena: “Nella vita di Madre Elena intravedo “grandi cose” compiute da Dio in questa serva:
    amore alla preghiera
    docilità alla sofferenza
    carità senza limiti”.
E ne indica la portata dell’esempio verso tutti i fedeli: “La preziosa eredità che Madre Elena lascia, non solo alle suore del suo Istituto ma ogni persona che intende vivere autenticamente il Vangelo, sta proprio nella dedizione incondizionata ai piccoli, agli ultimi, alle persone che non contano”.
L’autrice introduce il lettore con un affresco ai  luoghi, Montalto Uffugo, all’ambiente familiare e alla crescita spirituale di Madre Elena, dalla sua nascita ai suoi primi tentativi di individuare la strada che il Signore vuole che lei percorra.
Madre Elena è la quarta di sette figli, quattro maschi e tre femmine, che i genitori, Pasquale Aiello e Teresa Paglilla, hanno avuto la gioia di accogliere. Nasce il 10 aprile 1895 e soltanto cinque giorni dopo, lunedì dell’Angelo, è battezzata nella chiesa di S. Domenico, a Montalto.
La sua famiglia è veramente il prototipo della buona famiglia cattolica: “Elena cresce in un ambiente familiare dove si respira un clima di grande armonia, calore umano e profonda fede religiosa.” Il centro della sua formazione fin dalla prima fanciullezza è l’Istituto delle Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue.
A nove anni nella Chiesa di S. Francesco si accosta alla sua Prima Comunione. A undici anni muore sua madre e il turbamento per una perdita così lacerante l’avvicina ancora di più al mistero della sofferenza, che la porterà ad amare teneramente e saldamente il Crocifisso fino al suo ultimo respiro. A tredici anni riceve la Cresima nella Chiesa di S. Maria della Serra, a Montalto.
A seguito di una grazia ricevuta dalla Madonna di Pompei, per la guarigione di una malattia alla trachea, si fa più vivo e pressante in lei il desiderio di farsi religiosa, ma i timori che nutre il padre per l’inizio della prima guerra mondiale fanno rinviare l’attuazione di questo suo desiderio.
Quando giunge all’età di venticinque anni, superato ogni ostacolo, con il consenso del padre entra nell’Istituto delle Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue, che lei conosce bene fin dall’infanzia.
In seguito, nonostante l’opposizione del padre, entra nell’Istituto delle Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue di Pagani, in provincia di Salerno.
Ma gravi problemi di salute, fra cui anche una cancrena all’omero sinistro conseguenza di uno strappo muscolare non curato, la costringono a ritornare a casa meno di un anno dopo.
Per risolvere il problema della cancrena il medico dell’Istituto interviene chirurgicamente, senza anestesia, ma nell’incidere taglia anche dei nervi, per cui la spalle sinistra e la bocca restano immobilizzate.
Tornata a casa le sue condizioni di salute si aggravano e i medici dell’Ospedale di Cosenza le dicono  che solo un miracolo potrebbe salvarla.
Nel suo soggiorno in città abita in casa della cugina vicino alla chiesa di San Gaetano. Prima di entrare in casa entra nella chiesa e, inginocchiata davanti alla statua di S. Rita, chiede la grazia della guarigione. Durante la notte sogna S. Rita che le preannuncia la guarigione e le chiede di diffondere il suo culto a Montalto.
Il 2 marzo del 1922, venerdì di quaresima, inizia il fenomeno della sudorazione di sangue, che si ripeterà ad ogni quaresima, insieme con le stigmate, fino al termine della sua vita terrena.  
Quanto Madre Elena è a Montalto, in convalescenza a causa delle vicissitudini della sua salute, conosce Luigina Mazza che le fa conoscere i suoi quattro fratelli frati dell’Ordine dei Minimi di S. Francesco di Paola.
Questo incontro risulterà provvidenziale, sia per l’assistenza che i frati nella fase cruciale dell’avvio dell’opera di Madre Elena che per l’aiuto materiale che la famiglia Mazza non lesinò. Questo incontro, provvidenza di Dio in vista dell’opera che Madre Elena si appresta ad avviare per rispondere alla sua vocazione, l’avvicina al carisma di S. Francesco di Paola: quel Charitas, programma di vita cristiana, che partendo dall’amore per Dio giunge subito all’amore per i fratelli e riconosce nella Santa Croce lo strumento di Dio per far conoscere il suo Amore all’uomo. Fa suo l’insegnamento del Santo di Paola “A chi ama Dio tutto è possibile” per affrontare qualsiasi necessità materiale fidando soltanto nella misericordia divina.
