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Mercoledì, 26 Febbraio 2020

Attacchi al Papa. Al Papa Benedetto XVI. Attacchi sconsiderati mossi sin dal suo insediamento. E occasionati da scandali, controversie,discorsi. Occorre fare chiarezza. E’ l’intento di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, giornalisti e scrittori vivaci, autori di Viva il Papa. Perché lo attaccano, perché difenderlo (Vallecchi,2010, pp. 188, € 13,00 )

Presupposto (o tesi?) del volume:”Si aggredisce Joseph Ratzinger,come fosse un cittadino qualunque, poiché ha mostrato di voler riportare Roma al centro del mondo”(p.7). E l’aggressione è “maramaldesca, infingarda, feroce, scellerata” (p.6). Discorso di Ratisbona, riforma liturgica, interpretazione del Vaticano II: un papa restauratore? Le cronache registrano un attacco odioso. Ma il Papa rimane sereno e va avanti, sempre sostenuto dall’intento di affermare le verità del Credo cattolico. Gnocchi e Palmaro prendono le distanze da un cattolicesimo fragile, tutto moda e tutto mondo,e sostengono con convinzione un cattolicesimo radicato nella tradizione e nell’insegnamento dei papi che nei momenti difficili della storia, quando la Chiesa appare vacillante, resistono, si alzano in piedi e riaffermano la dottrina della fede cattolica (pp.38-39).

 

I due autori sono ben documentati e procedono nel loro discorso con citazioni di scrittori cattolici robusti e incisivi (è ben presente Chesterton). Ma non giova alla linearità del discorso e all’intento che lo ispira lo spirito polemico,rivolto a chi è esterno alla Chiesa e identificato come nemico, rivolto anche ai nemici interni : uno schema purtroppo non nuovo, già abbondantemente sperimentato. La difesa del cattolicesimo – intento sincero del libro- non può essere costruita sul binomio progressisti-conservatori: e in ogni caso né gli uni né gli altri possono essere segnalati come negativi e positivi in termini netti. Soprattutto non appaiono generosi i riferimenti a preti e vescovi impreparati, nudi, burocrati…e al “mito” del Concilio.

Pagine su cui riflettere quelle di Benedetto XVI. Il papa incompreso di Isabelle de Gaulmyn (EMP,2011, pp.168, € 13,00). Giornalista del quotidiano “La Croix” e di altre importanti testate francesi, è particolarmente attiva nell’informazione religiosa: studia eventi e vicende ecclesiali, ne scruta lo spirito, ne esamina portata, ne discute ricezione e conseguenze. Studia soprattutto stile e messaggi papali.E di Benedetto XVI evidenzia preoccupazioni e convinzioni.E parte da una constatazione nata in Piazza San Pietro: “Benedetto XVI non è una star”. E aggiunge:”E non vuole esserlo”.

“Consapevole forse come nessun altro delle debolezze e delle fragilità della chiesa,Benedetto XVI pensa alle sfide che lo attendono. La sua risposta è quella di un uomo estremamente coerente e –cosa meno nota- di una profonda spiritualità” (p.8).

Parte prima: Fine del papa superman. Parte seconda:La chiesa di Benedetto XVI.Parte terza: I cattolici del papa. Parte quarta:Guardando a Oriente. Parte quinta:Conflitti di valori. E a conclusione l’allegato (otto tavole) sulla chiesa di Benedetto XVI che guarda all’Africa. Il racconto di Isabelle de Gaulmyn è documentato,ricco di riferimenti a fonti e discorsi e atteggiamenti:è condotto con rigore, nulla concede a mode e a furbizie giornalistiche, tutto proteso a capire e a far capire la mente e il cuore di un pontefice pensoso, che vuole rimettere al centro della vita ecclesiale Cristo e il suo messaggio autentico. “La sua originalità sta nello spiegare in modo totalmente nuovo il nocciolo della fede cristiana” (p.50).

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"Il governo si sta inoltrando verso una maggiore tassazione che ha colpito le famiglie italiane, che hanno avuto la possibilità così di fare meno acquisti". Silvio Berlusconi presenta il nuovo libro di Renato Brunetta 'Il grande imbroglio' al teatro Adriano.
Il Cavaliere lancia un affondo contro la politica fiscale del governo Monti, sottolineando che con la previsione di nuove imposte da parte dei tecnici a farne le spese sono le famiglie e quindi i consumi degli italiani. L'ex premier è particolarmente duro nei confronti di Equitalia "addirittura certe volte fa delle estorsioni nei confronti dei cittadini. Non va bene questo sistema per cui spetta al cittadino l'onere di provare che il fisco lo ha tassato ingiustamente".

