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Martedì, 07 Luglio 2020

Quanto si spende per trovare un supplente nelle scuole? A pagina 103, del libro 5 in condotta, Mario Giordano citando il giornale scolastico “Tuttoscuola”, racconta l’odissea di una segretaria di Latina che nel 2006 è stata costretta a fare ben 574 telefonate per trovare un supplente, significa che in 573 non si sono fatti trovare oppure hanno rifiutato.Magari aspettavano la chiamata di un’altra scuola, per una supplenza più lunga.

Poi ci sono i casi di supplenti che appena accettata la nomina vanno subito in maternità, tra l’altro, è un loro diritto. A scuola non ci mettono piede nemmeno per un istante e in più la scuola deve cercarsi un terzo insegnante, una cattedra, tre stipendi. Per cercare e trovare supplenti, addirittura sempre secondo Tuttoscuola, si spende quasi 100 milioni. Solo a Roma, la spesa ammonta a 2 milioni di euro l’anno.

La burocrazia- scrive Giordano - non produce solo pessimi risultati, asini al cubo e professori scontenti: produce anche costi elevati”. Nel 1999 il bilancio della Pubblica istruzione era di 32 miliardi di euro, oggi è di 42 miliardi.“In dieci anni sono stati realizzati investimenti significativi? Migliorie? Interventi decisivi? No? E allora perché oggi spendiamo 10 miliardi in più rispetto a dieci anni fa?”. Pertanto secondo Giordano, “non è vero, che l’Italia spende meno degli altri Paesi del mondo, spende peggio”. Giordano fa riferimento al “Quaderno Bianco sulla scuola”, a cura del ministero della Pubblica istruzione. Fa due, anzi tre esempi: il primo, lo prende dalla rivista specializzata Tuttoscuola, che ha messo a confronto gli esami di maturità in Francia e in Italia. “In Francia ogni maturando costa 62,6 euro, in Italia 368 euro. Sei volte in più”. In sostanza, in Italia per 497.000 candidati spendiamo 183 milioni di euro, in Francia per 615.000 candidati (1000.000 in più) spendono 38 milioni di euro (150 milioni in meno). Come mai? Si domanda Giordano.

Il secondo esempio: i corsi per migliorare la qualità della scuola. Nel solo Sud il ministero ne ha finanziati 32.000, coinvolgendo oltre 668.000 studenti. Secondo il “Quaderno bianco” i risultati sono stati scarsi, stessa sorte anche nel resto d’Italia. A Torino nel 2008, un corso di formazione per insegnanti , costo 30.000 euro è stato frequentato da soli 4 insegnanti. I giornali, giustamente, lo hanno definito, il seminario dei quattro gatti”. Il terzo esempio lo scandalo delle scuole italiane all’estero, che all’origine sono una realtà nobile, con motivazioni sacrosante: “dare un punto di riferimento e magari anche di aggregazione agli immigrati sparsi per il mondo e bisognosi di ritrovare le loro radici culturali”. Invece risulta che oggi gli italiani all’estero snobbano le scuole italiane, preferiscono i corsi locali, così capita che nelle scuole italiane all’estero, otto studenti su dieci sono stranieri. Allora ci sarebbe da chiedersi perché il contribuente italiano deve spendere i suoi soldi per consentire a ragazzi svizzeri o francesi di frequentare corsi gratis? A che serve? A parte a quei 500 professori da 6.000 euro al mese.

Altro esempio di spreco nelle scuole sono i furbetti del manualino. Mi riferisco ai libri di testo che costano molto cari alle famiglie italiane. Certo qualche sacrificio per la cultura sarebbe anche giusto farlo, ma quando si viene a conoscenza del bieco businessdei libri di testo nelle scuole italiane, allora subito passa la voglia.

