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Domenica, 15 Dicembre 2019

5 in condotta m.giordano

 

Ogni fine anno scolastico sui media irrompono i soliti commenti più o meno negativi sulla scuola italiana. Quest’anno, per la verità, i commenti non sono stati molti, è probabile che la crisi economica abbia contribuito a distogliere i vari commentatori e poi, forse non c’è un ministro degnodi essere attaccato o criticato, com’è capitato con i precedenti ministri, vedi Gelmini.

Comunque sia i problemi della scuola restano, e ad oggi non si vedono soluzioni possibili. L’anno scorso ho letto e presentato l’ottimo libro provocazione della professoressa Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo, in questi giorni, nonostante la fatica del trasloco, sto leggendo l’altrettanto libro provocazione, “5 in condotta”. Tutto quello che bisogna sapere sul disastro della scuola (il sottotitolo), di Mario Giordano, edito da Mondadori.

Il libro di Giordano è del 2009, ma gli argomenti puntigliosamente proposti dal giornalista sono di una straordinaria attualità, anche perché i problemi nella scuola ci sono sempre. La scuola italiana, che è ultima nei rapporti Ocse sulla preparazione degli studenti, in dieci anni nelle Superiori ha promosso nove milioni di alunni (tanti quanti la popolazione della Svezia). Le lacune degli studenti italiani sono gravissime, a partire dalla scuola Elementare e proseguendo con la scuola Media, quindi alle Superiori, per concludere all’università.

Mario Giordanocol piglio giornalistico, raccontail disastro della scuola italiana, senza fare sconti , a volte esagera, ce n’è per tutti, dagli insegnanti ai bidelli, pardon collaboratori scolastici, fino ai presidi, anzi i dirigenti scolastici. “Mario Giordano ci accompagna in un viaggio, dai risvolti sorprendenti e inediti, dentro un disastro che non possiamo più sopportare, ma anche dentro quel ‘miracolo che si ripete ogni giorno’, grazie al quale la scuola ‘resta in piedi, nonostante tutto, contro tutto’. Quindi non tutto è perduto, si può ricominciare dal positivo che ancora c’è nella scuola.

Ma vediamo cosa non va nella scuola. Che cosa si insegna a scuola? Di tutto, meno che studiare.Giordano comincia la sua analisi sul disastro scolastico con gli insegnamenti inutili e fa riferimento al gigantesco paradosso, dove si impiegano ore ed ore per studiare la coltivazione biologica della cipolla, educazione alimentare del provolone, dal salame alla pancetta. Giordano con meraviglia racconta come alle elementari i bambini vengono portati a lezione nella stalla, e poi a coltivare l’orto, ma anche alberi da frutto. Nulla di male se poi ci fosse il tempo per studiare altro. A volte sembra di insegnare a perdere tempo, come quando si impara ad annullare il francobollo, capita anche questo, in uno dei tanti progetti scolastici. Pare che si insegni anche a fare le scommesse clandestine, non può mancare la solita educazione stradale, che non fa spiegare alla Mastrocola, l’Eneide.

E poi c’è il grave problema dei costi della scuola, a pagina 22 il giornalista affronta la questione dei 36.000 consulenti con un costo di 58 milioni di euro. Sono un vero e proprio esercito, i dati sono quelli del 2006. A scuola sono entrati per insegnare (a pagamento) la pesca alla trota o il ritmo del tamburello. ”Ma vi pare possibile – scrive Giordano con tanta amarezza- che mentre le scuole perdono pezzi e gli insegnanti hanno stipendi da fame, un’intera città come Aosta giorno dopo giorno entri in classe per insegnare l’antica arte del guardare le nuvole alla moda atzeca o altre amenità?”

Il libro “5 in condotta”, offre un elenco abbastanza divertente delle tante amenità insegnate nelle nostre scuole. Dalle lezioni di mesh work e celtico allo schiatzu, al thai boxe al kendo e aikido, capita pure di vedere la lezione di spinello, come al liceo classico di Francavilla al Mare (Chieti). Di fronte a questi scandali il professore di Matematica all’università La Sapienza di Roma, Giorgio Israel da la colpa a un certo dirigismo ideologico, si pretende di sostituire lo Stato alla famiglia, occupandosi dell’educazione etica dello studente.