 

In particolare Berlusconi se la prende con il blitz della Gdf di questa estate "nei luoghi di villeggiatura" e avverte: "grazie a questi controlli in Sardegna si è registrato un 40% in meno dei turisti rispetto all'anno scorso". Il Cav coglie l'occasione quindi per criticare il redditometro e per denunciare una situazione da "stato di polizia tributaria".

 

''Il redditometro - osserva - è una cosa da far paura, una cosa da Stato di polizia tributaria. Le aziende così fanno meno investimenti e meno pubblicità con il risultato di far decrescere il prodotto interno lordo''.

 

''Se si continua così - avverte - andremo verso una crisi senza fine che ci impoverirà tutti''.

 

Poi Berlusconi torna ad attaccare la moneta unica. "Il grande imbroglio non è il governo tecnico ma è l'euro", sottolinea.

 

Il meccanismo previsto dall'Esm, non potrà funzionare, perciò o la Bce diventa "banca prestatore di ultima istanza" o, "la Germania esce dall'euro, non sarebbe una tragedia", afferma. Secondo l'ex premier innanzitutto sono insufficienti i 500 miliardi di cui è dotato l'Esm e inoltre per far scattare l'intervento occorre il consenso dell'80% dei Paesi che lo alimentano.

 

Poi i Paesi bisognosi dovrebbero "di fronte al mondo dichiarare la condizione di bisogno", con un danno per l'economia di quel Paese, motivo per il quale, secondo il Cavaliere, la Spagna non sta chiedendo gli aiuti. Berlusconi nota poi come le nazioni che decidessero di ricorrere al fondo dovrebbero impegnarsi ad applicare misure che porterebbero "l'economia al collasso".

 

Critiche alle dichiarazioni dell'ex premier arrivano dal presidente della Camera Gianfranco Fini. "Berlusconi è un irresponsabile - sottolinea -. Chi è stato presidente del Consiglio non può parlare di stato di polizia tributaria che terrorizza gli italiani. Il carico fiscale, certamente troppo elevato, si combatte facendo pagare le tasse a tutti secondo i loro redditi, non certo incitando all'evasione", conclude. Berlino respinge come "assurde" le parole dell'ex premier italiano Silvio Berlusconi che ieri aveva detto che un'uscita della Germania dall'eurozona non sarebbe un dramma.
"L'idea che la Germania possa lasciare l'euro e che questo non comporterebbe un dramma per l'Europa è assurda", ha detto il portavoce del cancelliere tedesco Angela Merkel, Steffen Seibert, parlando con i giornalisti.

 

Il portavoce, commentando la possibilità di un governo Monti-bis, ha poi dichiarato: Angela Merkel ha "sempre" lavorato bene con il premier italiano Mario Monti.

Benetazzo era il mio paese

 

La settimana scorsa Mario Sechi in un fondo sul quotidiano Il Tempo descriveva egregiamente l’attuale momento storico che sta vivendo il nostro Paese. “C’è un Paese disteso sul Mediterraneo che ha qualche problema a capire la realtà”, scriveva Sechi riferendosi naturalmente all’Italia che“è un luogo ricco che si sta impoverendo, pieno di uomini e donne intelligenti che si stanno disperdendo. Fu meta del Grand Tour, cantata dai poeti, colorata dai pittori, immortalata dai narratori. È un pezzo di memoria dell’Occidente, ma dimentica i suoi tesori”. Inoltre, l’Italia è un Paese guidato da una classe dirigente ignorante, con dei partiti politici veri rimasugli del secolo scorso che hanno e ancora divorano risorse: “Hanno incassato in vent’anni oltre due miliardi di soldi pubblici, ne hanno speso un terzo, il resto è servito a finanziare «la politica», parola nobile dietro cui si sono nascosti miseri traffici privati”.Continuando nell’analisi Sechi sostiene che ogni vent’anni l’Italiagattopardescamente, cambia tutto per non cambiare nulla. Ora ivent’anni sono arrivati, puntuali, e l’Italia strepita, mormora, promette la svolta, la rivoluzione. Ma è probabile che anche questa volta non se ne fa nulla, del resto Mario Giordano nel suo ultimo libro Spudorati, non fa altro che ripetere quello che aveva scritto qualche anno prima in Sanguisughe.

