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Domenica, 12 Luglio 2020

Copertina_Risorgimento e identità italiana

 

Sul 'Risorgimento' e sulle relative commemorazioni del centocinquantenario dell'unità nazionale si è detto e si è scritto molto: mancava però forse ancora una voce autorevole della Chiesa che facesse il punto su quanto accaduto nei mesi scorsi e ne desse i relativi criteri di giudizio, cattolicamente orientati. Con questo agile saggio (Risorgimento e identità italiana: una questione ancora aperta, Cantagalli, pp. 114 €. 12,00) lo fa ora con la consueta lucidità, riuscendoci pienamente, monsignor Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro e membro della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l'annuncio e la catechesi. Il punto di partenza, messo a fuoco nella “Prefazione” firmata da Giulio Leporini (pp. 5-9) è la presa di coscienza dell'esistenza di un'identità italiana che precede di molti secoli (e nel campo linguistico-letterario ad esempio particolarmente ovvia, da Dante (1265-1321) a Manzoni (1785-1873)), almeno sette, l'unità politica raggiunta formalmente solo nel 1861. E' un'identità culturale e religiosa rilevante che fa sì che possa esistere una ben definita Nazione italiana, con i suoi tratti tipici e le sue caratteristiche determinate, ben prima della proclamazione ufficiale del Regno d'Italia che anzi – per molti versi – aggraverà talune delicate condizioni economiche e sociali preesistenti. La scelta di un governo fortemente statalista e centralista (cd. 'questione istituzionale'), la politica anticattolica del nuovo Stato (cd. 'questione cattolica') e la vera e propria guerra civile combattuta per un decennio nel Sud (cd. 'questione meridionale') restano ad esempio 'pagine nere' della nostra storia unitaria che non possono essere separate – in nessun modo – dal giudizio complessivo sul fenomeno storico del 'Risorgimento', se si vuole restare obiettivi. Il vulnus più grande per l'Autore è dato proprio – così nell'“Introduzione” (pp. 11-20) – dalla marginalizzazione prima, e dalla lotta aperta poi, al Cristianesimo in quanto tale. Se un contributo decisivo alla formazione e all'amalgamarsi della Nazione italiana era stato dato dalle millenarie e feconde radici cristiane fatte da santi, martiri e beati, ora “una minoranza estremamente ridotta di ideologi, di massoni, di filo-protestanti e di borghesi ha preteso che la sua visione fosse l'unica possibile e che quindi questa dovesse prevalere sulle altre... [questa operazione] é stata fatta senza nessuno scrupolo, usando la violenza, la manipolazione, l'ingiustizia, la sopraffazione e il disprezzo per una maggioranza considerata informe, per quei 'cafoni' dei contadini e per quei 'fanatici' dei preti, dei frati e delle suore” (pp. 14-15). Dopo anni di vere e proprie leggende rosa ed elogi a senso unico dei vincitori urge quindi una sana lettura critica dell'intero processo risorgimentale, come il primo capitolo si premura di fare intendere fin dal titolo (“La necessità di una lettura critica del Risorgimento”, pp. 21-52). Opportunamente, l'Autore fa precedere questa interpretazione da una premessa di merito fondamentale, ovvero che: “non si può comprendere il Risorgimento italiano se non si tiene presente quel processo storico-culturale, sviluppatosi lungo il corso della modernità, che ha elaborato un progetto di sostanziale autoimmanenza, concependo l'uomo come un essere che conosce ed agisce prescindendo da Dio e con le sue sole forze promuove se stesso, edifica la società, genera storia” (p. 21), un processo che vede nella stagione dell'illuminismo, particolarmente nei suoi capofila francesi, una chiave di lettura decisiva. Il risultato ultimo - come ha poi dimostrato il XX secolo - è stato così “la costruzione di una società atea, in cui, è importante sottolineare, lo Stato è diventato il centro della vita stessa. Nel corso dei secoli questo ha portato sempre di più ad una identificazione della società con lo Stato, concependo lo Stato come la società vera” (p. 22). Con l'opera di Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) si è forse arrivati alla formulazione teorica più chiara di questa concezione laddove il filosofo tedesco scrive che: “Lo Stato é il centro degli altri aspetti concreti della vita, cioé del diritto, dell'arte, dei costumi, delle comodità. Solo nello Stato l'uomo ha esistenza razionale [...] Tutto quello che l'uomo é, egli lo deve allo Stato: solo in esso egli ha la sua essenza. Ogni valore, ogni realtà spirituale, l'uomo l'ha solo per mezzo dello Stato [...] Lo Stato non esiste per i cittadini [...] Lo Stato non é infatti una realtà astratta, che si contrapponga ai cittadini: bensì essi sono momenti come nella vita organica, in cui nessun membro é fine e nessuno é mezzo. L'elemento divino dello Stato è l'idea, com'è presente sulla terra” (cit. p. 23). Appare evidente che, così considerato, chiosa l'Autore, “lo Stato non ha più nessun motivo di giustificazione oltre sé, non ha più nessun limite, non deve più rispondere a niente, non deve più misurarsi con nessun'altra dimensione: né quella della coscienza della persona, né quella della legge di Dio” (p. 23).