A volte sembra che a scuola trionfi una babele continua, che non giova a nessuno: la grammatica e l’ortografia non le conosce più nessuno – scrive Giordano - In compenso abbiamo scuole dove si insegnano affettività, sessualità ed etica dello spinello.

Ci chiedono di insegnare di tutto, dall’educazione stradale alla corretta alimentazione, fare i psicologi, gli animatori, portare al cinema i ragazzi, in poche parole ci chiedono un mestiere allargato, estraneo alle nostre competenze. Insegnare le discipline tradizionali è diventato un optional.

Il II capitolo è dedicato alla scuola degli asini, dove si impara che Pompei fu distrutta dall’erezione del Vesuvio. Qui Giordano si sbizzarrisce facendo innumerevoli esempi di strafalcioni in cui sono incappati i poveri studenti: la verità viene sempre a palla, ho perso le stoffe, era in preda ai fiumi dell’alcol ed è rimasto morto stecchino, fu un incendio goloso, muoia Sansone con tutti i Piagnistei, questo ragionamento non fa una griglia. Ci sono siti internet dove si raccolgono le varie castronerie degli studenti, ma ci sono anche quelle dei docenti. Il libro di Giordano sostiene che il disastro scolastico italiano è maggiore nel nostro Sud, “E’ sconfortante. Nei test di lettura gli studenti Ocse prendono in media 492 punti. In Italia ne prendono 469. Al Sud 443. Nelle isole 425. Nelle scuole Medie meridionali siamo a livelli prossimi all’analfabetismo: 263. Ancora peggio va nei test di scienza…”. Ricordo le polemiche sui media quando il ministro Gelmini solleva il problema della scarsa preparazione degli studenti del Sud, a questo proposito anche un articolo di Giordano sul Giornale ha destato molto clamore. Purtroppo i colleghi che operano al Sud non hanno accettato le analisi e invece di fare autocritica, hanno reagito a testa bassa contro il ministro definendolo razzista. Ma il problema è reale, i dati lo dimostrano, basta avere la voglia di leggerli. Non è possibile che la maggiore concentrazione di 100 e lode all’esame di maturità si registri proprio in Calabria e Puglia. A Crotone si registra il 34% dei 100 e lode, mentre a Roma nei licei Mamiani e Tasso, si devono tare di appena il 3%. Allora esiste una questione meridionale nella scuola italiana? Per l’ex ministro Luigi Berlinguer, che non è un leghista , ma un noto esponente della sinistra, con tanto di nobile cognome, esiste eccome.

Il vizio di fondo è che bisogna promuovere sempre e comunque, nel dubbio promuovere è la regola nella scuola del post-Sessantotto. Del resto in Italia, da tempo, è passata l’idea che gli studenti non si possono punire, non si possono giudicare, che hanno lo statuto e tanti diritti, ma pochi doveri, alla fine diventa difficile bocciarli. Anche la promozione diventa un diritto acquisito. E se poi non bastano i professori o i presidi permissivi, per Giordano, c’è sempre il ricorso al Tar.

Concludo con la Mastrocola che per certi versi giustifica le battaglie di quarant’anni fa contro la scuola severa e autoritaria, troppo astrattamente nozionistica, separata dal mondo. Oggi il problema è esattamente l’opposto. “Adesso è venuto il momento di progettare ‘una scuola alta per tutti, dove tornino la difficoltà, lo studio, la serietà…’”. Il primo passo sarebbe di riscoprire la meritocrazia. Per ora concludo, credo di continuare per affrontare gli altri problemi…

L'ultimo saggio di padre Bernardo Cervellera sulla Cina diffuso in occasione delle Oimpiadi

 

