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Martedì, 18 Febbraio 2020

La nostra fede deve diventare vita in ognuno di noi, diceva il Papa Benedetto XVI a Lisbona in occasione della beatificazione dei due pastorelli di Fatima, Giacinta e Francesco, inoltre è necessario che ogni cristiano si trasformi in un testimone in grado di rendere conto a tutti e sempre della speranza che lo animi. E continuando nel discorso, affermava: “soltanto Cristo può soddisfare pienamente i profondi aneliti di ogni cuore umano e dare risposte ai suoi interrogativi più inquietanti circa la sofferenza, l'ingiustizia e il male, sulla morte e la vita nell'Aldilà”. Credo che Maria Biffi Levati, abbia tutte le caratteristiche di una vera testimone di Cristo come si augura il Papa.

Paola Scaglione, giornalista e saggista, ha scritto, Unico fine, la gloria di Dio. Maria Biffi Levati, fondatrice delle Misericordine, edito dalle Edizioni Ares nel maggio scorso (www.ares.mi.it). Maria Biffi era una donna benestante monzese (1835-1905), visse una storia di santità nell'ordinario. Come ogni essere umano ha operato nel tempo che finisce, ma ha sentito l'urgenza di costruire qualcosa che duri nel tempo come la Congregazione delle suore Misericordine, ormai presenti in tutto il territorio nazionale. Ha lavorato sempre nel luogo dove è vissuta, la città di Monza, secondo la propria condizione di donna di casa, di moglie e di madre prima, di vedova poi.

Maria Biffi, tipica donna della Brianza ottocentesca, con i piedi piantati per terra, con le sue mani operose si è dedicata, nonostante fosse già madre di tre figli, all'accoglienza e al soccorso dei poveri e dei malati della sua città. In lei troviamo una tensione continua verso il paradiso, un luogo reale, in cui ogni bene è per sempre. “Con naturale semplicità Maria testimonia che cosa sia la vita nuova generata dalla fede, manifestandola con praticità tutta briantea nell'agire ben prima che nel parlare”. Maria Biffi per ben 27 anni fu seguita nella sua opera di apostolato da don Luigi Talamoni, sacerdote monzese, proclamato beato nel 2004 da Giovanni Paolo II. Ben presto divenne il suo padre spirituale, sostenendo il suo impegno per dare vita a una famiglia di religiose consacrate al servizio degli infermi, con il fine di portare, attraverso il sollievo delle cure materiali al malato, l'amore a Cristo e alla Chiesa in ogni casa. L'amicizia tra Maria e don Luigi Talamoni, li porterà dritti alla santità.

Rimasta vedova nel 1879, dopo aver pazientemente accudito il marito ammalato per sette anni, si impegna con particolare energia per rispondere alla propria vocazione. “La logica che la muove – scrive Paola Scaglione nell'introduzione – e radicalmente evangelica: il criterio in base al quale agisce non è l'approvazione del mondo ma la volontà di farsi santa per guadagnare il paradiso”. Spesso la Biffi deve subire manifestazioni di ostilità anche da parte dei parenti, ma lei sopporta con pazienza, anche se non manca mai di esprimere il proprio giudizio e di chiarire le ragioni delle proprie scelte. Cerca sempre di non rompere nessun rapporto, è convinta che il compito della vita è lavorare sempre per la gloria di Dio, anche se è cosciente che non tutti sono fratelli e amici di Dio, pertanto, l'amica più grande deve essere la verità. Verità che la Biffi proclama con franchezza assoluta, anche quando si tratta di esprimere giudizi sgradevoli, ma sempre con estrema carità. Del resto, “non si può amare il prossimo se non si ama Dio”, scrisse don Talamoni in una sua commemorazione. La sua vita è intessuta di azioni ordinarie: figlia rispettosa e ubbidiente, moglie innamorata del marito, madre premurosa, custode della casa. Maria Biffi, non è un'intellettuale, per lei Dio è un'esperienza viva,attraverso la concretezza dell'agire quotidiano si esprime la sua risposta all'amore divino. La sua risposta è “senza mezze misure, perchè la regola di Maria è quella di dare tutto ciò che possiede – tempo, energie, lavoro, ricchezze – a chi ne ha bisogno, sempre consapevole che nel venire incontro alle necessità materiale o spirituale delle persone che incontra sta servendo Gesù”. Per fare questo era consapevole che bisognava usare bene il tempo della nostra vita.

