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Martedì, 11 Agosto 2020

Nel ripubblicare l’opera omnia di Chesterton la casa editrice Lindau ci fa imbattere in un piacevole saggio sullo scrittore medievale inglese Geoffrey Chaucer, Il racconto del mondo. Chaucer e il medioevo, pp. 358, E. 24,50 con la prefazione di Edoardo Rialti.

Un saggio che solo in apparenza può sembrare circoscritto agli addetti ai lavori, ai professionisti della letteratura medievale e per di più inglese. In realtà si tratta di un’opera in perfetto stile chestertoniano: taglio brillante ed agile, e soprattutto apologetica ora fatta in modo esplicito, ora con quel taglio ironico e sottile, quasi sfumato, che lo caratterizza. Apologetica rispetto a che cosa e contro chi? Apologetica, come sempre in rapporto al cattolicesimo e alle sue verità, qui non tanto spirituali o di fede, quanto speculative e in rapporto alla sua concreta realizzazione storica. Di quella realizzazione storica proveniente da una visione realistica del mondo e della vita attraverso cui il cattolicesimo impregnò la mentalità e gli stili di vita dell’uomo medioevalead ogni latitudine.

Contro chi? Contro la mentalità dell’inglese supponente e snob dei suoi giorni, ammaliato dall’epoca e dal modello culturale dell’Inghilterra elisabettiana, alla cui luce tutto battezzava o tutto respingeva della storia inglese.

Ebbene Chaucer, l’autore degli splendidi Racconti di Canterbury, “traduttore” (tra virgolette, nel senso anche di interpolatore e sviluppatore originale del testo tradotto, ciò chefaceva ordinariamente il “traduttore” medievale) del Roman de la rose e di Severino Boezio, nato nel 1343 e morto nel 1400, agli occhi di Chesterton dimostra che il tipo umano e la mentalità dell’inglese contemporaneo nasce solo nell’età rinascimentale, affermandosi in epoca elisabettiana e trionfando nei secoli successivi: ma nel medioevo inglese proprio non è rinvenibile.

Il medioevo inglese è, come nel resto dell’Europa occidentale e del nord, cattolico in tutto e per tutto; e l’uomo inglese era allora quasi indistinguibile dal francese, per cultura e addirittura per linguaparadossalmente, ma con esattezza storica, Chesterton può affermare che è stata santa Giovanna d’Arco a far nascere l’Inghilterra.

Chaucer, ironizza Chesterton, “era orgoglioso di essere inglese [nel senso vittoriano del termine] di sana pianta, con la Bibbia sotto il braccio e il libro della contabilità sotto l’altro, quanto lo era un cosacco del XII secolo di essere un comunista del XX secolo”.

Chaucer è ancora l’uomo della Cristianità unita, del mondo del Sacro Romano Impero, della fedeltà feudale, evidente anche nel suo servizio a Giovanni di Gand e a Re Riccardo II, la cui sconfitta è avvertita da Chesterton come un profondo ed infausto cambiamento di indirizzo della monarchia inglese che da popolare diventa aristocratica, con conseguenze evidenti sulla società. Chaucer è ancora l’emblema di un mondo che ha il suo centro religioso in Roma, nel papa. Un mondo che vive dell’ideale di crociata e nel rammarico per non riuscire a compierla.

In lui Chesterton vede invece l’uomo che incarnava “i quattro pilastri della Cristianità”, ovvero l’essere inglese in un tempo in cui la coscienza dell’identità nazionale era agli albori; Cattolico in un tempo in cui l’unità cattolica europea era all’inizio della sua fine; cavaliere nel momento dell’autunno della cavalleria e borghese al tempo stesso, per l’ambiente nel quale visse, sotto il sistema delle Gilde. Un uomo dunque che visse nell’autunno di un’epoca, ma che di quell’epoca faceva pienamente e consapevolmente parte.

Ovviamente la questione religiosa è sempre centrale nelle riflessioni di Chesterton. Né Chaucer né la sua epoca precorsero la Riforma. Nel medioevo, spiega Chesterton, i cristiani non venivano sconvolti dal fatto che un papa falso potesse opporsi a un papa vero, ma che “uno dei papi si fosse messo pubblicamente a dire che il purgatorio non esisteva”. Cioè che pronunciasse eresie. Così come l’ironia e la polemica di Chaucer contro un monaco non è figlia di un pregiudizio religioso simile ai luterani ma, semmai, una polemica contro un monaco che non era abbastanza monaco, cioè non conduceva una vita conforme al suo stato nella cattolicità e agli ideali che aveva sposato.

La polemica antiprotestante corre anche su un binario parallelo che investe lo spirito della modernità. Il medioevo ne costituisce l’antitesi e tale antitesi si coglie nella disputa “sulle idee”. “Il mondo medievale – scrive Chesterton - con tutti i suoi crimini, e la sua crudeltà, era intensamente interessato alle idee in quanto idee e non era affatto interessato ad esse perché medievali. I moderni invece, e in particolar modo i modernisti, sono profondamente interessati al fatto che le idee moderne sono moderne”. E ancora: ”Chaucer non fu un uomo che si preoccupava che le idee fossero nuove. A lui bastava … che fossero vere”. Sul piano della mentalità e del raziocinio il medioevo fu l’epoca della logica per eccellenza, dell’equilibrio dagli estremi, radicalmente opposta a quella rinascimentale-elisabettiana interessata a “sondare le voragini estreme dell’esistenza e i precipizi dell’immaginazione umana” con la conseguenza, nota acutamente Chesterton, che se ciò implica un incremento di libertà, ne comporta pure un altro in termini di perdita di sanità. E il raffronto anche letterario Chaucer-Shakespeare oppure storico tra l’epoca di Riccardo II (1369-1400) e l’età elisabettiana ne rendono ragione: le prime furono epoche dove il senso della comunità e di una visione della vita conforme a una comune filosofia generale erano evidenti, rispetto ad un’epoca sì di straordinaria intelligenza ed acutezza, di fine diplomazia e di arte politica, ma non fu un’epoca “ariosa” quale è quella che si respirava attraverso le opere di Chaucer; né si è in presenza di uno spirito popolare come al tempo di Riccardo II: quella medievale fu infatti epoca di rivolte popolari, quella di Elisabetta, invece, di cospirazioni.