Organizzato dall'associazione Alleanza Cattolica si è svolta a Roma - relatore d'eccezione il padre missionario Bernardo Cervellera, direttore dell'agenzia AsiaNews - una conferenza di approfondimento sulla “Cina, il gigante dai piedi d'argilla”. Da qualche anno, infatti, e ancora prima delle ultime Olimpiadi, l'ultimo grande Paese ancora in mano al potere comunista non cessa di far parlare di sé. Note sono le sue mire ad entrare nel club dei 'grandi' del mondo e il suo vertiginoso sviluppo economico degli ultimi decenni. Molto meno, invece, lo sono le continue violazioni in materia di diritti umani e libertà religiosa che avvengono pressochè quotidianamente. Cervellera ha ricordato a tal proposito la figura eroica di Liu Xiaobo, lo scrittore insignito del Premio Nobel per la pace nel 2010 “per il suo impegno non violento a tutela dei diritti umani in Cina” e promotore del manifesto “Charta 08” - sottoscritto da centinaia di intellettuali e attivisti della società civile - per favorire una serie di riforme politiche volte alla democratizzazione del Paese (il nome riecheggia chiaramente la famosa “Charta 77”, la più importante iniziativa del dissenso anticomunista cecoslovacco degli anni Settanta, capeggiato da Vaclav Havel (1936-2011)). Liu Xiaobo, però, tuttora in carcere (la recente sentenza di appello ha confermato la condanna a 11 anni di prigione) non è l'unico leader del dissenso civile: ne esistono anche molti altri, che, pur meno famosi, combattono quotidianamente nella clandestinità rischiando la vita per sé e per i propri familiari. Tra l'altro, Cervellera ha osservato che la crisi attuale della Cina non ha a che fare soltanto con il tema drammatico dei diritti umani e della dignità dell'individuo, ma anche con vari e molteplici problemi legati al mondo del lavoro e all'eguaglianza sociale. L'anno passato è stato infatti il primo in cui il Paese – da ventidue anni a questa parte – ha registrato un deficit commerciale. L'inflazione è pure molto alta secondo gli ultimi dati, intorno al 6%. Per avere un'idea del 'costo umano' dello sviluppo economico e della sua bizzarra ripartizione nel Paese, basti pensare che lo stipendio-medio annuo di un cinese attualmente si aggira intorno ai 1.500 euro. Non meno inquietanti sono poi i dati relativi all'inquinamento ambientale (l'acqua del 70% circa dei fiumi, danneggiata dallo sviluppo induistriale selvaggio, sarebbe già irrimediabilmente compromessa) che provocano circa 450.000 morti l'anno per malattie di tipo respiratorio. Su questo sfondo, vanno infine calcolate le continue rivolte sociali che si moltiplicano nel Paese: da 8.000 (nel 1996) a 180.000 (l'anno passato), frutto visibile dell'instabilità che – a vari livelli – regna oggi nella Repubblica Popolare Cinese e che costringono a una sempre più massiccia militarizzazione della piazza pubblica.

Dal punto di vista politico, Cervellera ha definito la Cina “un'oligarchia, in mano a nove persone, tante quante compongono il Comitato dirigente del partito” spiegando che il ruolo del Parlamento è ancora assolutamente simbolico (per dire il meno) dal momento che la massima camera rappresentativa si raduna mediamente una volta l'anno e che, comunque, il governo si identifica pressochè integralmente con il partito comunista, non tollerando alcuna 'ingerenza' esterna. Gli avversari – politici e religiosi – vengono così perseguitati, arrestati o anche condannati a morte. Moltissimi - come noto - sono stati in questi anni i sacerdoti arrestati e deportati, mentre non pochi vescovi sono tuttora impossibilitati ad esercitare il loro ministero. Tra questi, Cervellera ha ricordato Giacomo Su Zhimin (80 anni, di cui 40 in carcere) e Cosma Shi Enxiang (90 anni, di cui 51 in carcere): “vescovi di cui da anni non si hanno più notizie, fatti sparire dalla polizia e che hanno pagato così la loro fedeltà al Papa”. Eppure, nonostante tutto, secondo il missionario nel Paese si registra anche “una grande ricerca di Dio” e una “crescita” silenziosa ma innegabile della fede cristiana, anzitutto per la sua attenzione ai diritti della coscienza e del singolo individuo come persona. Il futuro prossimo dirà se i cristiani in Cina potranno continuare - finalmente liberi - la grande avventura al servizio del Vangelo inaugurata dall'indimenticabile figura del gesuita padre Matteo Ricci, nel XVI secolo.