E, non bastassero le considerazioni dell'illustre vescovo, vengono in aiuto persino quelle di un laico insospettabile come Paolo Mieli che – non da oggi – sostiene che fin dai primi violentissimi scontri di fine Settecento e inizio Ottocento il consenso popolare attivo andò più agli insorgenti e ai 'controrivoluzionari' che ai giacobini, ai loro imitatori e a quelli che oggi vengono definiti come i cosiddetti 'padri della Patria': in effetti “é un dato incontestabile, riconosciuto all'unanimità, che già settant'anni prima che fosse fatta l'Italia la grande maggioranza del popolo italiano era schierata dall'altra parte, si opponeva alle élite genitrici di quelle che avrebbero poi realizzato l'unità del nostro Paese” (cit. a pag. 33). Sul punto, peraltro, non va dimenticato un altro dato fattuale 'parlante', ovvero che in un Paese (come era allora l'Italia) che raggiungeva appena i venti milioni di abitanti, trecentomila persone (tante sono le vittime della resistenza anti-francese di inizio '800) morte sul campo per difendere le proprie radici rappresentano obiettivamente un'enormità. Così come, per converso, il semplice fatto che il primo Parlamento italiano della storia venisse eletto da un corpo che allora rappresentava meno del 2% della popolazione totale verrebbe oggi probabilmente considerato come una vergogna inaccettabile in ogni consesso democratico europeo. Se a questo si aggiunge la drammatica 'questione cattolica' che verrà parzialmente sanata solo nel 1929, anno in cui una decina di vescovi “erano [ancora] in carcere perché ritenuti sovversivi” mentre delle complessive 300 diocesi peninsulari “una cinquantina era senza vescovo”, si avrà forse un'idea più concreta della ferita epocale inferta in quegli anni al corpo sociale italiano nel suo insieme e alla sua plurisecolare identità. Un altro importante campo di battaglia è stata poi la scuola, dove lo Stato sabaudo ha operato una laicizzazione senza precedenti, senza peraltro riuscire a sconfiggere l'analfabetismo diffuso soprattutto al Sud: “se nel 1864 la maggior parte degli istituti formativi per le classi meno abbienti erano espressione dell'attività educativa e caritativa delle Comunità e Congregazioni religiose cattoliche e [ancora] nel 1880 più della metà dei ragazzi frequentava scuole private, alla fine dell'era giolittiana esse erano frequentate solo dal 16%” (pag. 44). Così, se oggi in Italia esiste ancora un problema di libertà educativa e le famiglie non si vedono riconosciute questo fondamentale principio di diritto naturale, le origini della crisi vanno ricercate proprio all'inizio della nostra storia unitaria, non per mettere in discussione l'unità nazionale – che è, e ovviamente resta, un valore – ma per comprendere come mai molti dei nostri insoluti problemi attuali abbiano radici così profonde e dure a morire: lo Stato italiano, in molti aspetti, si è letteralmente fatto contro – o , se proprio si vuole sposare un'interpretazione minimalista – 'almeno' a prescindere dalle esigenze e i bisogni dell'Italia reale. Affermarlo, con obiettività e senza sterili polemiche, dovrebbe essere quindi riconosciuto come un contributo propositivo al dibattito pubblico e alla conservazione della memoria nazionale, che non va ri-costruita né ri-creata in alcun modo, per il semplice fatto che già esiste da secoli, se solo si fosse disposti ad ascoltarla.

