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Sabato, 25 Gennaio 2020

Il mensile cattolico Il Timone ha organizzato il 16 giugno 2012, a Frascati, in provincia di Roma, una giornata di formazione il cui momento culminante è stato la Tavola rotonda, moderata dal giornalista Giuseppe Brienza sul tema: «Messa antica, Messa “nuova”: stesso spirito ma esigenza di un approfondimento della riforma liturgica». Dopo l’intervento introduttivo di Mons. Raffaello Martinelli, Vescovo della Diocesi di Frascati, hanno svolto relazioni sul tema Andrea Tornielli, vaticanista de La Stampa, Don Nicola Bux, consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede e di altri Dicasteri della S. Sede e Don Giovanni Poggiali, collaboratore de il Timone e direttore spirituale del seminario dell’Opus Mariae Matris Ecclesiae di Filetto (MS), il cui intervento, intitolato “Il rito della santa Messa: la riforma nella continuità”, si riproduce parzialmente qui di seguito, per gentile concessione dell’Autore.

 

Il sacrificio con cui Cristo Verbo incarnato ha offerto Se Stesso, è il dono che il Padre ci ha fatto per amore e per la nostra salvezza e con cui si «effettua l’opera della nostra redenzione» (cf. SC 2). «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Siamo salvati grazie al dono totale di Gesù, e nella Santa Messa possiamo ricevere questo dono, ricevere la Vita di Gesù con la Comunione ed essere divinizzati, perché è Dio che ci trasforma in Lui, facendoci partecipare già ora, in qualche modo, della vita divina (cf. Gal 2,20; 2 Pt 1,4). Perché l’Eucaristia è pegno della gloria futura e farmaco d’immortalità.

Il santo Padre, Benedetto XVI, ha usato per la Messa l’immagine del Cielo che scende sulla terra: «La vera bellezza è l’amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel mistero pasquale. La bellezza della liturgia è parte di questo mistero; essa è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra» (Sacramentum Caritatis, 22 febbraio 2007, n.35)

Anche Scott Hahn, un biblista convertito dal protestantesimo, ha scritto nel suo La cena dell’agnello. La Messa come Paradiso sulla terra: «La Messa, o, come è più esattamente definita dalle Chiese orientali, la Divina Liturgia, è una realtà così ricca da favorire molti validi approcci teologici ad essa, quanti ce ne sono verso l’intero mistero di Cristo stesso. L’Eucaristia è parte della grande montagna vivente che è Cristo - una metafora dagli antichi santi della Terra Santa – e questa montagna può essere scalata da numerosi lati."

E’ la bellezza di Dio che si manifesta per noi ogni giorno sugli Altari: Dio per noi, Dio con noi, Dio in noi…

Questa premessa “teologica” però, non ci fa dimenticare che il tema della nostra conversazione non è la teologia eucaristica ma il concetto di continuità nel rito della Messa che, come tutti sappiamo, è stata riformata con il Messale promulgato da Paolo VI nel 1970, come richiesto dalla Sacrosanctum Concilium (SC), la Costituzione sulla Sacra Liturgia del CVII (Concilio Vaticano II, 1962-1965) del 4 dicembre 1963.

Nel CCC la dottrina della fede eucaristica è riportata chiaramente e questa è la voce ufficiale della Chiesa. Al n. 1367 si legge: “Il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell'Eucaristia sono un unico sacrificio: “Si tratta infatti di una sola e identica vittima e lo stesso Gesù la offre ora per il ministero dei sacerdoti, egli che un giorno offrì se stesso sulla croce: diverso è solo il modo di offrirsi”. “E poichè in questo divino sacrificio, che si compie nella Messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che "si offrì una sola volta in modo cruento" sull'altare della croce questo sacrificio è veramente propiziatorio” [Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1740].