Una analisi quasi simile viene fatta da un economista che non conoscevo, Eugenio Benetazzo, in un suo pamphlet pubblicato l’anno scorso per le edizioni Baldini &Castoldi, Era il mio Paese. Il futuro che attende l’Italia.Il testo scritto con straordinaria chiarezza e semplicità, un centinaio di pagine,dove l’autore, riesce a fare una sintetica fotografia dei numerosi problemi che affliggono l’Italia.E’ una vera e propria inchiesta economica fuori dal coro che dà un contributo decisivo all’informazione indipendente.

L’Italia per lui, non è più quel Paese che ti hanno sempre fatto credere, sia sul piano economico che sociale. Nell’introduzione presenta il suo lavoro, sostenendo una tesi inquietante: “L’Italia non è più il ‘Bel Paese’ di un tempo, anche per gli italiani inizia a manifestarsi un tipo di rischio che mai nessuno aveva preso seriamente in considerazione negli anni passati: il default”.

Rischiamo il collasso perché c’è“un sistema di welfare sociale eccessivamente protezionistico, investimenti infrastrutturali inesistenti, una popolazione di anziani in costante ascesa, una classe politica incompetente e impreparata (tanto a destra quanto a sinistra), una perdita di competitività sul piano internazionale senza precedenti, il lento declino dell’attività manifatturiera, l’imposizione dall’alto di una moneta troppo forte per la nostra economia, un debito pubblico tra i più alti al mondo e sempre in aumento, il peso rilevante sull’economia nazionale della criminalità organizzata, intere generazioni di ragazzi con un futuro occupazionale precario- e conclude,quanto prima bisogna dare una risposta trovando soluzioni efficaci ed efficienti, con l’obiettivo di scongiurare il rischio di uno scenario argentino, purtroppo sempre più vicino”.

Pertanto un Paese con 19 milioni di pensionati e 4 milioni di dipendenti pubblici è obbligato necessariamente a intraprendere una strada mai percorsa e mai proposta prima, quella del ridimensionamento coatto della spesa pubblica, della previdenza e dell’assistenza sociale”.

Benetazzo prevede per l’Italia quanto abbiamo visto per la Grecia e così nei decenni futuri il Bel Paese rimarrà una dicitura riportata sui libri di storia.

Il miracolo economico degli anni sessanta con circa 14 milioni di italiani assunti a tempo indeterminato dal settore pubblico e privato, ben retribuiti, col posto sicuro, è solo un ricordo. Ora con l’inizio del nuovo millennio anche il nostro Paese, a causa della cosiddetta globalizzazione, ha subito una serie di trasformazioni di natura sociale, demografica, economica e industriale. Benetazzo nel libro non parla mai di crisi economica, ma di trasformazione, lo racconta affrontando tutti i temi, con impareggiabile taglio inquisitorio e con un ritmo divulgativo incalzante, cominciando a lanciare il neologismo di “Cindonesia”: Cina, India e Indonesia sono infatti i tre Paesi destinati a occupare il ruolo primario precedentemente occupato da Stati Uniti, Europa e Giappone, destinati ormai a un lento e inesorabile declino di natura postindustriale a seguito dei famigerati processi di delocalizzazione. Benetazzoa questo proposito, ci invita a immaginare due grandi silos affiancati, uno completamente colmo, rappresenta l’Occidente, l’altro, per ora, vuoto e rappresenta le economie emergenti dell’Oriente. Secondo Benetazzo, nei prossimi anni assisteremo, in seguito a processi di trasformazione economica e produttiva, allo svuotamento del primo per il riempimento del secondo. L’invecchiamento della popolazione occidentale è il principale driver economico per capire questa trasformazione.