Il V capitolo del testo “5 in condotta” di Mario Giordano edito da Mondadori, è dedicato allo squallido problema della scuola dei bulli. Dove le cartine geografiche sono state sostituite dalle cartine per l’hashish. Anche qui il giornalista illustra una serie di episodi più o meno noti. Si possono trovare su internet, si va dal professore che esce dalla scuola tra i cori da stadio: “Sei un buffone”, “Sei un coniglio”, “Dove scappi?”, al prof di ginnastica che gli tirano giù i pantaloni della tuta. Ma c’è anche la prof di fisica che piange davanti alla classe che la spernacchia, quella che rimane immobile sulla sedia, durante la lezione, mentre il ragazzo sale sulla cattedra e si mette a ballare. Interessante, raccontare quello che viene scritto dagli insegnanti sui registri di classe, lo ha fatto, Giovanni Floris, nel suo La Fabbrica degli ignoranti, c’è da rimanere basiti.

Quindi esiste un bullismo contro i docenti, ma c’èquello più diffuso tra gli studenti. Tanto che a Milano nasce il primo ambulatorio per curare le vittime del bullismo. L’ex ministro Fioroni parla di “emergenza del vivere civile”, per la Gelmini era un problema prioritario da affrontare subito. Ma prima di prendere le necessarie misure contro le violenze, bisognerebbe fare delle serie riflessioni sulle cause che hanno portato a questo sfascio.“L’Italia è un Paese che non conosce più la severità”, scrive Giordano. Se un insegnante si fa dire dall’alunno ‘devi scopare di più’ e per giunta lo ringrazia, c’è qualcosa che non funziona.

Si è perso il concetto della severità, della responsabilità, dell’autorità. Allo studente è permesso tutto, all’insegnante, nulla. A scuola proliferano picchiatori, allagatori, a volte anche ladri, “ormai la delinquenza scolastica è così diffusa – scrive Giordano- che nemmeno la classica gioia dell’ultimo giorno di scuola riesce ad essere vissuta serenamente. Infatti a giugno, appena suona la campanella finale, scatta regolarmente il coprifuoco. Attorno alle scuole si vive in una specie di stadio di assedio, con chiusure anticipate e presidi che assoldano vigilantes manco ci fosse da proteggere una missione a Baghdad”.

Ma quanti sono le violenze dei bulli nelle scuole italiane? Quanti adolescenti sensibili vengono umiliati e offesi? Si domanda Giordano. Quanti ancora devono subire i soprusi dei prepotenti? E, soprattutto, quanti professori osservano senza rendersi conto di quel che succede? Qualcuno si consola affermando che l’umiliazione in classe è sempre esistita, si è vero, ma oggi è diventata più cattiva, senza regole, senza barriere. Collegato in parte a questo fenomeno, c’è la questione degli studenti stranieri, che subiscono violenza, ma che nello stesso tempo, a volte, sono protagonisti di violenze. Secondo una indagine del ministero che combatte il fenomeno del bullismo, conferma che, “il ruolo di vittima o di carnefice è quasi sempre assunto da ragazzini stranieri, ovvero quelli maggiormente esposti al senso di emarginazione che genera questi comportamenti”.

Continuo il racconto sul disastro scolastico italiano, ricordo che sto leggendo l’ottimo pamphlet di Mario Giordano, 5 in condotta, edito nel 2009 da Mondadori. Accettando il consiglio di un amico mi sforzerò di essere sintetico nell’esporre gli argomenti. Partiamo dai professori a scuola sonomeravigliosi, eroici, appassionati, generosi, straordinari professori. Come in ogni professione ci sono quelli che si impegnano, altri che si impegnano meno. Certo su internet abbondano filmati dove il prof non fa una bella figura: “impazzano i video dei prof pazzi”, scrive Giordano. “Hai un bel ripetere che la maggior parte degli insegnanti farebbe follie solo per Dante e Ariosto(…)Basta il prof Sciabolino, mascherato come uno zorro della Tiburtina, a distruggere tutto. Pochi secondi di YouTube travolgono un’intera categoria”.Giordano fa riferimento a quell’insegnante (si fa per dire) di Italiano di un istituto alberghiero che si presenta in aula vestito da donna. Purtroppo, scrive Giordano, non è l’unico caso clinico assurto a dignità di cattedra, ce ne sono altri, saranno una minoranza, ma finiscono per travolgere la maggioranza silenziosa degli insegnanti normali.

