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Venerdì, 24 Gennaio 2020

benedetto xvi fatima

 

Mi sembrava giusto e doveroso in occasione della festa della Madonna di Fatima e anche un po’ per staccare la spina sui temi della crisi politica ed economica, leggere il volume L’ultimo segreto di Fatima, scritto dal compianto Giuseppe De Carli edito da Rai, Eri, Rizzoli. Si tratta di una lunga intervista al cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato e Camerlengo di Sacra Romana Chiesa. Fatima è stato definito giustamente l’avvenimento più importante del secolo XX. Il libro riporta una rigorosa ricognizione di documenti, tra l’altro le pagine autografe di suor Lucia e l’interpretazione teologica dell’allora prefetto della dottrina della Fede Ratzinger. Il cardinale Bertone che allora nel 2000, ha condiviso, con il prefetto la storia della pubblicazione e l’interpretazione della Terza Parte del Segreto, mette in luce la rilevanza di un messaggio che è fra i più “politici e profetici” del XX secolo e tocca il destino dell’intera umanità.

Con Fatima abbiamo a che fare con la più clamorosa apparizione delle apparizioni della Vergine Maria, quella che ha attirato sul luogo ben tre Papi: Paolo VI nel 1967; tre volte Giovanni Paolo II e ora Benedetto XVI. Il messaggio ci viene incontro col linguaggio del sangue e della sofferenza intorno alla figura di Giovanni Paolo II, in particolare nella terza parte. C’è un “mistero di sangue” che ha segnato la vita di Karol Wojtyla, quel “vescovo vestito di Bianco che cammina tra i cadaveridei carbonizzati”, e c’è anche Benedetto XVI che, quasi a sigillo dei suoi primi cinque anni di pontificato, va pellegrino nel santuario portoghese.

Il libro di De Carli è accompagnato da una lettera di presentazione di papa Benedetto XVI, che sancisce l’importanza del testo. L’Ultimo segreto di Fatima, segue il precedente volume, L’Ultima veggente di Fatima, è strutturato in due parti distinte, nella prima prevale la “grammatica celeste” di suor Lucia. Nella seconda parte si concentra nel colloquio con il cardinale Bertone, che ha vissuto una irripetibile esperienza attraverso il messaggio di Fatima.

Il testo di de Carli e del cardinale Bertone risponde alle discussioni e alle critiche emerse di recente, in merito a possibili altri messaggi o segreti su Fatima. A questo proposito mi sembra utile rileggere alcuni passaggi dell’insegnamento del viaggio apostolico che Benedetto XVI ha compiuto in Portogallo dall’11 al 14 maggio 2010 in occasione del decimo anniversario della beatificazione di due dei tre veggenti di Fatima, Giacinta (1910-1020) e Francesco (1908-1919). Per chi è interessato suggerisco l’ottima e attenta lettera che fa il professore Massimo Introvigne, esponente e dirigente dell’associazione Alleanza Cattolica, “Fatima e il dramma della modernità. Il viaggio di Benedetto XVI in Portogallo”, pubblicato sul sito Cesnur.org.

«Sono venuto a Fatima – ha detto il Papa – perché verso questo luogo converge oggi la Chiesa […]». «Luogo benedetto che Dio si è scelto per ricordare all’umanità, attraverso la Madonna, i suoi disegni di amore misericordioso», Fatima è la “casa” che Maria ha scelto per parlare a noi nei tempi moderni (…)offrendosi per trapiantare nel cuore di quanti le si affidano l’Amore di Dio che arde nel suo».

Per quanto riguarda l’evento accaduto 93 anni fa, si tratta di un « un amorevole disegno di Dio, che non dipende dal Papa, né da qualsiasi altra autorità ecclesiale: “Non fu la Chiesa che ha imposto Fatima – direbbe il Cardinale Manuel Cerejeira [1888-1977], di venerata memoria –, ma fu Fatima che si impose alla Chiesa”»afferma Benedetto XVI.

Il Papa afferma con singolare vigore la verità storica delle apparizioni, che non derivano dalla psicologia dei veggenti ma fanno irruzione nella loro vita dall’esterno, dal Cielo. A Fatima, afferma, «tre bambini si sono arresi alla forza interiore che li ha invasi nelle apparizioni dell’Angelo e della Madre del Cielo». Certo, in ogni apparizione «un impulso soprannaturale […] entra in un soggetto e si esprime nelle possibilità del soggetto. Il soggetto è determinato dalle sue condizioni storiche, personali, temperamentali, e quindi traduce il grande impulso soprannaturale nelle sue possibilità di vedere, di immaginare, di esprimere, ma in queste espressioni, formate dal soggetto, si nasconde un contenuto che va oltre, più profondo, e solo nel corso della storia possiamo vedere tutta la profondità, che era – diciamo – “vestita” in questa visione possibile alle persone concrete». 

Pertanto, per Introvigneresta “ferma la premessa secondo cui nessuna rivelazione privata può pretendere la stessa autorità della rivelazione pubblica, lo stesso vale per Fatima. La dialettica spiega anche perché – a differenza di quel che pensa, quanto alla Sacra Scrittura, l’accostamento fondamentalista tipico di un certo protestantesimo – il testo richiede sempre un’esegesi e un’interpretazione. Il testo non cambia, ma nella storia la Chiesa vi scopre ricchezze sempre nuove”. E soprattutto questi principi sono presenti quando si tratta della materia delicata del terzo segreto di Fatima, o più esattamente della terza parte del segreto di Fatima, pubblicata in modo molto ufficiale dalla Santa Sede con un commento dell’allora cardinale Joseph Ratzinger nel 2000. Qui la Madonna mostra «il Santo Padre [che] attraversa una grande città mezza in rovina; e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce» (Congregazione per la Dottrina della Fede 2000).

Nel commento teologico al segreto del 2000 l’allora cardinale Ratzinger aveva messo in relazione la visione di Fatima con l’attentato che Giovanni Paolo II (1978-2005) aveva subito il 13 maggio 1981, giorno della festa della Madonna di Fatima. “Chi ha scritto - commenta Introvigne - che nel viaggio in Portogallo Benedetto XVI ha «corretto» il cardinale Ratzinger, cioè se stesso, proponendo una diversa interpretazione della terza parte del segreto non soltanto sbaglia, ma dimostra un’insufficiente comprensione del modo in cui la Chiesa Cattolica legge i testi a diverso titolo divinamente ispirati. E questo a prescindere dalla vexata quaestio se esistano testi della veggente di Fatima più a lungo sopravvissuta, suor Lucia di Gesù dos Santos (1907-2005), che ancora attendono la pubblicazione, questione su cui – contrariamente a certe attese giornalistiche – Benedetto XVI in Portogallo non si è pronunciato.

Le profezie hanno sempre più di un significato. La terza parte del segreto, ripete ora Benedetto XVI, è una «grande visione della sofferenza del Papa, che possiamo in prima istanza riferire a Papa Giovanni Paolo II». Ma questa «prima istanza» interpretativa, se mantiene tutta la sua importanza, non ne esclude altre. Al contrario nel segreto, afferma il Papa, «sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano. Perciò è vero che oltre il momento indicato nella visione, si parla, si vede la necessità di una passione della Chiesa, che naturalmente si riflette nella persona del Papa, ma il Papa sta per la Chiesa e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano». Nella terza parte del segreto la vicenda centrale è l’immagine di tutte le persecuzioni che i Papi e la Chiesa nella storia continuamente subiscono. Anche il tradimento dei preti pedofili e le relative persecuzioni mediatiche contro il Papa fanno parte dei «colpi d’arma da fuoco e frecce» del segreto, che sempre «soldati» al servizio di progetti ideologici anticristiani sono pronti a lanciare contro il Papa.

Gli attacchi al Papa non vengono solo da fuori, ma soprattutto dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa […]».

Più in generale, «si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa», afferma benedetto XVI e in questo senso si può dire che sia sbagliato riferire la terza parte del segreto solo all’attentato a Giovanni Paolo II. Nel 1917 la Madonna annunciava una «passione della Chiesa», che si manifesterà «in modi diversi, fino alla fine del mondo». È certo la passione di Giovanni Paolo II colpito dall’attentato del 1981. Ma si può lecitamente pensare che si tratti anche della passione di Paolo VI (1963-1978), colpito e amareggiato dagli attacchi inauditi del dissenso teologico postconciliare dopo la pubblicazione dell’enciclica Humanae vitaedel 1968. È la passione di Benedetto XVI, ferito sia dai crimini dei preti pedofili sia dalle calunnie di quanti manipolano i tragici casi di pedofilia per attaccare direttamente il Pontefice. Sarà la passione di un prossimo Papa fra cinquanta o fra cento anni, perché essere calunniata e perseguitata fa parte della natura e della storia della Chiesa, non solo secondo la profezia di Fatima ma secondo la parola profetica dello stesso Signore Gesù: « Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15, 18).

Secondo Introvigne il messaggio di Fatima è soprattutto un giudizio sulla storia, e in particolare sulla storia moderna. Così “le tragedie annunciate a Fatima non sono finite con la fine delle ideologie del XX secolo e del comunismo, cui pure il messaggio del 1917 si riferisce. La crisi non è risolta. Da un certo punto di vista è oggi più seria che mai, perché è anzitutto crisi di fede, quindi crisi morale e sociale”.

Il Papa fa riferimento alla perdita della fede in tante parti del mondo. «Molti dei nostri fratelli vivono come se non ci fosse un Aldilà, senza preoccuparsi della propria salvezza eterna».

Certo, Dio continua ad andare alla ricerca del cuore di ogni uomo, anche nel nostro tempo come in ogni tempo. «Ma chi ha tempo per ascoltare la sua parola e lasciarsi affascinare dal suo amore? Chi veglia, nella notte del dubbio e dell’incertezza, con il cuore desto in preghiera? Chi aspetta l’alba del nuovo giorno, tenendo accesa la fiamma della fede?». All’interno stesso della Chiesa non mancano infedeltà, fraintendimenti, assenza di sano realismo. «Spesso – ha aggiunto il Papa – ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista. Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni; ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?».