L’economista ci mette in guardia: “Chi ancora oggi continua a parlare di crisi economica non ha davvero compreso che cosa sta effettivamente succedendo. Non si può parlare di crisi, ma piuttosto di una fase di emergenza senza precedenti, in quanto vengono minate le fondamenta su cui il Paese era cresciuto, si è rafforzato ed era credibile…”

Fa l’esempio su quello che ha portato la globalizzazione in Italia: i processi di delocalizzazione industriale hanno distrutto lentamente i grandi distretti industriali per cui l’Italia da sempre era ammirata, invidiata e copiata. L’Italia ha perso milioni di posti di lavoro per “regalarli direttamente ad altre aree geografiche, vedi Oriente, che hanno beneficiato di un arricchimento industriale, culturale ed economico in seguito a queste migrazioni economiche”. Tutto questo è evidente nell’attività manifatturiera, solamente in Italia, “i distretti calzaturieri, tessili, dell’arredamento, delle ceramiche o quelli della concia delle pelli, sono andati completamente persi in quanto la nostra classe politica non è stata in grado di leggere in profondità i rischi che la globalizzazione imponeva, e non è in grado ancora oggi di difendere le realtà imprenditoriali che davano prestigio e slancio produttivo all’intero Paese”.Si pensi al distretto tessile di Prato, migliaia di laboratori artigiani, rilevati da imprenditori cinesi, hanno licenziato le maestranze italiane e ora utilizzano esclusivamente operai clandestini cinesi, alla luce del sole.

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Nell’udienza generale del 12 settembre 2012, continuando la sua «scuola della preghiera» sull’Apocalisse, Benedetto XVI ha esaminato la seconda parte del libro sacro, ricavandone preziose indicazioni per una teologia della storia. Secondo il Pontefice, «mentre nella prima parte la preghiera è orientata verso l’interno della vita ecclesiale, l'attenzione nella seconda è rivolta al mondo intero». Come nella prima parte, l’assemblea dei primi cristiani ascolta un messaggio dell’apostolo Giovanni proposto da un lettore. Ma nella seconda parte la visione del mondo e della storia che emerge dai messaggi è drammatica e alternativa. Emergono due mondi «in rapporto dialettico tra loro: il primo lo potremmo definire il “sistema di Cristo”, a cui l’assemblea è felice di appartenere, e il secondo il “sistema terrestre anti-Regno e anti-alleanza messo in atto dall’influsso del Maligno”, il quale, ingannando gli uomini, vuole realizzare un mondo opposto a quello voluto da Cristo e da Dio». L’assemblea è chiamata a «leggere in profondità la storia» in preghiera, cogliendo il drammatico scontro fra il «sistema» di Cristo e quello del diavolo.

Nella seconda parte dell’Apocalisse sono proposti «tre simboli, punti di riferimento da cui partire per leggere la storia: il trono di Dio, l’Agnello e il libro».

Il primo simbolo è il trono, su cui siede qualcuno «che Giovanni non descrive, perché supera qualsiasi rappresentazione umana; può solo accennare al senso di bellezza e gioia che prova trovandosi davanti a Lui». Si tratta dello stesso «Dio onnipotente che non è rimasto chiuso nel suo Cielo, ma si è fatto vicino all’uomo, entrando in alleanza con lui; Dio che fa sentire nella storia, in modo misterioso ma reale, la sua voce simboleggiata dai lampi e dai tuoni». I ventiquattro anziani e i quattro esseri viventi stanno intorno al trono e «rendono lode incessantemente all’unico Signore della storia».

Il secondo simbolo è il libro, «che contiene il piano di Dio sugli avvenimenti e sugli uomini; è chiuso ermeticamente da sette sigilli e nessuno è in grado di leggerlo». Consapevole di questa «incapacità dell’uomo di scrutare il progetto di Dio», Giovanni «sente una profonda tristezza che lo porta al pianto». Ma «c’è un rimedio allo smarrimento dell’uomo di fronte al mistero della storia: qualcuno è in grado di aprire il libro e di illuminarlo».

Questo qualcuno si rivela nel terzo simbolo: l’Agnello, cioè Gesù Cristo immolato sulla croce, che qui però appare «in piedi, segno della sua Risurrezione. Ed è proprio l’Agnello, il Cristo morto e risorto, che progressivamente apre i sigilli e svela il piano di Dio, il senso profondo della storia».

