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Sabato, 14 Dicembre 2019

Parte seconda

santa_caterina_lettere

 

Pensavo di non continuare l’argomento sull’insegnamento socio-politico della grande santa domenicana di Siena, ma quando ho visto su Il Corriere del Sud che l’amico D’Ettoris sul mio intervento rinviava i lettori a una 2° parte, allora mi sono convinto che valga la pena continuare, sperando di suscitare l’interesse dei lettori.

Ricordo che sto leggendo il testo curato da Anna Maria Balducci su S. Caterina da Siena, Massime di Reggimento Civile, Edizioni Cateriniane, pubblicato nel 1947 a Roma, con tanto di imprimaturdel VicariatuUrbisAloisius Traglia.

Il programma politico di S. Caterina auspicava un necessario ritorno ad una concezione spirituale ed etica, seria e profonda della vita, vissuto innanzitutto da coloro che stanno al governo dei popoli. Seguendo il Vangelo, la santa riconosceva la grande importanza dell’autorità nella società umana. L’autorità proviene da Dio, anche se poi sono gli uomini a disporne secondo le proprie responsabilità. L’autorità scriveva S. Caterina è “prestata”, gli uomini di governo devono fare buon uso, “i reggitori dei popoli nell’esercizio dei loro poteri devono studiarsi di imitare il governo divino, ispirare la loro azione a ‘giustizia santa con vera e profonda umiltà’”. Sostanzialmente la santa additava agli uomini di governo, la sapienza e la virtù, esigendo in particolare, quella forma elevata, il dovere di avvicinarsi il più possibile alla perfezione del Capo, il Legislatore supremo, che è Dio, che è “il dolce maestro, che ci ha insegnato la dottrina, salendo in su la cattedra della santissima croce”.

Per S. Caterina, i governanti, finché si tengono nei limiti del mandato divino, rimangono rappresentanti di Dio. Il problema centrale di ogni concezione politica è quello del rapporto fra la libertà personale e l’autorità statale. S. Caterina secondo la Balducci, il problema, lo risolve, “nella sottomissione della volontà umana alla volontà divina, e cioè nell’accettazione della legge morale e del diritto naturale…”

L’uomo di governo, “…facendo rispettare le leggi, stabilendo ottimi ordinamenti giuridici, sostenendo i diritti di ciascuno, colui che è a capo compie, più che una affermazione di autorità, un atto di carità verso il suo prossimo: è un ‘servizio’ che fa agli uomini con pura carità, perché facendo a essi fa a Dio”.

Gli uomini di governo devono avere coscienza della loro missione, è una vocazione che viene da Dio, che li obbliga a mettere tutte le loro forze al servizio della missione storica, che, nei disegni della provvidenza, sono chiamati a svolgere. Caterina ha sempre presente la responsabilità che hanno gli uomini di governo a riguardo della salvezza eterna dei loro sudditi, non c’è solo la responsabilità del benessere dei sudditi, o della prosperità della Nazione.

La Balducci a questo punto provocatoriamente scrive che il concetto dell’uomo di governo in S. Caterina è il più umano, è il più democratico che possa esservi, anche perché nelle sue lettere che rivolge ai vari signori del tempo, non perde di vista mai il popolo.

Il periodo storico, in cui è vissuta S. Caterina era molto travagliato, in apparenza sembrava ricco e prosperoso, ma in realtà, le città erano lacerate, sempre in balia di ambiziosi e di prepotenti. La santa di Siena era convinta che tutti i mali della società avevano la radice nel disordine morale: tutto si riduce al ‘vermine dell’amor proprio’ che rode il ‘cuore’ della città. Naturalmente per S. Caterina, il “cuore” era il buon governo regolato e guidato secondo i piani di Dio. Nel 300 sembrava che la coscienza morale era morta, l’avidità, l’ambizione, il dominio e la ricchezza regnavano ovunque. L’ingiustizia regnava sovrana, ecco cosa scrive S. Caterina ai Signori Priori dell’Arti e Gonfalonieri di Giustizia del Comune di Firenze: “…Al petto del Comune non si nutricano i sudditi con giustizia né carità fraterna; ma ciascuno con falsità e bugie attende al bene proprio particolare, e non al bene universale. Ognuno cerca la signoria per sé, e non il buono stato e reggimento della città”. Questi uomini fiorentini, assomigliano agli italiani di oggi, non animati da un grande ideale che fortifichi e illumini il loro operare, “non sono uomini da fatti, ma sono uomini da vento; e così si volgeranno come foglia senza veruna fermezza e stabilità”. (pag. 51)

