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Lunedì, 17 Febbraio 2020

Benedetto_XVI

 

Il 17 ottobre dello scorso anno era resa pubblica – recando, significativamente, come data formale l’undici di ottobre, anniversario dell’indizione del Concilio Vaticano II – la Lettera Apostolica Porta Fidei, per mezzo della quale si indiceva un Anno della fede. Il motivo, nella sua semplicità, è, in realtà, drammatico. L’uomo contemporaneo, causa il nichilismo nel quale è immerso e del quale ormai, non ha neanche contezza, è incamminato verso l’oblio del sacro, della dimensione ultramondana della sua vita: la maggioranza dei nostri simili, a noi coevi, ritiene questa vita come l’unica possibilità che il caso ha offerto loro e, dunque, cercano di suggerne – come fosse un frutto –, qui ed ora, tutte le “dolcezze”possibili, costi quel che costi. Dimenticando, così, due “massime”, che, invece, potrebbero aiutarci a vivere meglio; la prima è del padre Sertillanges, domenicano (1863-1948): «Dio, spesso, ci aiuta non aiutandoci». La seconda, forse ancora più icastica, è di James Lowell (1819-1891) : «Soddisfare i nostri desideri è una delle punizioni più severe cui Dio possa sottoporci». Naturalmente, il Santo Padre, custode primo della Fede, non poteva non fare qualcosa, per indicare all’uomo del duemila la giusta direzione da seguire: ed ecco l’anno della fede, per vincere quella crisi di fede e morale – della quale la crisi economica è solo l’epifenomeno, come ha più volte ricordato lo stesso pontefice –, che svuotando la vita di significato, aumenta la fatica di vivere, attuando, così, quel paradosso esemplarmente reso dalla penna del giornalista ed umorista francese Alphonse Allais (1854-1905): «Più la vita è vuota, è più diventa pesante». In particolare, il Papa rileva che il presupposto della fede, come elemento del vivere comune è ormai negato. Più avanti, rincara la dose: «Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone». All’inizio dell’Anno della fede, dunque, può essere utile ripercorrere le tappe finali di un processo storico ormai plurisecolare – dalla rivoluzione luterana – di Rivoluzione, che ha portato lentamente, ma inesorabilmente all’erosione della fede nel popolo di Dio e che, appunto, ha toccato molte persone. In questa sede, come dicevo, basta soffermarci su quanto accaduto negli ultimi ottant’anni. Negli anni ‘30 del secolo scorso, si sviluppò una sorta di neo-marxismo guidato da Antonio Gramsci (1891-1937) prima e dalla scuola di Francoforte poi; cercò di andare oltre la semplice dittatura del proletariato da raggiungere tramite la lotta di classe. I prodromi di questa storia risalgono al 1922; Lenin riunì una sorta di comitato all’Istituto Marx-Engels di Mosca per ripensare in chiave più moderna il concetto di rivoluzione. Tra i partecipanti a questo incontro vi erano, fra gli altri, Gyorge Lukacs (1885-1971) e Willy Munzenberg (1889-1940). Lo scopo di quella riunione era di precisare il concetto di Rivoluzione culturale; purtroppo, si giunse al risultato sperato e si arrivò alla conclusione che la rivoluzione sarebbe dovuta divenire “totale”: tutto l’uomo e quanto lo riguardava, doveva essere coinvolto. Secondo lo schema della dialettica hegeliana nulla sarebbe dovuto rimanere immutato: affetti, lavoro, famiglia, costumi, giudizi, tutto sarebbe dovuto essere investito e trasformato dalle forze materiali della storia. In particolare, Lukacs individuò nella forza prorompente dell’istinto sessuale il grimaldello per scardinare la famiglia e la società borghese. In perfetto accordo, del resto, con quanto avevano detto Marx (1818-1883) prima e Gramsci dopo; essi individuarono le roccaforti della società occidentale, cristiana, nei corpi intermedi con la loro complessa articolazione: attenzione alla persona, famiglia, corporazioni, associazioni, municipio e religione con la forza morale da essa derivante e capace, dunque, di frenare gli istinti animaleschi dell’uomo. Munzenberg, invece, ebbe un’intuizione geniale, di per sé neutra, usata poi come una “gioiosa macchina da guerra” dai francofortesi: «Dobbiamo organizzare gli intellettuali per corrompere l’Occidente». L’anno seguente fu creato a Francoforte l’Istituto per il marxismo, poi mutato in Istituto per la ricerca sociale; per capirne l’importanza basta vedere i nomi di alcuni suoi collaboratori: Max Horkeimer (1895-1973), Theodor Adorno (1903-1969), Wilheim Reich (1897-1957), e il già citato Herbert Marcuse (1898-1979). Oltre ai nomi, per capirne l’influenza, estesa fino ai nostri giorni, occorrerà guardarne programmi e strategie; si prefissero lo scopo, —riuscendovi, di fatto — di creare una cultura completamente alternativa a quella naturale e cristiana: trasformazione della famiglia tradizionale nella comune, cambio totale dei costumi sessuali, libertà di drogarsi, abbandono di ogni forma di autorità e cortesia, ect. Fu importante, per la strategia del gruppo, il trasferimento a metà degli anni 30 negli Stati Uniti; dalle prestigiose Università americane, questa controcultura si diffuse più velocemente nel mondo: anzi, essa costituì l’asse portante del 68’. Un ruolo preponderante per la diffusione lo ebbe proprio Marcuse, il quale — sulla scia del trotzkismo — comprese, che tanti e tali cambiamenti nel costume e nel comune sentire degli uomini, dovevano essere diffusi lentamente e capillarmente, quasi come microbi invisibili: diversamente, ci sarebbe stata la reazione. Purtroppo, ci vide bene. Lo studioso Corrado Gnerre, rilevando, come il passaggio dalla rivoluzione socioeconomica a quella culturale, poteva non richiedere più l’esistenza di partiti monolitici, granitici, ingessati, ma qualcosa di più fluido, ha felicemente tratteggiato la strategia francofortese: «Occorrevano, per esempio, delle lobbies, dei gruppi di pressione, capaci di muoversi in campo culturale e di modificare i giudizi delle masse. Ma non solo. Soprattutto questi gruppi di pressione dovevano essere capaci di acuire le tensioni sociali, ecc…per fare in modo che lo scontro sociale stesso potesse produrre la definitiva mutazione della civiltà tradizionale e cristiana». Esattamente quello che è successo negli ultimi trent’anni. Un altro che potremmo definire “profetico, — anche se nel male — fu Adorno, che espresse un’opinione sui media, assolutamente centrata e, poi, adeguatamente sfruttata dai pensatori rivoluzionari. Scrisse che: «Allorquando la maggioranza degli americani avesse trascorso il proprio tempo davanti alla televisione o ad uno schermo cinematografico, sarebbe stato facilmente portato a termine il processo di distruzione della società capitalista borghese». Sua fu anche l’intuizione che “l’industria culturale”crea bisogni e modelli di comportamento uniformi. Significativo e condivisibile, appare il commento di Gnerre: «Oggi, il cosiddetto uomo della strada cosa risponderebbe a domande come queste: “Cosa è la verità? Oppure Esiste la verità? Sicuramente nicchierebbe palesando la giustezza e la correttezza del suo nicchiare. Ormai il suo pensiero è perfettamente in sintonia con il talk—show televisivo della sera precedente». In quegli stessi anni, anche la massoneria perseguiva i medesimi obiettivi con metodi identici. Come rileva la studiosa Angela Pellicciari — citando e un articolo uscito su una rivista massonica americana nel 1928 e, poi, documenti sequestrati nell’ottocento alle logge romane —, si mira a recidere il legame dell’uomo con Dio, con la società, e con la famiglia attraverso un uso smodato dell’istinto sessuale. Il fine era quello di “costruire” un “uomo nuovo”, fiaccato dalle passioni; infatti, un individuo isolato, senza valori forti, sarebbe divenuto più facilmente un ingranaggio dello Stato, che tutto avrebbe dominato: naturalmente, gli uomini a capo di un simile Stato sarebbero stati gli stessi massoni. Leggiamo quanto riportano i documenti citati dalla Pellicciari: «La religione non teme i colpi di spada; ma può estinguersi sotto i colpi della corruzione. Non stanchiamoci mai della corruzione: usiamo un pretesto come lo sport, l’igiene, la cura della salute. E’ necessario corrompere: che i nostri giovani pratichino il nudismo.