Augusto De Marsanich, segretario dal 1950 al 1954 del Msi

 

Trentunesimo anno di vita per la Fondazione Ugo Spirito (FUS), fondata a Roma nel 1981 con il proposito di custodire la Biblioteca e l’Archivio del filosofo Ugo Spirito (1896-1979) e di trasmetterne il pensiero. A partire dalla presidenza attuale, dello storico Giuseppe Parlato, la FUS ha esteso il suo raggio d’azione, incrementando l’impegno editoriale e pubblicistico in materia di storia contemporanea, in particolare con la raccolta di contributi intitolata “Annali della Fondazione Ugo Spirito”. Negli scorsi mesi ne è stato pubblicato il volume XX-XXI, la cui sezione monografica è dedicata al tema: “La costituzione dello Stato italiano tra modello centralistico e tradizione municipalista” (cfr. Aa.Vv., Annali della Fondazione Ugo Spirito 2010-2011, FUS, Roma 2011, pp. 329, € 20, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

I contributi più corposi contenuti nella parte monografica sono quelli del filosofo Vittorio Mathieu, che riflette su “Risorgimento italiano e Rivoluzione francese” (pp. 3-56) e dello storico Francesco Bonini, Ordinario di Storia delle Istituzioni politiche all’Università di Teramo, intitolato “Centralismo e autonomie nella storia costituzionale dell'Italia liberale” (pp. 164-178).

Da segnalare poi la sezione “Inediti” che, insieme a testi di Guido de Giorgio e Giovanni Gentile, presentati rispettivamente da Angelo Iacovella (pp. 298-320) e Carlo Vivaldi Forti (pp. 321-327), include un testo del politico e filosofo napoletano, allievo da giovane di Benedetto Croce, Domenico Edmondo Cione (1908-1965), intitolato “La nostra ideologia e la Chiesa cattolica” (pp. 273-297), che fu predisposto nel 1950 per il vescovo romano Roberto Ronca (1901-1977). In tale documento inedito sono illustrati «i connotati ideali e politici di un Msi quale “Partito profondamente, intimamente, sinceramente cattolico”». Nel saggio introduttivo di Giuseppe Brienza, intitolato “Edmondo Cione, il Msi ed il ‘blocco d’ordine’ cattolico nel secondo dopoguerra”, si presentano in modo sintetico ma efficace la vita e l’opera di Cione, soprattutto quella di animazione culturale e mediazione politica svolta durante e dopo la guerra civile italiana (1943-45).

Copertina del vol. XVI-XVII degli Annali della Fondazione Spirito

 

Infatti, negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale Cione fu fra gli artefici della cosiddetta “operazione ponte”, ovvero il tentativo - fallito - di un’alleanza politica tra esponenti della Repubblica Sociale Italiana e socialisti, al fine di evitare la recrudescenza finale della “guerra fratricida” fra gli Italiani. Da Mussolini Cione ottenne addirittura di poter istituire una forza politica affrancata dal Partito fascista repubblicano (Pfr) - il Raggruppamento nazionale repubblicano socialista (Rnrs) - nonché il nulla osta per la stampa del periodico “L’Italia del Popolo”, organo del Rnrs. Molti furono coinvolti nell’operazione e l’obiettivo era la realizzazione del Manifesto di Verona, documento programmatico del Pfr, ovvero «coniugare socialismo e nazionalismo» per la socializzazione. Forse del tutto prevedibile l’epilogo: gli estremisti di destra (Farinacci, Mezzasoma, Pavolini) e di sinistra (Basso, Pertini) osteggiarono l’iniziativa fino a impedirla. La guerra civile non fu arrestata, né fu possibile impedire ulteriori rappresaglie.

Dopo il 25 aprile 1945 il filosofo napoletano tentò poi di mediare per la costituzione di un «blocco d’ordine moderato» tra le forze conservatrici italiane, alla ricerca di una strategia di efficace opposizione al comunismo, dilagante in ambito nazionale e internazionale Dopo la sua fondazione a Roma il 26 dicembre 1946, Cione s’iscrive al Movimento Sociale Italiano (Msi), sostenendo il tentativo di quelle correnti che, al suo interno, scrive Brienza, miravano alla aggregazione di un «“fronte comune” anti-comunista», che vedesse alleate le forze cattoliche più sensibili al problema - peraltro già molto attive e supportate da Pio XII - e la destra politica monarchica e nazionale. In questo, Cione poté trovare ascolto da mons. Ronca che, nell’immediato dopoguerra, aveva chiamato a raccolta le «tendenze nazionalitarie ed anti-comuniste cattoliche» raggruppandole nell’Unione nazionale civiltà italica (Unci). Ronca aveva già trovato nel Msi un interlocutore nel neoeletto segretario (dal 1950 al 1954) Augusto De Marsanich (1893-1973), che riuscì a imporre una linea più moderata in sostituzione alle precedenti «posizioni più antisistemiche e sinistreggianti». Ne scaturì quello che lo storico Andrea Riccardi chiama «partito romano» e che, invece, Brienza preferisce definire «“blocco d’ordine” cattolico».

