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Sabato, 11 Luglio 2020

La tutela e la valorizzazione del patrimonio artistico è un tema che mi ha sempre affascinato, per questo mi ha colpito l'intervista di Luigi Mascheroni su Il Giornale a Mario Resca, (“Nell'Italia dei burocrati far fruttare i beni culturali significa avere tutti contro”, 25.7.12) l'ex direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale. Scaduto il suo mandato dopo tre anni, viene sostituito, nell'indifferenza totale, da Anna Maria Buzzi, docente della Lumsa di Roma. Resca con un curriculum manageriale impressionante, era stato nominato dall'ex ministro Sandro Bondi, e come lui ha subito avversioni di ogni sorta.

“Nell'Italia dei burocrati far fruttare i beni culturali significa avere tutti contro”. Il nemico giurato è la burocrazia, che blocca tutti i cambiamenti: “è il male assoluto dell'Italia inefficiente e corrotta, rallenta le decisioni e l'azione. Da quando sono stato eletto – afferma Resca – ho avuto tutti contro: sindacati, sovrintendenti, ministeriali, accademici, giornali di sinistra...”. Il motivo:“non accettavano e non accettano l'idea che il patrimonio culturale sia una ricchezza che può generare utili”.

In pratica, non si accetta, che oltre a tutelare e conservare il grande patrimonio artistico, si possa valorizzare, cioè “vendere”, i nostri tesori agli stranieri e agli stessi italiani, sfruttando al massimo la cultura dell'accoglienza del nostro Paese. Far girare le opere d'arte, come testimonial della bellezza italiana nel mondo, viene vista come una bestemmia. Non si accetta che nell'ambiente si parli di marketing.

L'Italia possiede oltre il 60% del patrimonio artistico mondiale, ne parlo spesso con i miei alunni, un patrimonio che “sfruttato” potrebbe dare lavoro a un mare di giovani. Nell'intervista Resca sostiene che possediamo 440 siti culturali tra musei e aree archeologiche, escluse biblioteche e archivi. La maggioranza di questi non sono conosciuti, non solo dagli stranieri, ma anche dagli italiani.

L'ex direttore ha provato in questi tre anni a valorizzarli, farli conoscere, per attirare pubblico e c'era riuscito visto che il 1° anno sono stati più del 16%; il 2° più 9%; il 3° più 12%. Di conseguenza, se aumentano i visitatori, aumentano gli incassi, che significa più soldi. Poi ha cercato di renderli più vivibili, offrendo servizi migliori (dalle toilette alle caffetterie, ai ristoranti interni).

cop BONDI la cultura è libertà.

 

Non si comprende per quale motivo bisogna vergognarsi a considerare il visitatore come un cliente da trattare bene per farlo poi tornare. E' possibile che il Paese più ricco di arte di tutto il pianeta abbia meno visitatori di tutti gli altri Paesi? Resca tra le tante iniziative, aveva inventato lo slogan: “se non lo visiti lo portiamo via”. I professori si sono scandalizzati, ma l'intenzione era quella di comunicare con la gente comune. Altra importante iniziativa è quella dell'accordo con Google per digitalizzare a loro spese un milione di testi delle nostre biblioteche di Stato per renderli accessibili gratis.

Proprio in questi giorni, in Cina, in piazza Tienanmen, stanno vedendo una mostra dei nostri capolavori del Rinascimento, uno spot gigantesco per la nostra cultura di fronte a milioni di cinesi; se anche l'1% decidesse di venire nel nostro Paese? E' già un successo. Il dottor Resca si rammarica per non essere riuscito a mettere ad ogni museo il meglio della ristorazione, servizi bookshop, il meglio delle guide multimediali. Non è stato possibile perché ancora c'è la difesa corporativa delle varie cricche che rifiutano il mercato. Da noi i privati non possono fare nulla e dato che lo Stato da solo non ce la fa a gestire il patrimonio artistico, allora questo cade a pezzi.   L'anno scorso, l'ex ministro Sandro Bondi è stato fatto fuori dal Palazzo in maniera ignobile, strumentalizzando il crollo di un muretto a Pompei, un posto dove ogni giorno cade qualcosa. Qualche mese dopo le forzate dimissioni, l'ex ministro del governo Berlusconi, ha scritto un libro, che recentemente ho letto: La cultura è libertà, pubblicato da Mondadori nel 2011. Scriveva l'ex ministro: “nella cultura il solo fare cenno a un possibile diverso assetto, a un diverso modo di intenderla, è considerato alla stregua di un sacrilegio. Così e così deve restare, unica cittadella che ancora resiste alla marea montante della barbarie”.