Ormai spiritualmente avviata, decisa a far partire la sua opera, trova un’abitazione inaspettatamente e prodigiosamente, un appartamento in affitto in vico II Rivocati  a Cosenza. L’appartamento è completamente vuoto e necessita di manutenzioni, ma per lei, che si affida completamente alla misericordia di Dio, è una grazia insperata. Al suo ritorno a Montalto mette subito al corrente Luigina Mazza e 17 gennaio 1928 raggiunge Cosenza portandosi poche cose personali che potrebbero rivelarsi utili.
Lei e Luigina cominciano a percorrere le vie di Cosenza per raccogliere bambini abbandonati nelle strade per ricoverarli nella loro casa ed assisterli amorevolmente.
La sua opera ha inizio, la misericordia divina non cessa di assisterla in tutto.
Intanto altre due giovani si uniscono a lei e a Luigina per contribuire alla loro opera.
L’assistenza spirituale viene affidata dalla curia vescovile, che segue con interesse la opera di Madre Elena appena iniziata, ai Padri Minimi e in particolare a padre Bartolomeo Verde, il quale predispone le prime norme dell’opera, sulla traccia delle regole del Terz’Ordine di Minimi.
Nasce nel 1930 la Pia Associazione delle Terziarie Minime.
Con il passare del tempo comincia ad essere diffuso il nome di Suore Minime della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo per indicare le giovani che collaborano con l’opera. Madre Elena smette l’abito votivo di S. Rita per indossare, con le giovani che operano con lei, l’abito studiato per la nuova famiglia nascente, simile a quello della famiglia dei Minimi: nero, con maniche larghe. un velo nero con cinque pieghe (in onore delle cinque piaghe di Nostro Signore) tenute insieme da un nastro bianco, lo scapolare, il cingolo di S. Francesco di Paola e, sul petto, uno stemma con i simboli della carità e della Passione di Nostro Signore. La famiglia religiosa è nata anche formalmente.
Nel 1936 Madre Elena acquista, confidando esclusivamente nella provvidenza divina, un caseggiato con annesso piccolo appezzamento di terreno. in via dei Martiri a Cosenza Casali, di proprietà della nobile famiglia Ferri, trasferitasi a Bologna. La casa richiede urgenti lavori di manutenzione, che, su consiglio di Mons. Nogara, Vescovo di Cosenza, provvede a fare eseguire in economia, con l’aiuto del cognato di Luigina Mazza, il capomastro Vincenzo Laganà. Nell’estate del 1937 i lavori sono quasi completati, con l’aiuto incondizionato di varie ditte di Cosenza, e la congregazione con i suoi piccoli ospiti si vi trasferisce.
La nuova casa diventerà in seguito la Casa Madre dell’Istituto.
Il suo Istituto comincia a essere conosciuto per tutta Cosenza e la sua provincia. Lei comincia ad  essere comunemente chiamata ‘a monaca santa. L’afflusso di bambini disagiati da accudire e di giovani desiderose di contribuire all’attività dell’Istituto diventa continuo e in costante crescita. Ma non mancano a Madre Elena le sofferenze fisiche e, soprattutto, spirituali per le malevole insinuazioni e avversioni immotivate nei suoi confronti.
Il 2 gennaio 1948, dopo la fine della seconda guerra mondiale, la Sede Apostolica con pro-decreto trasforma la Congregazione di diritto diocesano in Congregazione di diritto pontificio.
Successivamente, dopo l’approvazione delle Costituzioni improntate alla religiosità del Terz’Ordine dei Minimi, l’Istituto delle Suore Minime della Passione  di Nostro Signore Gesù Cristo ottiene il riconoscimento canonico da parte della Santa Sede.
Le case aperte, prevalentemente nella provincia di Cosenza ma anche nel resto d’Italia e in altre nazioni, si moltiplicano.
Il 7 giugno 1961 Madre Elena parte per Roma, in compagnia di Suor Luigina e Suor Maria Silvana Petra, dove dovrà sottoporsi a cure mediche urgenti.
All’alba del 19 giugno 1961 Madre Elena lascia le sofferenze terrene per godere in eterno la gloria del Paradiso.
Non credo sia un caso se termina la sua vita terrena nel mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù, di cui era veramente e intimamente devota.
Devo ringraziare Suor Eugenia per averci fatto parte di queste sue riflessioni.
Il suo linguaggio semplice e ben strutturato, di lettura piacevolissima e coinvolgente, sintetico ma completo, in alcuni tratti commuove e fa sorgere un desiderio imperativo di emulazione della movimentata santa vita della Beata Elena, ‘a monaca santa’.