 

La morte di Mussolini è uno dei gialli più gialli della storia contemporanea. Tanto si è detto, discusso, scritto, ponzato, farneticato, che verrebbe proprio da credere non sia possibile aggiungere qualche nuovo elemento alla lunga serie di libri, articoli, interviste, rivelazioni… Invece, alcune nuove analisi, dovute a Francesco Pierucci del Policlinico “San Matteo” (Pavia) con alcuni collaboratori, meritano attenzione e rispetto. Sono oggetto di un interessante.DVD curato da Fabio Andriola e Alessandra Gigante, colonne del mensile Storia in rete.

Pierucci si sofferma sul referto autoptico del corpo del Duce che venne, affrettatamente e in condizioni certo non scientificamente serene, attuato il 30 aprile 1945 all’obitorio di Milano dal professor Mario Cattabeni.

Mussolini

La copertina del DVD di "Storia in Rete" "Mussolini una morte da riscrivere" di Fabio Andriola e Alessandra Gigante

 

Non entriamo nel merito delle non pcohe novità che emergono dalle analisi degli studiosi del “San Matteo”: si spazia dal numero dei colpi sparati, all’orario della morte, dalle condizioni dei vestiti, alla misera fine di Claretta Petacci. Attenzione: non c’è sensazionalismo, pur prestandosi il tema alla ricerca di clamorose rivelazioni. C’è, invece, una serie di riflessioni, dettate da analisi scientifiche, che rendono avvincente il filmato. Va lodata la prudenza dei due curatori: sappiamo che cosa non è accaduto; non ancora ciò che realmente è occorso.

Ricevendo in udienza il 27 gennaio scorso i partecipanti alla plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, Benedetto XVI si è soffermato su alcuni aspetti del cammino ecumenico della Chiesa, in coincidenza con la conclusione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei cristiani. Il Papa ha ricordato come i dialoghi ecumenici, che pure hanno portato “non pochi buoni frutti” esigono “la nostra vigilanza”, per il rischio sempre ricorrente di “un falso irenismo e di un indifferentismo, del tutto alieno alla mente del Concilio Vaticano II”.

Si discute in effetti negli ultimi tempi del recepimento del Concilio Vaticano II, non solo in ambito ecclesiastico, ma anche per le influenze culturali che ha apportato nella società tutta. Sicuramente nell'analisi del problema non bisogna far confusione tenendo ben distinte premesse e conseguenze dell’assise conciliare con i suoi esiti successivi ed attuali, se è vero che la storia la si legge nelle cause ma anche negli effetti. Uno strumento utile per investigare questi aspetti è l’ultimo numero (n. 113, Parigi ottobre-dicembre 2011) della rivista francese “Catholica” (http://www.catholica.fr), a partire proprio dall'editoriale che apre il fascicolo, firmato dal direttore Bernard Dumont ed intitolato “Rottura-Riforma-Rinnovamento”.

Si ricorda che nell'enciclica “Fides et Ratio” del 14 settembre 1998 Giovanni
Paolo II aveva affrontato vari problemi di ordine filosofico individuati come causa di una società caduta nello sbandamento, proprio a causa del travisamento post-conciliare. Infatti, due atteggiamenti nello studio della materia legata al Concilio hanno prevalso, l'eclettismo e lo storicismo. Se il primo in quanto fusione di più elementi rappresenta un errore di metodo
mescolando più derivati di differenti filosofie, il secondo finisce per stabilire una verità filosofica a partire dal suo proprio adeguamento ad un periodo determinato. Segue un articolo di Miguel Gambra sull'analogia storica, con il discorso del 22 dicembre 2005 di Benedetto XVI, riguardante l'ermeneutica della “riforma nella continuità”, operata dal Concilio, soprattutto nei rapporti fra Stato e Chiesa.

Da segnalare all'interno della rivista, infine, è l'intervista realizzata a Giuseppe Parlato, Ordinario di Storia contemporanea presso l’Università Luspio di Roma, sulla situazione dell'Italia all'indomani della seconda guerra mondiale. Nella stessa il presidente della “Fondazione Spirito/De Felice” si sofferma anche sulla figura di mons. Roberto Ronca, rettore del seminario lateranense fra il 1931 ed il 1948, fondatore e direttore del movimento civico-politico Unione Nazionale Civiltà Italica (1946-1955) e Prelato-Arcivescovo di Pompei (1948-1955). La vicenda ecclesiale di questo vescovo romano, infatti, argomenta Parlato citando la prima ed unica biografia finora pubblicata (cfr. Giuseppe Brienza, Identità cattolica e anticomunismo nell'Italia del dopoguerra. La figura e l'opera di mons. Roberto Ronca, D’Ettoris Editori, Crotone 2008, con Prefazione di Marco Invernizzi, presidente dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità nazionale, pp. 244, con ill., € 18,90), offre anche una nuova luce sulla storia delle “correnti” che si affrontarono poi al Concilio. Su disposizione del Vicariato di Roma, infatti, Ronca rimpiazzò nel 1933 l’allora assistente nazionale della locale Fuci, Giovan Battista Montini (1897-1978), futuro Papa Paolo VI (1963-1978), il primo poi in ombra mentre il secondo fra i protagonisti dell’assise conciliare, a causa «[…] del liturgismo quasi da “sale protestanti [di Montini], come gli disse il card. vicario Marchetti Selvaggiani [Francesco (1871-1951)] a proposito di alcuni fogli da lui diffusi tra gli assistenti fucini e trasmessi da mons. Ronca al Vicario» (op. cit., p. 34).

morte di un blasfemo

 

Domenica sera l’emittente radiofonica Radio Maria, in una tavola rotonda ha presentato la figura del beato Carlo I Imperatore d’Austria, l’ultimo imperatore degli Asburgo che è riuscito ad incarnare la santità attraverso la sua vita di statista e uomo politico, la stessa cosa che ha fatto il ministro pakistano Shahbaz Bhatti, assassinato il 2 marzo 2011 nelle strade di Islamabad mentre si stava recando nel suo ufficio.

Sabato 21 aprile presso Angelicum, Mondo X in Piazza S. Angelo a Milano, l’Umanitaria Padana Onlus, Alleanza Cattolica, Associazione Pakistani in Italia,in collaborazione con l’Associazione Federale delle Donne Padane, La Bussola Quotidiana e Il Timone, hanno organizzato un intero pomeriggio dedicato a ricordare il ministro delle minoranze religiose in Pakistan. Prima degli interventi è stata celebrata da Padre Piero Gheddo e padre HajazHajat una S. Messa in suffragio di ShahbazBhatti. Subito dopo nell’auditorium ha iniziato i lavori Marco Invernizzi, responsabile lombardo di Alleanza Cattolica; nel suo breve intervento ha sottolineato come ShahbazBhatti con la sua vita ha ricomposto la deleteria frattura tra fede e politica, certo parlare di santità in un politico, oggi può apparire una bestemmia, eppure conoscendo la vita di Bhatti, questo è stato possibile. Il Servo di Dio Papa Paolo VI, diceva:“La politica è la più alta espressione della carità”. Il ministro pakistano è riuscito a fare proprio questo.

Don Piero Gheddo, il missionario più conosciuto del nostro secolo, che ha personalmente visitato il Pakistan e conosciuto Khushpur, il villaggio dove è nato e vissuto Bhatti, ha inteso dimostrare l’importanza dell’organizzazione cristiana della società in Pakistan: dove c’è l’Islam, la società è ferma e bloccata, dove invece, vivono i cristiani, cambia tutto, a cominciare dalle pulizie delle strade e delle case, la libertà delle donne che sorridono, che si fermano, parlano, si lasciano perfino fotografare (questo è un crimine altrove), la vivacità dei ragazzi e ragazze nel gioco, l’unità delle famiglie (rigorosamente monogamiche), che ha permesso, nonostante la povertà, la fondazione di una società più evoluta. A questo, afferma Don Piero, ha contribuito, soprattutto, la presenza delle scuole. Mentre nei villaggi musulmani vicini e lontani, non si vedono donne per le strade, che tra l’altro, sono abbandonate tra sporcizia e disordine. Per fortuna, ci tiene a ribadire padre Gheddo, non tutti i Paesi islamici sono così, e porta l’esempio della Libia del dittatore Gheddafi.

Subito dopo ha preso la parola, Francesca Milano, giovane e coraggiosa giornalista del Sole 24 Ore, che ha presentato il suo volumetto proprio sul politico martire, ShahbazBhatti: “Morte di un blasfemo”, edito da San Paolo, all’inizio di quest’anno. ShahbazBhatti è stato ministro per le Minoranze Religiose del Pakistan dal 2008 al 2 marzo 2011, quando è stato ucciso da un commando terroristico talebano. Nato nel 1968 da una famiglia cattolica, uomo di profonda fede, di lungimirante sapienza e di tenace carità, attento ai poveri, agli oppressi e ai bisognosi, stava sempre con la gente in prima linea, tessitore instancabile di dialogo interreligioso, ha dedicato tutta la sua vita affinché fosse garantita la libertà di tutte le minoranze religiose nel suo Paese. In particolare Shahbaz si è battuto per revisionare la legge sulla blasfemia e per difendere la povera Asia Bibi, accusata ingiustamente di aver oltraggiato il Corano. Fu il primo direttore della Apma (All Pakistan MinoritiesAlliance), eletto in Parlamento con il Ppp, il partito di BenazirBhutto, anche lei assassinata il 27 dicembre del 2007.Il 2 novembre 2008, fu nominato ministro per le Minoranze Religiose. Shahbaz Bhatti era un uomo molto umile, con una fede profondissima. Non aveva una sua vita privata, tutto il suo tempo lo dedicava ai cristiani e a tutti i perseguitati dalla legge della blasfemia e da altre ingiustizie. “Non ho tempo di metter su famiglia”, diceva a chi glielo chiedeva. Nonostante fosse un uomo politico, è morto povero, sul suo conto corrente non c’era una rupia. Ha speso tutta la sua vita per gli altri. I vescovi del Pakistan hanno chiesto alla santa Sede che venga proclamato “martire e patrono della libertà religiosa”.