Ma come si fa a distinguere nella scuola chi fa bene il suo mestiere e chi no, Mario Giordano auspica di dare i voti agli insegnanti, così come si fa con gli studenti. Anche se è consapevole che a scuola non si può cacciare nessuno, nemmeno chi ruba o molesta i bambini. Il libro di Giordano è ricco di episodi eclatanti, di casi di insegnanti che certamente meriterebbero sanzioni pesanti, anche penali.

Pertanto, Giordano fa riferimento alla bassa percentuale di insegnanti laureati; per insegnare matematica solo il 17% è laureato. Inoltre, gli insegnanti sono troppo vecchi, 1 insegnante su 2 ha oltre 50 anni, bassa la percentuale dei giovani. E poi siamo il Paese dei 300.000 mila precari. Nessun Paese d’Europa ha mai creato un mostro simile.Ci sono casi dove si arriva alla pensione da precari. Giordano è abbastanza pesante sul sistema di selezione dei prof , ai primi posti delle graduatorie spesso non si trovano i docenti più meritevoli, come capita in tutto il mondo civilizzato, per il docente italiano conta di più l’anzianità e il tenere famiglia. Sostanzialmente, si premiamo gli anziani e chi tiene famiglia.

Tuttavia, il carrozzone degli insegnanti per Giordano, non è soltanto pletorico e sovraffollato, è anche squilibrato: in pratica ci sono troppe donne. Alle elementari le maestre rappresentano il 95,4 per cento del totale (nel 1973 erano l’83 per cento). In nessun altro Paese la percentuale è così alta. La situazione non migliora alla scuola media e nemmeno alle superiori. “Un eccesso di femminilizzazione non va bene, perché i ragazzi hanno bisogno di entrambi i riferimenti. Il modello maschile (spesso già assente in famiglia) non può mancare totalmente a scuola. Alle Medie, poi, il fenomeno diventa devastante: ragazzini in pieno sviluppo preadolescenziale si trovano in cattedra donne che sono troppo simili alle loro madri, hanno gli stessi toni, gli stessi nervosismi, e fanno le stesse raccomandazioni”. In sostanza , i conflitti domestici, si traferiscono in aula, “creando classi che a volte sono più ingestibili di una ciurma di pirati”.

Tra l’altro, esiste tra gli insegnanti un fenomeno, forse sottovalutato, che è quello del crollo psicofisico, della depressione, dell’ipertensione e dei disturbi cardiocircolatori. L’Asl di Milano ha calcolato su un periodo di dieci anni, l’incidenza delle patologie psichiatriche è pari al 49,8 per cento fra gli insegnanti contro il 37,6 per cento degli impiegati e il 16,9 per cento degli operai. “Oggi il mestiere di maestro- spiegano gli esperti – è il più usurante dal punto di vista psichiatrico”.Chissà se il ministro Fornero e i suoi amici tecnocrati sono al corrente di questi dati, invece di sostenere che a 42 anni di contributi, si lascia il lavoro prima.

Poi c’è il problema della distribuzione geografica degli insegnanti, la maggioranza proviene dal Sud, questo crea notevoli problemi, sui trasferimenti e sulle continue cattedre che cambiano titolare. Ricapitolando, gli insegnanti sono troppi, ci sono troppe donne, troppi anziani, troppo depressi e mal distribuiti, infine, gli insegnanti hanno uno stipendio troppo basso. Questa situazione, per Giordano, è il frutto di quel principio dell’appiattimento egualitaristico a ogni principio meritocratico, che ha prodotto una scuola simile ad un ammortizzatore sociale, quasi un surrogato del sussidio di disoccupazione, un’alternativa ai lavori socialmente utili.

Quindi, i risultati non potevano che essere questi: gli insegnati lavorano meno ma guadagnano anche meno, rispetto ai loro colleghi stranieri. Abbiamo gli stipendi più bassi , per anni la retribuzione degli insegnanti cresce al passo della lumaca, e non si può fare nulla per accelerarla, del resto un insegnante non fa carriera, nasce e muore insegnante. Il libro di Giordano ricorda che il 97 per cento del bilancio dell’istruzione serve per pagare gli stipendi, una somma enorme, che non può essere distribuita in premi, incentivi, riconoscimenti per chi merito di più. Tutti prendono gli stessi stipendi, non c’è differenza: se hai le classi di 30 studenti o la meta, non fa niente se poi a casa devi correggere i compiti e prove scritte, il tuo stipendio e uguale ad altri insegnamenti (vedi educazione fisica) Secondo Giordano questo è un egualitarismo folle, un’isola infelice di similcomunismo, che ha inevitabilmente effetti devastanti, infatti la scuola è ormai allo sfascio.