La continuità liturgica è affermata in quanto il rito che celebriamo oggi nella forma ordinaria è uno e identico con il sacrificio della croce e il CCC riprende il Catechismo del Concilio di Trento. Ciò che più conta, è la prassi della Chiesa, ciò che Essa fa oggi nella Liturgia, perché lex orandi lex credendi (la norma della preghiera è la norma della fede). Infatti, il regnante Pontefice celebra, e prima di lui anche altri tre Pontefici, con il Rito Ordinario da tanti anni, tutti i giorni. Se la promessa di Cristo è vera, cioè: «le potenze degli inferi non prevarranno» (Mt 16,18), significa che lo Spirito Santo opera e agisce sulla Chiesa di Dio, Una Santa Cattolica e Apostolica e che «chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato» (Lc 10,16). Se Pietro celebra con un rito, e Pietro è la Roccia visibile su cui Cristo ha fondato la Chiesa (cf. Mt 16,13-19), e la promessa di Cristo è indefettibile, significa che questo rito è vero. Se il Capo del Collegio Apostolico, nel momento della massima e perfetta adorazione di Dio, che è la Santa Messa, utilizza un Rito specifico, quel Rito è la norma per tutta la Cattolica. Inoltre occorre sempre distinguere il contenuto dottrinale da eventuali abusi che intaccano un rito o una dottrina o un pensiero teologico. Gli abusi non decidono del contenuto dottrinale del rito, ciò che conta è il testo, il Libro liturgico che è riferimento di quel rito.

Per esperienza diretta, celebrando entrambe le forme dell’unico Rito Romano secondo quanto scritto dal santo Padre nel Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007, posso dire delle ricchezze dell’una e dell’altra forma, straordinaria e ordinaria che, se accolte con la fede della Chiesa, possono arricchire e arricchirsi. La Messa antica ha tanti pregi: una sacralità misteriosa, la sottolineatura potente del carattere sacrificale della Messa, il Salmo 42 iniziale che mio padre, il quale non ha più memoria avendo la demenza senile degenerativa, si ricorda ancora: Introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat juventutem meam…, il canone silenzioso che dona alla celebrazione un’aura di affascinante mistero, la comunione in ginocchio alla balaustra - infatti si riceve il Re dei re e occorre umiliarsi -, la lettura finale del prologo Giovanneo che ricapitola tutta l’economia della salvezza e il grande mistero dell’Incarnazione, le preghiere finali a san Michele Arcangelo, in un tempo in cui il Demonio è scatenato…, i gesti e le preghiere del sacerdote, tutto ordinato e preciso…, l’altare orientato, la bellissima lingua latina… Insomma, questa Messa è bellissima e ringrazio il Papa che ci permette di celebrarla, anche se io la celebravo anche prima perché avevamo, come Comunità, l’indulto del beato GPII con il MP Ecclesia Dei afflicta del 2 luglio 1988…

Anche nella Messa riformata, pur diversa nella ritualità – e, forse, più povera - se celebrata bene magari con l’altare orientato, si riscontrano delle peculiarità come, per esempio, le letture bibliche più abbondanti rivolte ai fedeli e una maggiore ricchezza di testi eucologici, per esempio i prefazi, e la sottolineatura dell’aspetto conviviale della Messa. Inoltre, anche per questa forma celebrativa, è possibile praticare le “ricchezze” antiche come la comunione in ginocchio, alcune parti della Messa in latino – che non è stato abolito dal Concilio – e l’altare coram Deo per l’orientamento della celebrazione…

Insomma, alla fine possiamo dire che c’è sicuramente una differenza sul piano rituale, ma non su quello dottrinale e le due forme, come è nella mens del santo Padre, possono e devono arricchirsi vicendevolmente.

Augusto De Marsanich, segretario dal 1950 al 1954 del Msi

 

Trentunesimo anno di vita per la Fondazione Ugo Spirito (FUS), fondata a Roma nel 1981 con il proposito di custodire la Biblioteca e l’Archivio del filosofo Ugo Spirito (1896-1979) e di trasmetterne il pensiero. A partire dalla presidenza attuale, dello storico Giuseppe Parlato, la FUS ha esteso il suo raggio d’azione, incrementando l’impegno editoriale e pubblicistico in materia di storia contemporanea, in particolare con la raccolta di contributi intitolata “Annali della Fondazione Ugo Spirito”. Negli scorsi mesi ne è stato pubblicato il volume XX-XXI, la cui sezione monografica è dedicata al tema: “La costituzione dello Stato italiano tra modello centralistico e tradizione municipalista” (cfr. Aa.Vv., Annali della Fondazione Ugo Spirito 2010-2011, FUS, Roma 2011, pp. 329, € 20, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

I contributi più corposi contenuti nella parte monografica sono quelli del filosofo Vittorio Mathieu, che riflette su “Risorgimento italiano e Rivoluzione francese” (pp. 3-56) e dello storico Francesco Bonini, Ordinario di Storia delle Istituzioni politiche all’Università di Teramo, intitolato “Centralismo e autonomie nella storia costituzionale dell'Italia liberale” (pp. 164-178).