L’esile e umile Caterina si rende conto di una semplice e profonda verità che “l’attività politica rispecchia tutte le deficienze del carattere e tutti i mali morali di chi governa. Per lei l’errore politico e l’ingiustizia sociale si identificano col peccato dell’individuo, con la bassezza morale di colui che deve amministrare la giustizia e governare lo stato ‘ perocchè per altro (gli Stati) non vengono meno se non per li peccati e difetti nostri…”

Ma qual è la personalità morale che Caterina vuole nell’uomo di governo? Perché egli possa compiere la sua missione nella società? Secondo la Balducci, la figura ideale di colui che deve reggere la cosa pubblica, è quella di un uomo forte e buono. “Fortezza e bontà sono, nel senso umano più profondo, nel senso soprannaturale più alto, le qualità essenziali, comprensive di tutte le altre virtù”. L’uomo di governo deve avere una volontà forte, che si espande nella carità perfetta, cioè nella perfezione della giustizia”. Spesso nelle lettere ai vari potenti dell’epoca, S. Caterina usava il termine, “siate uomo virile”.

S. Caterina

 

Parte Prima

Con mia grande sorpresa leggendo un volumetto sulla grande Santa Caterina da Siena, la dolce, umile e soave Caterina, biancovestita, coperta del nero mantello domenicano, ho scoperto che potrebbe essereuna lettura utile per il nostro tempo di crisi sociale, religiosa, politica ed economica.

Ventitreesima figlia di Jacopo Benincasa e di Lapa di Pucci dei Piangenti, nata nel 1347, lei fragile ed esile donna medievale è riuscita ad opporre una fiera resistenza contro la prepotenza germanica e quella francese del Re di Francia: “l’Italia era contesa da due prepotenze straniere contrastanti fra loro, ma cospiranti alla nostra rovina; allora come ora”. Così si esprime Vittorio Emanuele Orlando, nella prefazioneal libro, Massime di reggimento civile, diSanta Caterina da Siena, a cura di Anna Maria Balducci, Edizioni Cateriniane, Roma 1947, sembrano scritte oggi.

La santa è vissuta in un periodo tra i più travagliati della nostra penisola, il XIV secolo, grandi luci e grandi ombre vi si alternano per l’avvenire dell’Europa. Così come in Francia cinquant’anni dopo, S. Giovanna d’Arco, una povera campagnola terrà per qualche anno tra le sue mani, le sorti della Francia, in Italia, S. Caterina, terrà tra le sue mani le sorti della nostra Patria. Caterina ha dovuto lottare soprattutto contro i nemici interni, gli italiani di allora avevano, “lo spirito individualista e partigiano, l’avidità di dominio e di indipendenza delle ricche città, troppo fiere per accettare di dividere con le finitime il diritto di sovranità, troppo deboli per estendere e affermare la propria egemonia”. Dagli imperatori tedeschi ai principi e ai duchi senza principato e ducato, spesso calavano tra noi in cerca di ricchezza e di gloria. “E in Italia tutti trovavano buon gioco per le loro mire, perché gli italiani sembravano solo intenti a sopraffarsi, città contro città, signoria contro signoria, famiglia contro famiglia in una lotta serrata e senza tregua”. (pag. 17)

Caterina oggetto di predilezioni divine, senza compromessi e mezze misure, in pochi anni raggiunse la santità eroica, “la mia natura è fuoco”, dice di se stessa la Santa. Il suo tatto, la diplomazia meravigliosa, la sua azione pacificatrice nelle città, la sua scienza soprannaturale, la fecero ben presto conoscere oltre le cerchia di Siena, in tutta la Toscana, in Italia, fuori della nostra penisola. Principi e prelati, si rivolsero a lei, per chiedere la sua mediazione. A tutti Caterina indirizzò lettere piene di esortazioni e ammonimenti, traboccanti di carità e di infiammata sollecitudine per il bene spirituale e temporale di tutti, senza distinzione. “Cercate ho io…e cerco continuamente la salute vostra dell’anima e del corpo, non mirando a veruna fadiga, offerendo a Dio dolci e amorosi desideri con abbondanzia di lagrime e di sospiri, per riparare che i divini giudicii non vengano sopra di voi, i quali meritiamo per le nostre iniquitadi”. E’ la forza di Caterina, che offre la verità col fascino delle sue parole, schiette e genuine, vibranti e belle, con “affetto d’amore”. Caterina ebbe il dono da Dio “di convincere e trascinare le volontà, sulle quali esercitò un impero sorprendente e notevolissimo per le conseguenze che se ne ebbero e che la storia ha registrate; come il ritorno a Roma del Papa (onesto e pio ma pavido e irrisoluto), la pacificazione di Firenze e d’Italia con la S. Sede, la conversione dell’Aguto e di altri uomini d’arme e di governo”. (pag. 19)