Nel IV capitolo Giordano affronta il problema della burocrazia, la scuola sembra un’istituzione che ha venduto la sua anima alle circolari. Ormai a scuola siamo giunti a due circolari per ogni giorno di scuola, con un linguaggio burocratese, che fa venire il mal di testa, secondo Giordano. Ma ne riparliamo alla prossima puntata, ho promesso di essere sintetico. E soprattutto, essendo insegnante, spero di non essere incappato in qualche strafalcione, ogni tanto qualche dubbio mi assale.

L'ultimo saggio di padre Bernardo Cervellera sulla Cina diffuso in occasione delle Oimpiadi

 

Organizzato dall'associazione Alleanza Cattolica si è svolta a Roma - relatore d'eccezione il padre missionario Bernardo Cervellera, direttore dell'agenzia AsiaNews - una conferenza di approfondimento sulla “Cina, il gigante dai piedi d'argilla”. Da qualche anno, infatti, e ancora prima delle ultime Olimpiadi, l'ultimo grande Paese ancora in mano al potere comunista non cessa di far parlare di sé. Note sono le sue mire ad entrare nel club dei 'grandi' del mondo e il suo vertiginoso sviluppo economico degli ultimi decenni. Molto meno, invece, lo sono le continue violazioni in materia di diritti umani e libertà religiosa che avvengono pressochè quotidianamente. Cervellera ha ricordato a tal proposito la figura eroica di Liu Xiaobo, lo scrittore insignito del Premio Nobel per la pace nel 2010 “per il suo impegno non violento a tutela dei diritti umani in Cina” e promotore del manifesto “Charta 08” - sottoscritto da centinaia di intellettuali e attivisti della società civile - per favorire una serie di riforme politiche volte alla democratizzazione del Paese (il nome riecheggia chiaramente la famosa “Charta 77”, la più importante iniziativa del dissenso anticomunista cecoslovacco degli anni Settanta, capeggiato da Vaclav Havel (1936-2011)). Liu Xiaobo, però, tuttora in carcere (la recente sentenza di appello ha confermato la condanna a 11 anni di prigione) non è l'unico leader del dissenso civile: ne esistono anche molti altri, che, pur meno famosi, combattono quotidianamente nella clandestinità rischiando la vita per sé e per i propri familiari. Tra l'altro, Cervellera ha osservato che la crisi attuale della Cina non ha a che fare soltanto con il tema drammatico dei diritti umani e della dignità dell'individuo, ma anche con vari e molteplici problemi legati al mondo del lavoro e all'eguaglianza sociale. L'anno passato è stato infatti il primo in cui il Paese – da ventidue anni a questa parte – ha registrato un deficit commerciale. L'inflazione è pure molto alta secondo gli ultimi dati, intorno al 6%. Per avere un'idea del 'costo umano' dello sviluppo economico e della sua bizzarra ripartizione nel Paese, basti pensare che lo stipendio-medio annuo di un cinese attualmente si aggira intorno ai 1.500 euro. Non meno inquietanti sono poi i dati relativi all'inquinamento ambientale (l'acqua del 70% circa dei fiumi, danneggiata dallo sviluppo induistriale selvaggio, sarebbe già irrimediabilmente compromessa) che provocano circa 450.000 morti l'anno per malattie di tipo respiratorio. Su questo sfondo, vanno infine calcolate le continue rivolte sociali che si moltiplicano nel Paese: da 8.000 (nel 1996) a 180.000 (l'anno passato), frutto visibile dell'instabilità che – a vari livelli – regna oggi nella Repubblica Popolare Cinese e che costringono a una sempre più massiccia militarizzazione della piazza pubblica.