Dopo la Milano ha parlato il professore MobeenShahid, docente presso la Pontificia Università Lateranense, fondatore dell’Associazione Pakistani Cristiani in Italia. Mobeen, amico intimo di Shahbaz, ha denunciato l’ignoranza a livello internazionale sulle condizioni dei cristiani pakistani. Il professore ha ringraziato tutti gli intervenuti al convegno, in particolare a Francesca Milano, per il coraggio che ha dimostrato nello scrivere questo libro sulle condizioni dei cristiani in Pakistan.

La seconda parte del lungo pomeriggio è stata dedicata ad esponenti della politica, un omaggio bipartisan della politica e delle istituzioni, per significare l’attenzione del nostro Paese al tema della persecuzione dei Cristiani e un tributo d’onore all’esempio di servizio incondizionato che, con la sua vita e il suo martirio, il ministro ShahbazBhatti ha offerto ai politici di tutto il mondo. Per primo è intervenuto il senatore Antonio Rusconi del Pd, riferendosi alla libertà religiosa ha detto che “non può essere intesa solo come un dato culturale, bisogna passare all’azione, affinché si possa fare in modo che venga rispettata in tutti i Paesi dove viene violata”. Il problema della libertà religiosa non dev’essere visto come qualcosa che riguarda persone lontane, “la persecuzione dei cristiani in Pakistan - ha detto l’esponente del Pd- è un martirio che interpella tutti noi”.Dopo il senatore, prende la parola l’onorevole Andrea Orsini del Pdl che ha ringraziato Francesca Milano per aver fatto conoscere la grande figura del ministro martire pakistano. “L’Islam è una religione nobilissima, purtroppo, però, nel mondo c’è una deriva estremamente pericolosa, ha detto l’esponente del Pdl, che ha ricordato, la difficile condizione delle ragazze musulmane in Italia, in particolare, quelle pakistane . “La libertà religiosa deve valere a Milano come a Karaci o a Kabul, non vogliamo più che i cristiani nel mondo subiscano atti di violenza e di morte solo perché cristiani”. Interviene l’onorevole Laura Molteni della Lega Nord, nonché esponente dell’Associazione Federale delle Donne Padane, che ha ricordato come il 900, il secolo delle idee assassine, hanno perso la vita violentemente quasi 45 milioni di cristiani, un martirio che continua ancora oggi in molti Paesi islamici. L’esponente della Lega ha ricordato che spesso gli uomini e le donne provenienti dai territori con cultura musulmana fanno fatica ad integrarsi o che addirittura rifiutano l’integrazione. La Molteni a questo proposito ha fatto riferimento all’inquietante episodio del terrorista islamico che si è fatto esplodere presso la caserma S. Barbara qui a Milano. Un episodio che ci ricorda che non bisogna abbassare mai la guardia. Infine ha sottolineato la grande importanza della risoluzione parlamentare sulla libertà religiosa, votata in Parlamento da tutti gli schieramenti politici.

Intanto,per manifestare la sua solidarietà, come aveva promesso raggiunge l’Auditorium Angelicum di Piazza S. Angelo, l’onorevole Umberto Bossi, salutato calorosamente dal pubblico presente. Sara Fumagalli, coordinatrice dell’Umanitaria Padana Onlus, che poi è stata l’ispiratrice del convegno, prende la parola e in quindici minuti intensi, con il libro in mano, riesce a raccontare la vita di ShahbazBatthi, all’ex segretario della lega Nord, che qualche attimo prima, aveva manifestato il desiderio di conoscere questa grande figura. Per la verità, non capita tutti i giorni vedere un uomo politico ascoltare con interesse argomenti come quelli riguardanti la straordinaria figura di un uomo laico, politico e cristiano che ha santificato la propria vita mettendosi al servizio di quelli che non hanno voce…

 

James_Russell_Lowell

James Russell Lowell

 

Il 24 agosto scorso è ricorso il primo centenario della nascita del sacerdote stimmatino e filosofo Padre Cornelio Fabro (1911-2011). Con il giornalista Raffaele Iannuzzi – polemicamente – potremmo chiederci: Carneade, chi era costui? Infatti, pur essendo alla presenza di quello che, molto probabilmente, è stato il maggior filosofo italiano del novecento, se facessimo un sondaggio – anche tra i cattolici impegnati – troveremmo risultati sconfortanti: rispetto ai suoi meriti, Fabro è conosciuto poco e studiato pochissimo. Di lui, l’altro grande filosofo cattolico Augusto Del Noce(1910-1989) – in un biglietto personale –, scrisse: «Caro Padre Fabro, come saprai, ho lasciato quest’anno per limiti di età l’insegnamento. Passando in rassegna i ricordi e le figure dei filosofi che ho incontrato, mi sono fermato nella tua; e non penserai che sia adulazione, se ti dico che vedo in te il maggior filosofo che abbia oggi l’Italia. È questo il mio giudizio da molti anni, ma mi piace dirtelo in questa occasione in cui mi licenzio dall’università. Nel momento potrei aggiungere molte altre cose, ma preferisco non farlo, perché so quanto poco tu ami i complimenti. Conto però di mettermi a studiare seriamente il tomismo sotto la guida delle tue opere. I migliori auguri per il Santo Natale e per il nuovo anno. E permettimi un abbraccio». Ogni ulteriore commento, sarebbe superfluo.

Con molto acume, lo stesso Iannuzzi ha rilevato che i cattolici, oggi, sono orfani di se stessi, preda di un nichilismo interno che ha capovolto ogni scala di valori: anziché studiare un gigante del pensiero come il filosofo friulano (…) oggi si legge Vito Mancuso, prefàto da un Cardinale di Santa Romana Chiesa…mi pare sia cambiato qualcosa, nella Chiesa e nella società…Chi scrive, concorda pienamente!

Questo articolo, lungi dal volere esaurire l’argomento, vuole essere un piccolo contributo – per quel che può valere – a far conoscere il gran pensatore friulano e a fungere da stimolo, per i nostri lettori, a riscoprirne la figura e il pensiero.

Partirò da alcuni cenni biografici, per poi esaminare le direttive principali della sua eredità filosofica, centrata sul problema della fondazione della verità e della libertà, che possiamo così sintetizzare:

 

1) Un’originalissima interpretazione della filosofia di San Tommaso(1225-1274) – tomismo essenziale – con l’approfondimento della nozione di esse ut actus essendi – essere come atto d’essere – in oppositionem al formalismo essenzialista della Scolastica.

 

2) messa in luce del cuore platonico – seppur rivisto – del pensiero tomista: la nozione metafisica di partecipazione.

 

3) Lo studio sistematico del pensiero moderno, attraverso la categoria del principio d’immanenza come ateismo radicale e conseguente dissoluzione dell’uomo (tragoedia hominis moderni).

 

Cenni biografici

 

Padre Fabro, nacque il 24 agosto 1911 a Flumignano di Talmassons, in provincia di Udine. Ebbe un’infanzia singolarmente difficile – un po’ come tutti i santi… – segnata da condizioni di salute ed economiche assai precarie. Difficoltà motorie, addirittura di parola (!), inappetenza, pianto continuo, più tardi tifo e mastoidite ne segnano pesantemente i primi anni di vita. La situazione appariva così disperata, che sua madre – come raccontò lo stesso padre Fabro al prof. Danilo Castellano – stanca e sfiduciata dell’impotenza della medicina, lo portò, bambino alla Madonna delle Grazie di Udine e, spinta dalla fede e dalla disperazione ad un tempo, lo adagiò sull’altare pregando la Vergine santissima di fare di lui quello che voleva. Anche in quest’occasione possiamo rilevare un’altra caratteristica comune nella storia della santità: una madre che prega con fiducia per le sorti del figlio, non può non ottenere dalla Madre per eccellenza la grazia richiesta… Per tutti, basta ricordare il rapporto tra Sant’Agostino (354-430) e sua madre, santa Monica (331-387), che gli ottenne il dono della conversione con una preghiera fiduciosa ed incessante.

A soli 11 anni, grazie al sostegno morale e materiale del parroco Don Giuseppe Monticoli – cui dedicherà un appassionato scritto in occasione della sua morte – partì per Verona ed entrò nella Congregazione degli Stimmatini. Tornò a casa, ormai ventiquattrenne, già sacerdote, laureato e premiato, dalla Pontificia Accademia Romana di San Tommaso d’Aquino, per una tesi dal titolo L’oggettività del principio di causa e David Hume. Tale tesi fu recensita dal padre domenicano L.B. Geiger sul Bullettin Thomiste, che cosi scrisse: «Le righe di padre Fabro portano il marchio di un autentico spirito filosofico» Da quel momento in poi, la sua carriera accademica fu un continuo ascendere – nonostante molte avversità, soprattutto ad intra, nella Chiesa… –; dopo la laurea in filosofia del 1931 e la licenza in Teologia del 1937, conseguì nel 1938 il Dottorato in Teologia presso l’Angelicum di Roma con una tesi – La nozione metafisica di partecipazione secondo san Tommaso d’Aquino – che è diventata un caposaldo contemporaneo del pensiero tomista, con un particolare riguardo alla comprensione della Quarta via. Insegnò in varie Università pontificie e statali, riuscendo a diventare anche – nel 1965, a Perugia – il primo sacerdote, dopo l’Unità d’Italia, Ordinario di filosofia teoretica in un’Università statale. Non senza una vena d’ironia, commentò che ciò era potuto accadere, perché la Commissione che lo aveva esaminato era un po’ marxista… Il che la dice lunga sul clima di quegli anni, in fondo, non molto diverso da quello dei giorni nostri. A Perugia ricoprì anche la carica di Preside della facoltà di Magistero. Fu membro onorario e Visiting Professor di diverse Università ed Accademie culturali.