Nel secondo capitolo (“Il contributo dei cattolici”, pp. 53-93), l'Autore si sofferma invece sul ruolo svolto dalla Chiesa – pur vittima e perseguitata – nella costruzione della società italiana come la conosciamo oggi nei suoi aspetti più positivi. Ne emerge un quadro impressionante, fondato su testimonianze d'annata come quelle dello storico liberale lord Acton (1834-1902) secondo cui “per quindici secoli la Santa Sede è stata il perno della storia italiana e l'origine dell'influenza italiana in Europa” (cit. a pag. 55) e rafforzato dalla straordinaria pluralità delle esperienze caritative, educative e assistenziali fondate, incoraggiate e promosse direttamente dagli ordini religiosi. A fronte di questo qual'è stato il contributo del Risorgimento all'unità? L'Autore risponde con le parole di uno storico non certo cattolico, Gaetano Salvemini (1873-1957), che, “a questo riguardo, individua quattro immagini con cui l'unità d'Italia si affermò al Sud: il prefetto di polizia, che permetteva al governo centrale di controllare capillarmente tutto il territorio; il brigadiere o il maresciallo dei carabinieri; le imposte e la coscrizione obbligatoria, che con il metodo dell'estrazione, avviava all'esercito regio quasi unicamente i figli dei contadini” (cit. a pag. 58). Come si vede, misure che in realtà facevano pensare più a un'occupazione militare che a una liberazione. Sarà invece ancora una volta la Chiesa a farsi eco delle richieste dei più deboli, anche con un documento come il Sillabo (1864), probabilmente il più contestato in assoluto del Magistero pontificio degli ultimi due secoli: “al Sillabo spetta il merito di avere riaffermato con forza e coraggio il principio della libertà della Chiesa contro le indebite pretese e le invadenze in materia religiosa dello Stato laico [....] Forse dobbiamo anche a questo documento, tanto vituperato dalla storiografia laicista, se la Chiesa, soprattutto nella persona dei suoi pastori, ha potuto alzare la voce in tempi non troppo lontani dai nostri, in difesa della pace e della dignità della persona umana davanti alle prepotenze dei regimi totalitari” (p. 74). Con Pio IX, infatti, ha inizio anche quell'operazione di moderna sistematizzazione della Dottrina sociale della Chiesa (in realtà antica quanto il Vangelo) che successivamente vedrà con Leone XIII e soprattutto i Papi del Novecento (si pensi a Pio XI, ma anche al beato Giovanni Paolo II) una “grande stagione” (p. 75). L'impressione finale è che, come puntualizza il terzo capitolo (“Identità nazionale, cultura ed educazione”, pp. 95-114), dall'attuale crisi identitaria che affligge il corpo sociale italiano si possa uscire soprattutto attraverso un graduale processo di formazione e 'purificazione' culturale, quindi educativo, che resta – come insegna Benedetto XVI – una delle grandi priorità della Chiesa di oggi. Si tratterà di un cammino lungo, non facile e che richiederà anche molta pazienza perchè bisognerà confrontarsi apertamente con pregiudizi, ostilità e virus, intellettuali e spirituali, molto radicati a tal punto da non essere quasi più avvertiti come tali. I tempi della Chiesa, però, non sono i tempi dell'uomo perchè la Chiesa vive di Dio e sa che il destino ultimo della battaglia con il mondo in realtà è già deciso. Nel frattempo, tuttavia, occorrerà difendere l'ultima frontiera rimasta, esemplarmente riassunta dal Pontefice nei cosiddetti 'princìpi non negoziabili', e – a proposito ad esempio della libertà di educazione – già avvertita consapevolmente da monsignor Luigi Giussani (1922-2005), uno dei riferimenti intellettuali dell'Autore, quando diceva: “mandateci in giro nudi, ma lasciateci la libertà di educare” (cit. a pag. 111). Un monito profetico negli anni Settanta e valido ancor di più oggi.

Lami Faccia a faccia

 

Il prossimo appuntamento del ciclo “Incontri con l'Autore” organizzati dal Comune di Acqui Terme (www.comuneacqui.com) sarà dedicato alla presentazione del volume di Lucio Lami, Faccia a faccia. Grandi personaggi incontrati e raccontati (Ugo Mursia Editore, Torino 2012, pp. 256). Moderati da Carlo Prosperi, parleranno del libro venerdì 28 settembre, alle ore 18 presso la Sala Conferenze di Palazzo Robellini, l’Autore, il prof. Carlo Sburlati, promotore dell’evento e consigliere delegato alla Cultura del Comune piemontese ed il Consigliere comunale di maggioranza Francesco Bonicelli.  Per informazioni: Comune di Acqui Terme. Ufficio Cultura. Piazza Levi 5, 15011 Acqui Terme (AL); tel. 0144/770 203, posta el. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Il libro di Lami delinea la storia del Novecento attraverso una serie di ritratti dedicati a protagonisti della politica, della cultura e della società contemporanea, a partire dal “suo” direttore, Indro Montanelli (1909-2001), che seguì fin dal momento in cui lasciò Il Corriere della sera per fondare a Milano, nel 1974, l’allora “Giornale Nuovo”.