Dal punto di vista politico, Cervellera ha definito la Cina “un'oligarchia, in mano a nove persone, tante quante compongono il Comitato dirigente del partito” spiegando che il ruolo del Parlamento è ancora assolutamente simbolico (per dire il meno) dal momento che la massima camera rappresentativa si raduna mediamente una volta l'anno e che, comunque, il governo si identifica pressochè integralmente con il partito comunista, non tollerando alcuna 'ingerenza' esterna. Gli avversari – politici e religiosi – vengono così perseguitati, arrestati o anche condannati a morte. Moltissimi - come noto - sono stati in questi anni i sacerdoti arrestati e deportati, mentre non pochi vescovi sono tuttora impossibilitati ad esercitare il loro ministero. Tra questi, Cervellera ha ricordato Giacomo Su Zhimin (80 anni, di cui 40 in carcere) e Cosma Shi Enxiang (90 anni, di cui 51 in carcere): “vescovi di cui da anni non si hanno più notizie, fatti sparire dalla polizia e che hanno pagato così la loro fedeltà al Papa”. Eppure, nonostante tutto, secondo il missionario nel Paese si registra anche “una grande ricerca di Dio” e una “crescita” silenziosa ma innegabile della fede cristiana, anzitutto per la sua attenzione ai diritti della coscienza e del singolo individuo come persona. Il futuro prossimo dirà se i cristiani in Cina potranno continuare - finalmente liberi - la grande avventura al servizio del Vangelo inaugurata dall'indimenticabile figura del gesuita padre Matteo Ricci, nel XVI secolo.

5 in condotta m.giordano

 

Ogni fine anno scolastico sui media irrompono i soliti commenti più o meno negativi sulla scuola italiana. Quest’anno, per la verità, i commenti non sono stati molti, è probabile che la crisi economica abbia contribuito a distogliere i vari commentatori e poi, forse non c’è un ministro degnodi essere attaccato o criticato, com’è capitato con i precedenti ministri, vedi Gelmini.

Comunque sia i problemi della scuola restano, e ad oggi non si vedono soluzioni possibili. L’anno scorso ho letto e presentato l’ottimo libro provocazione della professoressa Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo, in questi giorni, nonostante la fatica del trasloco, sto leggendo l’altrettanto libro provocazione, “5 in condotta”. Tutto quello che bisogna sapere sul disastro della scuola (il sottotitolo), di Mario Giordano, edito da Mondadori.

Il libro di Giordano è del 2009, ma gli argomenti puntigliosamente proposti dal giornalista sono di una straordinaria attualità, anche perché i problemi nella scuola ci sono sempre. La scuola italiana, che è ultima nei rapporti Ocse sulla preparazione degli studenti, in dieci anni nelle Superiori ha promosso nove milioni di alunni (tanti quanti la popolazione della Svezia). Le lacune degli studenti italiani sono gravissime, a partire dalla scuola Elementare e proseguendo con la scuola Media, quindi alle Superiori, per concludere all’università.

Mario Giordanocol piglio giornalistico, raccontail disastro della scuola italiana, senza fare sconti , a volte esagera, ce n’è per tutti, dagli insegnanti ai bidelli, pardon collaboratori scolastici, fino ai presidi, anzi i dirigenti scolastici. “Mario Giordano ci accompagna in un viaggio, dai risvolti sorprendenti e inediti, dentro un disastro che non possiamo più sopportare, ma anche dentro quel ‘miracolo che si ripete ogni giorno’, grazie al quale la scuola ‘resta in piedi, nonostante tutto, contro tutto’. Quindi non tutto è perduto, si può ricominciare dal positivo che ancora c’è nella scuola.

Ma vediamo cosa non va nella scuola. Che cosa si insegna a scuola? Di tutto, meno che studiare.Giordano comincia la sua analisi sul disastro scolastico con gli insegnamenti inutili e fa riferimento al gigantesco paradosso, dove si impiegano ore ed ore per studiare la coltivazione biologica della cipolla, educazione alimentare del provolone, dal salame alla pancetta. Giordano con meraviglia racconta come alle elementari i bambini vengono portati a lezione nella stalla, e poi a coltivare l’orto, ma anche alberi da frutto. Nulla di male se poi ci fosse il tempo per studiare altro. A volte sembra di insegnare a perdere tempo, come quando si impara ad annullare il francobollo, capita anche questo, in uno dei tanti progetti scolastici. Pare che si insegni anche a fare le scommesse clandestine, non può mancare la solita educazione stradale, che non fa spiegare alla Mastrocola, l’Eneide.