Per continuare l'opera caritativa intrapresa la Biffi lascia delle indicazioni ben precise. Non era idealista, né sentimentale, conosce bene le difficoltà della vita, quindi esorta e sollecita le suore a non guardare ai sacrifici, alle bassezze di certi lavori, alle dicerie, ai disprezzi e alle invidie.

Maria Biffi, era convinta che qualsiasi azione doveva portare al bene totale, alla salvezza dell'anima. Neppure un istante, una parola, un gesto possono andare sprecati. Ecco perchè secondo Maria,“avviare al bene una famiglia, mettere sulla retta via un giovine, l'innestare nei bimbi la virtù, il buon costume, l'ammaestrarli col buon esempio, l'istruirli anche mentre affaticate intorno a essi, o in qualunque altro modo, con qualche piacevole detto o esempio dei santi, o qualche fatto della Sacra Scrittura, affezionarli al lavoro, insegnar loro l'ordine, l'economia, la pulitezza, la riserbatezza, la prudenza evangelica, tutto questo non è poca cosa, e val bene la pena di qualche rabbuffo e di qualche sacrificio”. Operare in questo modo non solo serve per diventare buoni cristiani ma anche buoni cittadini, il nostro tempo avrebbe urgentemente bisogno di certe donne come la Maria Biffi Levati.

 

Benedetto XVI in una catechesi di qualche anno fa, ha ricordato che la Chiesa esce dalle crisi grazie alla santità. Nella Storia del Cristianesimo possiamo vedere che “sono i santi, guidati dalla luce di Dio, gli autentici riformatori della vita della Chiesa e della società. Maestri con la parola e testimoni con l'esempio”. Del resto anche Paolo VI era convinto che gli uomini del nostro tempo “sono disposti ad ascoltare i maestri nella misura in cui sono testimoni. Le persone guardano i cristiani, osservano i loro comportamenti e ascoltano le loro proposte soltanto se provengono da una vita coerente”. Una coerenza che troviamo nella vita di due donne: una spagnola e l'altra italiana: Montserrat Grases e Maria Biffi Levati. In questi giorni roventi di luglio ho letto due biografie pubblicate dalle Edizioni Ares di Milano.

Per la prima, ho letto un agile libretto di poche pagine (73) di monsignor Flavio Capucci, Sono felice, Montserrat Grases. Una ragazza verso gli altari.(2012). Montse era di Barcellona, visse fino all'età di 17 anni, è morta il 26 marzo 1959. Una ragazza intelligente con un gran senso dell'umorismo. Sempre contenta, allegra, sprizzava vita e salute. L'apostolato fu uno degli aspetti della vita cristiana che l'attraeva maggiormente e in cui si impegnava di più. Una delle gioie maggiori che Montse ha avuto nella sua vita fu quella di sapere che il fratello Enrique voleva diventare sacerdote. L'abbandonarsi totalmente a Dio ha determinato la svolta decisiva di entrare nell'Opus Dei. Ma ben presto venne colpita da una grave malattia alla gamba, il sarcoma di Ewing. In pochi mesi di vita, Montse si spegne lentamente tra atroci dolori. La giovane ragazza spagnola affronta la malattia con grande serenità, senza fare drammi, anzi il suo abbandono a Dio, non gli faceva mai pensare alla malattia.

Il testo di monsignor Flavio Capucci fa intravedere una forte personalità spirituale della giovane ragazza. Le sue pratiche di pietà non avevano mai una impostazione devozionalistica riduttiva, il tutto mirava sempre al progresso delle virtù cristiane fondamentali, quali la carità, l'umiltà, la fede, la santa purezza, la generosità. Nei suoi quadernetti alla precisa domanda: come si fa a diventare santi? Si può leggere: Lottando per fare bene, con amore, le piccole cose che costituiscono la trama delle nostre giornate. In pratica compiere con amore i propri doveri di stato, verso Dio e verso gli altri.

Ogni sera Montse considerava tutta la sua giornata per vedere quali erano i difetti da evitare e la ragazza notava che tutti i giorni c'era qualcosa da modificare, nonostante lei si impegnasse a fondo. La santità, come diceva San Josemaria, “è lotta: cerchiamoci di non ingannarci:se nella nostra vita costatiamo pure momenti di slancio e di vittoria, costatiamo pure momenti di decadimento e di sconfitta. Tale è stato sempre il pellegrinaggio terreno dei cristiani, non esclusi quelli che veneriamo sugli altari(...). Non ho mai apprezzato quelle biografie che ci presentano – con ingenuità, ma anche con carenza di dottrina – le imprese dei santi come se essi fossero stati confermati in grazia fin dal seno materno”. Il fondatore dell'Opus Dei continua, “Non è così. Le vere biografie degli eroi della fede sono come la nostra storia personale: lottavano e vincevano, lottavano e perdevano; in tal caso , contriti, tornavano alla lotta”. Per concludere, la nostra vita interiore dev'essere, un cominciare e un ricominciare. Del resto “la conversione è cosa di un istante; la santificazione è opera di tutta la vita”.