Per scongiurare una reazione eccessiva, bisogna procedere metodicamente: bisogna cominciare con lo scoprire il gomito; poi passare alle ginocchia; quindi a gambe e braccia completamente scoperte; poi la parte superiore del torace, le spalle, ecc. ecc.”. (…)”Abbiamo deciso che non vogliamo più cristiani; evitiamo dunque di fare martiri: pubblicizziamo piuttosto il vizio presso il popolo”; “L’essenziale è isolare l’uomo dalla famiglia, è fargliene perdere le abitudini”; “L’uomo ama le lunghe chiacchiere al caffè e assistere ozioso agli spettacoli. Intrattenetelo, lavoratelo con destrezza, fategli credere di essere importante; insegnategli poco a poco ad avere disgusto delle occupazioni quotidiane, e così, dopo averlo separato da moglie e figli e dopo avergli mostrato quanto è faticoso vivere adempiendo ai propri doveri, inculcategli il desiderio di una vita diversa». Purtroppo, è di un’evidenza lampante, si è lavorato più che bene…quanto auspicato, oggi, è realtà! A ben vedere, sembra il copione, già scritto, di tanti programmi televisivi attuali, fiction e talk-show, che si credono originali ed invece eseguono, – di solito inconsapevolmente e ciò è grottesco – piani già decisi altrove… Programmi, questi, tesi a ridicolizzare e a mettere in cattiva luce chiunque tenti di adempiere “normalmente! ai propri doveri di stato. Per convincersene, basta accendere la TV, soprattutto dall’ora di pranzo in poi, quando la famiglia è riunita a tavola… Anzi, la parola “doveri” è proprio scomparsa dal sentire comune; tutti, ormai, ossessivamente, non fanno che chiedere diritti, diritti e ancora diritti. Lo scrittore e giornalista Vittorio Messori, su questo argomento, riportò alcune penetranti osservazioni, che il dissidente sovietico A Solzenicyn: pronunciò in un famosissimo discorso a Harvard, nel 1978: «Per l’Occidente è venuto il momento di affermare i doveri delle genti più ancora che i loro diritti (…) Non vedo alcuna salvezza per l’umanità al di fuori dell’auto-restrizione dei diritti di ciascun individuo e di ciascun popolo». Inutile ricordare, che da quel momento su Solzenicyn e sulla sua opera intellettuale è caduta una sorta di damnatio memoriae per opera della cosiddetta intellighenzia occidentale, Apprestiamoci, dunque, a vivere questo Anno della fede – che si concluderà il 24 novembre 2013, vigilia della festa di Cristo Re – cercando di vivere in prima persona – a partire dallo scrivente – gli aspetti fondamentali messi in evidenza da BenedettoXVI.