La modernità rinascimentale-elisabettiana è tendenzialmente cupa e la letteratura lo illustra chiaramente: non Dante è cupo e Shakespeare allegro, come la vulgata vorrebbe. Chesterton rovescia il giudizio: Shakespeare avrebbe potuto cimentarsi nel descrivere l’Inferno, scrive, ma non nel raccontare il Paradiso: lì, il concetto di “ariosità”, si manifesta in tutta la sua ricchezza. E come Dante anche Chaucer possiede questa “ariosità” perché era la stessa l’aria che si respirava nella sua epoca, a differenza della cupezza shakespeariana che “sembra identificarsi con Amleto che definiva la Danimarca una prigione, e anche il mondo intero una prigione”.

La forza del realismo del medioevo cattolico, che ne determinava nella società una varietà di espressioni e di colori sgargianti riflettentisi a loro volta nell’arte e nella letteratura, consisteva, a giudizio di Chesterton, nell’armonica presenza di due forze che solo raramente rivaleggiavano: il misticismo della Fede e il pensiero e la saggezza ereditati dal paganesimo. Due modelli che correvano paralleli, ma con quello cristiano che stava al di sopra. Il Cattolicesimo medievale ebbe la mirabile capacità di compiere questa sintesi espressa nei capolavori della Summa di Tommaso d’Aquino e nella Commedia di Dante, attraverso i quali la filosofia e la teologia riuscirono a costruire un sistema completo, ragionevole, di una pienezza tale da “non permettere che il suo stesso pensiero fosse frammentario; … che un frammento della verità fosse buono tanto quanto la verità nel suo complesso. Ancor meno si azzardò a pensare, come fa il vero eretico, che un frammento della verità fosse migliore della verità”. Come si vede in Chesterton l’apologeta è sempre dietro l’angolo. Lui cattolico in una società compattamente e orgogliosamente protestante non manca mai di ricordare la Verità cattolica che si esprime nella verità della storia e della logica. Convinto come era che il cattolicesimo è il luogo nel quale tutte le verità si danno appuntamento, Chesterton non temeva il confronto con nessun dato della storia, dell’esperienza, del pensiero, in ogni campo. E le sue opere ci dimostrano che veramente l’apologetica è un’opera di carità, la carità della Verità, di quella Verità che conduce alla Chiesa cattolica e a Cristo. E non uno sterile esercizio di dialettica sofistica col quale affermare se stessi e le proprie ragioni.

Tommaso Gallarati Scotti (Milano 1878-Bellagio 1966), scrittore, soldato, antifascista, ambasciatore, promotore di iniziative culturali e politiche, dedica a Fogazzaro (La vita di Antonio Fogazzaro, Morcelliana, Brescia 2011, pp.504, euro 30,00) pagine ricche di pathos e di spirito critico, ricche di osservazioni e ben documentate. Si legge nell’Avvertenza: "Tommaso Gallarati Scotti considera come definitiva l’edizione della Vita di Antonio Fogazzaro del 1963. Riteniamo tuttavia che la prima edizione pubblicata nel 1920 corrisponda maggiormente al pensiero e agli intenti dell’autore, che scrive subito dopo i dubbi e le domande sollevate a lui e al Fogazzaro dalle condanne e dal clima determinatosi con la crisi del modernismo. Per questo si è deciso di ristampare l’edizione del 1920”. E già l’Avvertenza introduce a capitoli difficili di storia del cattolicesimo italiano ed europeo. La Premessa è firmata da Gianfranco Ravasi, che di Fogazzaro sottolinea la salda fede cattolica:nei confronti di Ravasi si leva qualche voce critica proveniente da ambienti teologici ultraconservatori.

Gallarati Scotti racconta la vita di Fogazzaro dall’infanzia alla fine: la gioventù, gli studi giuridici non graditi, l’amore per la letteratura, la famiglia, i successi e gli insuccessi letterari. E soprattutto le opere e il pensiero. Antonio Fogazzaro (1842-Vicenza-1911) riflette sulla poesia, discute di scienza e fede,partecipa al dibattito culturale del suo tempo, al dibattito culturale e politico, ai movimenti di riforma religiosa. Le sue opere – Miranda, Valsolda, Malombra,Daniele Cortis, Il mistero del poeta, Piccolo mondo antico, Ascensioni umane, Piccolo mondo moderno, Il Santo, Leila- sono ampiamente studiate nella loro genesi, nel loro valore poetico e letterario, nella loro valenza filosofico-religiosa, nel loro spirito pedagogico. Saggi di notevole livello, che spiegano il mondo tormentato di uno scrittore grande e non sempre compreso. Gallarati Scotti ammira il Fogazzaro, ne sostiene e difende condotta e coerenza: ma non si astiene dal segnalare anche momenti controversi. Il suo profilo di Fogazzaro è la biografia più completa e credibile e apprezzabile dello scrittore vicentino. Il capitolo diciottesimo s’intitola La parola di don Giuseppe Flores:una testimonianza viva, un discorso che aiuta a leggere l’anima di Fogazzaro, che “non era un uomo fatto per vivere senza scrivere,senza agire” (p.371). Interessanti le Appendici, che comprendono il saggio di Maurilio Guasco (Gallarati Scotti. Per una nuova spiritualità del laicato), di Francesco Spera (Gallarati biografo e interprete di Fogazzaro), di Claudia Crevenna (Nota alle tre edizioni della Vita).