Giuseppe Parlato, presidente della Fondazione Spirito

Il mensile cattolico Il Timone ha organizzato il 16 giugno 2012, a Frascati, in provincia di Roma, una giornata di formazione il cui momento culminante è stato la Tavola rotonda, moderata dal giornalista Giuseppe Brienza sul tema: «Messa antica, Messa “nuova”: stesso spirito ma esigenza di un approfondimento della riforma liturgica». Dopo l’intervento introduttivo di Mons. Raffaello Martinelli, Vescovo della Diocesi di Frascati, hanno svolto relazioni sul tema Andrea Tornielli, vaticanista de La Stampa, Don Nicola Bux, consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede e di altri Dicasteri della S. Sede e Don Giovanni Poggiali, collaboratore de il Timone e direttore spirituale del seminario dell’Opus Mariae Matris Ecclesiae di Filetto (MS), il cui intervento, intitolato “Il rito della santa Messa: la riforma nella continuità”, si riproduce parzialmente qui di seguito, per gentile concessione dell’Autore.

 

Il sacrificio con cui Cristo Verbo incarnato ha offerto Se Stesso, è il dono che il Padre ci ha fatto per amore e per la nostra salvezza e con cui si «effettua l’opera della nostra redenzione» (cf. SC 2). «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Siamo salvati grazie al dono totale di Gesù, e nella Santa Messa possiamo ricevere questo dono, ricevere la Vita di Gesù con la Comunione ed essere divinizzati, perché è Dio che ci trasforma in Lui, facendoci partecipare già ora, in qualche modo, della vita divina (cf. Gal 2,20; 2 Pt 1,4). Perché l’Eucaristia è pegno della gloria futura e farmaco d’immortalità.

Il santo Padre, Benedetto XVI, ha usato per la Messa l’immagine del Cielo che scende sulla terra: «La vera bellezza è l’amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel mistero pasquale. La bellezza della liturgia è parte di questo mistero; essa è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra» (Sacramentum Caritatis, 22 febbraio 2007, n.35)

Anche Scott Hahn, un biblista convertito dal protestantesimo, ha scritto nel suo La cena dell’agnello. La Messa come Paradiso sulla terra: «La Messa, o, come è più esattamente definita dalle Chiese orientali, la Divina Liturgia, è una realtà così ricca da favorire molti validi approcci teologici ad essa, quanti ce ne sono verso l’intero mistero di Cristo stesso. L’Eucaristia è parte della grande montagna vivente che è Cristo - una metafora dagli antichi santi della Terra Santa – e questa montagna può essere scalata da numerosi lati."

E’ la bellezza di Dio che si manifesta per noi ogni giorno sugli Altari: Dio per noi, Dio con noi, Dio in noi…

Questa premessa “teologica” però, non ci fa dimenticare che il tema della nostra conversazione non è la teologia eucaristica ma il concetto di continuità nel rito della Messa che, come tutti sappiamo, è stata riformata con il Messale promulgato da Paolo VI nel 1970, come richiesto dalla Sacrosanctum Concilium (SC), la Costituzione sulla Sacra Liturgia del CVII (Concilio Vaticano II, 1962-1965) del 4 dicembre 1963.

Nel CCC la dottrina della fede eucaristica è riportata chiaramente e questa è la voce ufficiale della Chiesa. Al n. 1367 si legge: “Il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell'Eucaristia sono un unico sacrificio: “Si tratta infatti di una sola e identica vittima e lo stesso Gesù la offre ora per il ministero dei sacerdoti, egli che un giorno offrì se stesso sulla croce: diverso è solo il modo di offrirsi”. “E poichè in questo divino sacrificio, che si compie nella Messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che "si offrì una sola volta in modo cruento" sull'altare della croce questo sacrificio è veramente propiziatorio” [Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1740].