Da segnalare poi la sezione “Inediti” che, insieme a testi di Guido de Giorgio e Giovanni Gentile, presentati rispettivamente da Angelo Iacovella (pp. 298-320) e Carlo Vivaldi Forti (pp. 321-327), include un testo del politico e filosofo napoletano, allievo da giovane di Benedetto Croce, Domenico Edmondo Cione (1908-1965), intitolato “La nostra ideologia e la Chiesa cattolica” (pp. 273-297), che fu predisposto nel 1950 per il vescovo romano Roberto Ronca (1901-1977). In tale documento inedito sono illustrati «i connotati ideali e politici di un Msi quale “Partito profondamente, intimamente, sinceramente cattolico”». Nel saggio introduttivo di Giuseppe Brienza, intitolato “Edmondo Cione, il Msi ed il ‘blocco d’ordine’ cattolico nel secondo dopoguerra”, si presentano in modo sintetico ma efficace la vita e l’opera di Cione, soprattutto quella di animazione culturale e mediazione politica svolta durante e dopo la guerra civile italiana (1943-45).

Copertina del vol. XVI-XVII degli Annali della Fondazione Spirito

 

Infatti, negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale Cione fu fra gli artefici della cosiddetta “operazione ponte”, ovvero il tentativo - fallito - di un’alleanza politica tra esponenti della Repubblica Sociale Italiana e socialisti, al fine di evitare la recrudescenza finale della “guerra fratricida” fra gli Italiani. Da Mussolini Cione ottenne addirittura di poter istituire una forza politica affrancata dal Partito fascista repubblicano (Pfr) - il Raggruppamento nazionale repubblicano socialista (Rnrs) - nonché il nulla osta per la stampa del periodico “L’Italia del Popolo”, organo del Rnrs. Molti furono coinvolti nell’operazione e l’obiettivo era la realizzazione del Manifesto di Verona, documento programmatico del Pfr, ovvero «coniugare socialismo e nazionalismo» per la socializzazione. Forse del tutto prevedibile l’epilogo: gli estremisti di destra (Farinacci, Mezzasoma, Pavolini) e di sinistra (Basso, Pertini) osteggiarono l’iniziativa fino a impedirla. La guerra civile non fu arrestata, né fu possibile impedire ulteriori rappresaglie.

Dopo il 25 aprile 1945 il filosofo napoletano tentò poi di mediare per la costituzione di un «blocco d’ordine moderato» tra le forze conservatrici italiane, alla ricerca di una strategia di efficace opposizione al comunismo, dilagante in ambito nazionale e internazionale Dopo la sua fondazione a Roma il 26 dicembre 1946, Cione s’iscrive al Movimento Sociale Italiano (Msi), sostenendo il tentativo di quelle correnti che, al suo interno, scrive Brienza, miravano alla aggregazione di un «“fronte comune” anti-comunista», che vedesse alleate le forze cattoliche più sensibili al problema - peraltro già molto attive e supportate da Pio XII - e la destra politica monarchica e nazionale. In questo, Cione poté trovare ascolto da mons. Ronca che, nell’immediato dopoguerra, aveva chiamato a raccolta le «tendenze nazionalitarie ed anti-comuniste cattoliche» raggruppandole nell’Unione nazionale civiltà italica (Unci). Ronca aveva già trovato nel Msi un interlocutore nel neoeletto segretario (dal 1950 al 1954) Augusto De Marsanich (1893-1973), che riuscì a imporre una linea più moderata in sostituzione alle precedenti «posizioni più antisistemiche e sinistreggianti». Ne scaturì quello che lo storico Andrea Riccardi chiama «partito romano» e che, invece, Brienza preferisce definire «“blocco d’ordine” cattolico».

Giuseppe Parlato, presidente della Fondazione Spirito

Parte seconda

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Pensavo di non continuare l’argomento sull’insegnamento socio-politico della grande santa domenicana di Siena, ma quando ho visto su Il Corriere del Sud che l’amico D’Ettoris sul mio intervento rinviava i lettori a una 2° parte, allora mi sono convinto che valga la pena continuare, sperando di suscitare l’interesse dei lettori.

Ricordo che sto leggendo il testo curato da Anna Maria Balducci su S. Caterina da Siena, Massime di Reggimento Civile, Edizioni Cateriniane, pubblicato nel 1947 a Roma, con tanto di imprimaturdel VicariatuUrbisAloisius Traglia.