Figura eminente del rosminianesimo, Antonio Fogazzaro vive il dramma di Rosmini, fatto oggetto di persecuzioni e calunnie in ambienti ecclesiastici, e del modernismo. Non conosce di persona il Roveretano, ma ne segue la lezione con animo appassionato e convinto, e non condivide la posizione di tanti modernisti, coi quali dialoga serenamente: si dice “moderno”, non modernista. Perché moderno, studia e discute correnti e idee del suo tempo: l’idea di evoluzione ebbe per lui una “virtù esaltatrice. Per lui, il periodo degli studi sulla ipotesi di Darwin, fu uno dei più intensi della sua vita spirituale” (p.194). Tommaso Gallarati Scotti spiega parole e gesti di Fogazzaro asceta e si sofferma su lettere, appunti, pagine di diario, utili a costruire non solo l’itinerario intellettuale dello scrittore, ma anche il suo mondo intimo,umano e cristiano. Fogazzaro ama l’Italia, l’Italia conosciuta non su “qualche insipido manuale di storia”, l’ama “come una creatura viva”, una creatura “per la quale si andava a morire con gioia sulle barricate” (p.27). Credente fervido (dopo il ritorno alla fede), cerca nella Bibbia Iddio. Nella Bibbia “leggeva la storia sacra di Dio che discende verso la più piccola e la più grande delle sue creature e dell’uomo che ascende verso Dio” (p.104). Ama la Chiesa (e si sottomette alla sua disciplina) e ne auspica il rinnovamento nello spirito delle rosminiane Cinque piaghe”. Idee politiche e sincera ansia religiosa ispirano la sua arte e il suo impegno nella cultura e nella società. Figlio della Chiesa, contrario a devozioni irregolari, anticlericale, cattolico-liberale: auspica apertura, gesti di misericordia, dialogo. Un riformismo religioso e politico vissuto con straordinaria partecipazione. Un’Italia che si incammini sulle vie della giustizia, una Chiesa che sappia leggere le esigenze del mondo moderno. Fogazzaro condanna le miserie del mondo laico, ma nel contempo esalta la “più pura e gloriosa tradizione cattolica”. Scrive l’autore: "Ricordo con quale fuoco di entusiasmo egli parlasse a questo proposito delle più grandi figure di laici che avevano avuto una parte attiva nella vita della Chiesa. Dante e S. Francesco gli parevano due gigantesche figure…” (p.346).

Il libro è ricco di riferimenti a eventi e personaggi. Una storia d’Italia e una storia del cristianesimo. E’ ricco di riferimenti a uomini di Chiesa ( papi,cardinali, preti, teologi), letterati, politici, pensatori. Un libro di storia che la Morcelliana ha inteso ripubblicare come contributo al dibattito del nostro tempo.

papaloreto

Benedetto XVI ha voluto iniziare le celebrazioni del cinquantenario dell'apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II ricordando un avvenimento, oggi ampiamente dimenticato ma a suo avviso essenziale, che a quell'apertura fu preliminare. Il 4 ottobre del 1962, il beato Giovanni XXIII (1881-1963) si recò in pellegrinaggio al santuario della Santa Casa di Loreto per affidare alla Madonna il Concilio, una settimana prima della sua inaugurazione. A cinquant'anni di distanza, Benedetto XVI ha voluto anch'egli recarsi a Loreto, dove ha celebrato la Messa, per ricordare quell'atto di affidamento del Concilio alla Madonna, di cui ben pochi si ricordano ma che secondo il Pontefice fu invece un avvenimento d'importanza cruciale. Lo fu - certo - nell'ordine spirituale, ma anche dal punto di vista storico tornare su quel pellegrinaggio del beato Giovanni XXIII a Loreto aiuta a capire le sue intenzioni per il Concilio che in quel mese di ottobre 1962 stava per aprirsi.

Il Papa ha ricordato che il beato Giovanni XXIII, «Papa indimenticabile»,  «nutriva una filiale e profonda devozione alla Madonna» e ha rievocato le parole pronunciate cinquant'anni fa dal suo predecessore a Loreto: «Oggi, ancora una volta, ed in nome di tutto l’episcopato, a Voi, dolcissima Madre, che siete salutata Auxilium Episcoporum, chiediamo per Noi, Vescovo di Roma e per tutti i Vescovi dell’universo di ottenerci la grazia di entrare nell’aula conciliare della Basilica di San Pietro come entrarono nel Cenacolo gli Apostoli e i primi discepoli di Gesù: un cuor solo, un palpito solo di amore a Cristo e alle anime, un proposito solo di vivere e di immolarci per la salvezza dei singoli e dei popoli. Così, per la vostra materna intercessione, negli anni e nei secoli futuri, si possa dire che la grazia di Dio ha prevenuto, accompagnato e coronato il ventunesimo Concilio Ecumenico, infondendo nei figli tutti della Santa Chiesa nuovo fervore, slancio di generosità, fermezza di propositi».