Tuttavia, per la curatrice del libro Anna Maria Balducci, la sua personalità potente, non tendeva a sopraffare o a schiacciare la persona che voleva persuadere. La santa, era convinta che il lume di verità che brilla nella mente di ogni uomo, prima o poi, affascinato dalla sua bellezza, non potrà non seguirla con la volontà e con tutto il cuore. In una lettera al Pontefice Gregorio XI, troviamo enunciato il programma di quella missione religiosa, sociale e politica di cui Dio aveva investita la Vergine di Siena. Pertanto, per uscire dal mondo travagliato e in crisi, “dicovi da parte di Cristo crocifisso: tre cose principali vi conviene adoperare con la potenzia vostra. Cioè, che nel giardino della Santa Chiesa voi ne traggiate i fiori puzzolenti, pieni di immondizia e di cupidità, enfiati di superbia; cioè li mali pastori e rettori, che attossicano e imputridiscono questo giardino. Oimè governatore nostro, usate la vostra potenza a divellere questi fiori…”. (pag. 21)

Caterina si riferiva ai mali del ‘300 che attanagliavano la società, causati dalla corruzione dei costumi, specialmente del clero e naturalmente auspicava,“la reformazione della santa Chiesa”. Inoltre, Caterina caldeggiò insieme al Papa, la Crociata contro il turco: sarebbe bello che Genova e Venezia, invece di stancarsi nella guerra di Chioggia, vi avessero aderito, rivolgendo d’accordo le armi contro il comune avversario.

S. Caterina, il tenue giglio con la potenza di una quercia secolare, la figlia di un tintore, di mediocre cultura, riesce a scrivere in maniera risoluta e a volte, imperiosa ai maggiori e più potenti uomini del suo tempo, da Bernabò Visconti, signore di Milano, ai Salimbeni di Siena, alla regina di Napoli, alla regina di Ungheria, agli Anziani di Lucca,, alla Signoria di Firenze, al Re di Francia, al duca d’Angiò, ai Consoli di Bologna e a tanti altri. “Straordinario è il tono di quelle lettere: Essa parla come un sovrano e, in un certo senso, come un superiore di tutti questi grandi personaggi, senza però che se ne determini alcuna manifestazione di orgoglio. Caso unico nella storia: Essa comanda umilmente. La sua sicurezza viene perché sa di parlare in nome di Chi non può mai avere torto”.Molte di queste le troviamo a pagina 98 al capitolo VIII.

Caterina ha l’impronta universalistica del genio romano: coordinare senza eliminare, governare senza schiacciare. Ha sempre cercato di impedire la disgregazione spirituale dei molteplici gruppi politici, a sorreggerli insieme a guidali, a eliminare gli antagonismi, i dissidi, le lotte fratricide. Il fine della società è il bene comune, inteso come bene di una ‘pluralità unificata’, una molteplicità di persone che costituiscono la società e convergono ad un fine unico. Rispettare il bene comune, oltre ad avere un carattere morale, ha quello pedagogico, per la formazione dell’individuo e della società.

Il libro curato dalla Balducci è stato scritto in un periodo difficile della nostra storia, subito dopo la II guerra mondiale, per certi aspetti, forse, simile a quello che stiamo vivendo oggi, per questo, credo, sia utile farlo leggere, soprattutto a chi ha qualche incarico pubblico, in particolare i capitoli IV e V: La funzione dell’uomo di governo nella società (IV) e La personalità morale dell’uomo di governo (V).