Giovanni Paolo II incontra la Comunità ebraica di Roma il 13 aprile 1986

 

Pochi sanno che nella chiesa di San Gregorio della Divina Pietà, che è situata nel rione Sant’Angelo a Roma, proprio alla destra della Sinagoga, erano tenute le prediche obbligatorie imposte, durante il Regno Pontificio, agli ebrei per la loro conversione. Questa prassi oggi quasi non è comprensibile ai più ed è criticata da molti ma, allora si fondava sulla Bibbia e, fra i tanti su versetti come il seguente: “Ho teso la mano ogni giorno a un popolo ribelle; essi andavano per una strada non buona, seguendo i loro propositi, un popolo che mi provocava sempre, con sfacciataggine” (Isaia 65, 2-3; Bibbia CEI 2008). Cosa è cambiato rispetto ad oggi?

La risposta, sotto molti aspetti, si può rinvenire nella Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane “Nostra Aetate”, approvata dal Concilio Vaticano II nella votazione definitiva del 28 ottobre 1965, con 2041 placet, 88 non placet e 3 voti nulli. [cfr. Enchiridion Vaticanum 1, Documenti ufficiali del Concilio Vaticano II (1962-1965), EDB, Bologna 2006], che è considerata un punto di svolta nel dialogo interreligioso. Nel suo contesto assume infatti un valore fondamentale il paragrafo dedicato a “La Religione ebraica”, nel quale il Concilio, dopo aver ricordato “il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo”, attesta, sulla base della Sacra Scrittura, che “Gerusalemme non ha conosciuto il tempo in cui è stata visitata (cf Lc 19,44); gli Ebrei in gran parte non hanno accettato il Vangelo, ed anzi non pochi si sono opposti alla sua diffusione (cf Rm 11,28). Tuttavia secondo l’Apostolo, gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento (cf Rm 11, 28-29). Con i profeti e con lo stesso Apostolo, la Chiesa attende il giorno, che solo Dio conosce, in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce … (cf Rm 11, 11-32)” (n. 4).

Questo passo della Dichiarazione rimanda in particolare e ripetutamente al capitolo 11 della Lettera di San Paolo ai Romani. Il tema trattato è essenzialmente esegetico, sia per il nesso tra Vecchio e Nuovo Testamento, sia per le responsabilità degli Ebrei nella morte di Cristo.

Dopo molti secoli di antigiudaismo ed antisemitismo cristiano, la “Nostra Aetate” è il primo documento ufficiale della Chiesa Cattolica che parla in modo del tutto amichevole e non polemico dell’Ebraismo, con il quale instaura dunque un dialogo. La Dichiarazione non cancella la millenaria accusa di deicidio, ma la limita al Sinedrio e agli abitanti di Gerusalemme (i “mandanti”) mentre assolve tutti gli altri Ebrei dell’epoca e delle generazioni successive.