Questi simboli sono molto importanti anche per noi oggi, in quanto «ci ricordano qual è la strada per saper leggere i fatti della storia e della nostra stessa vita». Il senso della storia si capisce solo nella preghiera, che è «come una finestra aperta che ci permette di tenere lo sguardo rivolto verso Dio». Ma, per andare più in profondità, dobbiamo chiederci: «in che modo il Signore guida la comunità cristiana ad una lettura più profonda della storia?». Anzitutto, risponde il Pontefice, «invitandola a considerare con realismo il presente». È questo il significato del gesto dell’Agnello, che apre i primi quattro sigilli del libro e mostra così alla Chiesa «il mondo in cui è inserita, un mondo in cui vi sono vari elementi negativi. Vi sono i mali che l’uomo compie, come la violenza, che nasce dal desiderio di possedere, di prevalere gli uni sugli altri, tanto da giungere ad uccidersi (secondo sigillo); oppure l’ingiustizia, perché gli uomini non rispettano le leggi che si sono date (terzo sigillo). A questi si aggiungono i mali che l’uomo deve subire, come la morte, la fame, la malattia (quarto sigillo)». Quanto al primo sigillo, offre la chiave di lettura per gli altri tre, e invita a porsi di fronte al male con realismo senza però mai perdere la speranza: «E vidi: ecco, un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; gli fu data una corona ed egli uscì vittorioso per vincere ancora» (Ap 6,2). «Nella storia dell’uomo – commenta il Papa – è entrata la forza di Dio, che non solo è in grado di bilanciare il male, ma addirittura di vincerlo; il colore bianco richiama la Risurrezione: Dio si è fatto così vicino da scendere nell’oscurità della morte per illuminarla con lo splendore della sua vita divina; ha preso su di sé il male del mondo per purificarlo col fuoco del suo amore».

Ed è ancora nella preghiera che la Chiesa si convince e annuncia al mondo che «il male in definitiva non vince il bene, il buio non offusca lo splendore di Dio». Il male è presente nella storia, ma «come cristiani non possiamo mai essere pessimisti; sappiamo bene che nel cammino della nostra vita incontriamo spesso violenza, menzogna, odio, persecuzione, ma questo non ci scoraggia».

Ecco allora che, dopo una visione estremamente realistica del male presente nella storia umana, s’innalza una preghiera di lode: i ventiquattro anziani e i quattro esseri viventi cantano un «cantico nuovo», celebrando l’Agnello che farà «nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Ma attenzione: «questo rinnovamento è anzitutto un dono da chiedere». Dobbiamo chiedere al Signore «con insistenza che il suo Regno venga, che l’uomo abbia il cuore docile alla signoria di Dio, che sia la sua volontà ad orientare la nostra vita e quella del mondo». I ventiquattro anziani e i quattro esseri viventi hanno in mano, oltre alla cetra con cui accompagnano il loro canto, «delle coppe d’oro piene di incenso» (5,8a) che rappresentano «le preghiere dei santi» (5,8b). Nello stesso tempo un angelo tiene in mano un turibolo d’oro in cui pone continuamente i grani d’incenso, «cioè le nostre preghiere, il cui soave odore viene offerto insieme alle preghiere che salgono al cospetto di Dio» (cfr Ap 8,1-4). La visione c’insegna che «non esistono preghiere superflue, inutili; nessuna va perduta. Ed esse trovano risposta, anche se a volte misteriosa, perché Dio è Amore e Misericordia infinita».

L’angelo – continua il testo dell’Apocalisse – «prese l’incensiere, lo riempì del fuoco preso dall’altare e lo gettò sulla terra: ne seguirono tuoni, rumori, fulmini e scosse di terremoto» (Ap 8,5). Questa immagine ci riporta alla visione drammatica della storia; «Dio non è insensibile alle nostre suppliche, interviene e fa sentire la sua potenza e la sua voce sulla terra, fa tremare e sconvolge il sistema del Maligno».

Infine, Gesù ripete diverse volte: «Ecco, io vengo presto» (Ap 22,7.12). Secondo il Pontefice, qui non è indicata «solo la prospettiva futura alla fine dei tempi, ma anche quella presente: Gesù viene, pone la sua dimora in chi crede in Lui e lo accoglie». «L’assemblea, allora, guidata dallo Spirito Santo, ripete a Gesù l’invito pressante a rendersi sempre più vicino: “Vieni” (Ap 22,17a). È come la “sposa” (22,17) che aspira ardentemente alla pienezza della nuzialità. Per la terza volta ricorre l’invocazione: “Amen. Vieni, Signore Gesù” (22,20b); e il lettore conclude con un’espressione che manifesta il senso di questa presenza: “La grazia del Signore Gesù sia con tutti” (22,21)».