Infatti, per Santa Caterina, la personalità morale dell’uomo di governo occupa un posto centrale nel suo pensiero. La grande santa è convinta che il Capo è il primo a dover conquistare le necessarie virtù per rispondere alla missione di governo, successivamente, sarà poi il popolo ad acquisirle. Sono dei concetti che fanno riferimento ai due pilastri della filosofia greca: Platone e Aristotile. Per la santa senese, la personalità dell’uomo di governo è già di per sé un programma politico. Del resto, si possono formulare in teoria dei bellissimi programmi, ma se poi il carattere, l'integrità personale del governante è deficitaria, la riforma della propria città non avverrà mai.

Il governante ha il debito preciso verso il popolo di guidarlo verso il bene, i sudditi, scrive Caterina, “vi possono amare ed essere fedeli a voi, quando essi veggono che voi siete loro cagione di partirgli dalla vita, e conducergli nella morte, dalla verità mettergli nella bugia?”(pag. 41)

Tutte le lettere, che sono riportate nel testo della Balducci, sono la forte e ardente espressione di questa sua concezione dell’uomo di governo e della sua funzione nella società. Caterina nelle lettere, traccia la figura del “Nuovo” Principe, il principe cristiano, antitesi di quello proposto da Machiavelli. C’è una formula radicale che spesso S. Caterina amava scrivere: “Chi non sa governare se stesso, non può governare gli altri”, qui c’è tutto il pensiero politico della straordinaria santa di Siena. Per ora mi fermo ma sarebbe opportuno ritornare sugli insegnamenti attuali della Patrona d’Italia e d’Europa. Intanto per chi è interessato e vuole leggere il testo può trovarlo sul sito www.centrostudicateriniani.it.

La morte di Mussolini è uno dei gialli più gialli della storia contemporanea. Tanto si è detto, discusso, scritto, ponzato, farneticato, che verrebbe proprio da credere non sia possibile aggiungere qualche nuovo elemento alla lunga serie di libri, articoli, interviste, rivelazioni… Invece, alcune nuove analisi, dovute a Francesco Pierucci del Policlinico “San Matteo” (Pavia) con alcuni collaboratori, meritano attenzione e rispetto. Sono oggetto di un interessante.DVD curato da Fabio Andriola e Alessandra Gigante, colonne del mensile Storia in rete.

Pierucci si sofferma sul referto autoptico del corpo del Duce che venne, affrettatamente e in condizioni certo non scientificamente serene, attuato il 30 aprile 1945 all’obitorio di Milano dal professor Mario Cattabeni.

Mussolini

La copertina del DVD di "Storia in Rete" "Mussolini una morte da riscrivere" di Fabio Andriola e Alessandra Gigante

 

Non entriamo nel merito delle non pcohe novità che emergono dalle analisi degli studiosi del “San Matteo”: si spazia dal numero dei colpi sparati, all’orario della morte, dalle condizioni dei vestiti, alla misera fine di Claretta Petacci. Attenzione: non c’è sensazionalismo, pur prestandosi il tema alla ricerca di clamorose rivelazioni. C’è, invece, una serie di riflessioni, dettate da analisi scientifiche, che rendono avvincente il filmato. Va lodata la prudenza dei due curatori: sappiamo che cosa non è accaduto; non ancora ciò che realmente è occorso.

benedetto xvi fatima

 

Mi sembrava giusto e doveroso in occasione della festa della Madonna di Fatima e anche un po’ per staccare la spina sui temi della crisi politica ed economica, leggere il volume L’ultimo segreto di Fatima, scritto dal compianto Giuseppe De Carli edito da Rai, Eri, Rizzoli. Si tratta di una lunga intervista al cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato e Camerlengo di Sacra Romana Chiesa. Fatima è stato definito giustamente l’avvenimento più importante del secolo XX. Il libro riporta una rigorosa ricognizione di documenti, tra l’altro le pagine autografe di suor Lucia e l’interpretazione teologica dell’allora prefetto della dottrina della Fede Ratzinger. Il cardinale Bertone che allora nel 2000, ha condiviso, con il prefetto la storia della pubblicazione e l’interpretazione della Terza Parte del Segreto, mette in luce la rilevanza di un messaggio che è fra i più “politici e profetici” del XX secolo e tocca il destino dell’intera umanità.