James Russell Lowell

James Russell Lowell

 

In primis, rafforzare nella fede noi stessi – attraverso la riflessione – per meglio comunicare agli altri –ad intra e ad extra nella Chiesa – la bellezza dell’adesione al vangelo. Allo scopo, il papa raccomanda specificamente di approfondire lo studio del Catechismo della Chiesa Cattolica – del quale ricorre il ventesimo anniversario di pubblicazione – e dei documenti del Concilio Vaticano II – del quale ricorre il cinquantesimo dell’apertura –, da lui definito come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX. Ha poi sollecitato, ovviamente, la nostra testimonianza personale: occorre essere dei credenti credibili. Testimonianza che, tuttavia, non può ridursi al privato o al massimo negli spazi sacri, ma che deve essere anche pubblica. Infine, occorre partecipare alla vita della Chiesa perché la stessa professione della fede è un atto personale ed insieme comunitario.

Insomma, abbiamo davanti un anno ricco di grazie e di possibilità; a ciascuno il suo secondo i propri carismi ed inclinazioni. A nessuno, però, è permesso di stare con le mani in mano: buon Anno della fede a tutti!

Cosimo Galasso

papaloreto

Benedetto XVI ha voluto iniziare le celebrazioni del cinquantenario dell'apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II ricordando un avvenimento, oggi ampiamente dimenticato ma a suo avviso essenziale, che a quell'apertura fu preliminare. Il 4 ottobre del 1962, il beato Giovanni XXIII (1881-1963) si recò in pellegrinaggio al santuario della Santa Casa di Loreto per affidare alla Madonna il Concilio, una settimana prima della sua inaugurazione. A cinquant'anni di distanza, Benedetto XVI ha voluto anch'egli recarsi a Loreto, dove ha celebrato la Messa, per ricordare quell'atto di affidamento del Concilio alla Madonna, di cui ben pochi si ricordano ma che secondo il Pontefice fu invece un avvenimento d'importanza cruciale. Lo fu - certo - nell'ordine spirituale, ma anche dal punto di vista storico tornare su quel pellegrinaggio del beato Giovanni XXIII a Loreto aiuta a capire le sue intenzioni per il Concilio che in quel mese di ottobre 1962 stava per aprirsi.

Il Papa ha ricordato che il beato Giovanni XXIII, «Papa indimenticabile»,  «nutriva una filiale e profonda devozione alla Madonna» e ha rievocato le parole pronunciate cinquant'anni fa dal suo predecessore a Loreto: «Oggi, ancora una volta, ed in nome di tutto l’episcopato, a Voi, dolcissima Madre, che siete salutata Auxilium Episcoporum, chiediamo per Noi, Vescovo di Roma e per tutti i Vescovi dell’universo di ottenerci la grazia di entrare nell’aula conciliare della Basilica di San Pietro come entrarono nel Cenacolo gli Apostoli e i primi discepoli di Gesù: un cuor solo, un palpito solo di amore a Cristo e alle anime, un proposito solo di vivere e di immolarci per la salvezza dei singoli e dei popoli. Così, per la vostra materna intercessione, negli anni e nei secoli futuri, si possa dire che la grazia di Dio ha prevenuto, accompagnato e coronato il ventunesimo Concilio Ecumenico, infondendo nei figli tutti della Santa Chiesa nuovo fervore, slancio di generosità, fermezza di propositi».