Il Papa ribadisce che «pur nella complessità dei simboli» l’Apocalisse è una «grande preghiera liturgica comunitaria », la cui ricchezza «fa pensare a un diamante, che ha una serie affascinante di sfaccettature, ma la cui preziosità risiede nella purezza dell’unico nucleo centrale»: Gesù Cristo, Signore della storia e Signore della preghiera, il cui sistema si contrappone senza posa a quello «anti-Regno» del Maligno.

Articolo tratto dal sito del Cesnur (Centro Studi sulle Nuove Religioni)

 

Copertina_Risorgimento e identità italiana

 

Sul 'Risorgimento' e sulle relative commemorazioni del centocinquantenario dell'unità nazionale si è detto e si è scritto molto: mancava però forse ancora una voce autorevole della Chiesa che facesse il punto su quanto accaduto nei mesi scorsi e ne desse i relativi criteri di giudizio, cattolicamente orientati. Con questo agile saggio (Risorgimento e identità italiana: una questione ancora aperta, Cantagalli, pp. 114 €. 12,00) lo fa ora con la consueta lucidità, riuscendoci pienamente, monsignor Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro e membro della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l'annuncio e la catechesi. Il punto di partenza, messo a fuoco nella “Prefazione” firmata da Giulio Leporini (pp. 5-9) è la presa di coscienza dell'esistenza di un'identità italiana che precede di molti secoli (e nel campo linguistico-letterario ad esempio particolarmente ovvia, da Dante (1265-1321) a Manzoni (1785-1873)), almeno sette, l'unità politica raggiunta formalmente solo nel 1861. E' un'identità culturale e religiosa rilevante che fa sì che possa esistere una ben definita Nazione italiana, con i suoi tratti tipici e le sue caratteristiche determinate, ben prima della proclamazione ufficiale del Regno d'Italia che anzi – per molti versi – aggraverà talune delicate condizioni economiche e sociali preesistenti. La scelta di un governo fortemente statalista e centralista (cd. 'questione istituzionale'), la politica anticattolica del nuovo Stato (cd. 'questione cattolica') e la vera e propria guerra civile combattuta per un decennio nel Sud (cd. 'questione meridionale') restano ad esempio 'pagine nere' della nostra storia unitaria che non possono essere separate – in nessun modo – dal giudizio complessivo sul fenomeno storico del 'Risorgimento', se si vuole restare obiettivi. Il vulnus più grande per l'Autore è dato proprio – così nell'“Introduzione” (pp. 11-20) – dalla marginalizzazione prima, e dalla lotta aperta poi, al Cristianesimo in quanto tale. Se un contributo decisivo alla formazione e all'amalgamarsi della Nazione italiana era stato dato dalle millenarie e feconde radici cristiane fatte da santi, martiri e beati, ora “una minoranza estremamente ridotta di ideologi, di massoni, di filo-protestanti e di borghesi ha preteso che la sua visione fosse l'unica possibile e che quindi questa dovesse prevalere sulle altre... [questa operazione] é stata fatta senza nessuno scrupolo, usando la violenza, la manipolazione, l'ingiustizia, la sopraffazione e il disprezzo per una maggioranza considerata informe, per quei 'cafoni' dei contadini e per quei 'fanatici' dei preti, dei frati e delle suore” (pp. 14-15). Dopo anni di vere e proprie leggende rosa ed elogi a senso unico dei vincitori urge quindi una sana lettura critica dell'intero processo risorgimentale, come il primo capitolo si premura di fare intendere fin dal titolo (“La necessità di una lettura critica del Risorgimento”, pp. 21-52). Opportunamente, l'Autore fa precedere questa interpretazione da una premessa di merito fondamentale, ovvero che: “non si può comprendere il Risorgimento italiano se non si tiene presente quel processo storico-culturale, sviluppatosi lungo il corso della modernità, che ha elaborato un progetto di sostanziale autoimmanenza, concependo l'uomo come un essere che conosce ed agisce prescindendo da Dio e con le sue sole forze promuove se stesso, edifica la società, genera storia” (p. 21), un processo che vede nella stagione dell'illuminismo, particolarmente nei suoi capofila francesi, una chiave di lettura decisiva. Il risultato ultimo - come ha poi dimostrato il XX secolo - è stato così “la costruzione di una società atea, in cui, è importante sottolineare, lo Stato è diventato il centro della vita stessa. Nel corso dei secoli questo ha portato sempre di più ad una identificazione della società con lo Stato, concependo lo Stato come la società vera” (p. 22). Con l'opera di Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) si è forse arrivati alla formulazione teorica più chiara di questa concezione laddove il filosofo tedesco scrive che: “Lo Stato é il centro degli altri aspetti concreti della vita, cioé del diritto, dell'arte, dei costumi, delle comodità. Solo nello Stato l'uomo ha esistenza razionale [...] Tutto quello che l'uomo é, egli lo deve allo Stato: solo in esso egli ha la sua essenza. Ogni valore, ogni realtà spirituale, l'uomo l'ha solo per mezzo dello Stato [...] Lo Stato non esiste per i cittadini [...] Lo Stato non é infatti una realtà astratta, che si contrapponga ai cittadini: bensì essi sono momenti come nella vita organica, in cui nessun membro é fine e nessuno é mezzo. L'elemento divino dello Stato è l'idea, com'è presente sulla terra” (cit. p. 23). Appare evidente che, così considerato, chiosa l'Autore, “lo Stato non ha più nessun motivo di giustificazione oltre sé, non ha più nessun limite, non deve più rispondere a niente, non deve più misurarsi con nessun'altra dimensione: né quella della coscienza della persona, né quella della legge di Dio” (p. 23).