Con Fatima abbiamo a che fare con la più clamorosa apparizione delle apparizioni della Vergine Maria, quella che ha attirato sul luogo ben tre Papi: Paolo VI nel 1967; tre volte Giovanni Paolo II e ora Benedetto XVI. Il messaggio ci viene incontro col linguaggio del sangue e della sofferenza intorno alla figura di Giovanni Paolo II, in particolare nella terza parte. C’è un “mistero di sangue” che ha segnato la vita di Karol Wojtyla, quel “vescovo vestito di Bianco che cammina tra i cadaveridei carbonizzati”, e c’è anche Benedetto XVI che, quasi a sigillo dei suoi primi cinque anni di pontificato, va pellegrino nel santuario portoghese.

Il libro di De Carli è accompagnato da una lettera di presentazione di papa Benedetto XVI, che sancisce l’importanza del testo. L’Ultimo segreto di Fatima, segue il precedente volume, L’Ultima veggente di Fatima, è strutturato in due parti distinte, nella prima prevale la “grammatica celeste” di suor Lucia. Nella seconda parte si concentra nel colloquio con il cardinale Bertone, che ha vissuto una irripetibile esperienza attraverso il messaggio di Fatima.

Il testo di de Carli e del cardinale Bertone risponde alle discussioni e alle critiche emerse di recente, in merito a possibili altri messaggi o segreti su Fatima. A questo proposito mi sembra utile rileggere alcuni passaggi dell’insegnamento del viaggio apostolico che Benedetto XVI ha compiuto in Portogallo dall’11 al 14 maggio 2010 in occasione del decimo anniversario della beatificazione di due dei tre veggenti di Fatima, Giacinta (1910-1020) e Francesco (1908-1919). Per chi è interessato suggerisco l’ottima e attenta lettera che fa il professore Massimo Introvigne, esponente e dirigente dell’associazione Alleanza Cattolica, “Fatima e il dramma della modernità. Il viaggio di Benedetto XVI in Portogallo”, pubblicato sul sito Cesnur.org.

«Sono venuto a Fatima – ha detto il Papa – perché verso questo luogo converge oggi la Chiesa […]». «Luogo benedetto che Dio si è scelto per ricordare all’umanità, attraverso la Madonna, i suoi disegni di amore misericordioso», Fatima è la “casa” che Maria ha scelto per parlare a noi nei tempi moderni (…)offrendosi per trapiantare nel cuore di quanti le si affidano l’Amore di Dio che arde nel suo».

Per quanto riguarda l’evento accaduto 93 anni fa, si tratta di un « un amorevole disegno di Dio, che non dipende dal Papa, né da qualsiasi altra autorità ecclesiale: “Non fu la Chiesa che ha imposto Fatima – direbbe il Cardinale Manuel Cerejeira [1888-1977], di venerata memoria –, ma fu Fatima che si impose alla Chiesa”»afferma Benedetto XVI.

Il Papa afferma con singolare vigore la verità storica delle apparizioni, che non derivano dalla psicologia dei veggenti ma fanno irruzione nella loro vita dall’esterno, dal Cielo. A Fatima, afferma, «tre bambini si sono arresi alla forza interiore che li ha invasi nelle apparizioni dell’Angelo e della Madre del Cielo». Certo, in ogni apparizione «un impulso soprannaturale […] entra in un soggetto e si esprime nelle possibilità del soggetto. Il soggetto è determinato dalle sue condizioni storiche, personali, temperamentali, e quindi traduce il grande impulso soprannaturale nelle sue possibilità di vedere, di immaginare, di esprimere, ma in queste espressioni, formate dal soggetto, si nasconde un contenuto che va oltre, più profondo, e solo nel corso della storia possiamo vedere tutta la profondità, che era – diciamo – “vestita” in questa visione possibile alle persone concrete». 

Pertanto, per Introvigneresta “ferma la premessa secondo cui nessuna rivelazione privata può pretendere la stessa autorità della rivelazione pubblica, lo stesso vale per Fatima. La dialettica spiega anche perché – a differenza di quel che pensa, quanto alla Sacra Scrittura, l’accostamento fondamentalista tipico di un certo protestantesimo – il testo richiede sempre un’esegesi e un’interpretazione. Il testo non cambia, ma nella storia la Chiesa vi scopre ricchezze sempre nuove”. E soprattutto questi principi sono presenti quando si tratta della materia delicata del terzo segreto di Fatima, o più esattamente della terza parte del segreto di Fatima, pubblicata in modo molto ufficiale dalla Santa Sede con un commento dell’allora cardinale Joseph Ratzinger nel 2000. Qui la Madonna mostra «il Santo Padre [che] attraversa una grande città mezza in rovina; e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce» (Congregazione per la Dottrina della Fede 2000).