Lo scopo di questo pellegrinaggio del cinquantenario di Benedetto XVI a Loreto è stato anche quello di «affidare alla Madre di Dio due importanti iniziative ecclesiali: l’Anno della fede, che avrà inizio tra una settimana, l’11 ottobre, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e l’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, da me convocata nel mese di ottobre sul tema "La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana"». Non è un esercizio di mera retorica devozione le affidare queste iniziative alla Madonna. Se l'Anno della fede ha lo scopo di ravvivare, appunto, la fede, si tratta di un anno in cui tutti dobbiamo «metterci alla scuola di Maria, di lei che è stata proclamata "beata" perché "ha creduto" (Lc 1,45)». E neppure partire da Loreto è casuale. «Questo Santuario, costruito attorno alla sua casa terrena, custodisce la memoria del momento in cui l’Angelo del Signore venne da Maria con il grande annuncio dell’Incarnazione, ed ella diede la sua risposta. Questa umile abitazione è una testimonianza concreta e tangibile dell’avvenimento più grande della nostra storia: l’Incarnazione». Maria è la prima maestra della fede, perché «ha offerto la propria carne, ha messo tutta se stessa a disposizione della volontà di Dio, diventando "luogo" della sua presenza, "luogo" in cui dimora il Figlio di Dio».  Come risulta già dalla sua risposta all'angelo nell'Annunciazione, «la volontà di Maria coincide con la volontà del Figlio nell’unico progetto di amore del Padre e in lei si uniscono cielo e terra, Dio creatore e la sua creatura. Dio diventa uomo, Maria si fa "casa vivente" del Signore, tempio dove abita l’Altissimo».

Ma non è casuale neppure che il beato Giovanni XXIII sia venuto a Loreto cinquant’anni fa e abbia affidato il Concilio a Maria. Sì, molti hanno dimenticato questo affidamento, ma questa è una ragione di più per ricordarlo oggi. A Loreto, per citare ancora le sue parole del 1962, il beato Giovanni XXIII invitava a «riflettere su quel congiungimento del cielo con la terra, che è lo scopo dell’Incarnazione e della Redenzione», e continuava - aggiunge Benedetto XVI - «affermando che lo stesso Concilio aveva come scopo di estendere sempre più il raggio benefico dell’Incarnazione e Redenzione di Cristo in tutte le forme della vita sociale». Ancora una volta, insiste il Pontefice, non si trattava di una clausola di stile che come tale sarebbe di scarso interesse per chi studia il Concilio, ma di «un invito che risuona oggi con particolare forza. Nella crisi attuale che interessa non solo l’economia, ma vari settori della società, l’Incarnazione del Figlio di Dio ci dice quanto l’uomo sia importante per Dio e Dio per l’uomo». Questo voleva essere, nelle intenzioni del beato Giovanni XXIII, l'aspetto essenziale del Concilio, e questo in ogni caso dobbiamo ricavare dal Concilio oggi. «Senza Dio l’uomo finisce per far prevalere il proprio egoismo sulla solidarietà e sull’amore, le cose materiali sui valori, l’avere sull’essere. Bisogna ritornare a Dio perché l’uomo ritorni ad essere uomo. Con Dio anche nei momenti difficili, di crisi, non viene meno l’orizzonte della speranza: l’Incarnazione ci dice che non siamo mai soli, Dio è entrato nella nostra umanità e ci accompagna».

Dal pellegrinaggio del beato Giovanni XXIII a Loreto, Benedetto XVI ha ricavato tre altri importanti spunti per un'interpretazione del Concilio e dei suoi scopi alla luce del suo affidamento a Maria da parte di Papa Roncalli. Questi spunti ruotano attorno a un'idea fondamentale del beato Giovanni XXIII. Le ideologie moderne avevano seminato equivoci a proposito del tema decisivo del rapporto tra Dio e la libertà dell'uomo. Il Concilio avrebbe dovuto dissiparli.