Il programma politico di S. Caterina auspicava un necessario ritorno ad una concezione spirituale ed etica, seria e profonda della vita, vissuto innanzitutto da coloro che stanno al governo dei popoli. Seguendo il Vangelo, la santa riconosceva la grande importanza dell’autorità nella società umana. L’autorità proviene da Dio, anche se poi sono gli uomini a disporne secondo le proprie responsabilità. L’autorità scriveva S. Caterina è “prestata”, gli uomini di governo devono fare buon uso, “i reggitori dei popoli nell’esercizio dei loro poteri devono studiarsi di imitare il governo divino, ispirare la loro azione a ‘giustizia santa con vera e profonda umiltà’”. Sostanzialmente la santa additava agli uomini di governo, la sapienza e la virtù, esigendo in particolare, quella forma elevata, il dovere di avvicinarsi il più possibile alla perfezione del Capo, il Legislatore supremo, che è Dio, che è “il dolce maestro, che ci ha insegnato la dottrina, salendo in su la cattedra della santissima croce”.

Per S. Caterina, i governanti, finché si tengono nei limiti del mandato divino, rimangono rappresentanti di Dio. Il problema centrale di ogni concezione politica è quello del rapporto fra la libertà personale e l’autorità statale. S. Caterina secondo la Balducci, il problema, lo risolve, “nella sottomissione della volontà umana alla volontà divina, e cioè nell’accettazione della legge morale e del diritto naturale…”

L’uomo di governo, “…facendo rispettare le leggi, stabilendo ottimi ordinamenti giuridici, sostenendo i diritti di ciascuno, colui che è a capo compie, più che una affermazione di autorità, un atto di carità verso il suo prossimo: è un ‘servizio’ che fa agli uomini con pura carità, perché facendo a essi fa a Dio”.

Gli uomini di governo devono avere coscienza della loro missione, è una vocazione che viene da Dio, che li obbliga a mettere tutte le loro forze al servizio della missione storica, che, nei disegni della provvidenza, sono chiamati a svolgere. Caterina ha sempre presente la responsabilità che hanno gli uomini di governo a riguardo della salvezza eterna dei loro sudditi, non c’è solo la responsabilità del benessere dei sudditi, o della prosperità della Nazione.

La Balducci a questo punto provocatoriamente scrive che il concetto dell’uomo di governo in S. Caterina è il più umano, è il più democratico che possa esservi, anche perché nelle sue lettere che rivolge ai vari signori del tempo, non perde di vista mai il popolo.

Il periodo storico, in cui è vissuta S. Caterina era molto travagliato, in apparenza sembrava ricco e prosperoso, ma in realtà, le città erano lacerate, sempre in balia di ambiziosi e di prepotenti. La santa di Siena era convinta che tutti i mali della società avevano la radice nel disordine morale: tutto si riduce al ‘vermine dell’amor proprio’ che rode il ‘cuore’ della città. Naturalmente per S. Caterina, il “cuore” era il buon governo regolato e guidato secondo i piani di Dio. Nel 300 sembrava che la coscienza morale era morta, l’avidità, l’ambizione, il dominio e la ricchezza regnavano ovunque. L’ingiustizia regnava sovrana, ecco cosa scrive S. Caterina ai Signori Priori dell’Arti e Gonfalonieri di Giustizia del Comune di Firenze: “…Al petto del Comune non si nutricano i sudditi con giustizia né carità fraterna; ma ciascuno con falsità e bugie attende al bene proprio particolare, e non al bene universale. Ognuno cerca la signoria per sé, e non il buono stato e reggimento della città”. Questi uomini fiorentini, assomigliano agli italiani di oggi, non animati da un grande ideale che fortifichi e illumini il loro operare, “non sono uomini da fatti, ma sono uomini da vento; e così si volgeranno come foglia senza veruna fermezza e stabilità”. (pag. 51)

L’esile e umile Caterina si rende conto di una semplice e profonda verità che “l’attività politica rispecchia tutte le deficienze del carattere e tutti i mali morali di chi governa. Per lei l’errore politico e l’ingiustizia sociale si identificano col peccato dell’individuo, con la bassezza morale di colui che deve amministrare la giustizia e governare lo stato ‘ perocchè per altro (gli Stati) non vengono meno se non per li peccati e difetti nostri…”

Ma qual è la personalità morale che Caterina vuole nell’uomo di governo? Perché egli possa compiere la sua missione nella società? Secondo la Balducci, la figura ideale di colui che deve reggere la cosa pubblica, è quella di un uomo forte e buono. “Fortezza e bontà sono, nel senso umano più profondo, nel senso soprannaturale più alto, le qualità essenziali, comprensive di tutte le altre virtù”. L’uomo di governo deve avere una volontà forte, che si espande nella carità perfetta, cioè nella perfezione della giustizia”. Spesso nelle lettere ai vari potenti dell’epoca, S. Caterina usava il termine, “siate uomo virile”.