Nel commento teologico al segreto del 2000 l’allora cardinale Ratzinger aveva messo in relazione la visione di Fatima con l’attentato che Giovanni Paolo II (1978-2005) aveva subito il 13 maggio 1981, giorno della festa della Madonna di Fatima. “Chi ha scritto - commenta Introvigne - che nel viaggio in Portogallo Benedetto XVI ha «corretto» il cardinale Ratzinger, cioè se stesso, proponendo una diversa interpretazione della terza parte del segreto non soltanto sbaglia, ma dimostra un’insufficiente comprensione del modo in cui la Chiesa Cattolica legge i testi a diverso titolo divinamente ispirati. E questo a prescindere dalla vexata quaestio se esistano testi della veggente di Fatima più a lungo sopravvissuta, suor Lucia di Gesù dos Santos (1907-2005), che ancora attendono la pubblicazione, questione su cui – contrariamente a certe attese giornalistiche – Benedetto XVI in Portogallo non si è pronunciato.

Le profezie hanno sempre più di un significato. La terza parte del segreto, ripete ora Benedetto XVI, è una «grande visione della sofferenza del Papa, che possiamo in prima istanza riferire a Papa Giovanni Paolo II». Ma questa «prima istanza» interpretativa, se mantiene tutta la sua importanza, non ne esclude altre. Al contrario nel segreto, afferma il Papa, «sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano. Perciò è vero che oltre il momento indicato nella visione, si parla, si vede la necessità di una passione della Chiesa, che naturalmente si riflette nella persona del Papa, ma il Papa sta per la Chiesa e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano». Nella terza parte del segreto la vicenda centrale è l’immagine di tutte le persecuzioni che i Papi e la Chiesa nella storia continuamente subiscono. Anche il tradimento dei preti pedofili e le relative persecuzioni mediatiche contro il Papa fanno parte dei «colpi d’arma da fuoco e frecce» del segreto, che sempre «soldati» al servizio di progetti ideologici anticristiani sono pronti a lanciare contro il Papa.

Gli attacchi al Papa non vengono solo da fuori, ma soprattutto dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa […]».

Più in generale, «si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa», afferma benedetto XVI e in questo senso si può dire che sia sbagliato riferire la terza parte del segreto solo all’attentato a Giovanni Paolo II. Nel 1917 la Madonna annunciava una «passione della Chiesa», che si manifesterà «in modi diversi, fino alla fine del mondo». È certo la passione di Giovanni Paolo II colpito dall’attentato del 1981. Ma si può lecitamente pensare che si tratti anche della passione di Paolo VI (1963-1978), colpito e amareggiato dagli attacchi inauditi del dissenso teologico postconciliare dopo la pubblicazione dell’enciclica Humanae vitaedel 1968. È la passione di Benedetto XVI, ferito sia dai crimini dei preti pedofili sia dalle calunnie di quanti manipolano i tragici casi di pedofilia per attaccare direttamente il Pontefice. Sarà la passione di un prossimo Papa fra cinquanta o fra cento anni, perché essere calunniata e perseguitata fa parte della natura e della storia della Chiesa, non solo secondo la profezia di Fatima ma secondo la parola profetica dello stesso Signore Gesù: « Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15, 18).

Secondo Introvigne il messaggio di Fatima è soprattutto un giudizio sulla storia, e in particolare sulla storia moderna. Così “le tragedie annunciate a Fatima non sono finite con la fine delle ideologie del XX secolo e del comunismo, cui pure il messaggio del 1917 si riferisce. La crisi non è risolta. Da un certo punto di vista è oggi più seria che mai, perché è anzitutto crisi di fede, quindi crisi morale e sociale”.

Il Papa fa riferimento alla perdita della fede in tante parti del mondo. «Molti dei nostri fratelli vivono come se non ci fosse un Aldilà, senza preoccuparsi della propria salvezza eterna».

Certo, Dio continua ad andare alla ricerca del cuore di ogni uomo, anche nel nostro tempo come in ogni tempo. «Ma chi ha tempo per ascoltare la sua parola e lasciarsi affascinare dal suo amore? Chi veglia, nella notte del dubbio e dell’incertezza, con il cuore desto in preghiera? Chi aspetta l’alba del nuovo giorno, tenendo accesa la fiamma della fede?». All’interno stesso della Chiesa non mancano infedeltà, fraintendimenti, assenza di sano realismo. «Spesso – ha aggiunto il Papa – ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista. Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni; ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?».