Il libro poi racconta, attraverso il ricordo personale degli incontri e dei viaggi svolti durante i vent’anni da inviato speciale al “Giornale” di Montanelli, dei luoghi e degli aspetti personali e biografici riscontrati in uomini che hanno fatto, nel bene e, soprattutto, nel male, la storia del XX secolo, come il leader palestinese Yāsser ʿArafāt (1929-2004), il generale cileno Augusto Pinochet (1915-2006) ed il dittatore iracheno Saddam Hussein (1937-2006). Non manca poi un esclusivo ed interessante ricordo (e ritratto) dell’ultimo Re d’Italia, Umberto II di Savoia (1904 -1983).

Nato a Milano da famiglia toscana, Lami si è avvicinato al mondo del giornalismo negli anni sessanta, diventando inviato per La Notte, quotidiano pomeridiano diretto da Nino Nutrizio.

Negli anni successivi è stato direttore di varie testate pubblicate prima da Rizzoli e poi da Arnoldo Mondadori Editore, per diventare infine l’indimenticabile inviato de Il Giornale, il cui impegno gli ha meritato il Premio “Max David” (1980) ed “Hemingway” (1986), entrambi riconoscimenti nazionali riservati agli inviati speciali, oltre che il Premio di saggistica Estense (1981), per il volume Il grido delle formiche, sul dissenso sovietico.

Lucio Lami

 

Dopo oltre vent'anni di collaborazione con il quotidiano di Montanelli, nel 1996, Lami ha abbandonato però la testata milanese per diventare direttore de L'Indipendente. In questi anni Lami è molto impegnato anche nelle attività del Pen Club italiano (www.penclub.it/), federazione di poeti, saggisti e romanzieri (“Pen” è infatti l’acronimo dall’inglese “Poets, Essayists, Novelists”), oggi Onlus, il cui obiettivo è, come si legge nello Statuto, di utilizzare “in ogni occasione la loro influenza a favore dell’intesa e del rispetto reciproco fra i popoli” (art. 3). Il Pen italiano fu fondato nel 1922 dall’allora ventunenne scrittore e poeta Lauro De Bosis (1901-1931), assieme ad altri esponenti della cultura italiana allora più aperta agli ambienti internazionali, fra i quali spiccava Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), il fondatore del movimento futurista, che sarà anche presidente del sodalizio negli anni trenta. Dopo un periodo di inattività negli anni 1960 e 1970, Lami fu tra quegli intellettuali che rilanciarono l’attività del Pen italiano convocando, a Milano, nel 1988, un’assemblea che ne ricostituì l’organizzazione, eleggendo Mario Soldati come presidente onorario. D’allora Lami divenne il vero animatore del sodalizio, di cui fu vice presidente effettivo, per 18 anni, fino al 2002. D’allora, diventato presidente (fino al 2007), Lami ha fatto ritornare il Pen agli antichi albori, ispirando anche il premio letterario omonimo che, ogni anno, si celebra a Compiano, in provincia di Parma.

Riprendo il commento dell'enciclica Caritas in Veritate del professore Massimo Introvigne pubblicata da Cristianità (n.353/2009)

La tecnocrazia promette anche la pace, presentata come un prodotto tecnico, che prescinde dai valori, ben presto però si rivela un'illusione e un inganno. Il volto minaccioso della tecnocrazia si registra nel campo della bioetica, è qui che si gioca il pieno sviluppo integrale dell'uomo. “Si tratta di un ambito delicatissimo e decisivo, in cui emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l'uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio”. Il futuro dell'uomo, appare molto incerto, i nuovi potenti strumenti che ha a disposizione sono abbastanza inquietanti. “Alla diffusa, tragica, piaga dell'aborto si potrebbe aggiungere in futuro, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite”. Sul versante opposto si fa strada una mens eutanasica, la vita in determinate condizioni viene considerata non degna di essere vissuta. Si insinua nella società una vera e propria“cultura di morte”.

“Chi potrà misurare gli effetti negativi di una simile mentalità sullo sviluppo?” Si chiede Benedetto XVI.

Il peccato dell'uomo si manifesta nella mentalità antinatalista, in una erronea educazione sessuale dei giovani, fino a indurre molti, nonostante la scienza economica lo neghi, a “considerare l'aumento della popolazione come causa prima del sottosviluppo”. Piuttosto è vero il contrario.“Grandi Nazioni hanno potuto uscire dalla miseria anche grazie al grande numero e alle capacità dei loro abitanti. Al contrario, Nazioni un tempo floride conoscono ora una fase di incertezze e in qualche caso di declino proprio a causa della denatalità, problema cruciale per le società di avanzato benessere”. Il Papa evidenzia chiaramente che la diminuzione delle nascite, mette in crisi anche i sistemi di assistenza sociale e tutte le altre conseguenze, come la disponibilità di lavoratori qualificati, minore possibilità di “cervelli”, ecc.