Per la presentazione di Maria Biffi Levati, fondatrice delle Misericordine, alla prossima puntata.

 

Un’antica leggenda narrava che un imperatore cinese periodicamente ascoltava le musiche che si suonavano nel suo impero per capire con quale mentalità ragionassero i suoi sudditi.

Lo facevano per magia ? Per divinazione ? Per abitudine ? No ! La sua era una vera e propria perizia medica.

Per analogia, oggi qual'è la "musica" che si suona nel nostro “impero”, cioè nella nostra società ?

La perizia medica è impietosa: la nostra società ha perso il "linguaggio simbolico"? Sempre meno si "suona" il linguaggio dei simboli perché la cultura dominante li ha bollati come vecchi, superati e quindi da reprimere.

E' dagli anni ‘60 che i Valori-Simbolo vengono considerati alla stregua di “catene" e quindi da recidere.

Già qualche decennio prima una psicanalista, Melanie Klein scriveva: "è   in corso una inversione del processo di simbolizzazione o più esattamente un processo di sublimazione. Una società che si era costruita su grandi riferimenti simbolici si ritrova oggi a doverne constatare il corrosivo regredire di senso. La Patria sta diventando interesse collettivo più che identità nazionale; la Religione sta diventando religiosità individuale; il Popolo sta diventando moltitudine di massa; la Famiglia sta diventando un contenitore di soggettività a moralità multiple; la Ragione sta diventando "petite raison"; il Lavoro sta diventando un’operazione di secondo livello rispetto all’arricchimento facile con mezzi facili; l’etica sta diventando un elenco di indicatori di social responsability;, la Passione si sta sfarinando in pulsioni".

Orbene, questi processi secolari (nati con la rivoluzione francese e proseguiti con la rivoluzione bolscevica e la sessantottina) hanno corroso le idee comuni e le convergenze sociali e hanno ridotto il tutto in mucillagine, in poltiglia.

Ma se il dettato evangelico “dai frutti li riconoscerete” è vero, mi sembra di poter affermare che il frutto è immangiabile. Forse quelle che venivano giudicate “catene” non erano così male, anzi forse erano cordoni ombelicali al punto che averli recisi ha determinato la morte del corpo sociale.

E forse non hanno del tutto torto coloro che affermano che l’attuale crisi non è una crisi economica ma una crisi antropologica.

E allora che fare? Un nuovo Sant’Ambrogio oggi cosa farebbe, sembra che ci stia domandando il grande Benedetto XVI, nel discorso agli amministratori di Milano?

Jacques Derrida ci ricorda che “in principio erano delle rovine”. Cosa ci vuol dire il filosofo francese?

Che prima di esserci rovine, prima, all’inizio, in principio appunto, c’era qualcosa. Un qualcosa che nel tempo è stato distrutto e che oggi bisogna ricostruire. Ecco perché bisogna ripartire dai Principi.

Il Cristianesimo realizzò un nuovo umanesimo, riconoscendo nei fatti la dignità della Persona, cosa fino ad allora sconosciuta.

Donne, bambini, ammalati, anziani, poveri, carcerati, affamati di giustizia, prima di Cristo erano degli emarginati, dei calpestati, addirittura erano inesistenti. Solo il cristianesimo li ha valorizzati e da quel momento li ha riconosciuti Persone.

E oggi, di fronte a questa crisi antropologica dalle conseguenze devastanti che si fa?

Benedetto XVI ci dice che come Cristo, come Sant’Ambrogio, bisogna ripartire ancora una volta dalla riscoperta della Dignità Umana.

Quante donne, in molti Paesi al mondo, sono calpestate nella loro dignità? E che dire dei bimbi abortiti che hanno meno diritti dei cuccioli di un cane? E gli anziani e gli ammalati che sono minacciati da legislazioni eutanasiche?

La nostra società per risorgere deve ripartire di nuovo da qui, dai Valori-Simbolo, dai Principi.

E agli amministratori alla Sant'Ambrogio che vogliono lasciare il segno nella storia, non resta che diventare "ricostruttori indomiti di Città distrutte" .