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Dal testo Massime di Reggimento Civile, emerge che S. Caterina aveva una concezione eminentemente etica dei governanti, nelle sue numerose lettere che ha scritto, li esortava alla lotta contro il male, per l’affermazione del bene:“piuttosto dobbiamo eleggere di perdere le cose temporali e la vita del corpo, che le cose spirituali e la vita della grazia…”Per l’uomo politico non basta dunque dominare gli uomini e le cose, ma soprattutto, bisogna, raggiungere il perfetto dominio di sé. Quello che conta maggiormente è la “signoria dell’anima”, che nessuno può togliere agli uomini se loro si comportano secondo giustizia divina. Gli antichi romani, già conoscevano questa signoria, il grande Seneca affermava: “Imperiumsibi maximum imperium est”, una affermazione che in Caterina acquistava un significato eminentemente cristiano: la padronanza di sé per compiere il bene.

A questo proposito, è significativo quello che scrive la santa ai Signori e difensori di Siena: “scrivo a voi con desiderio di vedervi veri signori con cuore virile, cioè che signoreggiate la propria sensualità, con vera e reale virtù, seguitando il nostro Creatore. Altramenti non potreste tenere giustamente la signoria temporale, la quale Dio vi ha concessa per sua grazia. Conviensi dunque che l’uomo che ha a signoreggiare altrui e governare, signoreggi e governi prima sé”. (pag. 53)

S. Caterina si rendeva conto che gli uomini erano fragili e limitati, per questo era indispensabile che ciascun essere umano prendesse coscienza del proprio limite di creatura.

L’uomo di governo dev’essere umile, una virtù che gli permette, di essere libero e di darsi interamente “con grande sollecitudine” e con “affettuoso amore”, al servizio dei sudditi e della patria. Inoltre, deve acquisire la virtù della santa pazienza, che non è quella del significato politico del saper attendere, temporeggiare, questa è arte politica o diplomatica.“La pazienza per S. Caterina è un atteggiamento interiore dello spirito che dà la capacità di ‘sostenere’ con dolce fortezza fondata sulla dimenticanza di sé ‘ogni pena, tormento e tribolazione’”. Pertanto l’uomo che sale al potere, non deve pensare di trovare in esso “diletto e riposo”, ma deve sapere che troverà dolore.

La santa di Siena era consapevole delle miserie umane degli uomini politici e di potere. Sapeva quale era la dura realtà: avidità, gelosie, egoismi, intrighi, slealtà, violenze.. Il principe e signore deve conoscere, valutare e rispettare il dolore in sé e negli altri, e quando la croce stende la sua immensa ombra su tutta la patria egli, forte nella sventura militare nell’insuccesso politico e in ogni altra contrarietà, “si veste della pazienza di Cristo crocifisso, riposasi con questa dolce e gloriosa virtù nel mare tempestoso delle molte fatighe”. Questa è la virtù che vince sempre. Per S. Caterina non ci potrà mai essere un grande e vero capo di governo, senza la lotta dolorosa interiore ed esteriore, senza sofferenza, senza sforzo, senza “abbracciarci con la santissima croce, dove noi troveremo l’amore ineffabile, gustando il sangue di Cristo”.

Il Principe ideale di Caterina non è quello che sa mantenere il potere, ma colui che sa essere grande dinnanzi a Dio nella perfezione morale. Caterina fa coincidere il vantaggio dei popoli, il benessere sociale, con la grandezza morale e cristiana di chi governa.La grandezza di un principe per S. Caterina si basa sempre sull’umiltà, nel dolce spogliamento di sé, che invita Dio a venire nell’anima, così si possono fare grandi opere. Anna Maria Balducci ci ricorda che la santa sta parlando al “principe” cristiano. Nell’ascetica cateriniana, l’uomo trova il giusto posto come creatura creata da Dio e redenta dal Figlio.

La personalità ideale del cristiano che esercita il potere politico, si compenetra nella carità, soltanto così si può compiere ogni giustizia e dalla quale nascono le buone opere. Caterina insegna al principe anche di perdere il potere se non può attuare il bene di tutti, al contrario di Machiavelli che al suo Principe insegna di sapere commettere il male per conservare il potere. L’uomo che è al potere “deve servire con grande diligenzia il prossimo suo”. In pratica anche se è difficile dirigere la vita degli uomini a fini alti, S. Caterina chiede l’eroismo cristiano al suo principe, ricordandogli che può fare tutto con l’aiuto di Dio, nella partecipazione alla vita della Grazia, che è il sangue di Cristo.