La sua biblioteca personale – diverse decine di migliaia di volumi – fu definita dal filosofo Ugo Spirito (1896-1979), la migliore biblioteca italiana privata di filosofia. In essa, padre Fabro trascorreva ore e ore durante la notte: sovente i suoi confratelli lo trovavano il mattino, addormentato, riverso sui libri, che infaticabilmente segnava: non scriveva mai niente per “sentito dire” e si documentava su tutto. Per apprendere il pensiero del filosofo Soren Kierkegaard (1813-1855), non esitò a trasferirsi in Danimarca e a studiare il danese: diffidava, infatti, delle traduzioni correnti. È considerato, ancora oggi, il maggior specialista italiano e, forse, del mondo del pensatore danese. Tutti i papi – da Pio XII (1939-1958) a Giovanni Paolo II (1978-2005) – lo tennero in gran considerazione: era membro consultore di vari dicasteri vaticani. Fu chiamato a dirimere varie controversie di natura dottrinale; celebre, al riguardo, la vicenda che coinvolse il grande filosofo Emanuele Severino, all’epoca docente alla Cattolica. Padre Fabro era uno degli estensori dei tre Voti con i quali Severino fu poi espulso: gli scritti – inviati dal Cardinale Seper – erano anonimi. Severino, così commentò quella vicenda: «Capìì subito quale dei tre Voti non firmati potesse convenire alla scrittura filosofica di un Fabro: ho letto il più approfondito e il più ampio dei tre Voti con estremo interesse e mi sono trovato di fronte alla comprensione più penetrante e più concreta del mio lavoro.» Simili considerazioni di apprezzamento, furono espresse – tramite allievi –persino da Martin Heidegger (1889-1976), dai più considerato, come il massimo filosofo del novecento e, sicuramente, interlocutore privilegiato del pensatore friulano, seppur criticamente. In tutto questo, padre Fabro si distinse anche per lo zelo pastorale; per quarant’anni visse ed operò presso la parrocchia romana di Santa Croce al Flaminio. Le sue S. Messe erano frequentate da persone colte e umili, non disdegnava la confessione e la direzione spirituale: nel primo pomeriggio trovava addirittura il tempo di giocare a calcio con i seminaristi nel campetto parrocchiale!

Chiudiamo questi cenni biografici accennando ad un episodio singolare, che dimostra lo spessore anche morale del padre Fabro. Durante il viaggio d’andata in aereo a Buenos Aires – per un convegno di filosofia – fu svegliato precipitosamente dall’amico e collega Ugo Spirito ed avvisato che uno dei motori stava prendendo fuoco. Padre Fabro, nello sbigottimento generale, tracciò un segno di croce, recitò un’Ave Maria e tornò a dormire! Non aveva paura della morte. Di essa scrisse: «Chi non sa pensare alla morte non riesce a comprendere la vita. Non possiamo delegare un altro a morire al nostro posto, ognuno deve decidere per sé: la morte non è un punto nero o un punto bianco. La morte ha il colore delle qualità dello spirito che vi si prepara: ha la consistenza o l’inconsistenza che le dà ciascuno di noi.»

Prima di addentrarci specificamente – per quanto è possibile in questa sede – nel pensiero di padre Fabro, desidero fare una premessa con le sue stesse parole; parole da lui utilizzate al termine della prefazione alla seconda edizione del volume La Nozione Metafisica di Partecipazione secondo S. Tommaso D’Aquino, nel luglio 1949.

Ascoltiamolo: «Un saggio come questo, troppo denso e disadorno, non è fatto per il gran pubblico: esso cerca i sinceri “amici delle idee”che, appartati dal brusio delle vicende contingenti, cercano in serenità l’itinerario per le cose eterne». Fabro, dunque, era perfettamente consapevole delle difficoltà incontrate dall’uomo forgiato dalla modernità, a differenza di quello medievale, di staccarsi dalla materia e dall’affanno delle vicende terrene, per concentrarsi e meditare sull’Essenziale. Credo che queste parole si possano sottoscrivere totalmente, anzi, forse la situazione è peggiorata – anche ai giorni nostri: pertanto, invito tutti i lettori ad armarsi di pazienza, ad “iscriversi”, idealmente, al club degli “amici delle idee”e di fare questo “viaggio”, con lo scrivente, nel mondo complesso ed irto di difficoltà del pensiero di Padre Fabro: ne varrà sicuramente la pena.

Il pensatore colombiano Nicolas Gomez Davila (1913-1994), ha osservato, acutamente, che compito della ragione umana, in certe epoche storiche, è quello di restaurare definizioni: pertanto, vediamo subito cos’è il tomismo essenziale. Fra tutte le formulazioni in cui mi sono imbattuto, mi sembra particolarmente efficace quella di mons. Antonio Livi «Tomismo essenziale, un tomismo cioè che non consiste in un sistema chiuso di verità definitive ma in una serie di principi validi, capaci di spingere il pensiero a sempre nuove conquiste e a sempre maggiori approfondimenti.»

Questo perché, naturalmente, l’uomo contemporaneo si trova ad affrontare un mondo ed un ambiente culturale radicalmente diversi, per concezioni e prospettive, da quello di san Tommaso: dunque, il discorso tomista dovrà necessariamente tener conto di tutte le istanze fondamentali poste alla ragione umana da pensatori del calibro di Kant (1724-1804), Hegel (1770-1831) o Heidegger. Il lavoro certosino e, per certi versi, immane di padre Fabro è consistito nel mostrare il volto più autentico della metafisica tomista, che non è quello razionalistico suareziano, né quello neoscolastico, né, tantomeno, quello nominatim essenzialista centrato sulla confusione banale di esse con existentia; causa, secondo Fabro, di disastri inenarrabili nella storia della filosofia. Sentiamo le sue parole: «Nella posizione tomistica originaria il termine existentia non ha rilevanza metafisica e va abbandonato, se si vuol evitare una troppo facile occasione d’equivoco». Infatti, l’esistenza altro non è, che la realizzazione attuale dell’essenza di un ente; pertanto, non si distingue, dal punto di vista metafisico, dall’essenza di cui si riduce ad essere una variante modale. Semplificando, pensiamo ad un ente – tale è ogni cosa creata – a tutti particolarmente caro: il cane. Bene, dal punto di vista metafisico, la sua essenza è l’insieme delle proprietà specifiche che lo caratterizza e che ha in comune con tutti i suoi simili, – gli altri cani – e che, al contempo, lo distinguono da ogni altro ente creato: gatto, cavallo, uomo, vaso ect. In parole ancora più semplici, il grande merito di Cornelio Fabro è stato quello di evidenziare, che per San Tommaso ciò che fa essere un ente, cioè una qualsiasi cosa creata, è l’atto d’essere – ut actus essendi – ricevuto per partecipazione – concetto sul quale ci soffermeremo più avanti – dall’unico Ente necessario, cioè Dio e non la sua essenza. Questo porre l’accento sull’“atto d’essere”, in San Tommaso – in oppositionem al binomio essenza-existentia –, da parte di Fabro, ha costituito una delle più importanti conquiste, se non la più importante, della filosofia del novecento. Ha consentito di rispondere, ribaltandola, all’accusa – giusta – lanciata da Heidegger a tutto il pensiero occidentale, da Platone (427/8-348/7) in poi, di “oblio dell’essere”, causato dall’interpretazione dell’ente dall’essenza, lasciando nell’oscurità e nell’oblio crescente l’essere stesso (Heidegger). Padre Fabro era così convinto della fondatezza dell’accusa di Heidegger, che negli anni giovanili, – e non solo – fu accusato addirittura di essere un’esistenzialista (!); in realtà, Fabro sottrasse sempre il pensiero di san Tommaso a quest’accusa, mostrandone l’infondatezza. Anzi, – come detto prima – rovesciò sullo stesso Heidegger l’accusa di Seinsvergessenheit (oblio dell’essere) dimostrando, che quest’ultimo interpretando l’essere come “presenza del presente” ricadeva in una “denominazione fenomenologica astratta”, totalmente opposta al concetto di esse tomistico quale concreto atto metafisico di ogni concretezza e di chiara matrice hegeliana: per dirla col prof. Tito Di Stefano, secondo Fabro Heidegger è rimasto fedele allo spirito, se non al sistema, del procedere hegeliano. Per mettere meglio a fuoco questo concetto, partiamo da quello che può essere considerato il principio cardine di tutta la metafisica tomista, violando il quale si cade nell’irrazionalità pura: «Di necessità la potenza e l’atto dividono l’ente, onde chiunque esiste o è atto puro o consiste per l’unione di tali principi». In altre parole, ognuno di noi – così come tutte le cose – quando era solo pura potenza, senza atto –, non c’era. Padre Fabro, col tomismo essenziale, evidenziò che il pensiero immanentista dei vari Hegel, Sartre (1905-1980), Spinoza (1632-1677) ect., considerando unicamente la distinzione modale di essenza ed esistenza, non era in grado di trascendere da un punto di vista teoretico né il mondo, né la storia, rimanendovi imprigionato. Al contrario, come ha scritto un discepolo di padre Fabro, il prof. Andrea Dalledonne, l’esse, o actus essendi tomistico fa operare proprio tale trascendimento in virtù della sua incomparabile qualità di atto metafisico primo-ultimo, fondante ogni perfezione. Le conseguenze teoretiche di un simile trascendimento sono enormi e decisive; fossero state comprese, avrebbero potuto risparmiare alla Chiesa e al mondo tante sofferenze e non si sarebbero spalancate, nel 68’, le porte al nichilismo di massa e alla conseguente società “liquida” odierna, dove non c’è più nulla di sacro ed immutabile, rispetto per la vita e famiglia in primis. Conseguenze teoretiche che, per dirla col prof. Piero Vassallo, si possono così sintetizzare: «Non possiamo pensare seriamente una genealogia infinita di enti costituiti da potenza e atto, vale a dire una serie precedente senza mai trovare il proprio fondamento nella causa incausata l Creatore che la buona filosofia definisce atto puro.(…) Non ha dignità di pensiero l’idea che l’universo contingente esista senza una causa incausata. Nell’evidente composizione di essere ed essenza – su questo Fabro insisteva particolarmente tutti gli enti portano, infatti, il segno indelebile della finitezza. Una serie infinita di enti finiti procreatori ma contingenti è una contraddizione in termini.(…) L’immaginazione di un ateo coerente, che risalisse al più remoto ente della serie (presunta infinita) degli enti finiti, incontrerebbe l’intollerante senso comune, che la obbligherebbe a riconoscere che quell’ente è composto di potenza e atto e perciò deve necessariamente dipendere da altro da sé. (…) Si deve, pertanto, riconoscere che tutte le creature, in origine, hanno un deficit incolmabile, derivante dalla separazione reale della loro essenza dal loro atto d’essere.» Rebus sic stantibus, appare chiara l’assurdità del pensiero a noi coevo, permeante l’agorà nella quale viviamo, che imprigionato nell’immanenza ha dichiarato, di fatto, a livello pubblico la “morte” della fede. Fede magari tollerata a livello individuale e privato, ma che non appena diventa dottrina innervante la società, è dichiarata essere in conflitto con la matematica, la scienza, la filosofia, insomma, con la Ragione tout court; esattamente il contrario, cioè, di quanto la retta ragione esigerebbe! Chi si crede originale, non sa, invece, quanto dipende dal pensiero moderno, immerso nell’immanente e chiuso al trascendente fino a contraddirsi. Il nerbo centrale del tomismo essenziale – nelle parole di mons Livi – è, dunque, questo: «La modernità impegna il pensiero cristiano a elevarsi al punto di vista teoretico, mediante il quale il pensiero collochi l’inizio di se stesso nell’essere e la ragione possa fare il passaggio all’Assoluto». Il termine chiave, dunque, è “passaggio”, un passaggio verso l’Assoluto, che è chiuso dalla filosofia moderna, che di là delle differenze dei suoi singoli interpreti, aveva come punto essenziale, comune a tutti, la chiusura totale – presunta come unica scelta razionale – al Trascendente. Per dirla ancora con mons. Livi, «il senso del discorso di Fabro sul tomismo essenziale è la sua innegabile importanza, teoretica e storica ad un tempo. In questo senso: che la comprensione profonda della metafisica tomista (problema teoretico) è essenziale ai fini di una comprensione altrettanto profonda dell’ateismo moderno e contemporaneo(problema storico)». Ateismo, si badi bene, che non è solo quello teoretico – o presunto tale – dei vari Odifreddi, Giorello, Hack ect, ma soprattutto, pratico, delle masse che vivono – come ricorda spesso Sua Santità Benedetto XVI – etsi Deus non daretur. Una sintesi particolarmente efficace di quel che è e a cosa possa servire oggi il tomismo essenziale anche nella pastorale, mi sembra quella del prof. Andrea Dalledonne: «Ogni immanentismo rifiuta il vero atto di essere; si chiude nel fatto, spazio-temporale e quindi doppiamente finito, dell’esistenza; e così cade, almeno oggettivamente, nell’ateismo. Al perfetto contrario di ogni immanentismo, il tomismo essenziale trascende il fatto dell’esistenza nel plesso onto-metafisico dell’ens, dal cui esse partecipato sale al riconoscimento di Dio il quale è lo ipsum Esse per se subsistens. Salva restando, secondo l’insegnamento della Chiesa di sempre, la incomparabile superiorità della fede cattolica sulla metafisica stessa, è lecito ritenere e sostenere che questa salita o ascesa costituisce il più alto ed efficace ausilio umano all’accettazione del Cristianesimo». Non possiamo concludere questa parte, senza citare le parole dette dallo stesso Padre Fabro su questo trascendimento teoretico o “salita”o “ascesa” del tomismo essenziale: «Solo S. Tommaso non ancora Parmenide, che ha aperto la via; non Hegel, che l’ha chiusa; non Rosmini che ha unificato nell’ente ideale il reale e il possibile; non Heidegger, che l’ha distrutta ha afferrato la priorità conoscitiva (speculativa) fondante del plesso di ens-esse (…) La verità non va prospettata nella forma del giudizio, ma prima della sintesi occorre riportarsi al fondamento (…) Il fondamento è unicamente l’essere(…) E’ l’assoluta priorità intenzionale che l’essere dell’ente rivendica a se stesso, che fa dell’essere il fondamento del pensiero.»