 

morte di un blasfemo

 

Domenica sera l’emittente radiofonica Radio Maria, in una tavola rotonda ha presentato la figura del beato Carlo I Imperatore d’Austria, l’ultimo imperatore degli Asburgo che è riuscito ad incarnare la santità attraverso la sua vita di statista e uomo politico, la stessa cosa che ha fatto il ministro pakistano Shahbaz Bhatti, assassinato il 2 marzo 2011 nelle strade di Islamabad mentre si stava recando nel suo ufficio.

Sabato 21 aprile presso Angelicum, Mondo X in Piazza S. Angelo a Milano, l’Umanitaria Padana Onlus, Alleanza Cattolica, Associazione Pakistani in Italia,in collaborazione con l’Associazione Federale delle Donne Padane, La Bussola Quotidiana e Il Timone, hanno organizzato un intero pomeriggio dedicato a ricordare il ministro delle minoranze religiose in Pakistan. Prima degli interventi è stata celebrata da Padre Piero Gheddo e padre HajazHajat una S. Messa in suffragio di ShahbazBhatti. Subito dopo nell’auditorium ha iniziato i lavori Marco Invernizzi, responsabile lombardo di Alleanza Cattolica; nel suo breve intervento ha sottolineato come ShahbazBhatti con la sua vita ha ricomposto la deleteria frattura tra fede e politica, certo parlare di santità in un politico, oggi può apparire una bestemmia, eppure conoscendo la vita di Bhatti, questo è stato possibile. Il Servo di Dio Papa Paolo VI, diceva:“La politica è la più alta espressione della carità”. Il ministro pakistano è riuscito a fare proprio questo.

Don Piero Gheddo, il missionario più conosciuto del nostro secolo, che ha personalmente visitato il Pakistan e conosciuto Khushpur, il villaggio dove è nato e vissuto Bhatti, ha inteso dimostrare l’importanza dell’organizzazione cristiana della società in Pakistan: dove c’è l’Islam, la società è ferma e bloccata, dove invece, vivono i cristiani, cambia tutto, a cominciare dalle pulizie delle strade e delle case, la libertà delle donne che sorridono, che si fermano, parlano, si lasciano perfino fotografare (questo è un crimine altrove), la vivacità dei ragazzi e ragazze nel gioco, l’unità delle famiglie (rigorosamente monogamiche), che ha permesso, nonostante la povertà, la fondazione di una società più evoluta. A questo, afferma Don Piero, ha contribuito, soprattutto, la presenza delle scuole. Mentre nei villaggi musulmani vicini e lontani, non si vedono donne per le strade, che tra l’altro, sono abbandonate tra sporcizia e disordine. Per fortuna, ci tiene a ribadire padre Gheddo, non tutti i Paesi islamici sono così, e porta l’esempio della Libia del dittatore Gheddafi.

Subito dopo ha preso la parola, Francesca Milano, giovane e coraggiosa giornalista del Sole 24 Ore, che ha presentato il suo volumetto proprio sul politico martire, ShahbazBhatti: “Morte di un blasfemo”, edito da San Paolo, all’inizio di quest’anno. ShahbazBhatti è stato ministro per le Minoranze Religiose del Pakistan dal 2008 al 2 marzo 2011, quando è stato ucciso da un commando terroristico talebano. Nato nel 1968 da una famiglia cattolica, uomo di profonda fede, di lungimirante sapienza e di tenace carità, attento ai poveri, agli oppressi e ai bisognosi, stava sempre con la gente in prima linea, tessitore instancabile di dialogo interreligioso, ha dedicato tutta la sua vita affinché fosse garantita la libertà di tutte le minoranze religiose nel suo Paese. In particolare Shahbaz si è battuto per revisionare la legge sulla blasfemia e per difendere la povera Asia Bibi, accusata ingiustamente di aver oltraggiato il Corano. Fu il primo direttore della Apma (All Pakistan MinoritiesAlliance), eletto in Parlamento con il Ppp, il partito di BenazirBhutto, anche lei assassinata il 27 dicembre del 2007.Il 2 novembre 2008, fu nominato ministro per le Minoranze Religiose. Shahbaz Bhatti era un uomo molto umile, con una fede profondissima. Non aveva una sua vita privata, tutto il suo tempo lo dedicava ai cristiani e a tutti i perseguitati dalla legge della blasfemia e da altre ingiustizie. “Non ho tempo di metter su famiglia”, diceva a chi glielo chiedeva. Nonostante fosse un uomo politico, è morto povero, sul suo conto corrente non c’era una rupia. Ha speso tutta la sua vita per gli altri. I vescovi del Pakistan hanno chiesto alla santa Sede che venga proclamato “martire e patrono della libertà religiosa”.