Nessuno ha saputo più di Caterina adorare il Sangue Divino di Gesù, nessuno più di lei ha saputo comunicare agli uomini, l’amore, il bisogno del “dolcissimo Sangue…nel quale si spegne ogni odio e guerra…si pacifica il cuore e l’anima”.

Ed è proprio in questo Sangue che S. Caterina conduce “i signori e governanti a conquistare quella perfezione cristiana del loro stato, che è conformazione a Cristo Crocifisso, nella cui luce la santa diplomatica senese ha visto e ci ha dato la nobile personalità morale dell’uomo di governo…” (pag. 64)

Nelle lettere agli uomini di Stato S. Caterina fa emergere sempre esclusivamente il carattere morale e spirituale, quasi mai ci sono norme pratiche sull’esercizio del buon governo. La santa è convinta che una volta che l’uomo é formato al bene e alla giustizia non potrà che compiere azioni giuste e virtuose, questo vale anche per il governante. Del resto, per S. Caterina ogni problema sociale e politico appare come un problema morale, ella dà tuttavia valore anche alla parte ‘pratica’ dell’attività politica, anche perché ci sono uomini buoni, ma che non sanno governare.

A base di ogni grande costruzione politica e sociale c’è la realizzazione della giustizia, che caratterizza ogni attività politica, ogni azione individuale e sociale del principe della nostra santa. Ma la giustizia deve essere sempre “condita con misericordia, perché ella esce dalla fontana della carità”.

La Balducci, curatrice del libro edito dalle edizioni Cateriniane nel 1947, si affretta a scrivere che “l’uso della misericordia nell’esercizio della giustizia non diminuisce però la coscienza di quello ch’è dovuto alla repressione del male.In un regime ben ordinato, fare giustizia è un dovere dell’autorità, perciò, non è permesso al signore di tollerare il male.Per la santa occorre sempre una giustizia regolata dalla carità. Certo Santa Caterina sa che è presente nel governante il pericolo di lasciarsi trasportare nella repressione per propria passione, ma c’è anche l’altro pericolo della pazienza inerte di fronte a colpe che possono esporre la società intera al male. Comunque sia per la santa, la giustizia perfetta, potrà attuarla, soltanto “colui che giustamente ha giudicato sé”, cioè, colui che virilmente ha sottomesso sé “alla regola della giustizia”, nel distacco da sé e dal mondo, nell’amore di Dio e delle virtù. Quindi soltanto l’uomo forte, buono e umile, che ha conosciuto la Verità di Dio sarà capace di realizzare la giustizia perfetta.

E’ presente in S. Caterina il concetto di giustizia sociale con al centro e come fine la persona umana, una giustizia che si appoggia sui diritti naturali della persona umana, che sfociano nei diritti religiosi, morali, giuridici, economici. L’uomo di governo nella sua attività, deve riconoscere e difendere la dignità personale del cittadino e il suo sviluppo.

Un’ultima annotazione, la fa notare la Balducci,proprio leggendo le tante lettere della santa di Siena: “Non si può non domandarci come ella potesse pretendere da uomini comuni del suo tempo tanta virtù; come potesse richiedere un simile sforzo, un superamento così assoluto dell’umano, una così perfetta vita della Grazia, in quella che può sembrare l’attività che più difficilmente l’uomo riesce a mantenere conforme ai comandi divini”. Eppure S. Caterina con la sua grande semplicità è riuscita a parlare a chiunque e a ottenere anche numerose conversioni dei loro cuori, lo si nota leggendo le lettere inviate allo stesso personaggio, come a Niccolò Soderini, uno dei Priori dell’Arti della città di Firenze, è un grande miracolo come la santa “…sapesse con rara sapienza trarre quegli uomini rudi e lontani dalle finezze dello spirito, ad alta perfezione morale”. (pag. 80)

Certo la prospettiva esistenziale proposta da S. Caterina è lontana rispetto agli uomini di governo attuali, ma nell’arco dei due millenni di Storia Cristiana, non sono mancate le figure straordinarie di governanti retti e giusti che la Chiesa tra l’altro ha innalzato agli altari della santità, da S. Luigi IX, re di Francia, a S. Enrico imperatore, a S. Elisabetta, regina d’Ungheria, fino al beato Carlo I d’Austria, ultimo imperatore di quel Sacro Romano Impero, che ha segnato la storia cristiana dell’Europa.