Il tomismo essenziale, dunque, per Fabro significò la possibilità di rispondere alle istanze della soggettività moderna; si preoccupava non del passato e delle tendenze di scuola neotomista: suo scopo, come ha scritto il prof. Pierfranco Ventura, era quello, visto che la modernità andava verso una nuova definizione di uomo, di non lasciare fuori da questo snodo epocale le istanze supreme dell’Essere (di Dio).

Profondamente connaturata al tomismo essenziale è la nozione metafisica di partecipazione, che lo stesso Fabro – negli Studi pubblicati in suo onore dall’università di Perugia nel 1984 – indicò essere al primo posto tra le direzioni fondamentali della sua ricerca. L’anno precedente, aveva pubblicato un’opera –Introduzione a San Tommaso –, che già dal sottotitolo – La metafisica tomista e il pensiero moderno –lasciava intendere tutta l’originalità e la fecondità della metafisica tomista, vista non solo in relazione al passato – buona solo come oggetto di studi per eruditi –, bensì come strumento raffinatissimo di dialogo col pensiero moderno e contemporaneo, nonché come fonte perenne d’ispirazione per la Chiesa. Fulcro teoretico di quell’opera fu, appunto, la nozione di partecipazione, che consente di fondare la realtà e il valore degli enti della nostra esperienza nella realtà trascendente e nel valore assoluto di Dio che è l’Essere.(mons. Antonio Livi.) Purtroppo, credo che di tutta questa ricchezza teoretica sia passato ben poco a livello generale e prima di sviluppare ulteriormente la nozione di partecipazione, s’impongono alcune riflessioni di carattere storico e sui programmi scolastici e sulla natura del tomismo diffuso ad uso del “grande pubblico”, anche nelle istituzioni ecclesiastiche. Partirò da un aneddoto personale – mi scuso in anticipo – che, forse, è comune all’esperienza di molti lettori. Quando, nei primi anni ottanta, iniziai a studiare filosofia – in un Liceo scientifico – la maggior parte dei docenti, – si avvertiva ancora in maniera forte sia il 68’ sia il 77’ – arrivati a San Tommaso lo saltavano a piè pari, rispondendo – a chi si lamentava – con questa giustificazione: “San Tommaso? E’ inutile studiarlo; tanto basta prendere Aristotele spruzzarci un po’ d’acqua benedetta e il gioco è fatto! Le cose non andavano certo meglio – almeno per quanto mi consta – a livello ecclesiastico; una volta, alla richiesta di approfondire il pensiero tomista, ci fu risposto – eravamo una decina di ragazzi – che non ne valeva la pena perché, in fondo, non era che un “summista”, non certo un filosofo!

Successivamente – sempre entro la metà degli anni ottanta –, un altro sacerdote, fresco di studi e di titoli accademici – presso la Lateranense(!)– precisò, di fronte alla nostra ennesima richiesta, con una dotta citazione, il concetto dell’inutilità del tomismo nell’epoca contemporanea. Tirò fuori un volume, Il carattere della filosofia tomista, di Giuseppe Saitta (1881-1965) e, solenne, lesse: «Tommaso fu il più grande summista medievale, ma non fu per nulla un filosofo originale». Amen! Tornava la storia del summista… almeno avevamo capito da dove veniva! Da quel momento, per rimetterci sulla “diritta via che era smarrita”, i nostri educatori ecclesiastici ci sottoposero ad una “cura ricostituente”; robuste “dosi da cavallo” su Padre Ernesto Balducci (1922-1992), Padre David Maria Turoldo (1916-1992), Don Lorenzo Milani (1923-1967), teologia della liberazione ect. furono “iniettate”nel nostro spirito… Naturalmente, fatta salva l’integrità e il rispetto dovuto alle persone citate – non è in discussione questo – non possiamo non notare, che sul piano dottrinale le cose lasciavano a desiderare. Ho motivo di credere, che un tale trattamento sia stato riservato, su vasta scala, almeno, alle ultime due generazioni; date queste premesse, possiamo poi meravigliarci, che un padre Fabro è ancora quasi sconosciuto e che, invece, un “teologo”come Vito Mancuso, i cui libri sono viziati da errori banali come la confusione del piano quantitativo con quello qualitativo – metabasis eis allo genos – vendano anche oltre centomila copie a titolo? Naturalmente, il prof. Mancuso è libero di scrivere quel che vuole, ma non di far passare per cattolico un semplice contenuto opinato di natura strettamente personale. Il problema è che chi compra, non ha gli strumenti critici per distinguere ciò che è dottrina cattolica, da ciò che non lo è. Torniamo, ora, al concetto di partecipazione. Fabro mostrò che la critica del pensiero moderno, da Kant in poi, era rivolta, in realtà, non alla genuina metafisica tomista – che non conosceva –, ma alla sua deriva essenzialista: «Perché l’essenza non è l’essere; l’essenza esprime le possibilità dell’essere e quindi può essere detta il soggetto dell’essere così che l’esperienza dell’essenza ci lascia, da sola, ancora al di qua di ciò che dobbiamo chiamare l’Essere stesso». Affinché un Ente – qualunque – sia, è necessario, allora, che l’esistenza gli sia “partecipata”mediante l’atto d’essere – ut actus essendi –, attraverso il quale l’ente riceve la forma e la materia. Cosa vuol dire, dunque, “partecipare”? Diciamo subito che vi sono due etimologie: latina e greca. I dottori medievali partirono dall’etimologia – partecipare = partem capere, “prendere parte” – nel dare il significato e passarono subito alle applicazioni dottrinali, come San Tommaso. Il senso comune conferisce al verbo partecipare due significati: uno quantitativo ed uno qualitativo. Nel primo caso, si presuppone qualcosa da dividere che è distribuita agli aventi diritto, i partecipanti; dunque, siamo alla presenza di un vero e proprio “partem capere”, cioè prendere una parte fra le altre. Nell’ordine quantitativo la partecipazione crea una relazione di comunanza tra i partecipanti. Il significato qualitativo, invece, è più profondo: la partecipazione è di tipo modale. Qui, il qualcosa da “dividere” può essere interamente presente a ciascun partecipante; cambia, invece, il modo dei partecipanti di essere “toccati” da quel “qualcosa”. Padre Fabro porta due esempi chiarissimi, ascoltiamolo: «Per viva che sia la partecipazione amichevole, essa non raggiungerà l’intensità della gioia dell’interessato che ha raggiunto finalmente una meta di intensi sacrifici. Per pietosa che sia la partecipazione al dolore, essa rimarrà sempre inferiore allo strazio dell’amore materno che piange la sua creatura morta.» Tuttavia, la lingua originaria del termine è quella greca, che offre un’etimologia più chiara e penetrante per questo termine. I verbi coinvolti sono due: Koinwnei/n e mete, cein. Il primo significa “comunicare”, il secondo “avere parte con”; il greco -per dirla con Fabro-non sembra suggerire, immediatamente, “partem capere”, ma piuttosto “habere simul”. Per motivi linguistici, sui quali non ci soffermeremo, spesso meta, cein diviene e, cein (avere parte con l’Essere) – contrapposto ad ei = nai (essere in astratto) – avvicinandosi così in modo significativo al significato filosofico del termine. Ora, solo il genio speculativo di San Tommaso potè utilizzare ed unificare queste definizioni e le Fonti storiche che le originarono, giungendo, così, con la nozione tomista di partecipazione ai vertici della speculazione pura. Padre Fabro rilevò che la “solerzia dello storico”e la natura del “teorico”di razza consentirono all’Aquinate di rivolgersi alle Fonti non per fare la sola storia temporale delle idee, ma per le verità intemporali che esse racchiudevano. Quali furono le Fonti che servirono a S Tommaso per elaborare la sua nozione? Lo rivela lui stesso in due articoli delle QQ disputate: “Agostino, Boezio (475-525) l’autore del Liber De Causis (IXsec), principalmente Platone, ma anche Aristotele (384/3-322), Avicenna (980-1037) e lo ps.Dionigi, l’Aeropagita (V-VI sec). Tommaso – come riferisce Fabro – con metodo sintetico, progressivo accolse tutti gli aspetti di verità, qua e là dispersi o mal compresi nei sistemi precedenti, assimilandoli e unificandoli, poi, in un’unità vivente.