Sono sintomi evidenti di scarsa fiducia nel futuro e di stanchezza morale. Pertanto, per Benedetto XVI riproporre alle nuove generazioni la bellezza della famiglia e del matrimonio, diventa una necessità sociale, e perfino economica (dedicato a chi per decenni ha predicato l'amore libero e il gaysmo)

Affrontando il tema del Mercato e della Finanza, il Papa sostiene che gli effetti perniciosi del peccato si manifestano anche nell'economia, è evidente in questi momenti, dove l'uomo fa coincidere la felicità e la salvezza “con forme immanenti di benessere materiale e di azione sociale”. In questo modo sono nati sistemi sociali, politici, ed economici che hanno privato la libertà personale e i corpi sociali. Tuttavia l'”agire economico”, non deve essere considerato un aspetto antisociale.

“La società non deve proteggersi dal mercato”, anche se a volte quest'ultimo, può essere orientato in modo negativo. La colpa è degli uomini che usano l'economia e la finanza in maniera egoistica. La finanza è uno strumento legittimo, quando è “finalizzato alla migliore produzione di ricchezza ed allo sviluppo”, oggi, però, afferma il Papa, “il suo cattivo utilizzo ha danneggiato l'economia reale”.

Pertanto, la finanza, deve tornare ad operare “al sostegno di un vero sviluppo”.

Ma come tornare alla prospettiva dello sviluppo integrale? Il mercato, per funzionare, non ha bisogno solo di regolare scambi di beni, ma di fiducia. Come si stabilisce la fiducia? Il Papa ha una soluzione originale: la riscoperta del dono.

La crisi economica di oggi, secondo Benedetto XVI, sembra insegnare che “mentre ieri si poteva ritenere che prima bisognasse perseguire la giustizia e che la gratuità intervenisse dopo come un complemento, oggi bisogna dire che senza gratuità non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia”.

Più avanti il Papa si occupa di etica per l'impresa, descrivendo negativamente quella “classe cosmopolita di manager che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi”. Il Papa invita chi opera in campo economico a privilegiare la programmazione a lungo termine rispetto alla smania di profitto a breve termine. E l'impresa deve tenere conto non solo dei proprietari ma anche dei lavoratori, dei clienti, dei fornitori. Quest'ultimi, spesso subiscono ritardi nei pagamenti e quindi finiscono per fallire.

L'enciclica affronta il tema degli aiuti ai Paesi poveri, il Papa mette in guardia dagli inganni e dagli equivoci. Qui si dovrebbe applicare il principio di sussidiarietà. Sia nei Paesi poveri che in quelli ricchi, “(...)la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell'assistenzialismo che umilia il portatore di bisogno”. Il Papa invita a denunciare gli sprechi e le inefficienze. Benedetto XVI è fortemente critico nei confronti delle organizzazioni internazionali che attraverso i loro apparati burocratici e amministrativi spesso troppo costosi, sono mantenuti in vita, non tanto, per aiutare i poveri, ma per mantenere se stessi.

Per quanto riguarda la politica dell'emigrazione, il Papa ci ricorda che è una “gestione complessa”, anzi è una “sfida drammatica”, non esistono soluzioni sbrigative. “Siamo di fronte a un fenomeno sociale di natura epocale, che richiede una forte e lungimirante politica di cooperazione internazionale (...)”in particolare tra i Paesi da cui partono i migranti e i paesi in cui arrivano. A questo proposito Benedetto XVI è convinto che “nessun paese da solo può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro tempo”. Bisogna rispettare sempre i diritti fondamentali della persona che emigra e le esigenze delle “società di approdo”.

Il Papa poi fa riferimento a una corretta ecologia dell'ambiente che non può prescindere da quella dell'uomo. Natura e uomo, creati da Dio, formano un binomio inscindibile. Il Papa condanna sia gli “atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo”, di certo ecologismo, sia gli atteggiamenti, di “completa tecnicizzazione dell'ambiente”. “Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale (...)si finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale”. Il Papa è molto critico su questo aspetto, “è una contraddizione chiedere alle nuove generazioni il rispetto dell'ambiente naturale, quando l'educazione e le leggi non le aiutano a rispettare se stesse. Il libro della natura è uno e indivisibile(...)”