E poi c’è il grave problema dei costi della scuola, a pagina 22 il giornalista affronta la questione dei 36.000 consulenti con un costo di 58 milioni di euro. Sono un vero e proprio esercito, i dati sono quelli del 2006. A scuola sono entrati per insegnare (a pagamento) la pesca alla trota o il ritmo del tamburello. ”Ma vi pare possibile – scrive Giordano con tanta amarezza- che mentre le scuole perdono pezzi e gli insegnanti hanno stipendi da fame, un’intera città come Aosta giorno dopo giorno entri in classe per insegnare l’antica arte del guardare le nuvole alla moda atzeca o altre amenità?”

Il libro “5 in condotta”, offre un elenco abbastanza divertente delle tante amenità insegnate nelle nostre scuole. Dalle lezioni di mesh work e celtico allo schiatzu, al thai boxe al kendo e aikido, capita pure di vedere la lezione di spinello, come al liceo classico di Francavilla al Mare (Chieti). Di fronte a questi scandali il professore di Matematica all’università La Sapienza di Roma, Giorgio Israel da la colpa a un certo dirigismo ideologico, si pretende di sostituire lo Stato alla famiglia, occupandosi dell’educazione etica dello studente.

A volte sembra che a scuola trionfi una babele continua, che non giova a nessuno: la grammatica e l’ortografia non le conosce più nessuno – scrive Giordano - In compenso abbiamo scuole dove si insegnano affettività, sessualità ed etica dello spinello.

Ci chiedono di insegnare di tutto, dall’educazione stradale alla corretta alimentazione, fare i psicologi, gli animatori, portare al cinema i ragazzi, in poche parole ci chiedono un mestiere allargato, estraneo alle nostre competenze. Insegnare le discipline tradizionali è diventato un optional.

Il II capitolo è dedicato alla scuola degli asini, dove si impara che Pompei fu distrutta dall’erezione del Vesuvio. Qui Giordano si sbizzarrisce facendo innumerevoli esempi di strafalcioni in cui sono incappati i poveri studenti: la verità viene sempre a palla, ho perso le stoffe, era in preda ai fiumi dell’alcol ed è rimasto morto stecchino, fu un incendio goloso, muoia Sansone con tutti i Piagnistei, questo ragionamento non fa una griglia. Ci sono siti internet dove si raccolgono le varie castronerie degli studenti, ma ci sono anche quelle dei docenti. Il libro di Giordano sostiene che il disastro scolastico italiano è maggiore nel nostro Sud, “E’ sconfortante. Nei test di lettura gli studenti Ocse prendono in media 492 punti. In Italia ne prendono 469. Al Sud 443. Nelle isole 425. Nelle scuole Medie meridionali siamo a livelli prossimi all’analfabetismo: 263. Ancora peggio va nei test di scienza…”. Ricordo le polemiche sui media quando il ministro Gelmini solleva il problema della scarsa preparazione degli studenti del Sud, a questo proposito anche un articolo di Giordano sul Giornale ha destato molto clamore. Purtroppo i colleghi che operano al Sud non hanno accettato le analisi e invece di fare autocritica, hanno reagito a testa bassa contro il ministro definendolo razzista. Ma il problema è reale, i dati lo dimostrano, basta avere la voglia di leggerli. Non è possibile che la maggiore concentrazione di 100 e lode all’esame di maturità si registri proprio in Calabria e Puglia. A Crotone si registra il 34% dei 100 e lode, mentre a Roma nei licei Mamiani e Tasso, si devono tare di appena il 3%. Allora esiste una questione meridionale nella scuola italiana? Per l’ex ministro Luigi Berlinguer, che non è un leghista , ma un noto esponente della sinistra, con tanto di nobile cognome, esiste eccome.