Per una concreta attuazione della Dichiarazione si rinvia al documento della Commissione della Santa Sede per i rapporti religiosi con l’ebraismo: “Orientamenti e Suggerimenti per l’Applicazione della Dichiarazione Conciliare Nostra Aetate”, del 1° dicembre 1974.

Senz’altro al primo posto tra quanti hanno scritto sull’argomento, a commento della Dichiarazione conciliare, occorre menzionare gli studi del Card. Agostino Bea, S.J. (cfr., in particolare: Il popolo ebraico nel piano divino della salvezza, in La Civiltà Cattolica, quaderno 2769, 6 novembre 1965, pp. 209-229).

Il Card. Agostino Bea nasce a Riedböhringen (Germania) il 28 maggio 1881, coetaneo, pertanto, del futuro Giovanni XXIII (1881-1963). Novizio gesuita nel 1902, sacerdote nel 1912, completò gli studi alla Pontificia Università Gregoriana nel 1914. Professore di Sacra Scrittura in Olanda dal 1917 al 1921 ed a Roma dal 1924 al 1959, prima alla Gregoriana e poi al Pontificio Istituto Biblico, di cui fu Rettore dal 1930 al 1949. Conosciuto come confessore di Pio XII, carica che ricevette nel 1945 e che tenne fino alla morte del Papa, nel 1958. Elevato al rango di cardinale da Papa Giovanni XXIII nel Concistoro del 14 dicembre 1959. Nel 1960 fu nominato presidente del neonato Segretariato per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, carica che ricoprì fino alla morte e che lo rese una figura chiave nello sviluppo dell’ecumenismo e del dialogo ebraico-cristiano nella Chiesa cattolica. Morì a Roma il 16 novembre 1968 all’età di 87 anni. La biografia più completa è quella del suo segretario, padre Stjepan Schmidt S.J., Agostino Bea, il cardinale dell’unità (Città Nuova, Roma 1987).

Il Cardinal Bea ebbe il primo incontro al vertice con Nahum Goldmann (1895-1982), presidente del Congresso Mondiale Ebraico, a Roma, su domanda di Bea, il 26 ottobre 1960.

 

La Chiesa san Gregorio della Divina Pietà a Roma

Roma, Chiesa di san Gregorio della Divina Pietà

Riportiamo, dal racconto che ne fa il Goldmann stesso (N. Goldmann, Staatmann ohne Staat. Autobiographie, Köln-Berlin, 1970, pp. 378 ss. Cit. da S. Schmidt, op. cit., pag. 356) i passi più significativi: “Mi disse di aver chiesto di vedermi perché il Papa intendeva proporre all’ordine del giorno del Concilio il problema delle relazioni cristiano-ebraiche e aveva incaricato lui di preparare la cosa. (...) Fin dal primo colloquio, egli dimostrò di comprendere profondamente l’importanza storica e politica delle relazioni cristiano-ebraiche; mi manifestò altresì la sua convinzione che in queste relazioni si esigeva un radicale cambiamento da parte della Chiesa, anche se il processo sarebbe stato difficile e lungo. Da parte sua, pur prevedendo una violenta opposizione da parte dei suoi colleghi di Curia, egli avrebbe fatto di tutto per indurre il Concilio ad un nuovo e positivo atteggiamento. A suo modo di vedere, il primo passo doveva essere questo: le organizzazioni ebraiche dovevano inviare suo tramite al Papa un memorandum, chiedendo che il problema venisse proposto all’ordine del giorno del Concilio. Mi pregò di adoperarmi a costituire un unico fronte ebraico (...). Mi pregò in particolare di indurre anche le organizzazioni ebraiche non appartenenti al Congresso Mondiale Ebraico a dare il proprio appoggio al memorandum. Gli dissi che era difficile, e gli feci presente, in particolare, la mia preoccupazione che l’ortodossia ebraica potesse opporsi ad un simile passo presso il Vaticano, il che avrebbe reso la cosa più difficile ancora. Anzi, se ne fosse nata una violenta polemica all’interno dell’ebraismo, il tentativo di avvicinamento si sarebbe risolto a danno delle reciproche relazioni. Ad ogni modo gli promisi di fare tutto il possibile, e di restare in contatto con lui” .