Proprio per denunciare questo perverso intreccio che ha spinto Bondi, dopo la sofferta decisione di dimettersi da ministro per i Beni e le Attività culturali, a scrivere il libro per rendere testimonianza del suo impegno a favore della cultura, si tratta delle linee guida di una nuova politica a favore della cultura alla luce delle grandi risorse del nostro Paese. Nella prima parte, a brevi linee ripercorre il processo di egemonizzazione gramsciana del mondo culturale italiano (scuola, giornali, cinema) a cura del più grande Partito comunista occidentale. Con il crollo del Muro di Berlino e la scomparsa del Pci, il “nobile” ideale dell'egemonia muta radicalmente, e si corrompe “nell'ossessiva attività agitatoria 'a prescindere' della sinistra postcomunista, che demonizza l'avversario e oppone un rifiuto categorico a ogni possibile mediazione”.

Nella seconda parte, l'ex ministro Bondi, auspica una nuova politica a favore della cultura, che sia più aperta e “democratica”, liberata dalla soffocante tutela dello Stato, e che accetti di farsi giudicare dai cittadini, coinvolgendoli direttamente per farli diventare fruitori dei propri tesori. Nel testo Bondi manifesta una “fede nel bello e nel buono, una scommessa nell'elevazione spirituale dell'uomo, perché la cultura è il luogo dove si è depositato il meglio che l'umanità abbia saputo produrre nel suo lungo cammino”.

Dopo aver letto il libro di Bondi, ho capito perché c'è stato tanto accanimento e odio nei suoi confronti, e penso che per certi versi, le sue dimissioni forzate (non è stato difeso abbastanza neanche dal suo Governo) sono state profetiche visto che dopo alcuni mesi ha dovuto darle anche il presidente del consiglio Berlusconi.

 

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In occasione della festa della Madonna del Carmelo, l'Arcipretura di S. Teresa di Riva, guidata dall'arciprete Gerri Currò, ha organizzato il 18 luglio scorso un incontro sulla libertà religiosa negata nei vari Paesi del mondo, è intervenuto il direttore italiano di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), Massimo Ilardo. L'incontro è stato preceduto, dalla diffusione durante le novene di diversi libri pubblicati dall'Associazione di diritto pontificio.

Il direttore di Acs che era accompagnato da padre Victorien Kpoda del Burkina Faso, (ho avuto modo di fare una lunga chiacchierata ed ho potuto appurare che è un sacerdote culturalmente preparato), ha illustrato le varie iniziative promosse dall'associazione non solo in Italia ma in tutto il mondo. Seguendo le direttive spirituali del fondatore padre Werenfried van Straaten, Aiuto alla Chiesa che Soffre vuole attirare l'attenzione sui gravi problemi pastorali che affliggono i fratelli perseguitati, e si propone di venire loro incontro, sia spiritualmente che materialmente.

A cinque miliardi di persone, in varie aree geografiche del pianeta, è negata la libertà di religione. Pastori e semplici fedeli, uomini e donne, vecchi e bambini sono emarginati, esiliati, perseguitati e uccisi a causa del loro credo. I loro luoghi di culto e di preghiera sono vietati o sistematicamente violati e distrutti. Le vittime di questa intolleranza per la maggior parte sono sempre cristiani, ma anche altre religioni. Massimo Ilardo, ha dedicato la sua relazione, avvalendosi di video e immagini, alle persecuzioni in atto contro uomini e donne, religiosi, laici cristiani, soffermandosi in particolare in certe aree geografiche dove è maggiore la persecuzione e dove tuttora sono in atto, dalla Cina al Sudan, all'Egitto, dall'Iraq all'Iran, l'India fino a Cuba. Persecuzioni, violenze e rappresaglie istituzionali e sociali si abbattono, a ondate impressionanti, su vescovi e sacerdoti, suore e religiosi, su uomini e donne, vecchi e bambini, luoghi di culto e di preghiera.