Traggo dal testo “Rovesciare il '68” di Marcello Veneziani, edito da Mondadori, che ho appena letto, alcune riflessioni controcorrente. Già il sottotitolo evidenzia la caratteristica del libro: “pensieri contromano su quarant'anni di conformismo di massa”.

In estate in tutti i paesi soprattutto del sud si festeggia i loro compleanni, le feste patronali. Vengono concentrate in questo periodo per farle coincidere col ritorno in patria degli emigrati. Ormai sono ridiventato anch'io un emigrato. Veneziani nel suo libro evidenzia il contorno umano che solitamente si può trovare in queste feste: “(...)luminarie e bancarelle come uno straniero in patria, circondato da neri vendono elefanti in legno, cd masterizzati e caricatori di cellulari, arabi che sciamano con imprecisati malloppi nei vicoli del centro storico, peruviani col loro artigianato finto etnico, più qualche cinese che vende cianfrusaglie di pacchiana inutilità”. Da sottolineare che lo scrittore pugliese non è razzista, del resto, lo scrive nel libro: “il peggior razzismo è nel considerare il diverso uguale a noi e agli altri. Fingendo che non esiste nessuna differenza, si nega e si disprezza la sua diversità”.

Facendo riferimento al suo paese, ma ognuno può fare riferimento al proprio, Veneziani col piglio polemico, scrive: “Torni nella piazza del tuo paese per cercare il sapore del tempo perduto e ti sembra di essere sceso in Senegal o in Costa d'Avorio”. Il giornalista pugliese insiste: “I luoghi più tipici del tuo paese sembrano i padiglioni di una fiera internazionale; cerchi la tradizione e trovi la globalizzazione, girone sfigati. Torni nel grembo materno della tua terra e trovi l'ipermercato dei vu cumprà”. In sostanza, per Veneziani, una festa patronale dovrebbe essere un evento straordinario che dovrebbe farti uscire dalla vita quotidiana, invece, “l'invasione globale riduce la festa a un suk in cui si vendono le stesse cose di ogni luogo e di ogni giorno”.

Una festa patronale non può diventare una specie di “giochi senza frontiere, il Bronx o una specie di raduno degli sfollati del pianeta”, a questo punto, meglio abolirla, “piuttosto che snaturarla in una specie di notte bianca e globale. E subito si chiede: “che ci azzeccano i neri con San Pantaleo e i cinesi con la Madonna del Pozzo? Chi dice che questo è razzismo è un cretino. Il razzismo nasce al contrario da chi non comprende l'esigenza di coltivare il locale oltre il globale, di tutelare l'identità a fianco della solidarietà”. Del resto per non apparire razzisti, non possiamo schiacciare le nostre tradizioni col rullo compressore, così rischiamo di far esplodere le identità represse e mortificate, che col tempo, possono assumere anche forme aggressive, tribali, razziste, xenofobe. Giusto aprirsi al mondo per conoscere l'altro, ma ognuno di noi dovrebbe avere il diritto a qualche occasione per ritrovare il proprio habitat, la propria inconfondibile casa. “Abbiamo bisogno di novità ma anche di rassicurazioni. Non puoi tornare a casa e trovare un cinese al posto di tua madre. E' come se alla sagra del pesce azzurro si vendessero cotolette alla milanese”. Tra l'altro, mi raccontano i miei parenti che nel mio paese nativo, le vecchie case, le stanno comprando con pochi euro, gente straniera, impensabile fino a qualche anno fa.

Veneziani non manca di criticare le cosiddette notti bianche, che sono sbarcate anche nei piccoli comuni. “Ce l'abbiamo pure noi. Ma condannare un piccolo paese a passare la notte in bianco è una festa o una punizione?” Si chiede Veneziani. Del resto, “che ci fanno i poveri abitanti di un piccolo comune per una notte intera in giro nelle quattro strade che battono tutto il dì?” I piccoli comuni non possono permettersi attrazioni di grande livello, allora ci sarà il “solito concertino skrauso, inevitabilmente di serie C, la solita taranta”. Mentre la città offre maggiore attrazione a cominciare dallo spettacolo di se stessa. E' un pò triste per un paese esortare qualche decina di giovani a tirar tutta la notte, a inventare un nuovo cococò. Questo è il vero provincialismo, imitare la città, che poi si tratta di una ripetizione pacchiana dell'originale. Pertanto si possono comprendere le ragioni delle varie amministrazioni che cercano consensi tra i giovani, “però questo bagno di pubblico di rock, questo welfare della pizzica, ricorda l'Eca di una volta, l'ente comunale assistenza applicato alla circense e non al pane per i poveri”.