Benedetto XVI conclude affermando che senza Dio non vi può essere vero sviluppo. Senza Dio, abbiamo tanti uomini soli, in preda alla disperazione, anche se si trovano in chiassose compagnie. L'uomo è solo ed ha perso la capacità di percepire la compagnia di Dio.

Ho cercato di sintetizzare il più possibile, spero di essere seguito fino alla fine, anche se nella mia famiglia ne dubitano fortemente...Alla prossima lettura.

Tra qualche settimana inizia l’”Anno della fede”, proclamato da Benedetto XVI per rinvigorire la fede in particolare nel nostro Occidente. Tra le mie scorribande nella solita libreria milanese dell’outletdei libri, ne ho trovato due ottimi che potrebbero essere molto utili per gli evangelizzatori in questo anno forte della Chiesa Cattolica. Il primo è di padre Livio Fanzaga, La fede insegnata ai figli, edito da Sugarco Edizioni e Perché credo di monsignor Girolamo Grillo, edito da Marietti 1820.

Nella presentazione del suo libro il direttore di Radio Maria scrive: “Cari genitori, questo libro è stato scritto per voi, con la speranza di potervi offrire un piccolo aiuto nell’educazione religiosa dei vostri figli”.

Oggi dopo due millenni di Cristianesimo, sta venendo meno la collaborazione tra famiglia e la Chiesa, e le nuove generazioni rischiano di crescere senza conoscere Gesù, “questo succede perché sta venendo a mancare la capacità dei genitori di incidere sulla formazione religiosa e morale dei propri figli. Si pensa erroneamente che questo compito spetti alla Chiesa. In realtà, senza l’aiuto della famiglia, la Chiesa non può fare molto. Sono i genitori i primi responsabili della trasmissione della fede e il loro ruolo è insostituibile”.

la fede insegnata ai figli

 

Pertanto se i genitori hanno il grande privilegio e la grande responsabilità di mettere al mondo nuove creature, nel medesimo tempo devono orientare i propri figli a scoprire il valore e significato ultimo della vita. Non basta vivere, c’è necessità di dare un senso alla propria presenza nel mondo. Non basta pensare solo al futuro professionale dei propri figli, occorre anche e soprattutto interessarsi a “illuminarli sulla strada da prendere, sui valori da coltivare, sul traguardo da raggiungere”. Per padre Livio, “i primi anni di vita sono decisivi per quanto riguarda gli orientamenti religiosi e morali”.

A pagine 151 del libretto padre Livio trattando della formazione morale scrive che spesso i genitori danno la precedenza alla formazione intellettuale, ma “che giova - si chiede il sacerdote - essere persone intelligenti e preparate sul piano professionale se poi manca l’affidabilità sotto il profilo morale?” Infatti oggi troviamo dei giovani molto fragili, in balia delle passioni, proprio perché è mancata una formazione morale fin dai primissimi anni. Padre Livio sa essere anche provocante, non serve fare la solita domanda: “Che cosa farai da grande?” E’ un interrogativo mal posto, piuttosto dovremmo chiedere: “A che serve la vita?” Anche perché è finito il tempo del lavoro fisso e univoco, i mutamenti economici e sociali sono veloci, radicali e imprevedibili. “Chi può sapere come sarà il domani?”

I genitori si devono preoccupare di formare una buona coscienza morale, “è fondamentale insegnare ai bambini ad ascoltare la voce interiore della coscienza: “che chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male” (Catechismo Chiesa Cattolica, 1776. E’ importante che i “ figli diventino delle persone buone, forti e affidabili. E su queste solide basi che va costruita la formazione intellettuale e professionale”.L’educazione della coscienza è un compito che dura tutta la vita, è un caposaldo irrinunciabile nell’educazione morale dei propri figli. Per padre Livio, “l’altro caposaldo è l’addestramento della volontà nella pratica delle virtù”. Fare il bene deve diventare una abitudine, occorre insegnare e mostrare ai propri figli il valore della bellezza della virtù, in modo tale che siano motivati a realizzarla nei loro comportamenti.