Il primo spunto parte dalla Casa di Loreto e dal «dimorare del Figlio di Dio nella "casa vivente", nel tempio, che è Maria» per concludere che il Concilio voleva offrire al mondo intero e all'uomo contemporaneo quella speciale «casa» che è la fede. «È la fede, allora, che ci dà una casa in questo mondo, che ci riunisce in un’unica famiglia e che ci rende tutti fratelli e sorelle. Contemplando Maria, dobbiamo domandarci se anche noi vogliamo essere aperti al Signore, se vogliamo offrire la nostra vita perché sia una dimora per Lui; oppure se abbiamo paura che la presenza del Signore possa essere un limite alla nostra libertà, e se vogliamo riservarci una parte della nostra vita, in modo che possa appartenere solo a noi». Questo, come aveva intuito il beato Giovanni XXIII, è il grande dramma dell'uomo moderno, cui le ideologie hanno fatto credere che Dio sia un ostacolo alla libertà dell'uomo. «Ma è proprio Dio che libera la nostra libertà, la libera dalla chiusura in se stessa, dalla sete di potere, di possesso, di dominio, e la rende capace di aprirsi alla dimensione che la realizza in senso pieno».

Il secondo spunto viene dal luogo stesso in cui il beat Giovanni XXIII scelse di recarsi in pellegrinaggio per l'affidamento del Concilio a Maria: la Santa Casa di Loreto. «Come sappiamo, essa fu collocata sopra una strada. La cosa potrebbe apparire piuttosto strana: dal nostro punto di vista, infatti, la casa e la strada sembrano escludersi». Invece «proprio in questo particolare aspetto, è custodito un messaggio singolare di questa Casa. Essa non è una casa privata, non appartiene a una persona o a una famiglia, ma è un’abitazione aperta a tutti, che sta, per così dire, sulla strada di tutti noi». Ecco un altro messaggio essenziale del Concilio al mondo: abbiamo tutti un posto nella casa che è la Chiesa, la libertà trova il suo compimento e la sua meta proprio in questa casa, perché in fondo «siamo tutti pellegrini, che dobbiamo essere sempre in cammino verso un’altra abitazione, verso la casa definitiva, verso la Città eterna, la dimora di Dio con l’umanità redenta».

Infine, un terzo spunto. Il pellegrinaggio del beato Giovanni XXIII poneva il Concilio sotto il segno dell'Annunciazione. Tutti conosciamo il racconto dell'Annunciazione, nota Benedetto XVI, eppure c'è «un aspetto che non finisce mai di stupirci: Dio domanda il "sì" dell’uomo, ha creato un interlocutore libero, chiede che la sua creatura Gli risponda con piena libertà». E il Papa cita san Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), che in un celebre sermone così si rivolge a Maria: «L’angelo attende la tua risposta, perché è ormai tempo di ritornare a colui che lo ha inviato… O Signora, da’ quella risposta, che la terra, che gli inferi, anzi, che i cieli attendono. Come il Re e Signore di tutti desiderava vedere la tua bellezza, così egli desidera ardentemente la tua risposta affermativa… Alzati, corri, apri! Alzati con la fede, affrettati con la tua offerta, apri con la tua adesione!». Nell'Annunciazione c'è già tutta la risposta che, secondo il beato Giovanni XXIII, il Concilio doveva dare agli equivoci sulla libertà dell'uomo indotti dalle ideologie. «Certo, il "sì" della Vergine è frutto della Grazia divina. Ma la grazia non elimina la libertà, al contrario, la crea e la sostiene. La fede non toglie nulla alla creatura umana, ma ne permette la piena e definitiva realizzazione».

Riparte dunque dalla Santa Casa di Loreto il cammino della retta interpretazione del Concilio nell'Anno della fede.  Occorre tornare, insiste Benedetto XVI, a proporre a tutti l'autentica nozione della libertà. Occorre tornare a mostrare - secondo quello che il beato Giovanni XXIII si attendeva come messaggio essenziale del Concilio - che Dio non è il nemico, ma è l'amico della libertà degli uomini, «perché ogni uomo possa diventare dimora di Dio» come lo fu la Santa Casa di Loreto.

Articolo tratto dal sito del Cesnur (Centro Studi sulle nuove religioni)

La ricerca filosofica oggi, come ieri, è la risultante di un rapporto intriso di “continue provocazioni” e di “continui ripensamenti”, sorge quale esigenza dall’ardore della meraviglia e si sviluppa intorno al rigore dell’argomentazione razionale, allora il pieno rispetto della sua vocazione volta al logos equivarrà a seguire gli itinerari speculativi della ragione.

Parimenti “ontologia, gnoseologia, logica - membra inanimate nella loro pretesa indipendenza e sufficienza o nella precedenza sulle altre - riacquistano vitalità e vigore nel connettivo dell’esperienza cosciente, dove si esplicano contemporaneamente, in una inscindibile trama di rapporti e di soccorsi, e dove evidenza e dimostrazione, intuizione e riflessione, si integrano reciprocamente con una continua mediazione che vivifica l’immediatezza che controlla, di momento in momento, il procedimento razionale, salvandolo ai suoi nuclei intuitivi e alle sue sintesi risolutive”(Stefanini).