Il vizio di fondo è che bisogna promuovere sempre e comunque, nel dubbio promuovere è la regola nella scuola del post-Sessantotto. Del resto in Italia, da tempo, è passata l’idea che gli studenti non si possono punire, non si possono giudicare, che hanno lo statuto e tanti diritti, ma pochi doveri, alla fine diventa difficile bocciarli. Anche la promozione diventa un diritto acquisito. E se poi non bastano i professori o i presidi permissivi, per Giordano, c’è sempre il ricorso al Tar.

Concludo con la Mastrocola che per certi versi giustifica le battaglie di quarant’anni fa contro la scuola severa e autoritaria, troppo astrattamente nozionistica, separata dal mondo. Oggi il problema è esattamente l’opposto. “Adesso è venuto il momento di progettare ‘una scuola alta per tutti, dove tornino la difficoltà, lo studio, la serietà…’”. Il primo passo sarebbe di riscoprire la meritocrazia. Per ora concludo, credo di continuare per affrontare gli altri problemi…

Il mensile cattolico Il Timone ha organizzato il 16 giugno 2012, a Frascati, in provincia di Roma, una giornata di formazione il cui momento culminante è stato la Tavola rotonda, moderata dal giornalista Giuseppe Brienza sul tema: «Messa antica, Messa “nuova”: stesso spirito ma esigenza di un approfondimento della riforma liturgica». Dopo l’intervento introduttivo di Mons. Raffaello Martinelli, Vescovo della Diocesi di Frascati, hanno svolto relazioni sul tema Andrea Tornielli, vaticanista de La Stampa, Don Nicola Bux, consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede e di altri Dicasteri della S. Sede e Don Giovanni Poggiali, collaboratore de il Timone e direttore spirituale del seminario dell’Opus Mariae Matris Ecclesiae di Filetto (MS), il cui intervento, intitolato “Il rito della santa Messa: la riforma nella continuità”, si riproduce parzialmente qui di seguito, per gentile concessione dell’Autore.

 

Il sacrificio con cui Cristo Verbo incarnato ha offerto Se Stesso, è il dono che il Padre ci ha fatto per amore e per la nostra salvezza e con cui si «effettua l’opera della nostra redenzione» (cf. SC 2). «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Siamo salvati grazie al dono totale di Gesù, e nella Santa Messa possiamo ricevere questo dono, ricevere la Vita di Gesù con la Comunione ed essere divinizzati, perché è Dio che ci trasforma in Lui, facendoci partecipare già ora, in qualche modo, della vita divina (cf. Gal 2,20; 2 Pt 1,4). Perché l’Eucaristia è pegno della gloria futura e farmaco d’immortalità.

Il santo Padre, Benedetto XVI, ha usato per la Messa l’immagine del Cielo che scende sulla terra: «La vera bellezza è l’amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel mistero pasquale. La bellezza della liturgia è parte di questo mistero; essa è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra» (Sacramentum Caritatis, 22 febbraio 2007, n.35)

Anche Scott Hahn, un biblista convertito dal protestantesimo, ha scritto nel suo La cena dell’agnello. La Messa come Paradiso sulla terra: «La Messa, o, come è più esattamente definita dalle Chiese orientali, la Divina Liturgia, è una realtà così ricca da favorire molti validi approcci teologici ad essa, quanti ce ne sono verso l’intero mistero di Cristo stesso. L’Eucaristia è parte della grande montagna vivente che è Cristo - una metafora dagli antichi santi della Terra Santa – e questa montagna può essere scalata da numerosi lati."

E’ la bellezza di Dio che si manifesta per noi ogni giorno sugli Altari: Dio per noi, Dio con noi, Dio in noi…

Questa premessa “teologica” però, non ci fa dimenticare che il tema della nostra conversazione non è la teologia eucaristica ma il concetto di continuità nel rito della Messa che, come tutti sappiamo, è stata riformata con il Messale promulgato da Paolo VI nel 1970, come richiesto dalla Sacrosanctum Concilium (SC), la Costituzione sulla Sacra Liturgia del CVII (Concilio Vaticano II, 1962-1965) del 4 dicembre 1963.