Il bambino deve essere educato ad essere ubbidiente, socievole, generoso, attivo e laborioso. Oggi certe virtù come la giustizia, l’onestà, la sincerità, la lealtà, la pietà e la solidarietà sono trascurate, ecco perché poi vediamo buona parte della gioventù schiava dell’alcool, del fumo, della droga e del sesso selvaggio. I nostri figli fin dalla più tenera età vanno educati alla virtù della fortezza e della temperanza. Sono le virtù che dominano gli istinti e mantengono i desideri entro i limiti dell’onestà. I genitori devono presentare ai loro figli il “retto comportamento come qualcosa di bello e di desiderabile. Vanno motivati i ‘no’ ai loro piccoli egoismi, prepotenze, pigrizie, disubbidienze. I bambini sono campi da coltivare e lo spontaneismo è una prassi educativa ingannevole”. Del resto, e qui ritorna un tema molto caro a Benedetto XVI, il bene, il bello e il giusto per loro natura attirano. Il bene fa bene, il male fa male. Chi è buono è contento, chi è cattivo è scontento.

La fede insegnata ai figli è un ottimo sussidio, un agile libretto di 170 pagine,composto di 32 schede, tutte di 4 pagine, scritte in maniera semplice e chiara, che possono leggere tutti, alla fine, il testo è arricchito da una appendice di preghiere da insegnare ai propri figli, preferibilmente a memoria.

 

falce e martello 2

 

Come promesso concludo le mie letture estive con la mirabile sintesi del professore Massimo Introvigne sul viaggio apostolico di Benedetto XVI nella Repubblica Ceca dal 26 al 28 settembre 2009. Riprendo dalla rivista trimestrale Cristianità, Il titolo redazionale: “Dopo il lungo inverno della dittatura comunista”. Il viaggio apostolico di Benedetto XVI nella Repubblica Ceca. (n.354, ott.-dicembre 2009)

Il Pontefice nel corso del viaggio affronta quattro temi: 1 Il crollo del comunismo nell'Europa centrale ed orientale nel 1989; 2 Le ferite del comunismo che ancora restano aperte; 3 I rischi e le ombre del post-comunismo; 4 Le strategie perché 'dopo il lungo inverno', possa venire non una contraffazione della primavera, ma una vera primavera autentica.

Papa Ratzinger, scrive Introvigne è molto legato agli anniversari, anche in questo viaggio ne ricorda alcuni fra loro collegati. Oltre a quello della caduta del Muro e della visita di Giovanni Paolo II nel 1989, ricorda la morte del cardinale Joseph Beran nel 1969, e la canonizzazione di Sant'Agnese di Praga.

A vent'anni dalla caduta del muro ancora non si è fatta una adeguata riflessione su quegli eventi. Piuttosto sembra che si voglia a tutti i costi dimenticare il comunismo e il 1989. Invece, è necessario fare memoria del carattere disumano e drammatico del sistema comunista,“dittatura basata sulla menzogna”; a volte sembra un passato che non vuole passare che, di fatto, non passerà finché non sarà adeguatamente affrontato. Attenzione, affrontarlo però, significa fare i conti con le sue radici anti-cristiane, che sono più antiche del comunismo, e che in altre forme continuano a produrre ancora oggi frutti di morte. Ecco perché molti preferiscono rimuovere o accantonare la sua memoria e i suoi crimini, perché fare i conti con il passato comunista coinvolgerebbe il giudizio sul presente.

Certo, oggi possiamo dire che il comunismo è una “ideologia totalitaria fallita”, ma prima di fallire ha seminato in Europa e nel mondo lutti che non ci è consentito rimuovere dalla memoria. Pertanto, celebrando “il ventesimo anniversario della 'Rivoluzione di velluto' in Cecoslovacchia e di analoghi eventi che nel 1989 posero fine ai regimi comunisti in altri paesi, occorre pure non dimenticare di ringraziare il Signore, di '(...)rendere grazie a Dio per la vostra liberazione da quei regimi oppressivi”.

Il Pontefice, ricordando il cardinale Joseph Beran, che trascorse un lungo periodo dal 1949 al 1963 fra carcere e confino, afferma che come così non bisogna dimenticare i misfatti del comunismo, nello stesso tempo, non bisogna dimenticare la resistenza di “tanti vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli che hanno resistito con eroica fermezza alla persecuzione comunista, giungendo persino al sacrificio della vita”. Infine Benedetto XVI ricorda S. Agnese di Praga, beatificata da Giovanni Paolo II nel 1989, principessa medievale, figlia del re Ottokar I°, un evento che ha annunciato la liberazione del Paese dall'oppressione atea.