Parimenti il pensiero, inteso come “nòesis”, si realizza in una continua evoluzione espansiva che traduce poi in un ritorno a sé, punto di partenza alla ricerca continua del proprio significato in relazione con il se medesimo e con l’altro da sé, col sociale, attraverso l’espansione del proprio intelletto, del proprio sentimento e della propria volontà.

Ecco che oggi sorge la necessità precipua della Filosofia di rivedere la propria origine e di riscrivere la propria evoluzione storica ponendo come punto di partenza il “sum”, pervenendo in tal modo ad un concetto dell’essere che non sia un sottoprodotto dell’esperienza integrale, ma nella sua pienezza, “ nell’inscindibile presenza dell’atto che lo determina ; non l’esser cieco, fuori di un pensiero vuoto che cerchi di riempirsi, ma l’essere soggetto e oggetto a se stesso nella consustanziale attuosità del pensiero”( 1).

Recuperare quindi il sum, cioè la metafisica della persona, significa anche ripercorrere la nascita e l’evolversi del pensiero sin dagli albori della vita come logos.

Ecco che si attribuisce all’infanzia una funzione di “filosofia primaria” al pari di quella che si sviluppò nel periodo pre-socratico.

Infatti nell’infanzia si pone in netta evidenza la funzione simbolica del pensiero, per la quale la fantasia e l’immaginazione elaborano la realtà circoscrivente.

Parimenti tale funzione simbolica è accompagnata da quell’artificiosismo e da quell’animismo che costituiscono i fattori predominanti di questa prima fase di sviluppo.

Si nota in tutto ciò un parallelismo con le tematiche e le risoluzioni filosofiche sostenute dai presocratici, anch’esse sviluppate all’insegna del simbolismo, dell’ artificiosismo e dell’animismo.

Proprio in questo primo periodo nascono e si sviluppano le varie mitologie classiche pregne di portata filosofica e metafisica.

Ecco che alcune intuizioni filosofiche del bambino, padre dell’adulto, trovano il loro fondamento grazie ad uno studio di rivisitazione del pensiero filosofico con le sue tesi ed i suoi atti di fede nell’epistimologia, nella sociopolitica e nella metafisica. Oggi, infatti, l’innatismo di Platone viene spiegato, motivato ed accettato tramite un’opera di scientificazione delle allegorie dei Miti, di cui si serviva per avvalorare il proprio pensiero filosofico, con l’ausilio e la comparazione dell’endocrinologia, della neurofisiologia, della psicologia, dell’ antropologia fisiologica e culturale.

Ecco che instaurato un filo conduttore tra il pensiero orientale e quello occidentale, tra la nascita del pensiero ed il suo evolversi, tra il conoscere esperienziale e l’elaborazione delle idee dalle più semplici alle più complesse, la complementarietà tra tao e logos.

Il primo approccio filosofico è di tipo naturalistico, limitato al mondo circoscrivente.

Ecco che con il tao, il primo atto del pensiero, cerca di comprendere e conciliare tutti i punti di vista al suo interno, attuando una forma di visione indifferenziata, comprensiva e soliloquente della realtà,

Ne consegue che la filosofia prima, come il tao, rifiuta ogni dissenso, ogni catalogazione, in tale contesto l’Essere e il Nulla divengono parte comprensiva del Tutto, inteso come realtà circoscrivente.

Gli opposti invece di escludersi divengono convergenti e coinvolgenti.

Per la filosofia prima tutte le vie sono da percorrere, per arrivare alla conoscenza della realtà e dei valori sono percorribili, e possiedono pari dignità.

Solo in un secondo momento sorge nella persona in fieri l’esigenza di farsi logos e quindi di relazionarsi e differenziarsi con l’altro da sé.

In tal modo si perviene ad un nuovo concetto dell’essere che non sia un prodotto dell’esperienza integrale, ma nella sua pienezza, recuperando in tal modo il sum, cioè la metafisica della persona, muovendosi nella direzione del pensiero moderno, liberandolo dalle contraddizioni di cui esso si carica tra l’affermazione della logicità senza la persona e l’affermazione della persona senza logicità.

L’essere, quindi, si propone e si impone “personale e tutto ciò che non è personale rientra nella produttività della persona e di comunicazione tra le persone” (2)

In tal modo è ribadita la centralità della persona che si pone nei confronti del divenire storico come un “invariabile” nella variazione.

L'essere trova qui la sua centralità metafisica, la primalità dello spirituale sul corporeo ed il carattere di razionalità e unicità. Ma questo essere unicità nella persona lungi dal chiuderla in una clausura solipsistica, le consente, anzi richiede, una apertura metafisica, alla trascendenza, al cosmo, alla società degli uomini, alla storia.