Il Memorandum che il Cardinale aveva richiesto a Nahum Goldmann il 26 ottobre 1960 fu consegnato il 27 febbraio 1962 e presentato dal Goldmann e da Label A. Katz (1918-1975), Presidente del B’nai B’rith International, a nome della Conferenza Mondiale delle Organizzazioni Ebraiche.

Il testo del Memorandum è riprodotto negli Atti del “Simposio card. Agostino Bea (16-19 dicembre 1981)” (Pontificia Università Lateranense, Istituto “Ut Unum Sint”, Roma, 1983, pp. 96 ss.).

Di che cosa si trattava? Bea stesso ne spiega così il concetto: “Si tratta di una iniziativa che intende promuovere il superamento di pregiudizi, sospetti e risentimenti, di qualunque origine essi siano, a mezzo di fraterni incontri ispirati al mutuo rispetto, fondato questo a sua volta sul riconoscimento della dignità della persona umana, dei suoi diritti e doveri, sotto la Sovranità di un Essere Supremo Personale, Dio, Padre provvido e benevolo di tutti gli uomini” (cit. in S. Schmidt, op. cit., pp. 464-470).

Bea fu invitato per la prima volta agli incontri detti di “Agape”, tenutisi a Roma e organizzati dall’Università degli Studi Sociali “Pro Deo”, il cui presidente era il padre domenicano belga Felix Morlion, il 14 gennaio 1962. Si trattava della “VII Agape”, cui parteciparono esponenti di 17 religioni o Confessioni religiose diverse; tema dell’incontro: “Il superamento dei pregiudizi, dell’incomprensione, degli antagonismi nazionali, razziali, religiosi e politici”.

Che Giovanni XXIII approvasse le Agapi, è confermato dal suo appoggio al viaggio di Bea negli Stati Uniti. L’occasione del viaggio fu data da una nuova Agape da organizzare non più a Roma ma a New York e di cui Bea sarebbe stato il Presidente.

Il viaggio durò dieci giorni, dal 27 marzo al 5 aprile del 1963, toccando Harvard, Boston, New York, Baltimora e Washington. Due furono gli incontri significativi, svoltisi entrambi a New York. La sera del 31 marzo Bea si riunì nella sede dell’American Jewish Committee con i rappresentanti delle organizzazioni ebraiche. Il giorno dopo, 1° aprile, ebbe luogo l’Agape, riunendo un migliaio di personalità, tra le quali, oltre a Bea, il sindaco di New York, Wagner, il governatore Rockfeller, il pastore H. P. Dusen (protestante), Rabbi Abraham J. Heschel, professore al seminario Teologico Ebraico, il musulmano Zafrulla Khan ed il buddista U Thant, entrambi delle Nazioni Unite, ed il Padre Morlion. Tema dell’incontro: Civic Unity and Freedom under God. Il rabbino Abraham Joshua Heschel fin dal novembre 1961 fu ripetutamente ricevuto dal Cardinale Bea a Roma e, come collega scientifico ed anche lui esegeta, esercitò un notevole influsso sulla elaborazione della dichiarazione Nostra ætate.

L’impegno di questi protagonisti ha recato un deciso contributo al miglioramento dei rapporti fra cattolici ed ebrei, che deve comunque fare ancora molti passi avanti, da ambo le parti. Come ha ricordato il beato Giovanni Paolo II nel Discorso tenuto nell’Incontro con la comunità ebraica nella Sinagoga della Città di Roma il 13 aprile 1986, tale sforzo appare fondamentale “perché siano superati i vecchi pregiudizi e si faccia spazio al riconoscimento sempre più pieno di quel “vincolo” e di quel “comune patrimonio spirituale” che esistono tra ebrei e cristiani. È questo l’auspicio che già esprimeva il paragrafo n. 4 della dichiarazione conciliare Nostra Aetate. La svolta decisiva nei rapporti della Chiesa cattolica con l’Ebraismo, e con i singoli ebrei, si è avuta con questo breve ma lapidario paragrafo”.

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