 

S. Caterina

 

Parte Prima

Con mia grande sorpresa leggendo un volumetto sulla grande Santa Caterina da Siena, la dolce, umile e soave Caterina, biancovestita, coperta del nero mantello domenicano, ho scoperto che potrebbe essereuna lettura utile per il nostro tempo di crisi sociale, religiosa, politica ed economica.

Ventitreesima figlia di Jacopo Benincasa e di Lapa di Pucci dei Piangenti, nata nel 1347, lei fragile ed esile donna medievale è riuscita ad opporre una fiera resistenza contro la prepotenza germanica e quella francese del Re di Francia: “l’Italia era contesa da due prepotenze straniere contrastanti fra loro, ma cospiranti alla nostra rovina; allora come ora”. Così si esprime Vittorio Emanuele Orlando, nella prefazioneal libro, Massime di reggimento civile, diSanta Caterina da Siena, a cura di Anna Maria Balducci, Edizioni Cateriniane, Roma 1947, sembrano scritte oggi.

La santa è vissuta in un periodo tra i più travagliati della nostra penisola, il XIV secolo, grandi luci e grandi ombre vi si alternano per l’avvenire dell’Europa. Così come in Francia cinquant’anni dopo, S. Giovanna d’Arco, una povera campagnola terrà per qualche anno tra le sue mani, le sorti della Francia, in Italia, S. Caterina, terrà tra le sue mani le sorti della nostra Patria. Caterina ha dovuto lottare soprattutto contro i nemici interni, gli italiani di allora avevano, “lo spirito individualista e partigiano, l’avidità di dominio e di indipendenza delle ricche città, troppo fiere per accettare di dividere con le finitime il diritto di sovranità, troppo deboli per estendere e affermare la propria egemonia”. Dagli imperatori tedeschi ai principi e ai duchi senza principato e ducato, spesso calavano tra noi in cerca di ricchezza e di gloria. “E in Italia tutti trovavano buon gioco per le loro mire, perché gli italiani sembravano solo intenti a sopraffarsi, città contro città, signoria contro signoria, famiglia contro famiglia in una lotta serrata e senza tregua”. (pag. 17)

Caterina oggetto di predilezioni divine, senza compromessi e mezze misure, in pochi anni raggiunse la santità eroica, “la mia natura è fuoco”, dice di se stessa la Santa. Il suo tatto, la diplomazia meravigliosa, la sua azione pacificatrice nelle città, la sua scienza soprannaturale, la fecero ben presto conoscere oltre le cerchia di Siena, in tutta la Toscana, in Italia, fuori della nostra penisola. Principi e prelati, si rivolsero a lei, per chiedere la sua mediazione. A tutti Caterina indirizzò lettere piene di esortazioni e ammonimenti, traboccanti di carità e di infiammata sollecitudine per il bene spirituale e temporale di tutti, senza distinzione. “Cercate ho io…e cerco continuamente la salute vostra dell’anima e del corpo, non mirando a veruna fadiga, offerendo a Dio dolci e amorosi desideri con abbondanzia di lagrime e di sospiri, per riparare che i divini giudicii non vengano sopra di voi, i quali meritiamo per le nostre iniquitadi”. E’ la forza di Caterina, che offre la verità col fascino delle sue parole, schiette e genuine, vibranti e belle, con “affetto d’amore”. Caterina ebbe il dono da Dio “di convincere e trascinare le volontà, sulle quali esercitò un impero sorprendente e notevolissimo per le conseguenze che se ne ebbero e che la storia ha registrate; come il ritorno a Roma del Papa (onesto e pio ma pavido e irrisoluto), la pacificazione di Firenze e d’Italia con la S. Sede, la conversione dell’Aguto e di altri uomini d’arme e di governo”. (pag. 19)

Tuttavia, per la curatrice del libro Anna Maria Balducci, la sua personalità potente, non tendeva a sopraffare o a schiacciare la persona che voleva persuadere. La santa, era convinta che il lume di verità che brilla nella mente di ogni uomo, prima o poi, affascinato dalla sua bellezza, non potrà non seguirla con la volontà e con tutto il cuore. In una lettera al Pontefice Gregorio XI, troviamo enunciato il programma di quella missione religiosa, sociale e politica di cui Dio aveva investita la Vergine di Siena. Pertanto, per uscire dal mondo travagliato e in crisi, “dicovi da parte di Cristo crocifisso: tre cose principali vi conviene adoperare con la potenzia vostra. Cioè, che nel giardino della Santa Chiesa voi ne traggiate i fiori puzzolenti, pieni di immondizia e di cupidità, enfiati di superbia; cioè li mali pastori e rettori, che attossicano e imputridiscono questo giardino. Oimè governatore nostro, usate la vostra potenza a divellere questi fiori…”. (pag. 21)