Siamo, finalmente, in grado di vedere l’etimologia tomista e il contenuto della nozione metafisica di partecipazione: «Est autem partecipare quasi partem capere». Tralasciando – non c’interessa in questa sede – l’aspetto quantitativo, concentriamo la nostra attenzione sull’aspetto metafisico, cioè qualitativo. In questo campo “partecipare” non significa avere comunicazione di una parte – le qualità sono indivisibili –, ma avere in modo “limitato”, “imperfetto” un atto e una formalità che altrove si trovano in modo totale illimitato e perfetto. La vetta è raggiunta; ascoltiamola direttamente dalle parole di Padre Fabro: «Secondo S. Tommaso adunque “partecipare” è un “, un “partialiter esse”, un “partialiter habere”, che si oppone ad “esse, habere, accipere…Totaliter: chi ricevesse tutto quanto ha il donatore, non partecipa del suo atto, ma è consustanziale con il donatore come avviene nelle processioni ab intra della SS. Trinità”.(…) Il termine partecipare ha la proprietà di esprimere ad un tempo la dipendenza essenziale del partecipante dal partecipato ed insieme l’eccedenza metafisica assoluta del partecipato rispetto al partecipante. Il partecipare viene così ad esprimere, in un modo quale nessun altro termine filosofico può pretendere, il rapporto che ha l’ente finito all’essere infinito, la creatura al Creatore.» In un’altra opera fondamentale – Partecipazione e causalità secondo S. Tommaso d’Aquino, 1960 – padre Fabro spiegò – dimostrando ancora una volta la profonda originalità dell’aquinate come filosofo e non come semplice “summista” –, che a Parmenide (515 a.C.-450 a.C.) e all’intera filosofia greca mancò il concetto tomista di partecipazione per risolvere il problema dell’essere e degli enti. La partecipazione, infatti, comportando una radicale dipendenza degli enti che hanno l’essere dall’Ente che è l’essere, implica attraverso l’idea biblica della creazione – assente, ovviamente, presso i greci – oltre che se stessa anche la causalità, ferocemente negata, invece, assieme al divenire, dalla folgorante ma asfissiante intuizione parmenidea dell’essere. Su questo punto specifico è interessante un’osservazione del prof. Nigro, docente alla Lateranense ed esperto del pensiero di Fabro: «La dottrina della partecipazione è il fondamento stesso della causalità, della teoria dell’atto e della potenza; è la via maestra a cui si riconducono i molteplici sentieri per i quali lo spirito anela verso Dio». Riflettendo sull’idea di creazione, mons Livi ha scritto: «In questa prospettiva, e solo in questa, è possibile secondo Fabro fondare radicalmente una teoria dell’essere come atto dell’ente, che è precisamente l’originalità della metafisica tomista rispetto a quella aristotelica di ente in quanto ente che sarà oggetto di critica, nei tempi moderni, soprattutto da parte di Heidegger. E’ la concezione di creazione, infatti, che permette di cogliere la verità dell’essere e del non-essere, poiché il primo non s’identifica semplicemente con l’attualità dell’essenza e il secondo non si riduce a negazione, come sosteneva Parmenide, per quel che attiene al nulla, e come affermava Hegel». Fabro, tra l’altro, rilevò che la mancanza della concezione di creazione non consentì ad Aristotele di afferrare il valore metafisico primario del to.ei=nai, atto d’essere: per lo stagirita, in fondo, l’essere rimaneva un’essenza o forma in atto della sua materia. Chiaramente, ammetteva degli esseri immateriali; il Pensiero Puro su tutti, ma – rilevava Fabro – erano pur sempre delle forme, ancorché senza materia. Tommaso andò molto più in là. D’altro canto, come osservò Etienne Gilson (1884-1978) era difficile cogliere il valore dell’atto d’essere in ambiente pagano, mancante, appunto, della concezione di creazione. Tale concezione stimolò Tommaso a non centrare la filosofia unicamente attorno all’idea di ousia e forma, ma, appunto, attorno all’atto d’essere. Tale Una volta di più si dimostra, che la Rivelazione cristiana lungi dal mortificare la ragione, la potenzia e la spinge a vette altrimenti precluse all’uomo che si chiude in se stesso: San Tommaso coniugando Rivelazione e ragione ha fatto uscire, attraverso la nozione metafisica di partecipazione inquadrata nell’idea biblica di creazione, la filosofia dalle aporie in cui l’aveva condotta la pur magistrale ma insufficiente, intuizione parmenidea fondante l’ontologia. L’aquinate, dunque, pur avendo utilizzato a piene mani – e non poteva essere diversamente – i sistemi filosofici di Platone ed Aristotele, li ha sintetizzati ed unificati in una sintesi superiore, affermando – come mai aveva fatto la filosofia greca – il primato dell’essere. Il prof L. De Raeymacker dell’Università di Lovanio, – membro della commissione che esaminò la tesi di Fabro Nozione metafisica di partecipazione, successivamente, come ricorda la sua allieva e discepola Sr. Maria Goglia, adottata come testo di ricerca per qualche decennio – nella sua introduzione a Fabro, commentando l’originalità del pensiero tomista nei confronti dei giganti del pensiero greco scrisse che l’aquinate aveva guadagnato il superamento di Aristotele, in quanto la dottrina dell’atto e della potenza è estesa al di là delle categorie ed applicata all’essere e il superamento dell’idealismo di Platone, in quanto la partecipazione riguarda l’essere e non le essenze. Qualcuno è ancora convinto, che si può saltare lo studio di San Tommaso, perché in sua vece basta prendere Aristotele e spruzzarlo con un po’ d’acqua benedetta?

A modestissimo avviso dello scrivente, nessun filosofo – cristiano e non – ha compreso in profondità l’essenza e la consequenzialità corrosiva per la fede, insita nel cosiddetto principio d’immanenza cartesiano – Cogito ergo sum –, come padre Fabro. Egli ha scritto un’opera monumentale a riguardo –Introduzione all’ateismo moderno –, che Del Noce ha giudicato fondamentale per comprendere il nostro tempo, anche limitandosi alla sola lettura/riflessione del capitolo introduttivo: se avessi una qualche responsabilità nella Chiesa, renderei obbligatorio il suo studio per tutti i seminaristi e i laici impegnati. Il grande pensatore friulano partì da questa considerazione: «Mentre nell’antichità, e fino all’apparire del pensiero moderno, l’ateismo rappresentava un fenomeno sporadico di una élite culturale, dopo l’avvento del cogito l’ateismo assume struttura universale che sta invadendo a un tempo la vita pubblica e il comportamento individuale». Pur senza citarlo, almeno a mia scienza, la stessa diagnosi – decenni dopo – la fa oggi il regnante pontefice Benedetto XVI, allorché rileva che la maggioranza degli uomini contemporanei, vive etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse. Nel parere espresso all’inizio, poi, mi sento ancora più confortato dalle parole del Beato Giovanni Paolo II – per certi versi il Papa che più ha influenzato la vita del mondo, soprattutto non cristiano…–, il quale nel suo ultimo scritto – Il libro Memoria e Identità – riflettendo sulla cultura contemporanea ha scritto, quasi “ricopiando” alla lettera in un altro passaggio, il padre stimmatino – ma senza citarlo –: «Nel corso degli anni si è venuta formando in me la convinzione che le ideologie del male sono profondamente radicate nella storia del pensiero filosofico europeo.(…)in particolare alla rivoluzione operata nel pensiero filosofico da Cartesio. Il cogito, ergo sum penso, dunque sono portò un capovolgimento nel modo di fare filosofia. Nel periodo precartesiano la filosofia, e dunque il cogito, o piuttosto il cognosco, era subordinato all’esse, che era considerato qualcosa di primordiale. A Cartesio invece l’esse apparve secondario, mentre il cogito fu da lui giudicato primordiale (…)Dio prima di Cartesio (1596-1650) – come Essere pienamente autosufficiente (Ens subsistens) era ritenuto l’indispensabile sostegno per ogni ens non subsistens, ens participatum, cioè per tutti gli esseri creati, e dunque anche per l’uomo.(…) Dopo Cartesio, la filosofia diventa una scienza del puro pensiero: tutto ciò che è esse sia il mondo creato che il Creatore rimane nel campo del cogito, come contenuto della coscienza umana. la filosofia si occupa degli esseri in quanto contenuti della coscienza, e non in quanto esistenti fuori di essa.» Davvero sorprendente l’identità di vedute tra quel grande papa e Fabro, il quale, nel seguito di quel passaggio che sembra essere stato utilizzato da Giovanni Paolo II, aggiungeva: «Alla metafisica dell’essere è subentrata la metafisica della mente la quale è fatta partire direttamente da se stessa ossia muove se stessa, è tolto così alla radice il legame fondante immediato con l’essere e mediato con Dio e d’ora in poi la coscienza si definisce non più per rapporto all’essere ma per rapporto al fenomeno di essere di cui essa coscienza è la verità risolvente. La priorità di fondamento della coscienza rispetto all’essere ottiene la sua formula risolutiva col trascendentale kantiano dal quale s’inizia la lotta dei giganti dell’idealismo trascendentale contro la trascendenza e la personalità di Dio.»