La continuità liturgica è affermata in quanto il rito che celebriamo oggi nella forma ordinaria è uno e identico con il sacrificio della croce e il CCC riprende il Catechismo del Concilio di Trento. Ciò che più conta, è la prassi della Chiesa, ciò che Essa fa oggi nella Liturgia, perché lex orandi lex credendi (la norma della preghiera è la norma della fede). Infatti, il regnante Pontefice celebra, e prima di lui anche altri tre Pontefici, con il Rito Ordinario da tanti anni, tutti i giorni. Se la promessa di Cristo è vera, cioè: «le potenze degli inferi non prevarranno» (Mt 16,18), significa che lo Spirito Santo opera e agisce sulla Chiesa di Dio, Una Santa Cattolica e Apostolica e che «chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato» (Lc 10,16). Se Pietro celebra con un rito, e Pietro è la Roccia visibile su cui Cristo ha fondato la Chiesa (cf. Mt 16,13-19), e la promessa di Cristo è indefettibile, significa che questo rito è vero. Se il Capo del Collegio Apostolico, nel momento della massima e perfetta adorazione di Dio, che è la Santa Messa, utilizza un Rito specifico, quel Rito è la norma per tutta la Cattolica. Inoltre occorre sempre distinguere il contenuto dottrinale da eventuali abusi che intaccano un rito o una dottrina o un pensiero teologico. Gli abusi non decidono del contenuto dottrinale del rito, ciò che conta è il testo, il Libro liturgico che è riferimento di quel rito.

Per esperienza diretta, celebrando entrambe le forme dell’unico Rito Romano secondo quanto scritto dal santo Padre nel Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007, posso dire delle ricchezze dell’una e dell’altra forma, straordinaria e ordinaria che, se accolte con la fede della Chiesa, possono arricchire e arricchirsi. La Messa antica ha tanti pregi: una sacralità misteriosa, la sottolineatura potente del carattere sacrificale della Messa, il Salmo 42 iniziale che mio padre, il quale non ha più memoria avendo la demenza senile degenerativa, si ricorda ancora: Introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat juventutem meam…, il canone silenzioso che dona alla celebrazione un’aura di affascinante mistero, la comunione in ginocchio alla balaustra - infatti si riceve il Re dei re e occorre umiliarsi -, la lettura finale del prologo Giovanneo che ricapitola tutta l’economia della salvezza e il grande mistero dell’Incarnazione, le preghiere finali a san Michele Arcangelo, in un tempo in cui il Demonio è scatenato…, i gesti e le preghiere del sacerdote, tutto ordinato e preciso…, l’altare orientato, la bellissima lingua latina… Insomma, questa Messa è bellissima e ringrazio il Papa che ci permette di celebrarla, anche se io la celebravo anche prima perché avevamo, come Comunità, l’indulto del beato GPII con il MP Ecclesia Dei afflicta del 2 luglio 1988…

Anche nella Messa riformata, pur diversa nella ritualità – e, forse, più povera - se celebrata bene magari con l’altare orientato, si riscontrano delle peculiarità come, per esempio, le letture bibliche più abbondanti rivolte ai fedeli e una maggiore ricchezza di testi eucologici, per esempio i prefazi, e la sottolineatura dell’aspetto conviviale della Messa. Inoltre, anche per questa forma celebrativa, è possibile praticare le “ricchezze” antiche come la comunione in ginocchio, alcune parti della Messa in latino – che non è stato abolito dal Concilio – e l’altare coram Deo per l’orientamento della celebrazione…

Insomma, alla fine possiamo dire che c’è sicuramente una differenza sul piano rituale, ma non su quello dottrinale e le due forme, come è nella mens del santo Padre, possono e devono arricchirsi vicendevolmente.