Il mondo, la società, la storia precedono l'io e quest'ultimo li coglie e li esprime. E perfino l'io medesimo precede l'io: esso cioè in parte è dato e in parte è da con­quistare: la finitezza sta tutta nella incisione tra l'in sé ed il per sé: ed è qui che l'atto umano acquista una portata metafisica ed una competenza sull'assoluto. Così la tra­scendenza è la forza costitutiva dell'essere quindi cate­goria del pensiero.

E proprio perché l'atto con cui la persona si esprime significa l'Assoluto, anche se non lo costituisce, proprio per questo si può affermare che deriva dall'Assoluto l'essere nel quale si pone questo atto significativo dell'Assoluto. Come dire che l'uomo ha bisogno di Dio, ma che per possederlo ha bisogno di possedere se stesso. D'altra parte quando la persona sperimenta la sua derivatività, essa sperimenta anche l'intenzionalità che la persona è responsabile di fronte a se stessa prima che di fronte agli altri

Parimenti che la persona “ comunichi con le altre persone, sia in società, che partecipi a una trama di scambi e di rapporti sociali è un fatto che l’esperienza prova e testimonia. Non siamo soli e nulla potremmo operare da soli. Siamo in una società ancor prima di nascere, legati col cordone ombelicale ad un altro essere che ci dà l’alimento e la vita “ (3).

Ecco che il Logo è sempre Dialogo e l’ essere è sempre in società, attuandosi come una “distensio animi”, come legamento “ tra di loro gli atti agli atti, le imagini alle imagini, i pensieri ai pensieri, in un continuo accrescimento che è il dialogo dell’anima con se stessa. In questo discorrere il singolo non è solo con se stesso , perché non potrebbe essere se stesso essendo solo, legato com’è a mille condizioni fisiche, sociali, storiche, metafisiche. Il dialogo, quindi, è sempre un conversare con sé e con qualche cosa d’altro da sé : con le cose, con gli altri uomini, con Dio.

Il dialogo è il connettivo universale degli esseri. “ (4)

Oggi più che mai la ricerca filosofica è impegnata a perseguire i fini e le finalità attribuitegli sin dal suo sorgere Ecco che ogni progresso, ogni ricerca, ogni scoperta è la verticale risultanza di una varietà di contributi, per cui ogni preconcetta discriminazione frena ed asfissia ogni sviluppo.

 

1) L. STEFANINI, Metafisica della persona, Liviana, Padova,1950, p.15

2) L. STEFANINI, Personalismo sociale, Studium, Roma, 1952, p. 11

3) G.CATALFAMO, I fondamenti del personalismo pedagogico,Armando,Roma,1966, p.18

4) L. STEFANINI, Personalismo sociale, Studium, Roma, 1952, p. 88

 

 

 

thatcher e reagan

 

Gli ultimi scandali alla Regione Lazio non fanno altro che rafforzare l’indignazione popolare contro il ceto politico, e così si ritorna a parlare di tagli, e di riduzione degli uomini politici in questo caso della politica locale. Ma basterà? Basteranno i controlli preventivi della Corte dei Conti sulle Regioni? Ma non li facevano anche prima, in particolare per le regioni dove il fenomeno corruzione era più diffuso.

Sul sistema di governo locale, forse ha ragione il professore Antonio Martino, è indifendibile e va cambiato con la massima urgenza. Non c'è quasi regione italiana che non sia stata investita da scandali connessi alla gestione avventurosa quando non truffaldina del pubblico denaro. Dalla Lombardia alla Sicilia, passando per il Lazio e la Puglia, è stato un susseguirsi di sordidi episodi di malaffare, sprechi, ruberie e simili”. Infatti, pare che l’amministrazione locale sia quasi tutta figlia di quella 1a Repubblica equamente distribuita in entrambi gli schieramenti politici. 

Dunque la soluzione finale è nel sostituire un ceto politico con un altro? Ripartire da zero, dal nulla, come hanno fatto le ideologie del 900? Mi sembra estremamente pericoloso, sono d’accordo con le riflessioni di Renato Farina: le persone non si rottamano, non sono cose. Non credo però che sia solo questione di rottamazione del vecchio per dare spazio al giovane, forse è opportuno ripartire dai contenuti, magari dai principi non negoziabili. Certamente l’operazione primarie è un ottimo strumento per ripartire, è bene stanno facendo Alfredo Mantovano e Gianni Alemanno con i circoli delmovimento Nuova Italia. Anche se non condivido qualche loro timida apertura a Monti.L’onorevole Mantovano rispondendo alle domande del quotidiano online Sussidiario.net, ha affermato che“certamente i festini colpiscono e disgustano per le la forza evocativa della immagini a cui abbiamo assistito. Effettivamente, tuttavia, rappresentano solo una parte del problema. La punta di un iceberg costituito da un ingombrante presenza dello Stato in settori che potrebbero tranquillamente funzionare da sé”. Insomma la questione delle questioni è lo Stato mamma che pensa a tutto.  