Naturalmente ha cominciato dalla Nigeria, dove in questi giorni si susseguono le notizie di fedeli cristiani barbaramente trucidati alla fine delle Sante Messe, ad opera dei fondamentalisti islamici del Boko Haram. In questi giorni l'Osservatorio della Libertà religiosa, istituito dal ministero degli Esteri a Roma, guidato dal sociologo Massimo Introvigne sta operando con una serie di iniziative per fermare le stragi dei cristiani in Nigeria (600 morti nel 2012, oltre diecimila negli ultimi anni). Continuando nella sua breve panoramica, Ilardo ha citato l'episodio della donna cristiana pakistana Asia Bibi, madre di cinque figlie, messa in carcere per un sorso d'acqua, ancora oggi marcisce in una cella di 3 metri per 4. Insieme alla donna pakistana, ha ricordato il sacrificio del giovane ministro delle minoranze religiose pakistano Shahbz Bhatti, barbaramente assassinato perchè lottava contro la legge della blasfemia, in un attentato il 2 marzo 2011 a Islamabad.

Ma le restrizioni della libertà religiosa esistono anche nel “liberale” e “cristiano” Occidente, dove non si disdegna di adottare forme di restrizione o di emarginazione di fedi, religioni, credenze, più sottili e meno appariscenti di quelle elencate prima.

L'associazione Aiuto alla Chiesa che Soffre per sensibilizzare l'opinione pubblica, ma in particolare i cattolici, che spesso sottovalutano con troppa indifferenza, queste persecuzioni diffuse, diffonde da diversi anni, libri, riviste, deplian e in particolare il Rapporto sulla Libertà Religiosa nel Mondo, un ottimo strumento che ogni due anni monitora tutti i Paesi del mondo documentando lo “stato di salute” della libertà religiosa. Una guida che si avvale del contributo di vari ricercatori, studiosi e giornalisti che raccolgono e mettono a disposizione informazioni, testimonianze raccolte sul campo, nel tentativo di fornire, con la massima obiettività possibile, un ampio e particolareggiato quadro sulla libertà religiosa nel mondo, dando voce a religioni, fedi e aggregazioni religiose, prescindendo da ogni giudizio di merito circa le convinzioni da esse praticate e trasmesse.

Il relatore si è augurato che attraverso questo momento di sensibilizzazione e di animazione, si riesca a dare volto e voce a singoli credenti e a comunità che patiscono e pagano la loro fede in Gesù al prezzo della vita. Adesso tocca a noi continuare l'opera, ma soprattutto devono farlo, quanti svolgono un servizio educativo, di formazione e catechistico nelle parrocchie, nelle scuole pubbliche e private, nei seminari e nelle università, non solo, ma anche gli operatori e i professionisti della comunicazione, che dovrebbero informare, aiutare a capire, offrire momenti di riflessione e di dialogo e di coinvolgimento a tutti, senza preclusioni. A questo proposito è stato presentato, per utilizzarlo, un ottimo sussidio sintetico, Perché mi perseguiti? pubblicato, l'anno scorso, da ACS e dalla casa editrice Lindau di Torino, una descrizione esemplificativa, necessariamente non esaustiva sulle varie violazioni del diritto alla libertà religiosa, sui luoghi e sui persecutori, sui testimoni e sulle vittime, limitatamente a 21 Paesi, elencati in ordine alfabetico, dove oggi le violazioni e le persecuzioni sono più diffuse, acute e crudeli.

Una nota a margine, un incontro del genere ho tentato di organizzarlo negli anni 90, non ci sono riuscito, forse i tempi non erano maturi, oggi, grazie alle nuove energie in campo lo si è potuto fare. Speriamo che si continui su questa strada.

Benedetto XVI in una catechesi di qualche anno fa, ha ricordato che la Chiesa esce dalle crisi grazie alla santità. Nella Storia del Cristianesimo possiamo vedere che “sono i santi, guidati dalla luce di Dio, gli autentici riformatori della vita della Chiesa e della società. Maestri con la parola e testimoni con l'esempio”. Del resto anche Paolo VI era convinto che gli uomini del nostro tempo “sono disposti ad ascoltare i maestri nella misura in cui sono testimoni. Le persone guardano i cristiani, osservano i loro comportamenti e ascoltano le loro proposte soltanto se provengono da una vita coerente”. Una coerenza che troviamo nella vita di due donne: una spagnola e l'altra italiana: Montserrat Grases e Maria Biffi Levati. In questi giorni roventi di luglio ho letto due biografie pubblicate dalle Edizioni Ares di Milano.