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Dal testo Massime di Reggimento Civile, emerge che S. Caterina aveva una concezione eminentemente etica dei governanti, nelle sue numerose lettere che ha scritto, li esortava alla lotta contro il male, per l’affermazione del bene:“piuttosto dobbiamo eleggere di perdere le cose temporali e la vita del corpo, che le cose spirituali e la vita della grazia…”Per l’uomo politico non basta dunque dominare gli uomini e le cose, ma soprattutto, bisogna, raggiungere il perfetto dominio di sé. Quello che conta maggiormente è la “signoria dell’anima”, che nessuno può togliere agli uomini se loro si comportano secondo giustizia divina. Gli antichi romani, già conoscevano questa signoria, il grande Seneca affermava: “Imperiumsibi maximum imperium est”, una affermazione che in Caterina acquistava un significato eminentemente cristiano: la padronanza di sé per compiere il bene.

A questo proposito, è significativo quello che scrive la santa ai Signori e difensori di Siena: “scrivo a voi con desiderio di vedervi veri signori con cuore virile, cioè che signoreggiate la propria sensualità, con vera e reale virtù, seguitando il nostro Creatore. Altramenti non potreste tenere giustamente la signoria temporale, la quale Dio vi ha concessa per sua grazia. Conviensi dunque che l’uomo che ha a signoreggiare altrui e governare, signoreggi e governi prima sé”. (pag. 53)

S. Caterina si rendeva conto che gli uomini erano fragili e limitati, per questo era indispensabile che ciascun essere umano prendesse coscienza del proprio limite di creatura.

L’uomo di governo dev’essere umile, una virtù che gli permette, di essere libero e di darsi interamente “con grande sollecitudine” e con “affettuoso amore”, al servizio dei sudditi e della patria. Inoltre, deve acquisire la virtù della santa pazienza, che non è quella del significato politico del saper attendere, temporeggiare, questa è arte politica o diplomatica.“La pazienza per S. Caterina è un atteggiamento interiore dello spirito che dà la capacità di ‘sostenere’ con dolce fortezza fondata sulla dimenticanza di sé ‘ogni pena, tormento e tribolazione’”. Pertanto l’uomo che sale al potere, non deve pensare di trovare in esso “diletto e riposo”, ma deve sapere che troverà dolore.

La santa di Siena era consapevole delle miserie umane degli uomini politici e di potere. Sapeva quale era la dura realtà: avidità, gelosie, egoismi, intrighi, slealtà, violenze.. Il principe e signore deve conoscere, valutare e rispettare il dolore in sé e negli altri, e quando la croce stende la sua immensa ombra su tutta la patria egli, forte nella sventura militare nell’insuccesso politico e in ogni altra contrarietà, “si veste della pazienza di Cristo crocifisso, riposasi con questa dolce e gloriosa virtù nel mare tempestoso delle molte fatighe”. Questa è la virtù che vince sempre. Per S. Caterina non ci potrà mai essere un grande e vero capo di governo, senza la lotta dolorosa interiore ed esteriore, senza sofferenza, senza sforzo, senza “abbracciarci con la santissima croce, dove noi troveremo l’amore ineffabile, gustando il sangue di Cristo”.

Il Principe ideale di Caterina non è quello che sa mantenere il potere, ma colui che sa essere grande dinnanzi a Dio nella perfezione morale. Caterina fa coincidere il vantaggio dei popoli, il benessere sociale, con la grandezza morale e cristiana di chi governa.La grandezza di un principe per S. Caterina si basa sempre sull’umiltà, nel dolce spogliamento di sé, che invita Dio a venire nell’anima, così si possono fare grandi opere. Anna Maria Balducci ci ricorda che la santa sta parlando al “principe” cristiano. Nell’ascetica cateriniana, l’uomo trova il giusto posto come creatura creata da Dio e redenta dal Figlio.

La personalità ideale del cristiano che esercita il potere politico, si compenetra nella carità, soltanto così si può compiere ogni giustizia e dalla quale nascono le buone opere. Caterina insegna al principe anche di perdere il potere se non può attuare il bene di tutti, al contrario di Machiavelli che al suo Principe insegna di sapere commettere il male per conservare il potere. L’uomo che è al potere “deve servire con grande diligenzia il prossimo suo”. In pratica anche se è difficile dirigere la vita degli uomini a fini alti, S. Caterina chiede l’eroismo cristiano al suo principe, ricordandogli che può fare tutto con l’aiuto di Dio, nella partecipazione alla vita della Grazia, che è il sangue di Cristo.