Lo scopo di questo pellegrinaggio del cinquantenario di Benedetto XVI a Loreto è stato anche quello di «affidare alla Madre di Dio due importanti iniziative ecclesiali: l’Anno della fede, che avrà inizio tra una settimana, l’11 ottobre, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e l’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, da me convocata nel mese di ottobre sul tema "La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana"». Non è un esercizio di mera retorica devozione le affidare queste iniziative alla Madonna. Se l'Anno della fede ha lo scopo di ravvivare, appunto, la fede, si tratta di un anno in cui tutti dobbiamo «metterci alla scuola di Maria, di lei che è stata proclamata "beata" perché "ha creduto" (Lc 1,45)». E neppure partire da Loreto è casuale. «Questo Santuario, costruito attorno alla sua casa terrena, custodisce la memoria del momento in cui l’Angelo del Signore venne da Maria con il grande annuncio dell’Incarnazione, ed ella diede la sua risposta. Questa umile abitazione è una testimonianza concreta e tangibile dell’avvenimento più grande della nostra storia: l’Incarnazione». Maria è la prima maestra della fede, perché «ha offerto la propria carne, ha messo tutta se stessa a disposizione della volontà di Dio, diventando "luogo" della sua presenza, "luogo" in cui dimora il Figlio di Dio».  Come risulta già dalla sua risposta all'angelo nell'Annunciazione, «la volontà di Maria coincide con la volontà del Figlio nell’unico progetto di amore del Padre e in lei si uniscono cielo e terra, Dio creatore e la sua creatura. Dio diventa uomo, Maria si fa "casa vivente" del Signore, tempio dove abita l’Altissimo».

Ma non è casuale neppure che il beato Giovanni XXIII sia venuto a Loreto cinquant’anni fa e abbia affidato il Concilio a Maria. Sì, molti hanno dimenticato questo affidamento, ma questa è una ragione di più per ricordarlo oggi. A Loreto, per citare ancora le sue parole del 1962, il beato Giovanni XXIII invitava a «riflettere su quel congiungimento del cielo con la terra, che è lo scopo dell’Incarnazione e della Redenzione», e continuava - aggiunge Benedetto XVI - «affermando che lo stesso Concilio aveva come scopo di estendere sempre più il raggio benefico dell’Incarnazione e Redenzione di Cristo in tutte le forme della vita sociale». Ancora una volta, insiste il Pontefice, non si trattava di una clausola di stile che come tale sarebbe di scarso interesse per chi studia il Concilio, ma di «un invito che risuona oggi con particolare forza. Nella crisi attuale che interessa non solo l’economia, ma vari settori della società, l’Incarnazione del Figlio di Dio ci dice quanto l’uomo sia importante per Dio e Dio per l’uomo». Questo voleva essere, nelle intenzioni del beato Giovanni XXIII, l'aspetto essenziale del Concilio, e questo in ogni caso dobbiamo ricavare dal Concilio oggi. «Senza Dio l’uomo finisce per far prevalere il proprio egoismo sulla solidarietà e sull’amore, le cose materiali sui valori, l’avere sull’essere. Bisogna ritornare a Dio perché l’uomo ritorni ad essere uomo. Con Dio anche nei momenti difficili, di crisi, non viene meno l’orizzonte della speranza: l’Incarnazione ci dice che non siamo mai soli, Dio è entrato nella nostra umanità e ci accompagna».

Dal pellegrinaggio del beato Giovanni XXIII a Loreto, Benedetto XVI ha ricavato tre altri importanti spunti per un'interpretazione del Concilio e dei suoi scopi alla luce del suo affidamento a Maria da parte di Papa Roncalli. Questi spunti ruotano attorno a un'idea fondamentale del beato Giovanni XXIII. Le ideologie moderne avevano seminato equivoci a proposito del tema decisivo del rapporto tra Dio e la libertà dell'uomo. Il Concilio avrebbe dovuto dissiparli.

Il primo spunto parte dalla Casa di Loreto e dal «dimorare del Figlio di Dio nella "casa vivente", nel tempio, che è Maria» per concludere che il Concilio voleva offrire al mondo intero e all'uomo contemporaneo quella speciale «casa» che è la fede. «È la fede, allora, che ci dà una casa in questo mondo, che ci riunisce in un’unica famiglia e che ci rende tutti fratelli e sorelle. Contemplando Maria, dobbiamo domandarci se anche noi vogliamo essere aperti al Signore, se vogliamo offrire la nostra vita perché sia una dimora per Lui; oppure se abbiamo paura che la presenza del Signore possa essere un limite alla nostra libertà, e se vogliamo riservarci una parte della nostra vita, in modo che possa appartenere solo a noi». Questo, come aveva intuito il beato Giovanni XXIII, è il grande dramma dell'uomo moderno, cui le ideologie hanno fatto credere che Dio sia un ostacolo alla libertà dell'uomo. «Ma è proprio Dio che libera la nostra libertà, la libera dalla chiusura in se stessa, dalla sete di potere, di possesso, di dominio, e la rende capace di aprirsi alla dimensione che la realizza in senso pieno».

Il secondo spunto viene dal luogo stesso in cui il beat Giovanni XXIII scelse di recarsi in pellegrinaggio per l'affidamento del Concilio a Maria: la Santa Casa di Loreto. «Come sappiamo, essa fu collocata sopra una strada. La cosa potrebbe apparire piuttosto strana: dal nostro punto di vista, infatti, la casa e la strada sembrano escludersi». Invece «proprio in questo particolare aspetto, è custodito un messaggio singolare di questa Casa. Essa non è una casa privata, non appartiene a una persona o a una famiglia, ma è un’abitazione aperta a tutti, che sta, per così dire, sulla strada di tutti noi». Ecco un altro messaggio essenziale del Concilio al mondo: abbiamo tutti un posto nella casa che è la Chiesa, la libertà trova il suo compimento e la sua meta proprio in questa casa, perché in fondo «siamo tutti pellegrini, che dobbiamo essere sempre in cammino verso un’altra abitazione, verso la casa definitiva, verso la Città eterna, la dimora di Dio con l’umanità redenta».