Caterina si riferiva ai mali del ‘300 che attanagliavano la società, causati dalla corruzione dei costumi, specialmente del clero e naturalmente auspicava,“la reformazione della santa Chiesa”. Inoltre, Caterina caldeggiò insieme al Papa, la Crociata contro il turco: sarebbe bello che Genova e Venezia, invece di stancarsi nella guerra di Chioggia, vi avessero aderito, rivolgendo d’accordo le armi contro il comune avversario.

S. Caterina, il tenue giglio con la potenza di una quercia secolare, la figlia di un tintore, di mediocre cultura, riesce a scrivere in maniera risoluta e a volte, imperiosa ai maggiori e più potenti uomini del suo tempo, da Bernabò Visconti, signore di Milano, ai Salimbeni di Siena, alla regina di Napoli, alla regina di Ungheria, agli Anziani di Lucca,, alla Signoria di Firenze, al Re di Francia, al duca d’Angiò, ai Consoli di Bologna e a tanti altri. “Straordinario è il tono di quelle lettere: Essa parla come un sovrano e, in un certo senso, come un superiore di tutti questi grandi personaggi, senza però che se ne determini alcuna manifestazione di orgoglio. Caso unico nella storia: Essa comanda umilmente. La sua sicurezza viene perché sa di parlare in nome di Chi non può mai avere torto”.Molte di queste le troviamo a pagina 98 al capitolo VIII.

Caterina ha l’impronta universalistica del genio romano: coordinare senza eliminare, governare senza schiacciare. Ha sempre cercato di impedire la disgregazione spirituale dei molteplici gruppi politici, a sorreggerli insieme a guidali, a eliminare gli antagonismi, i dissidi, le lotte fratricide. Il fine della società è il bene comune, inteso come bene di una ‘pluralità unificata’, una molteplicità di persone che costituiscono la società e convergono ad un fine unico. Rispettare il bene comune, oltre ad avere un carattere morale, ha quello pedagogico, per la formazione dell’individuo e della società.

Il libro curato dalla Balducci è stato scritto in un periodo difficile della nostra storia, subito dopo la II guerra mondiale, per certi aspetti, forse, simile a quello che stiamo vivendo oggi, per questo, credo, sia utile farlo leggere, soprattutto a chi ha qualche incarico pubblico, in particolare i capitoli IV e V: La funzione dell’uomo di governo nella società (IV) e La personalità morale dell’uomo di governo (V).

Infatti, per Santa Caterina, la personalità morale dell’uomo di governo occupa un posto centrale nel suo pensiero. La grande santa è convinta che il Capo è il primo a dover conquistare le necessarie virtù per rispondere alla missione di governo, successivamente, sarà poi il popolo ad acquisirle. Sono dei concetti che fanno riferimento ai due pilastri della filosofia greca: Platone e Aristotile. Per la santa senese, la personalità dell’uomo di governo è già di per sé un programma politico. Del resto, si possono formulare in teoria dei bellissimi programmi, ma se poi il carattere, l'integrità personale del governante è deficitaria, la riforma della propria città non avverrà mai.

Il governante ha il debito preciso verso il popolo di guidarlo verso il bene, i sudditi, scrive Caterina, “vi possono amare ed essere fedeli a voi, quando essi veggono che voi siete loro cagione di partirgli dalla vita, e conducergli nella morte, dalla verità mettergli nella bugia?”(pag. 41)

Tutte le lettere, che sono riportate nel testo della Balducci, sono la forte e ardente espressione di questa sua concezione dell’uomo di governo e della sua funzione nella società. Caterina nelle lettere, traccia la figura del “Nuovo” Principe, il principe cristiano, antitesi di quello proposto da Machiavelli. C’è una formula radicale che spesso S. Caterina amava scrivere: “Chi non sa governare se stesso, non può governare gli altri”, qui c’è tutto il pensiero politico della straordinaria santa di Siena. Per ora mi fermo ma sarebbe opportuno ritornare sugli insegnamenti attuali della Patrona d’Italia e d’Europa. Intanto per chi è interessato e vuole leggere il testo può trovarlo sul sito www.centrostudicateriniani.it.

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