Nessuno ha saputo più di Caterina adorare il Sangue Divino di Gesù, nessuno più di lei ha saputo comunicare agli uomini, l’amore, il bisogno del “dolcissimo Sangue…nel quale si spegne ogni odio e guerra…si pacifica il cuore e l’anima”.

Ed è proprio in questo Sangue che S. Caterina conduce “i signori e governanti a conquistare quella perfezione cristiana del loro stato, che è conformazione a Cristo Crocifisso, nella cui luce la santa diplomatica senese ha visto e ci ha dato la nobile personalità morale dell’uomo di governo…” (pag. 64)

Nelle lettere agli uomini di Stato S. Caterina fa emergere sempre esclusivamente il carattere morale e spirituale, quasi mai ci sono norme pratiche sull’esercizio del buon governo. La santa è convinta che una volta che l’uomo é formato al bene e alla giustizia non potrà che compiere azioni giuste e virtuose, questo vale anche per il governante. Del resto, per S. Caterina ogni problema sociale e politico appare come un problema morale, ella dà tuttavia valore anche alla parte ‘pratica’ dell’attività politica, anche perché ci sono uomini buoni, ma che non sanno governare.

A base di ogni grande costruzione politica e sociale c’è la realizzazione della giustizia, che caratterizza ogni attività politica, ogni azione individuale e sociale del principe della nostra santa. Ma la giustizia deve essere sempre “condita con misericordia, perché ella esce dalla fontana della carità”.

La Balducci, curatrice del libro edito dalle edizioni Cateriniane nel 1947, si affretta a scrivere che “l’uso della misericordia nell’esercizio della giustizia non diminuisce però la coscienza di quello ch’è dovuto alla repressione del male.In un regime ben ordinato, fare giustizia è un dovere dell’autorità, perciò, non è permesso al signore di tollerare il male.Per la santa occorre sempre una giustizia regolata dalla carità. Certo Santa Caterina sa che è presente nel governante il pericolo di lasciarsi trasportare nella repressione per propria passione, ma c’è anche l’altro pericolo della pazienza inerte di fronte a colpe che possono esporre la società intera al male. Comunque sia per la santa, la giustizia perfetta, potrà attuarla, soltanto “colui che giustamente ha giudicato sé”, cioè, colui che virilmente ha sottomesso sé “alla regola della giustizia”, nel distacco da sé e dal mondo, nell’amore di Dio e delle virtù. Quindi soltanto l’uomo forte, buono e umile, che ha conosciuto la Verità di Dio sarà capace di realizzare la giustizia perfetta.

E’ presente in S. Caterina il concetto di giustizia sociale con al centro e come fine la persona umana, una giustizia che si appoggia sui diritti naturali della persona umana, che sfociano nei diritti religiosi, morali, giuridici, economici. L’uomo di governo nella sua attività, deve riconoscere e difendere la dignità personale del cittadino e il suo sviluppo.

Un’ultima annotazione, la fa notare la Balducci,proprio leggendo le tante lettere della santa di Siena: “Non si può non domandarci come ella potesse pretendere da uomini comuni del suo tempo tanta virtù; come potesse richiedere un simile sforzo, un superamento così assoluto dell’umano, una così perfetta vita della Grazia, in quella che può sembrare l’attività che più difficilmente l’uomo riesce a mantenere conforme ai comandi divini”. Eppure S. Caterina con la sua grande semplicità è riuscita a parlare a chiunque e a ottenere anche numerose conversioni dei loro cuori, lo si nota leggendo le lettere inviate allo stesso personaggio, come a Niccolò Soderini, uno dei Priori dell’Arti della città di Firenze, è un grande miracolo come la santa “…sapesse con rara sapienza trarre quegli uomini rudi e lontani dalle finezze dello spirito, ad alta perfezione morale”. (pag. 80)

Certo la prospettiva esistenziale proposta da S. Caterina è lontana rispetto agli uomini di governo attuali, ma nell’arco dei due millenni di Storia Cristiana, non sono mancate le figure straordinarie di governanti retti e giusti che la Chiesa tra l’altro ha innalzato agli altari della santità, da S. Luigi IX, re di Francia, a S. Enrico imperatore, a S. Elisabetta, regina d’Ungheria, fino al beato Carlo I d’Austria, ultimo imperatore di quel Sacro Romano Impero, che ha segnato la storia cristiana dell’Europa.

 

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