Per la prima, ho letto un agile libretto di poche pagine (73) di monsignor Flavio Capucci, Sono felice, Montserrat Grases. Una ragazza verso gli altari.(2012). Montse era di Barcellona, visse fino all'età di 17 anni, è morta il 26 marzo 1959. Una ragazza intelligente con un gran senso dell'umorismo. Sempre contenta, allegra, sprizzava vita e salute. L'apostolato fu uno degli aspetti della vita cristiana che l'attraeva maggiormente e in cui si impegnava di più. Una delle gioie maggiori che Montse ha avuto nella sua vita fu quella di sapere che il fratello Enrique voleva diventare sacerdote. L'abbandonarsi totalmente a Dio ha determinato la svolta decisiva di entrare nell'Opus Dei. Ma ben presto venne colpita da una grave malattia alla gamba, il sarcoma di Ewing. In pochi mesi di vita, Montse si spegne lentamente tra atroci dolori. La giovane ragazza spagnola affronta la malattia con grande serenità, senza fare drammi, anzi il suo abbandono a Dio, non gli faceva mai pensare alla malattia.

Il testo di monsignor Flavio Capucci fa intravedere una forte personalità spirituale della giovane ragazza. Le sue pratiche di pietà non avevano mai una impostazione devozionalistica riduttiva, il tutto mirava sempre al progresso delle virtù cristiane fondamentali, quali la carità, l'umiltà, la fede, la santa purezza, la generosità. Nei suoi quadernetti alla precisa domanda: come si fa a diventare santi? Si può leggere: Lottando per fare bene, con amore, le piccole cose che costituiscono la trama delle nostre giornate. In pratica compiere con amore i propri doveri di stato, verso Dio e verso gli altri.

Ogni sera Montse considerava tutta la sua giornata per vedere quali erano i difetti da evitare e la ragazza notava che tutti i giorni c'era qualcosa da modificare, nonostante lei si impegnasse a fondo. La santità, come diceva San Josemaria, “è lotta: cerchiamoci di non ingannarci:se nella nostra vita costatiamo pure momenti di slancio e di vittoria, costatiamo pure momenti di decadimento e di sconfitta. Tale è stato sempre il pellegrinaggio terreno dei cristiani, non esclusi quelli che veneriamo sugli altari(...). Non ho mai apprezzato quelle biografie che ci presentano – con ingenuità, ma anche con carenza di dottrina – le imprese dei santi come se essi fossero stati confermati in grazia fin dal seno materno”. Il fondatore dell'Opus Dei continua, “Non è così. Le vere biografie degli eroi della fede sono come la nostra storia personale: lottavano e vincevano, lottavano e perdevano; in tal caso , contriti, tornavano alla lotta”. Per concludere, la nostra vita interiore dev'essere, un cominciare e un ricominciare. Del resto “la conversione è cosa di un istante; la santificazione è opera di tutta la vita”.

Per la presentazione di Maria Biffi Levati, fondatrice delle Misericordine, alla prossima puntata.

 

La nostra fede deve diventare vita in ognuno di noi, diceva il Papa Benedetto XVI a Lisbona in occasione della beatificazione dei due pastorelli di Fatima, Giacinta e Francesco, inoltre è necessario che ogni cristiano si trasformi in un testimone in grado di rendere conto a tutti e sempre della speranza che lo animi. E continuando nel discorso, affermava: “soltanto Cristo può soddisfare pienamente i profondi aneliti di ogni cuore umano e dare risposte ai suoi interrogativi più inquietanti circa la sofferenza, l'ingiustizia e il male, sulla morte e la vita nell'Aldilà”. Credo che Maria Biffi Levati, abbia tutte le caratteristiche di una vera testimone di Cristo come si augura il Papa.

Paola Scaglione, giornalista e saggista, ha scritto, Unico fine, la gloria di Dio. Maria Biffi Levati, fondatrice delle Misericordine, edito dalle Edizioni Ares nel maggio scorso (www.ares.mi.it). Maria Biffi era una donna benestante monzese (1835-1905), visse una storia di santità nell'ordinario. Come ogni essere umano ha operato nel tempo che finisce, ma ha sentito l'urgenza di costruire qualcosa che duri nel tempo come la Congregazione delle suore Misericordine, ormai presenti in tutto il territorio nazionale. Ha lavorato sempre nel luogo dove è vissuta, la città di Monza, secondo la propria condizione di donna di casa, di moglie e di madre prima, di vedova poi.