Infine, un terzo spunto. Il pellegrinaggio del beato Giovanni XXIII poneva il Concilio sotto il segno dell'Annunciazione. Tutti conosciamo il racconto dell'Annunciazione, nota Benedetto XVI, eppure c'è «un aspetto che non finisce mai di stupirci: Dio domanda il "sì" dell’uomo, ha creato un interlocutore libero, chiede che la sua creatura Gli risponda con piena libertà». E il Papa cita san Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), che in un celebre sermone così si rivolge a Maria: «L’angelo attende la tua risposta, perché è ormai tempo di ritornare a colui che lo ha inviato… O Signora, da’ quella risposta, che la terra, che gli inferi, anzi, che i cieli attendono. Come il Re e Signore di tutti desiderava vedere la tua bellezza, così egli desidera ardentemente la tua risposta affermativa… Alzati, corri, apri! Alzati con la fede, affrettati con la tua offerta, apri con la tua adesione!». Nell'Annunciazione c'è già tutta la risposta che, secondo il beato Giovanni XXIII, il Concilio doveva dare agli equivoci sulla libertà dell'uomo indotti dalle ideologie. «Certo, il "sì" della Vergine è frutto della Grazia divina. Ma la grazia non elimina la libertà, al contrario, la crea e la sostiene. La fede non toglie nulla alla creatura umana, ma ne permette la piena e definitiva realizzazione».

Riparte dunque dalla Santa Casa di Loreto il cammino della retta interpretazione del Concilio nell'Anno della fede.  Occorre tornare, insiste Benedetto XVI, a proporre a tutti l'autentica nozione della libertà. Occorre tornare a mostrare - secondo quello che il beato Giovanni XXIII si attendeva come messaggio essenziale del Concilio - che Dio non è il nemico, ma è l'amico della libertà degli uomini, «perché ogni uomo possa diventare dimora di Dio» come lo fu la Santa Casa di Loreto.

Articolo tratto dal sito del Cesnur (Centro Studi sulle nuove religioni)