Qui la capacità di analisi dell’“ora presente” e di prevenzione per il futuro si fa, quasi, chiaroveggenza! In pratica, in quelle poche righe che ho riportato ci sarebbe un vero e proprio programma teoretico prima e pastorale poi, da presentare, in primis, ai nostri giovani, ma non solo – sempre più sbandati dottrinalmente e, dunque, facilmente preda di “cattivi maestri”, che li trascinano a rimorchio di ideologie pseudocristiane, rendendoli sterili e subalterni rispetto alla cultura dominante – valido per i prossimi decenni! Questa impressione, mi sembra confermata da un’intervista che Fabro rilasciò nei primissimi anni ottanta alla rivista il Sabato; in essa, addirittura, si parlava dei vescovi. Fabro raccontò di una sua visita dal pontefice allora regnante – Paolo VI, che lo ricevette con tutta la pila dei suoi libri a far bella mostra di sé sulla scrivania papale –, ascoltiamo il suo racconto: «I vescovi non conoscono le dinamiche interne delle ideologie moderne. Lo dissi a Paolo VI quando mi confidò: "Quello che mi preoccupa non sono le correnti teologiche e filosofiche. Certo sono importanti. Ma mi preoccupa l'episcopato: non fa il suo dovere, cosa mi consiglia?".

Io gli dissi che il Concilio ha proclamato la missionarietà della Chiesa. Questa missionarietà vuol dire andare incontro al mondo. "ma i vescovi lo sanno cos'è il mondo? Essi non conoscono le idee moderne, non sono capaci di affrontarle".

Gli chiesi che i candidati all'episcopato piuttosto che di diritto canonico fossero sapienti della filosofia moderna.» Davvero sorprendente e… profetico! Una volta tanto si può utilizzare, non abusivamente, questo termine; la storia della Chiesa recente conosce tanti profeti poi smarritisi nel nulla e/o ingoiati dalla cronaca…

Fabro potè dare quel consiglio a Paolo VI(1963-1978), perché nessuno come lui era un così profondo conoscitore del pensiero moderno ossia – per dirla con Mons. Livi – con quello dominante di volta in volta nel contesto culturale europeo: il cogito cartesiano, la critica kantiana, il sistema hegeliano, lo scientismo neopositivistico, il vitalismo irrazionalistico, l’attualismo gentiliano, il marxismo, Heidegger, la filosofia analitica.

Tracciamo a grandi linee il rapporto di Fabro col pensiero moderno o, meglio, la relazione tra pensiero cristiano e modernità alla luce dell’itinerario filosofico che il grande pensatore friulano ha indicato a tutti e, specialmente, ai cristiani: ritorno al fondamento, ricerca dell’inizio assoluto del reale e del pensiero. La contrapposizione di Fabro al pensiero moderno – come accennato nella breve nota biografica – non fu precostituita e distruttiva, anzi; citando Husserl (1859-1938) riconobbe al pensiero moderno la sensibilità per la serietà del cominciamento, che egli rilevava soprattutto in Heidegger ed Hegel. La convergenza tra pensiero moderno e classico-cristiano, purtroppo, finisce qui; infatti, mentre il primo è fondato sul principio d’immanenza, il secondo è fondato sull’atto d’essere. Questo è un contrasto essenziale, insanabile, che non può essere annullato pena l’insignificanza del pensiero classico-cristiano. Il pensatore friulano ci ricorda che l’inizio del pensiero non può essere astratto, come vuole la modernità, bensì deve trovare il suo cominciamento nell’esperienza metafisica dell’essere. Come ha scritto il prof. Carmelo Nigro: «L’esperienza metafisica dell’essere come atto trascendentale supremo, che all’inizio assoluto del conoscere fa avvertire al nostro spirito la sua apertura illimitata e lo mette in movimento verso l’Assoluto. È l’esigenza dell’Essere come atto, quindi negazione di limite, che ci spinge a trascendere gli esistenti dell’esperienza – che sono limitati nell’essere cioè partecipati – per trovare la loro fondazione nell’Essere che è solamente e totalmente essere: Dio.»

“Per il principio d’immanenza o atto di coscienza, invece, la verità è nell’atto della libertà dell’io in quanto è espulsivo di Dio (Fabro). La divergenza non potrebbe essere maggiore; l’atto dell’Io è posto, appunto, come assoluto, radicale, incondizionato: fondante la realtà. La sua caratteristica fondamentale è di essere libertà pura, agente per se stessa, senza alcun vincolo oggettivo, metafisico: è un Io che nega in partenza la trascendenza dell’essere. Il principio d’immanenza, o atto dell’Io, ancora, secondo Fabro ha in radice l’egocentrismo, che di volta in volta – nel suo sviluppo storico – ha assunto le forme del cogito, volo, experior; autoponendosi, così, come inizio assoluto, come certezza misurante tutte le cose. L’esatto opposto di quanto insegnato da San Tommaso nella Summa. Egli fa l’esempio – analogia – di un artefatto umano; es, un quadro, che corrisponde alle forme, alla prospettiva, alle tinte presenti nella mente del pittore. Ugualmente, nella prospettiva dell’essere partecipato l’Io si deve accettare come dipendente e misurato dall’oggettività dell’essere a sua volta originato dall’Esse subsistens, che è Dio. Ascoltiamo Tommaso: «Le cose naturali, da cui il nostro intelletto riceve la scienza, misurano il nostro intelletto (…), ma sono misurate dall’intelletto divino, nel quale tutte le cose si trovano come tutti gli artefatti nella mente dell’artefice: così, dunque, l’intelletto divino è misurante e non misurato, la cosa naturale invece misurante e misurata, il nostro intelletto infine misurato e non misurante le cose naturali, ma misurante solo quelle artificiali». L’Io umano, dunque, proprio perché ha l’essere“partecipato”, non può essere la propria regola, la propria misura. Chiaramente, la divergenza dal principio d’immanenza non potrebbe essere più radicale. Così la descrive Fabro, nella sua opera fondamentale sull’ateismo: «La valenza atea del pensiero moderno, in virtù di ciò che lo distingue dal pensiero classico ed ha aperto la nuova concezione del mondo, non è qualcosa di facoltativo ma di costitutivo nel senso che ogni concessione diretta e indiretta alla trascendenza è una deviazione e un’incomprensione di quell’immanenza con la quale si è voluto fare il primo passo e lo status in quo del pensiero. Tali sono da dire tutti i tentativi di recupero dell’Assoluto operati dall’interno del principio d’immanenza, da quelli più sontuosi dell’epoca razionalistica a quelli più fiacchi e confusi dei tempi più recenti: cercare Dio a partire dal cogito dopo le chiarificazioni fondamentali di Feuerbach, Kierkeegaard e Nietzsche… è segno di scarsa sensibilità e penetrazione del mondo moderno o almeno (e soprattutto) della Trascendenza di Dio e dello spirito umano.»

Davvero incredibile la capacità di analisi, di diagnosi e, dunque, potenzialmente di cura da parte di Fabro: se la sua opera non fosse stata, sostanzialmente, dimenticata quanti progetti pastorali inutili e dispendiosi ci saremmo risparmiati. Quante diagnosi e conseguentemente terapie sbagliate, che spesso non hanno fatto altro che aggravare i problemi! Siamo andati fiduciosi come “agnelli”, ma non prudenti come “serpenti” – sempre di figura evangelica si tratta (!)–, verso il mondo, in dialogo con tutti e spesso anziché essere noi a fare da lievito, siamo rimasti – nostro malgrado – impastati nella melassa decerebrante del mondo; annacquati nella nostra identità, come vino ormai inacidito, come sale che ha perso il suo sapore. Perché il “mondo” – inteso in senso giovanneo – dovrebbe ascoltarci, se noi, oggi, diciamo, e peggio, le stesse cose del “mondo”? Per chiudere questa sezione, vediamo brevemente le conseguenze pratiche – quel che conta, tanto, è il metodo – dell’assumere l’Io immanente nelle sue varie articolazioni storiche, come metro di giudizio: in particolare, esamineremo l’Io come volo.