Maria Biffi, tipica donna della Brianza ottocentesca, con i piedi piantati per terra, con le sue mani operose si è dedicata, nonostante fosse già madre di tre figli, all'accoglienza e al soccorso dei poveri e dei malati della sua città. In lei troviamo una tensione continua verso il paradiso, un luogo reale, in cui ogni bene è per sempre. “Con naturale semplicità Maria testimonia che cosa sia la vita nuova generata dalla fede, manifestandola con praticità tutta briantea nell'agire ben prima che nel parlare”. Maria Biffi per ben 27 anni fu seguita nella sua opera di apostolato da don Luigi Talamoni, sacerdote monzese, proclamato beato nel 2004 da Giovanni Paolo II. Ben presto divenne il suo padre spirituale, sostenendo il suo impegno per dare vita a una famiglia di religiose consacrate al servizio degli infermi, con il fine di portare, attraverso il sollievo delle cure materiali al malato, l'amore a Cristo e alla Chiesa in ogni casa. L'amicizia tra Maria e don Luigi Talamoni, li porterà dritti alla santità.

Rimasta vedova nel 1879, dopo aver pazientemente accudito il marito ammalato per sette anni, si impegna con particolare energia per rispondere alla propria vocazione. “La logica che la muove – scrive Paola Scaglione nell'introduzione – e radicalmente evangelica: il criterio in base al quale agisce non è l'approvazione del mondo ma la volontà di farsi santa per guadagnare il paradiso”. Spesso la Biffi deve subire manifestazioni di ostilità anche da parte dei parenti, ma lei sopporta con pazienza, anche se non manca mai di esprimere il proprio giudizio e di chiarire le ragioni delle proprie scelte. Cerca sempre di non rompere nessun rapporto, è convinta che il compito della vita è lavorare sempre per la gloria di Dio, anche se è cosciente che non tutti sono fratelli e amici di Dio, pertanto, l'amica più grande deve essere la verità. Verità che la Biffi proclama con franchezza assoluta, anche quando si tratta di esprimere giudizi sgradevoli, ma sempre con estrema carità. Del resto, “non si può amare il prossimo se non si ama Dio”, scrisse don Talamoni in una sua commemorazione. La sua vita è intessuta di azioni ordinarie: figlia rispettosa e ubbidiente, moglie innamorata del marito, madre premurosa, custode della casa. Maria Biffi, non è un'intellettuale, per lei Dio è un'esperienza viva,attraverso la concretezza dell'agire quotidiano si esprime la sua risposta all'amore divino. La sua risposta è “senza mezze misure, perchè la regola di Maria è quella di dare tutto ciò che possiede – tempo, energie, lavoro, ricchezze – a chi ne ha bisogno, sempre consapevole che nel venire incontro alle necessità materiale o spirituale delle persone che incontra sta servendo Gesù”. Per fare questo era consapevole che bisognava usare bene il tempo della nostra vita.

Per continuare l'opera caritativa intrapresa la Biffi lascia delle indicazioni ben precise. Non era idealista, né sentimentale, conosce bene le difficoltà della vita, quindi esorta e sollecita le suore a non guardare ai sacrifici, alle bassezze di certi lavori, alle dicerie, ai disprezzi e alle invidie.

Maria Biffi, era convinta che qualsiasi azione doveva portare al bene totale, alla salvezza dell'anima. Neppure un istante, una parola, un gesto possono andare sprecati. Ecco perchè secondo Maria,“avviare al bene una famiglia, mettere sulla retta via un giovine, l'innestare nei bimbi la virtù, il buon costume, l'ammaestrarli col buon esempio, l'istruirli anche mentre affaticate intorno a essi, o in qualunque altro modo, con qualche piacevole detto o esempio dei santi, o qualche fatto della Sacra Scrittura, affezionarli al lavoro, insegnar loro l'ordine, l'economia, la pulitezza, la riserbatezza, la prudenza evangelica, tutto questo non è poca cosa, e val bene la pena di qualche rabbuffo e di qualche sacrificio”. Operare in questo modo non solo serve per diventare buoni cristiani ma anche buoni cittadini, il nostro tempo avrebbe urgentemente bisogno di certe donne come la Maria Biffi Levati.

 

Traggo dal testo “Rovesciare il '68” di Marcello Veneziani, edito da Mondadori, che ho appena letto, alcune riflessioni controcorrente. Già il sottotitolo evidenzia la caratteristica del libro: “pensieri contromano su quarant'anni di conformismo di massa”.