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Il 17 ottobre dello scorso anno era resa pubblica – recando, significativamente, come data formale l’undici di ottobre, anniversario dell’indizione del Concilio Vaticano II – la Lettera Apostolica Porta Fidei, per mezzo della quale si indiceva un Anno della fede. Il motivo, nella sua semplicità, è, in realtà, drammatico. L’uomo contemporaneo, causa il nichilismo nel quale è immerso e del quale ormai, non ha neanche contezza, è incamminato verso l’oblio del sacro, della dimensione ultramondana della sua vita: la maggioranza dei nostri simili, a noi coevi, ritiene questa vita come l’unica possibilità che il caso ha offerto loro e, dunque, cercano di suggerne – come fosse un frutto –, qui ed ora, tutte le “dolcezze”possibili, costi quel che costi. Dimenticando, così, due “massime”, che, invece, potrebbero aiutarci a vivere meglio; la prima è del padre Sertillanges, domenicano (1863-1948): «Dio, spesso, ci aiuta non aiutandoci». La seconda, forse ancora più icastica, è di James Lowell (1819-1891) : «Soddisfare i nostri desideri è una delle punizioni più severe cui Dio possa sottoporci». Naturalmente, il Santo Padre, custode primo della Fede, non poteva non fare qualcosa, per indicare all’uomo del duemila la giusta direzione da seguire: ed ecco l’anno della fede, per vincere quella crisi di fede e morale – della quale la crisi economica è solo l’epifenomeno, come ha più volte ricordato lo stesso pontefice –, che svuotando la vita di significato, aumenta la fatica di vivere, attuando, così, quel paradosso esemplarmente reso dalla penna del giornalista ed umorista francese Alphonse Allais (1854-1905): «Più la vita è vuota, è più diventa pesante». In particolare, il Papa rileva che il presupposto della fede, come elemento del vivere comune è ormai negato. Più avanti, rincara la dose: «Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone». All’inizio dell’Anno della fede, dunque, può essere utile ripercorrere le tappe finali di un processo storico ormai plurisecolare – dalla rivoluzione luterana – di Rivoluzione, che ha portato lentamente, ma inesorabilmente all’erosione della fede nel popolo di Dio e che, appunto, ha toccato molte persone. In questa sede, come dicevo, basta soffermarci su quanto accaduto negli ultimi ottant’anni. Negli anni ‘30 del secolo scorso, si sviluppò una sorta di neo-marxismo guidato da Antonio Gramsci (1891-1937) prima e dalla scuola di Francoforte poi; cercò di andare oltre la semplice dittatura del proletariato da raggiungere tramite la lotta di classe. I prodromi di questa storia risalgono al 1922; Lenin riunì una sorta di comitato all’Istituto Marx-Engels di Mosca per ripensare in chiave più moderna il concetto di rivoluzione. Tra i partecipanti a questo incontro vi erano, fra gli altri, Gyorge Lukacs (1885-1971) e Willy Munzenberg (1889-1940). Lo scopo di quella riunione era di precisare il concetto di Rivoluzione culturale; purtroppo, si giunse al risultato sperato e si arrivò alla conclusione che la rivoluzione sarebbe dovuta divenire “totale”: tutto l’uomo e quanto lo riguardava, doveva essere coinvolto. Secondo lo schema della dialettica hegeliana nulla sarebbe dovuto rimanere immutato: affetti, lavoro, famiglia, costumi, giudizi, tutto sarebbe dovuto essere investito e trasformato dalle forze materiali della storia. In particolare, Lukacs individuò nella forza prorompente dell’istinto sessuale il grimaldello per scardinare la famiglia e la società borghese. In perfetto accordo, del resto, con quanto avevano detto Marx (1818-1883) prima e Gramsci dopo; essi individuarono le roccaforti della società occidentale, cristiana, nei corpi intermedi con la loro complessa articolazione: attenzione alla persona, famiglia, corporazioni, associazioni, municipio e religione con la forza morale da essa derivante e capace, dunque, di frenare gli istinti animaleschi dell’uomo. Munzenberg, invece, ebbe un’intuizione geniale, di per sé neutra, usata poi come una “gioiosa macchina da guerra” dai francofortesi: «Dobbiamo organizzare gli intellettuali per corrompere l’Occidente». L’anno seguente fu creato a Francoforte l’Istituto per il marxismo, poi mutato in Istituto per la ricerca sociale; per capirne l’importanza basta vedere i nomi di alcuni suoi collaboratori: Max Horkeimer (1895-1973), Theodor Adorno (1903-1969), Wilheim Reich (1897-1957), e il già citato Herbert Marcuse (1898-1979). Oltre ai nomi, per capirne l’influenza, estesa fino ai nostri giorni, occorrerà guardarne programmi e strategie; si prefissero lo scopo, —riuscendovi, di fatto — di creare una cultura completamente alternativa a quella naturale e cristiana: trasformazione della famiglia tradizionale nella comune, cambio totale dei costumi sessuali, libertà di drogarsi, abbandono di ogni forma di autorità e cortesia, ect. Fu importante, per la strategia del gruppo, il trasferimento a metà degli anni 30 negli Stati Uniti; dalle prestigiose Università americane, questa controcultura si diffuse più velocemente nel mondo: anzi, essa costituì l’asse portante del 68’. Un ruolo preponderante per la diffusione lo ebbe proprio Marcuse, il quale — sulla scia del trotzkismo — comprese, che tanti e tali cambiamenti nel costume e nel comune sentire degli uomini, dovevano essere diffusi lentamente e capillarmente, quasi come microbi invisibili: diversamente, ci sarebbe stata la reazione. Purtroppo, ci vide bene. Lo studioso Corrado Gnerre, rilevando, come il passaggio dalla rivoluzione socioeconomica a quella culturale, poteva non richiedere più l’esistenza di partiti monolitici, granitici, ingessati, ma qualcosa di più fluido, ha felicemente tratteggiato la strategia francofortese: «Occorrevano, per esempio, delle lobbies, dei gruppi di pressione, capaci di muoversi in campo culturale e di modificare i giudizi delle masse. Ma non solo. Soprattutto questi gruppi di pressione dovevano essere capaci di acuire le tensioni sociali, ecc…per fare in modo che lo scontro sociale stesso potesse produrre la definitiva mutazione della civiltà tradizionale e cristiana». Esattamente quello che è successo negli ultimi trent’anni. Un altro che potremmo definire “profetico, — anche se nel male — fu Adorno, che espresse un’opinione sui media, assolutamente centrata e, poi, adeguatamente sfruttata dai pensatori rivoluzionari. Scrisse che: «Allorquando la maggioranza degli americani avesse trascorso il proprio tempo davanti alla televisione o ad uno schermo cinematografico, sarebbe stato facilmente portato a termine il processo di distruzione della società capitalista borghese». Sua fu anche l’intuizione che “l’industria culturale”crea bisogni e modelli di comportamento uniformi. Significativo e condivisibile, appare il commento di Gnerre: «Oggi, il cosiddetto uomo della strada cosa risponderebbe a domande come queste: “Cosa è la verità? Oppure Esiste la verità? Sicuramente nicchierebbe palesando la giustezza e la correttezza del suo nicchiare. Ormai il suo pensiero è perfettamente in sintonia con il talk—show televisivo della sera precedente». In quegli stessi anni, anche la massoneria perseguiva i medesimi obiettivi con metodi identici. Come rileva la studiosa Angela Pellicciari — citando e un articolo uscito su una rivista massonica americana nel 1928 e, poi, documenti sequestrati nell’ottocento alle logge romane —, si mira a recidere il legame dell’uomo con Dio, con la società, e con la famiglia attraverso un uso smodato dell’istinto sessuale. Il fine era quello di “costruire” un “uomo nuovo”, fiaccato dalle passioni; infatti, un individuo isolato, senza valori forti, sarebbe divenuto più facilmente un ingranaggio dello Stato, che tutto avrebbe dominato: naturalmente, gli uomini a capo di un simile Stato sarebbero stati gli stessi massoni. Leggiamo quanto riportano i documenti citati dalla Pellicciari: «La religione non teme i colpi di spada; ma può estinguersi sotto i colpi della corruzione. Non stanchiamoci mai della corruzione: usiamo un pretesto come lo sport, l’igiene, la cura della salute. E’ necessario corrompere: che i nostri giovani pratichino il nudismo.