E, non bastassero le considerazioni dell'illustre vescovo, vengono in aiuto persino quelle di un laico insospettabile come Paolo Mieli che – non da oggi – sostiene che fin dai primi violentissimi scontri di fine Settecento e inizio Ottocento il consenso popolare attivo andò più agli insorgenti e ai 'controrivoluzionari' che ai giacobini, ai loro imitatori e a quelli che oggi vengono definiti come i cosiddetti 'padri della Patria': in effetti “é un dato incontestabile, riconosciuto all'unanimità, che già settant'anni prima che fosse fatta l'Italia la grande maggioranza del popolo italiano era schierata dall'altra parte, si opponeva alle élite genitrici di quelle che avrebbero poi realizzato l'unità del nostro Paese” (cit. a pag. 33). Sul punto, peraltro, non va dimenticato un altro dato fattuale 'parlante', ovvero che in un Paese (come era allora l'Italia) che raggiungeva appena i venti milioni di abitanti, trecentomila persone (tante sono le vittime della resistenza anti-francese di inizio '800) morte sul campo per difendere le proprie radici rappresentano obiettivamente un'enormità. Così come, per converso, il semplice fatto che il primo Parlamento italiano della storia venisse eletto da un corpo che allora rappresentava meno del 2% della popolazione totale verrebbe oggi probabilmente considerato come una vergogna inaccettabile in ogni consesso democratico europeo. Se a questo si aggiunge la drammatica 'questione cattolica' che verrà parzialmente sanata solo nel 1929, anno in cui una decina di vescovi “erano [ancora] in carcere perché ritenuti sovversivi” mentre delle complessive 300 diocesi peninsulari “una cinquantina era senza vescovo”, si avrà forse un'idea più concreta della ferita epocale inferta in quegli anni al corpo sociale italiano nel suo insieme e alla sua plurisecolare identità. Un altro importante campo di battaglia è stata poi la scuola, dove lo Stato sabaudo ha operato una laicizzazione senza precedenti, senza peraltro riuscire a sconfiggere l'analfabetismo diffuso soprattutto al Sud: “se nel 1864 la maggior parte degli istituti formativi per le classi meno abbienti erano espressione dell'attività educativa e caritativa delle Comunità e Congregazioni religiose cattoliche e [ancora] nel 1880 più della metà dei ragazzi frequentava scuole private, alla fine dell'era giolittiana esse erano frequentate solo dal 16%” (pag. 44). Così, se oggi in Italia esiste ancora un problema di libertà educativa e le famiglie non si vedono riconosciute questo fondamentale principio di diritto naturale, le origini della crisi vanno ricercate proprio all'inizio della nostra storia unitaria, non per mettere in discussione l'unità nazionale – che è, e ovviamente resta, un valore – ma per comprendere come mai molti dei nostri insoluti problemi attuali abbiano radici così profonde e dure a morire: lo Stato italiano, in molti aspetti, si è letteralmente fatto contro – o , se proprio si vuole sposare un'interpretazione minimalista – 'almeno' a prescindere dalle esigenze e i bisogni dell'Italia reale. Affermarlo, con obiettività e senza sterili polemiche, dovrebbe essere quindi riconosciuto come un contributo propositivo al dibattito pubblico e alla conservazione della memoria nazionale, che non va ri-costruita né ri-creata in alcun modo, per il semplice fatto che già esiste da secoli, se solo si fosse disposti ad ascoltarla.