C’è un abuso del termine legalità. Non c’è ambiente che ormai non ne parli, ma bisogna intendersi bene sul significato di questa parola.

Ritengo che la legalità debba avere alcuni requisiti:

  1. La legalità si deve coniugare con la responsabilità.

Solo una contemporanea responsabilità verso se stessi e verso gli altri, infatti, garantisce una vera   giustizia sociale. In altre parole, i diritti o meglio si potrebbe dire, la dignità verso gli altri si esercita solo se si fa il proprio dovere. Un po’, tanto per fare un esempio come quando ci si ferma al semaforo rosso. Solo così la circolazione stradale è fluida e sicura, consentendo a chi ha il verde di poter passare liberamente ed in sicurezza. In assenza di rispetto del proprio dovere-obbligo, la circolazione dei mezzi diverrebbe caotica, se non addirittura pericolosa.

  1. La legalità vale sempre, anche per le cose che apparentemente sembrano di piccolo spessore.

Quando la società accetta o tollera le piccole illegalità, la coscienza si intorpidisce e si auto-giustifica. I ragazzi “pizzicati” a deturpare i muri esterni ed interni (talvolta anche di scuole), o gli adulti rimproverati da qualche raro vigile urbano zelante quando buttano a terra le cicche delle sigarette, spesso si giustificano con la abusata, quanto terribile frase, “così fan tutti”.

Fra l'altro questo atteggiamento remissivo verso le piccole illegalità produce nelle persone positive e di buona volontà, una sfiducia deleteria: “ E’ inutile intervenire, dicono costoro, perché tanto le cose non cambiano". Anticamera questa per successive grandi illegalità.

  1. La legalità va coltivata in tutti, soprattutto nei giovani.

I giovani hanno il cuore intrepido e tendono a non essere conformisti. Ecco perché bisogna instillare in loro atteggiamenti, ideali e pensiero forte. La "ribellione positiva" nei giovani, infatti, va coltivata perché solo da loro può nascere il cambiamento sociale.

Vale la pena a questo punto recensire un film che al recente Festival di Cannes ha avuto una grande accoglienza, confermata anche da un premio importante al 29° Torino Film Festival.

Il film è francese, delle sorelle Delphine e Muriel Coulin e dire che è   coraggioso, è dire poco. Si   intitola "17 Ragazze" ed è tratto da una storia vera accaduta in Massachusetts (USA) nel 2008.

Una liceale rimane incinta e sulla scia dell’andazzo comune e della cultura dominante riceve pressioni per abortire. Partner, genitori, bidelli, tutti a spingerla a togliere di mezzo quella vita che le pulsava dentro. La pressione su di lei è inaudita, ma Camille (questo è il nome nel film), tra l’amore per il suo bimbo e la voglia di ribellarsi al conformismo progressista, trova la forza per dire no all'aborto. E così pian piano comincia un opera di contestazione e di reazione verso il suo ambiente. Lei è così forte e originale che pian piano tutte le 16 compagne di classe per solidarietà decidono consapevolmente di restare incinte, di avere un figlio e di crescerlo aiutandosi fra loro, possibilmente in modo differente da come sono state cresciute loro stesse.

"La gravidanza delle 17 minorenni procede dunque contemporaneamente, lasciando interdetti la comunità e le autorità scolastiche, che non trovano ragioni né spiegazioni. In un’epoca in cui per una donna trovare “in coscienza” le condizioni ideali per avere un figlio è un impresa titanica, osservare che non una, ma diciassette ragazzine minorenni abbiano avuto sufficiente “incoscienza” per farlo, è fattore che deve fare riflettere.

Alla fine "17 filles" ci conduce incredibilmente ad ammirare queste ragazze anziché commiserarle. Come eroine che hanno compiuto l’impresa (Marianna Cappi. Il migliore cinema francese: giovane, ribelle, vitale).

Ma quale impresa hanno compiuto Camille e le sue amiche ? L'impresa in cui in un mondo dove la cultura dominante è quella che un cucciolo di uomo vale meno di un cucciolo di cane, dove la legalità viene sbandierata a parole ma senza legarla alla Responsabilità, c'è qualcuno, guarda caso delle ragazzine, che hanno spiegato nei fatti cosa significano amore verso la vita, legalità e giustizia sociale.

 

 

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