Per scongiurare una reazione eccessiva, bisogna procedere metodicamente: bisogna cominciare con lo scoprire il gomito; poi passare alle ginocchia; quindi a gambe e braccia completamente scoperte; poi la parte superiore del torace, le spalle, ecc. ecc.”. (…)”Abbiamo deciso che non vogliamo più cristiani; evitiamo dunque di fare martiri: pubblicizziamo piuttosto il vizio presso il popolo”; “L’essenziale è isolare l’uomo dalla famiglia, è fargliene perdere le abitudini”; “L’uomo ama le lunghe chiacchiere al caffè e assistere ozioso agli spettacoli. Intrattenetelo, lavoratelo con destrezza, fategli credere di essere importante; insegnategli poco a poco ad avere disgusto delle occupazioni quotidiane, e così, dopo averlo separato da moglie e figli e dopo avergli mostrato quanto è faticoso vivere adempiendo ai propri doveri, inculcategli il desiderio di una vita diversa». Purtroppo, è di un’evidenza lampante, si è lavorato più che bene…quanto auspicato, oggi, è realtà! A ben vedere, sembra il copione, già scritto, di tanti programmi televisivi attuali, fiction e talk-show, che si credono originali ed invece eseguono, – di solito inconsapevolmente e ciò è grottesco – piani già decisi altrove… Programmi, questi, tesi a ridicolizzare e a mettere in cattiva luce chiunque tenti di adempiere “normalmente! ai propri doveri di stato. Per convincersene, basta accendere la TV, soprattutto dall’ora di pranzo in poi, quando la famiglia è riunita a tavola… Anzi, la parola “doveri” è proprio scomparsa dal sentire comune; tutti, ormai, ossessivamente, non fanno che chiedere diritti, diritti e ancora diritti. Lo scrittore e giornalista Vittorio Messori, su questo argomento, riportò alcune penetranti osservazioni, che il dissidente sovietico A Solzenicyn: pronunciò in un famosissimo discorso a Harvard, nel 1978: «Per l’Occidente è venuto il momento di affermare i doveri delle genti più ancora che i loro diritti (…) Non vedo alcuna salvezza per l’umanità al di fuori dell’auto-restrizione dei diritti di ciascun individuo e di ciascun popolo». Inutile ricordare, che da quel momento su Solzenicyn e sulla sua opera intellettuale è caduta una sorta di damnatio memoriae per opera della cosiddetta intellighenzia occidentale, Apprestiamoci, dunque, a vivere questo Anno della fede – che si concluderà il 24 novembre 2013, vigilia della festa di Cristo Re – cercando di vivere in prima persona – a partire dallo scrivente – gli aspetti fondamentali messi in evidenza da BenedettoXVI.

James Russell Lowell

James Russell Lowell

 

In primis, rafforzare nella fede noi stessi – attraverso la riflessione – per meglio comunicare agli altri –ad intra e ad extra nella Chiesa – la bellezza dell’adesione al vangelo. Allo scopo, il papa raccomanda specificamente di approfondire lo studio del Catechismo della Chiesa Cattolica – del quale ricorre il ventesimo anniversario di pubblicazione – e dei documenti del Concilio Vaticano II – del quale ricorre il cinquantesimo dell’apertura –, da lui definito come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX. Ha poi sollecitato, ovviamente, la nostra testimonianza personale: occorre essere dei credenti credibili. Testimonianza che, tuttavia, non può ridursi al privato o al massimo negli spazi sacri, ma che deve essere anche pubblica. Infine, occorre partecipare alla vita della Chiesa perché la stessa professione della fede è un atto personale ed insieme comunitario.

Insomma, abbiamo davanti un anno ricco di grazie e di possibilità; a ciascuno il suo secondo i propri carismi ed inclinazioni. A nessuno, però, è permesso di stare con le mani in mano: buon Anno della fede a tutti!

Cosimo Galasso

thatcher e reagan

 

Gli ultimi scandali alla Regione Lazio non fanno altro che rafforzare l’indignazione popolare contro il ceto politico, e così si ritorna a parlare di tagli, e di riduzione degli uomini politici in questo caso della politica locale. Ma basterà? Basteranno i controlli preventivi della Corte dei Conti sulle Regioni? Ma non li facevano anche prima, in particolare per le regioni dove il fenomeno corruzione era più diffuso.

Sul sistema di governo locale, forse ha ragione il professore Antonio Martino, è indifendibile e va cambiato con la massima urgenza. Non c'è quasi regione italiana che non sia stata investita da scandali connessi alla gestione avventurosa quando non truffaldina del pubblico denaro. Dalla Lombardia alla Sicilia, passando per il Lazio e la Puglia, è stato un susseguirsi di sordidi episodi di malaffare, sprechi, ruberie e simili”. Infatti, pare che l’amministrazione locale sia quasi tutta figlia di quella 1a Repubblica equamente distribuita in entrambi gli schieramenti politici. 

Dunque la soluzione finale è nel sostituire un ceto politico con un altro? Ripartire da zero, dal nulla, come hanno fatto le ideologie del 900? Mi sembra estremamente pericoloso, sono d’accordo con le riflessioni di Renato Farina: le persone non si rottamano, non sono cose. Non credo però che sia solo questione di rottamazione del vecchio per dare spazio al giovane, forse è opportuno ripartire dai contenuti, magari dai principi non negoziabili. Certamente l’operazione primarie è un ottimo strumento per ripartire, è bene stanno facendo Alfredo Mantovano e Gianni Alemanno con i circoli delmovimento Nuova Italia. Anche se non condivido qualche loro timida apertura a Monti.L’onorevole Mantovano rispondendo alle domande del quotidiano online Sussidiario.net, ha affermato che“certamente i festini colpiscono e disgustano per le la forza evocativa della immagini a cui abbiamo assistito. Effettivamente, tuttavia, rappresentano solo una parte del problema. La punta di un iceberg costituito da un ingombrante presenza dello Stato in settori che potrebbero tranquillamente funzionare da sé”. Insomma la questione delle questioni è lo Stato mamma che pensa a tutto.  