L’ipertrofia dell’Io sancita dal principio d’immanenza ed esprimentesi, oggi, nel “volo” – volere assoluto – sta determinando un progressivo e devastante cambiamento del paradigma giuridico riferito alla persona. Il prof Mauro Ronco ha rilevato in un recente articolo – n 359 di Cristianità –, che dopo le Conferenze del Cairo (1994) e di Pechino (1995), rispettivamente su Popolazione e Sviluppo e sulle donne, il fondamento dei diritti umani sta esclusivamente nella libertà di scelta del soggetto, nell’autodeterminazione assoluta, nella trasformazione in diritto umano di ogni atto libero del soggetto o di ogni atto al cui compimento il soggetto presta consenso. In pratica, è la diretta e logica conseguenza, in modo ferreo e implacabile, del volo – evoluzione attuale del cogito – sganciato da ogni riferimento all’essere, in altre parole da un quadro veritativo indipendente e misurante l’Io: qui, c’è il rovescio della medaglia, è l’Io volo che fonda e misura la realtà, morale compresa. Una morale, naturalmente, cangiante e soggetta ai capricci della volontà. Il passaggio che spiega la dissoluzione della morale dal cogito è cruciale e Fabro, impareggiabilmente, lo ha così sintetizzato: «Fino a Kant e a Fichte l’Io come primum trascendentale era ancora nell’ombra e l’Assoluto era ancora concepito come sostanza, monade ecc e il volo era ancora confuso e trascinato nel determinismo ferreo del cogito (il determinismo razionalistico del fato spinoziano come amor intellectualis, l’harmonia prestabilita di Leibniz). Con l’Idealismo l’Io perde le sue determinazioni o incrostazioni (se così piace) cosmologiche e teologiche per liberarsi alla sua libertà radicale. L’Io di cui si parla, che è come la facies abscondita della libertà, nella risoluzione ultima del volo-cogit o(…) è come il trascendentale omnia fundans in quanto è l’unico ponente in ogni uscita della coscienza». Questa libertà radicale – Sartre dirà “senza condizioni –, è incompatibile e in ogni modo lo rende insignificante, con l’esistenza di Dio. Fabro rilevò che tale libertà assoluta è la diretta conseguenza della priorità del volo sul cogito e, quindi, del cogito sull’essere. Heidegger fu, addirittura, più radicale di Sartre; partendo dall’identità di essere e pensiero affermata dal cogito – contro la priorità dell’essere sul pensiero affermata, invece, dalla metafisica tomista – illustrò un percorso che partendo dal cogito, poi avanzato al volo è arrivato infine a Nietzsche (1844-1900) – con il suo Wille zur Macht o volontà di potenza, impersonale guida verso una verità sempre cangiante, mai data una volta per sempre –definendo così un orizzonte ben preciso: non c’è alcuna metafisica e l’uomo, ormai privo di ogni riferimento ulteriore, può partire da se stesso. Queste, a tal proposito, furono le parole di Fabro: «Questa solidarietà fra il volo-cogito cartesiano e l’ateismo e la conseguente dissoluzione di ogni morale assoluta e di ogni valore permanente della morale è stata chiarita da Heidegger». All’interno di quest’orizzonte – cui si giunge inevitabilmente, lo abbiamo visto, dal cogito – totalmente immanente e chiuso al trascendente, l’uomo è, ”finalmente”, solo, libero di autodeterminarsi. Il passaggio successivo è stato, naturalmente, la corsa a “disegnare” un mondo nuovo, un mondo a misura della smisurata libertà dell’Io moderno: in pratica, come ci ha insegnato la storia, un incubo pronto a rovesciarsi su tutti noi. Un mondo così disegnato – a completa misura – del desiderio dell’uomo, fa venire i brividi e mi ricorda un icastico “avvertimento”, dato sotto la forma di aforisma, del poeta e diplomatico americano James Russel Lowell (1819-1891): «Soddisfare i nostri desideri è una delle punizioni più severe cui Dio possa sottoporci!» Gli ultimi due pontefici hanno ripetutamente insegnato che un mondo senza Dio non solo non è più libero, ma addirittura è contro l’uomo. Per convincersene basta leggere i proclami dei nuovi paladini della libertà assoluta. Riporto integralmente, perché non saprei dire meglio, l’aberrante programma proposto nel 2006 da una delle maggiori esponenti di queste correnti di pensiero, Marguerite A. Peeters, già segnalata in nota dal prof. Ronco. Il suo contenuto è un concentrato antinaturale e anticristiano difficilmente superabile – ombre luciferine occhieggiano il testo – e, almeno a mia scienza, credo troverebbe la stragrande maggioranza delle comunità ecclesiali assolutamente impreparate ad affrontarlo; sarebbero, dunque, destinate a soccombere nell’agone politico, ascoltiamo e meditiamo: «I diritti umani universali si sono resi autonomi da ogni ambito morale oggettivo e trascendente. Il principio puramente immanente del diritto di scelta è il risultato di questo divorzio. La postmodernità rivendica il diritto di esercitare la propria libertà individuale contro la legge di natura, contro le tradizioni e contro la rivelazione divina. Essa rifonda lo stato cosiddetto di diritto e la democrazia sul diritto di scelta, nel quale essa include il diritto di fare delle scelte intrinsecamente malvage: aborto, omosessualità, “amore libero”, eutanasia, suicidio assistito, rigetto di ogni forma di autorità o di gerarchia legittima, tolleranza obbligatoria di tutte le opinioni, spirito di disobbedienza che si manifesta nelle forme più numerose e più varie. Il diritto di scelta arbitraria è divenuto la norma fondamentale dell’interpretazione attuale dei diritti e il termine di riferimento fondamentale della nuova etica mondiale. Esso sostituisce e trascende il concetto tradizionale di universalità, si colloca a un livello meta, s’impone e reclama per se stesso un’autorità normativa mondiale.» La postmodernità, dunque, in perfetta consequenzialità logica dalla premessa costituita dal principio d’immanenza, ha, inelluttabilmente, decostruito la stessa nozione di “diritti umani”, cosi, che, a differenza di quanto ancora oggi il Diritto riconosce, la persona non sarebbe più considerata soggetto di diritti, per il solo fatto di esistere. Questo l’impareggiabile commento del prof. Ronco: «La persona, infatti, nel nuovo paradigma giuridico, ridotta alla spontaneità della scelta, all’autodeterminazione afinalistica e irrazionale, alla soddisfazione dell’appetizione sensibile, merita protezione da parte della legge non in quanto valore in sé per sé, per il semplice fatto di esistere, per la sua dignità di ente razionale irripetibile e distinto da ogni altro, per essere un valore inalienabile, ma nella misura in cui è capace di esprimersi nel mondo come impulso cosciente rivolto alla soddisfazione di un “io” ripiegato e chiuso in se stesso». Il trionfo teoretico del pensatore friulano non potrebbe essere maggiore, ma lo scrivente è sicuro che il buon padre Fabro avrebbe preferito essersi sbagliato. La contrapposizione con la dottrina della Chiesa, che vede i diritti umani fondati sulla persona, creata ad Immagine e Somiglianza di Dio, non potrebbe essere maggiore: per recuperare la nozione naturale e cristiana di persona, anche e soprattutto, in primis, ad intra nella comunità ecclesiale, lo studio del principio d’immanenza come lo ha presentato Fabro, sarebbe indispensabile. D’altro canto, la battaglia sul Diritto è sacrosanta; lo ha ricordato un personaggio straordinario come il genetista, ora Servo di Dio, Jeremy Lejune (1926-1994) – scopritore del gene responsabile della sindrome di Down e privato del meritato Nobel solo perché strenuo difensore di ogni vita umana nascente – che al termine di un incontro sulla bioetica disse: «Ci vorranno delle leggi che dicano chiaramente che non si ha il diritto di approfittare, prendere, sfruttare, fare del bricolage col patrimonio ereditario dell'umanità. Saranno nominati comitati etici che in realtà sono fatti apposta per cambiare la morale. E ai cattolici verrà chiesto di non imporre la propria morale agli altri. Ebbene, ogni volta che verrà detto o rinfacciato questo, ricordatevi che è falso, che è una propaganda antidemocratica. In una democrazia moderna, che non fa nessun riferimento a una morale superiore, ma nella quale la morale pubblica viene definita dalle leggi, per ogni cittadino cercare di far passare nelle leggi del proprio paese ciò che egli considera come "la morale", non è soltanto un diritto, ma un dovere democratico.» Una volta il Card. Camillo Ruini per spiegare questo concetto, utilizzò una frase, molto efficace sul piano della comunicazione, del criminologo Nigel Walker: «La legislazione di una generazione diventa la morale della generazione successiva». Pertanto, come cattolici dobbiamo essere attenti; molti, infatti, rimangono preda del suono accattivante dei pifferai dei “diritti insaziabili”, perché non adeguatamente preparati sulla legge naturale e sul pensiero moderno. Troppe volte, infatti, anche noi, scambiamo i desideri – svincolati da un quadro assiologico di riferimento – con i diritti: è il trionfo dell’Io che prende il posto di Dio.

 

Conclusione

Giunti alla fine di questo arduo percorso fra le pieghe del pensiero elevatissimo del padre Fabro, credo sia necessario -per dare una panoramica completa anche delle sue qualità spirituali-chiudere con un pensiero, pieno di speranza, tratto dai suoi aforismi. Già, potrà sembrare strano, ma Fabro non è solo il Filosofo, il Professore dei grandi temi e dei grandi tomi; è, anche, un semplice uomo che, come tutti noi, ha saputo cogliere qualche barlume di verità anche nelle pieghe della vita quotidiana e non solo nelle grandi opere dei giganti del pensiero di tutti i tempi. Ascoltiamolo: ”Essere nel corpo…questo mistero così ricco rinasce tutti i giorni nella prospettiva del nostro essere nel corpo: di questo sentirci caldi, operanti, ancora veggenti, ancora ascoltanti, di trovarci in mezzo ai nostri simili: gli occhi negli occhi, l’orecchio nelle orecchie, il cuore nel cuore la vita nella vita…gli occhi per gli occhi, la vita per la vita, l’amore per l’amore! Perché dobbiamo lamentarci quando in fondo e in alto abbiamo presente l’Infinito?”

 

 

 

 

 

 


 

 

 

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