Dopo la Milano ha parlato il professore MobeenShahid, docente presso la Pontificia Università Lateranense, fondatore dell’Associazione Pakistani Cristiani in Italia. Mobeen, amico intimo di Shahbaz, ha denunciato l’ignoranza a livello internazionale sulle condizioni dei cristiani pakistani. Il professore ha ringraziato tutti gli intervenuti al convegno, in particolare a Francesca Milano, per il coraggio che ha dimostrato nello scrivere questo libro sulle condizioni dei cristiani in Pakistan.

La seconda parte del lungo pomeriggio è stata dedicata ad esponenti della politica, un omaggio bipartisan della politica e delle istituzioni, per significare l’attenzione del nostro Paese al tema della persecuzione dei Cristiani e un tributo d’onore all’esempio di servizio incondizionato che, con la sua vita e il suo martirio, il ministro ShahbazBhatti ha offerto ai politici di tutto il mondo. Per primo è intervenuto il senatore Antonio Rusconi del Pd, riferendosi alla libertà religiosa ha detto che “non può essere intesa solo come un dato culturale, bisogna passare all’azione, affinché si possa fare in modo che venga rispettata in tutti i Paesi dove viene violata”. Il problema della libertà religiosa non dev’essere visto come qualcosa che riguarda persone lontane, “la persecuzione dei cristiani in Pakistan - ha detto l’esponente del Pd- è un martirio che interpella tutti noi”.Dopo il senatore, prende la parola l’onorevole Andrea Orsini del Pdl che ha ringraziato Francesca Milano per aver fatto conoscere la grande figura del ministro martire pakistano. “L’Islam è una religione nobilissima, purtroppo, però, nel mondo c’è una deriva estremamente pericolosa, ha detto l’esponente del Pdl, che ha ricordato, la difficile condizione delle ragazze musulmane in Italia, in particolare, quelle pakistane . “La libertà religiosa deve valere a Milano come a Karaci o a Kabul, non vogliamo più che i cristiani nel mondo subiscano atti di violenza e di morte solo perché cristiani”. Interviene l’onorevole Laura Molteni della Lega Nord, nonché esponente dell’Associazione Federale delle Donne Padane, che ha ricordato come il 900, il secolo delle idee assassine, hanno perso la vita violentemente quasi 45 milioni di cristiani, un martirio che continua ancora oggi in molti Paesi islamici. L’esponente della Lega ha ricordato che spesso gli uomini e le donne provenienti dai territori con cultura musulmana fanno fatica ad integrarsi o che addirittura rifiutano l’integrazione. La Molteni a questo proposito ha fatto riferimento all’inquietante episodio del terrorista islamico che si è fatto esplodere presso la caserma S. Barbara qui a Milano. Un episodio che ci ricorda che non bisogna abbassare mai la guardia. Infine ha sottolineato la grande importanza della risoluzione parlamentare sulla libertà religiosa, votata in Parlamento da tutti gli schieramenti politici.

Intanto,per manifestare la sua solidarietà, come aveva promesso raggiunge l’Auditorium Angelicum di Piazza S. Angelo, l’onorevole Umberto Bossi, salutato calorosamente dal pubblico presente. Sara Fumagalli, coordinatrice dell’Umanitaria Padana Onlus, che poi è stata l’ispiratrice del convegno, prende la parola e in quindici minuti intensi, con il libro in mano, riesce a raccontare la vita di ShahbazBatthi, all’ex segretario della lega Nord, che qualche attimo prima, aveva manifestato il desiderio di conoscere questa grande figura. Per la verità, non capita tutti i giorni vedere un uomo politico ascoltare con interesse argomenti come quelli riguardanti la straordinaria figura di un uomo laico, politico e cristiano che ha santificato la propria vita mettendosi al servizio di quelli che non hanno voce…

 

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