A questo punto della sintesi, il professore Introvigne, apre una riflessione sulla questione delle persecuzioni nella Chiesa e si domanda: fanno bene o male? Anche perché il Papa, dopo il viaggio nella Repubblica Ceca, aveva tracciato un bilancio sulle conseguenze e sul costo della lunga persecuzione del totalitarismo ateo. La questione è stata ampiamente dibattuta dagli storici per esempio in relazione alla Rivoluzione Francese, dove, certamente l'esempio dei martiri e della resistenza in Vandea ha convinto e convertito molti, ma nello stesso tempo, la tempesta rivoluzionaria ha prodotto un calo notevolissimo della pratica religiosa in Francia. “I persecutori – scrive Introvigne – hanno successo e raggiungono il loro scopo di scristianizzazione, ecco perché la Chiesa non si augura persecuzioni”.

Il ragionamento sulla Francia vale per la persecuzione comunista e quindi per la repubblica Ceca, che è uno dei paesi del mondo con la più bassa partecipazione alla Messa cattolica e ai culti di altre comunità e Chiesa cristiane. Il Papa ricorda l'euforia che ne seguì dopo la libertà raggiunta, ma ben presto, questa euforia si dimostrò ambigua. Infatti, rimangono alcune domande in sospeso: “Per quale scopo si vive in libertà? Quali sono gli autentici tratti distintivi?Benedetto XVI fa riferimento alla sua enciclica Caritas in Veritate, dove ricorda che “la vera libertà presuppone la ricerca della verità”, e questo vale sia per il singolo che per la società e la politica.

Il Papa non può non ricordare come spesso le società post-comuniste, spesso, sono affascinate “dalla moderna mentalità del consumismo edonista, con una pericolosa crisi di valori umani e religiosi e la deriva di un dilagante relativismo etico e culturale”.

Il relativismo fa male, porta atteggiamenti di ripiegamento su se stessi, di disimpegno e perfino di alienazione. Questo disfacimento strutturale non è un processo spontaneo, secondo il Papa, ci sono dei veri e propri teorici ed organizzatori del degrado relativista. In uno dei suoi discorsi nella repubblica Ceca, il Pontefice afferma che “alle conseguenze del lungo inverno del totalitarismo ateo, si stanno sommando gli effetti nocivi di un certo secolarismo e consumismo occidentale” e così la società che si è liberata del comunismo, ora si trova a “contrastare una nuova dittatura, quella del relativismo abbinato al dominio della tecnica”, quella tecnocrazia che il Papa ha tanto vigorosamente denunciato nell'enciclica Caritas in Veritate.

Dopo l'inverno comunista, bisogna lottare per un'autentica primavera. I cattolici devono stare in prima fila, alla desolazione della società post-comunista, occorre reagire non ripiegando su se stessi, ma scendendo in campo con un'azione apologetica e missionaria.

Il viaggio del Papa termina con un bel quadro, mi riferisco a quel recupero a cui auspica da qualche tempo Benedetto XVI: Il vero, il buono e il bello. Tutti i cattolici sono chiamati a questo recupero. Qui il Papa, affida ai fedeli un vero programma socio-culturale e religioso. 1 Per il vero. Il coraggio della missione dev'essere anzitutto apologetico: “il coraggio di presentare chiaramente la verità”. 2 Per il buono. E' un tema che si ripete in tutti i viaggi degli ultimi due Pontefici, in sostanza ciascun Paese cristiano è invitato a ritornare alle sue radici cristiane. Ovunque, scavando nelle radici, si trovano santi e uno speciale legame con la Madonna. Una memoria che rischia di perdersi, soprattutto tra i giovani. Anche nella storia della repubblica Ceca c'è il ripetuto e meraviglioso intervento di Dio, che suscita santi, spesso anche tra principi, re e regine, veri padri dei loro popoli. Praga conosce l'epopea del re martire, San Venceslao.

3 Per il bello. Torna sul tema a lui molto caro della via pulchritudinis; il cammino della fede può iniziare a partire dalla bellezza. E qui il Papa dà una lettura stupenda del suo viaggio a Praga, il cuore dell'Europa. Tanta gente viene qui per visitare le sue bellezze, ma il Papa propone non sole quelle estetiche, ma quelle che portano a Dio.

Termina con una meditazione sulla memoria della storia dell'Europa e sulla bellezza, sul buono e sul bello che s'incontrano al castello di Praga: “Il castello di Praga, straordinario sotto il profilo storico e architettonico (...)esso racchiude nel suo vastissimo spazio molteplici monumenti, ambienti e istituzioni, quasi a rappresentare una polis, in cui convivono in armonia la Cattedrale e il Palazzo, la piazza e il giardino (...)l'ambito civile e quello religioso, non giustapposti, ma in armonica vicinanza nella distinzione”.

Concludo con un auspicio: forse a partire dalla bellezza si potrà salvare l'Europa scristianizzata, invecchiata e senza speranza.

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