Nel secondo capitolo (“Il contributo dei cattolici”, pp. 53-93), l'Autore si sofferma invece sul ruolo svolto dalla Chiesa – pur vittima e perseguitata – nella costruzione della società italiana come la conosciamo oggi nei suoi aspetti più positivi. Ne emerge un quadro impressionante, fondato su testimonianze d'annata come quelle dello storico liberale lord Acton (1834-1902) secondo cui “per quindici secoli la Santa Sede è stata il perno della storia italiana e l'origine dell'influenza italiana in Europa” (cit. a pag. 55) e rafforzato dalla straordinaria pluralità delle esperienze caritative, educative e assistenziali fondate, incoraggiate e promosse direttamente dagli ordini religiosi. A fronte di questo qual'è stato il contributo del Risorgimento all'unità? L'Autore risponde con le parole di uno storico non certo cattolico, Gaetano Salvemini (1873-1957), che, “a questo riguardo, individua quattro immagini con cui l'unità d'Italia si affermò al Sud: il prefetto di polizia, che permetteva al governo centrale di controllare capillarmente tutto il territorio; il brigadiere o il maresciallo dei carabinieri; le imposte e la coscrizione obbligatoria, che con il metodo dell'estrazione, avviava all'esercito regio quasi unicamente i figli dei contadini” (cit. a pag. 58). Come si vede, misure che in realtà facevano pensare più a un'occupazione militare che a una liberazione. Sarà invece ancora una volta la Chiesa a farsi eco delle richieste dei più deboli, anche con un documento come il Sillabo (1864), probabilmente il più contestato in assoluto del Magistero pontificio degli ultimi due secoli: “al Sillabo spetta il merito di avere riaffermato con forza e coraggio il principio della libertà della Chiesa contro le indebite pretese e le invadenze in materia religiosa dello Stato laico [....] Forse dobbiamo anche a questo documento, tanto vituperato dalla storiografia laicista, se la Chiesa, soprattutto nella persona dei suoi pastori, ha potuto alzare la voce in tempi non troppo lontani dai nostri, in difesa della pace e della dignità della persona umana davanti alle prepotenze dei regimi totalitari” (p. 74). Con Pio IX, infatti, ha inizio anche quell'operazione di moderna sistematizzazione della Dottrina sociale della Chiesa (in realtà antica quanto il Vangelo) che successivamente vedrà con Leone XIII e soprattutto i Papi del Novecento (si pensi a Pio XI, ma anche al beato Giovanni Paolo II) una “grande stagione” (p. 75). L'impressione finale è che, come puntualizza il terzo capitolo (“Identità nazionale, cultura ed educazione”, pp. 95-114), dall'attuale crisi identitaria che affligge il corpo sociale italiano si possa uscire soprattutto attraverso un graduale processo di formazione e 'purificazione' culturale, quindi educativo, che resta – come insegna Benedetto XVI – una delle grandi priorità della Chiesa di oggi. Si tratterà di un cammino lungo, non facile e che richiederà anche molta pazienza perchè bisognerà confrontarsi apertamente con pregiudizi, ostilità e virus, intellettuali e spirituali, molto radicati a tal punto da non essere quasi più avvertiti come tali. I tempi della Chiesa, però, non sono i tempi dell'uomo perchè la Chiesa vive di Dio e sa che il destino ultimo della battaglia con il mondo in realtà è già deciso. Nel frattempo, tuttavia, occorrerà difendere l'ultima frontiera rimasta, esemplarmente riassunta dal Pontefice nei cosiddetti 'princìpi non negoziabili', e – a proposito ad esempio della libertà di educazione – già avvertita consapevolmente da monsignor Luigi Giussani (1922-2005), uno dei riferimenti intellettuali dell'Autore, quando diceva: “mandateci in giro nudi, ma lasciateci la libertà di educare” (cit. a pag. 111). Un monito profetico negli anni Settanta e valido ancor di più oggi.

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