Nel CCC la dottrina della fede eucaristica è riportata chiaramente e questa è la voce ufficiale della Chiesa. Al n. 1367 si legge: “Il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell'Eucaristia sono un unico sacrificio: “Si tratta infatti di una sola e identica vittima e lo stesso Gesù la offre ora per il ministero dei sacerdoti, egli che un giorno offrì se stesso sulla croce: diverso è solo il modo di offrirsi”. “E poichè in questo divino sacrificio, che si compie nella Messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che "si offrì una sola volta in modo cruento" sull'altare della croce questo sacrificio è veramente propiziatorio” [Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1740].

La continuità liturgica è affermata in quanto il rito che celebriamo oggi nella forma ordinaria è uno e identico con il sacrificio della croce e il CCC riprende il Catechismo del Concilio di Trento. Ciò che più conta, è la prassi della Chiesa, ciò che Essa fa oggi nella Liturgia, perché lex orandi lex credendi (la norma della preghiera è la norma della fede). Infatti, il regnante Pontefice celebra, e prima di lui anche altri tre Pontefici, con il Rito Ordinario da tanti anni, tutti i giorni. Se la promessa di Cristo è vera, cioè: «le potenze degli inferi non prevarranno» (Mt 16,18), significa che lo Spirito Santo opera e agisce sulla Chiesa di Dio, Una Santa Cattolica e Apostolica e che «chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato» (Lc 10,16). Se Pietro celebra con un rito, e Pietro è la Roccia visibile su cui Cristo ha fondato la Chiesa (cf. Mt 16,13-19), e la promessa di Cristo è indefettibile, significa che questo rito è vero. Se il Capo del Collegio Apostolico, nel momento della massima e perfetta adorazione di Dio, che è la Santa Messa, utilizza un Rito specifico, quel Rito è la norma per tutta la Cattolica. Inoltre occorre sempre distinguere il contenuto dottrinale da eventuali abusi che intaccano un rito o una dottrina o un pensiero teologico. Gli abusi non decidono del contenuto dottrinale del rito, ciò che conta è il testo, il Libro liturgico che è riferimento di quel rito.

Per esperienza diretta, celebrando entrambe le forme dell’unico Rito Romano secondo quanto scritto dal santo Padre nel Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007, posso dire delle ricchezze dell’una e dell’altra forma, straordinaria e ordinaria che, se accolte con la fede della Chiesa, possono arricchire e arricchirsi. La Messa antica ha tanti pregi: una sacralità misteriosa, la sottolineatura potente del carattere sacrificale della Messa, il Salmo 42 iniziale che mio padre, il quale non ha più memoria avendo la demenza senile degenerativa, si ricorda ancora: Introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat juventutem meam…, il canone silenzioso che dona alla celebrazione un’aura di affascinante mistero, la comunione in ginocchio alla balaustra - infatti si riceve il Re dei re e occorre umiliarsi -, la lettura finale del prologo Giovanneo che ricapitola tutta l’economia della salvezza e il grande mistero dell’Incarnazione, le preghiere finali a san Michele Arcangelo, in un tempo in cui il Demonio è scatenato…, i gesti e le preghiere del sacerdote, tutto ordinato e preciso…, l’altare orientato, la bellissima lingua latina… Insomma, questa Messa è bellissima e ringrazio il Papa che ci permette di celebrarla, anche se io la celebravo anche prima perché avevamo, come Comunità, l’indulto del beato GPII con il MP Ecclesia Dei afflicta del 2 luglio 1988…

Anche nella Messa riformata, pur diversa nella ritualità – e, forse, più povera - se celebrata bene magari con l’altare orientato, si riscontrano delle peculiarità come, per esempio, le letture bibliche più abbondanti rivolte ai fedeli e una maggiore ricchezza di testi eucologici, per esempio i prefazi, e la sottolineatura dell’aspetto conviviale della Messa. Inoltre, anche per questa forma celebrativa, è possibile praticare le “ricchezze” antiche come la comunione in ginocchio, alcune parti della Messa in latino – che non è stato abolito dal Concilio – e l’altare coram Deo per l’orientamento della celebrazione…

Insomma, alla fine possiamo dire che c’è sicuramente una differenza sul piano rituale, ma non su quello dottrinale e le due forme, come è nella mens del santo Padre, possono e devono arricchirsi vicendevolmente.

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