In estate in tutti i paesi soprattutto del sud si festeggia i loro compleanni, le feste patronali. Vengono concentrate in questo periodo per farle coincidere col ritorno in patria degli emigrati. Ormai sono ridiventato anch'io un emigrato. Veneziani nel suo libro evidenzia il contorno umano che solitamente si può trovare in queste feste: “(...)luminarie e bancarelle come uno straniero in patria, circondato da neri vendono elefanti in legno, cd masterizzati e caricatori di cellulari, arabi che sciamano con imprecisati malloppi nei vicoli del centro storico, peruviani col loro artigianato finto etnico, più qualche cinese che vende cianfrusaglie di pacchiana inutilità”. Da sottolineare che lo scrittore pugliese non è razzista, del resto, lo scrive nel libro: “il peggior razzismo è nel considerare il diverso uguale a noi e agli altri. Fingendo che non esiste nessuna differenza, si nega e si disprezza la sua diversità”.

Facendo riferimento al suo paese, ma ognuno può fare riferimento al proprio, Veneziani col piglio polemico, scrive: “Torni nella piazza del tuo paese per cercare il sapore del tempo perduto e ti sembra di essere sceso in Senegal o in Costa d'Avorio”. Il giornalista pugliese insiste: “I luoghi più tipici del tuo paese sembrano i padiglioni di una fiera internazionale; cerchi la tradizione e trovi la globalizzazione, girone sfigati. Torni nel grembo materno della tua terra e trovi l'ipermercato dei vu cumprà”. In sostanza, per Veneziani, una festa patronale dovrebbe essere un evento straordinario che dovrebbe farti uscire dalla vita quotidiana, invece, “l'invasione globale riduce la festa a un suk in cui si vendono le stesse cose di ogni luogo e di ogni giorno”.

Una festa patronale non può diventare una specie di “giochi senza frontiere, il Bronx o una specie di raduno degli sfollati del pianeta”, a questo punto, meglio abolirla, “piuttosto che snaturarla in una specie di notte bianca e globale. E subito si chiede: “che ci azzeccano i neri con San Pantaleo e i cinesi con la Madonna del Pozzo? Chi dice che questo è razzismo è un cretino. Il razzismo nasce al contrario da chi non comprende l'esigenza di coltivare il locale oltre il globale, di tutelare l'identità a fianco della solidarietà”. Del resto per non apparire razzisti, non possiamo schiacciare le nostre tradizioni col rullo compressore, così rischiamo di far esplodere le identità represse e mortificate, che col tempo, possono assumere anche forme aggressive, tribali, razziste, xenofobe. Giusto aprirsi al mondo per conoscere l'altro, ma ognuno di noi dovrebbe avere il diritto a qualche occasione per ritrovare il proprio habitat, la propria inconfondibile casa. “Abbiamo bisogno di novità ma anche di rassicurazioni. Non puoi tornare a casa e trovare un cinese al posto di tua madre. E' come se alla sagra del pesce azzurro si vendessero cotolette alla milanese”. Tra l'altro, mi raccontano i miei parenti che nel mio paese nativo, le vecchie case, le stanno comprando con pochi euro, gente straniera, impensabile fino a qualche anno fa.

Veneziani non manca di criticare le cosiddette notti bianche, che sono sbarcate anche nei piccoli comuni. “Ce l'abbiamo pure noi. Ma condannare un piccolo paese a passare la notte in bianco è una festa o una punizione?” Si chiede Veneziani. Del resto, “che ci fanno i poveri abitanti di un piccolo comune per una notte intera in giro nelle quattro strade che battono tutto il dì?” I piccoli comuni non possono permettersi attrazioni di grande livello, allora ci sarà il “solito concertino skrauso, inevitabilmente di serie C, la solita taranta”. Mentre la città offre maggiore attrazione a cominciare dallo spettacolo di se stessa. E' un pò triste per un paese esortare qualche decina di giovani a tirar tutta la notte, a inventare un nuovo cococò. Questo è il vero provincialismo, imitare la città, che poi si tratta di una ripetizione pacchiana dell'originale. Pertanto si possono comprendere le ragioni delle varie amministrazioni che cercano consensi tra i giovani, “però questo bagno di pubblico di rock, questo welfare della pizzica, ricorda l'Eca di una volta, l'ente comunale assistenza applicato alla circense e non al pane per i poveri”.

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