A questo proposito sono interessanti le riflessioni di Piero Ostellino in un suo libro di qualche anno fa, Lo Stato canaglia, edito da Rizzoli, sulla cosiddetta casta dei politici e quindi sul best-seller che ha avuto tanto successo, La Casta, di Sergio Rizzo e Antonio Stella. Attenzione, scrive Ostellino, non credete che il problema si risolve semplicemente “sostituendo alla testa dello Stato i disonesti con gli onesti”. L’economista del Corriere della sera ribadisce che “la casta non è, al contrario di quanto sostenga la vulgata popolare e contrabbandino moralisti e analisti incolti o in totale malafede, una classe politica disonesta o anche solo incapace. No. La casta è, al contrario, lo Stato stesso; Stato ipertrofico, invasivo; Stato della spesa pubblica e delle tasse elevate; Stato razionalmente consapevole del proprio ruolo e determinato a imporlo”. In sostanza per Ostellino, è lo “Stato canaglia” che, attraverso i rappresentanti del popolo al governo, quale ne sia il colore, utilizza l’eccesso di potere di cui dispone per estorcere quanta più ricchezza può al popolo”. Per poi distribuirla alla classe politica di governo e degli enti locali, agli alti dirigenti della pubblica amministrazione, alle varie corporazioni, nonché sotto forma di assistenzialismo, cioè a quella fetta di popolazione della quale vuole garantirsi il consenso.

lo Stato canaglia

 

Ed è veramente originale quello che Ostellino pensa del libro di Rizzo e Stella, definendolo“la Bibbia del qualunquismo e del populismo militanti”, in pratica un’arma contundente da brandire sempre e comunque contro la politica “sporca”, certamente è alimento dell’antipolitica. Anche se il libro ha offerto un’infinità di esempi di sprechi, inefficienze, privilegi, offrendo un ottimo servizio di documentazione, fin qui tutto bene, ma non ha fatto l’ulteriore passo avanti. Non ha detto “quale sia il ‘nessocasuale’, il rapporto fra causa – la natura dello stato e la cultura della sua classe dirigente – ed effetto (gli sprechi, le inefficienze, i privilegi)”. Purtroppo per Ostellinoil libro La Casta ha una propensione allo scandalismo fine a se stesso, una specie di sindrome autoritaria del giustizialismo dipietrista in politica.

Il libro di Ostellino riesce a fotografare egregiamente la realtà sociopolitica del nostro Paese che non è libero, dove tutto è vietato tranne ciò che è esplicitamente consentito. L’Italia è un Paese paralizzato da un numero spropositato di leggi e regolamenti, qualcuno sostiene che sono addirittura centocinquantamila, tra l’altro scritte male, astruse e incomprensibili. Il nostro Paese “è soffocato dalla cultura burocratica invasiva e ottusa; gestito da una pubblica amministrazione, pletorica, costosa e inefficiente e, non di rado, corrotta; vessato da un sistema fiscale punitivo per chi paga le tasse e distratto nei confronti di chi non li paga; prigioniero di corporazioni e interessi clientelari; nelle mani, da Roma in giù, della criminalità organizzata”.

E’ un’analisi esagerata quella di Ostellino? Non credo, soprattutto dopo aver letto una notizia shock sul quotidiano online Legnostorto.com. a proposito di una ragazza della bassa bresciana uccisa dal suo fidanzato nel 1989, che poi venne condannato a undici anni di carcere, con l'accusa di omicidio volontario ed occultamento di cadavere. L'assassino, grazie ai benefici di legge, di carcere ha scontato circa sei anni. I giornali ne riparlano oggi, a distanza di ventitrè anni, perché “il fiscoha avuto la faccia di chiedere ai genitori della giovane i soldi per le spese processuali. L'importo, come noto ai più, dovrebbe essere a carico al condannato ma, nella fattispecie, questo non è successo e lo Stato non ha trovato nulla di meglio che chiedere quei soldi ai genitori dell'uccisa trasformandoli in due volte vittime”. Una somma non piccola, ottomila euro dell'imposta di registro di quella sentenza che condannò l'assassino della loro figliola. Secondo l’articolista di legnostorto, il fisco italiano ha fatto questo ragionamento: «considerando che io Stato non sono riuscito ad incassare l'importo da chi era destinato a versarlo, intanto paga tu e poi ti rivali sulla persona giudicata colpevole». La quale, aggiungiamo noi, se non ha rispettato la legge con lo Stato, men che mai lo farà con il privato. Quest'ultimo, dal canto suo, dovrebbe prima pagare di tasca propria la somma reclamata e poi rivalersi, anche tramite gli organi preposti dello stesso Stato (tribunali, ufficiali giudiziari, ecc.) verso chi la stessa avrebbe dovuto versare.

E allora, anche in questo caso come in innumerevoli altri ancora, la domanda da porsi è purtroppo sempre la medesima: è mai possibile sapere di avere a che fare con un siffatto Stato (ed il suo fisco)?(Gianluca Perricone, Come è possibile avere a che fare con questo Stato? 3.10.12 Legnostorto.com)

Pertanto per concludere, questo Stato predatore, che si è sviluppato nel corso di oltre duecento anni, non è la soluzione, ma il problema, come pensava Ronald Reagan, il presidente della deregulation che ha rilanciato l’economia americana. Piuttosto occorre auspicare una bella cura dimagrante di questo Stato che si riduca il suo potere e si ripristini l’autonomia della società civile e dell’individuo.

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