A questo proposito sono interessanti le riflessioni di Piero Ostellino in un suo libro di qualche anno fa, Lo Stato canaglia, edito da Rizzoli, sulla cosiddetta casta dei politici e quindi sul best-seller che ha avuto tanto successo, La Casta, di Sergio Rizzo e Antonio Stella. Attenzione, scrive Ostellino, non credete che il problema si risolve semplicemente “sostituendo alla testa dello Stato i disonesti con gli onesti”. L’economista del Corriere della sera ribadisce che “la casta non è, al contrario di quanto sostenga la vulgata popolare e contrabbandino moralisti e analisti incolti o in totale malafede, una classe politica disonesta o anche solo incapace. No. La casta è, al contrario, lo Stato stesso; Stato ipertrofico, invasivo; Stato della spesa pubblica e delle tasse elevate; Stato razionalmente consapevole del proprio ruolo e determinato a imporlo”. In sostanza per Ostellino, è lo “Stato canaglia” che, attraverso i rappresentanti del popolo al governo, quale ne sia il colore, utilizza l’eccesso di potere di cui dispone per estorcere quanta più ricchezza può al popolo”. Per poi distribuirla alla classe politica di governo e degli enti locali, agli alti dirigenti della pubblica amministrazione, alle varie corporazioni, nonché sotto forma di assistenzialismo, cioè a quella fetta di popolazione della quale vuole garantirsi il consenso.

lo Stato canaglia

 

Ed è veramente originale quello che Ostellino pensa del libro di Rizzo e Stella, definendolo“la Bibbia del qualunquismo e del populismo militanti”, in pratica un’arma contundente da brandire sempre e comunque contro la politica “sporca”, certamente è alimento dell’antipolitica. Anche se il libro ha offerto un’infinità di esempi di sprechi, inefficienze, privilegi, offrendo un ottimo servizio di documentazione, fin qui tutto bene, ma non ha fatto l’ulteriore passo avanti. Non ha detto “quale sia il ‘nessocasuale’, il rapporto fra causa – la natura dello stato e la cultura della sua classe dirigente – ed effetto (gli sprechi, le inefficienze, i privilegi)”. Purtroppo per Ostellinoil libro La Casta ha una propensione allo scandalismo fine a se stesso, una specie di sindrome autoritaria del giustizialismo dipietrista in politica.

Il libro di Ostellino riesce a fotografare egregiamente la realtà sociopolitica del nostro Paese che non è libero, dove tutto è vietato tranne ciò che è esplicitamente consentito. L’Italia è un Paese paralizzato da un numero spropositato di leggi e regolamenti, qualcuno sostiene che sono addirittura centocinquantamila, tra l’altro scritte male, astruse e incomprensibili. Il nostro Paese “è soffocato dalla cultura burocratica invasiva e ottusa; gestito da una pubblica amministrazione, pletorica, costosa e inefficiente e, non di rado, corrotta; vessato da un sistema fiscale punitivo per chi paga le tasse e distratto nei confronti di chi non li paga; prigioniero di corporazioni e interessi clientelari; nelle mani, da Roma in giù, della criminalità organizzata”.

E’ un’analisi esagerata quella di Ostellino? Non credo, soprattutto dopo aver letto una notizia shock sul quotidiano online Legnostorto.com. a proposito di una ragazza della bassa bresciana uccisa dal suo fidanzato nel 1989, che poi venne condannato a undici anni di carcere, con l'accusa di omicidio volontario ed occultamento di cadavere. L'assassino, grazie ai benefici di legge, di carcere ha scontato circa sei anni. I giornali ne riparlano oggi, a distanza di ventitrè anni, perché “il fiscoha avuto la faccia di chiedere ai genitori della giovane i soldi per le spese processuali. L'importo, come noto ai più, dovrebbe essere a carico al condannato ma, nella fattispecie, questo non è successo e lo Stato non ha trovato nulla di meglio che chiedere quei soldi ai genitori dell'uccisa trasformandoli in due volte vittime”. Una somma non piccola, ottomila euro dell'imposta di registro di quella sentenza che condannò l'assassino della loro figliola. Secondo l’articolista di legnostorto, il fisco italiano ha fatto questo ragionamento: «considerando che io Stato non sono riuscito ad incassare l'importo da chi era destinato a versarlo, intanto paga tu e poi ti rivali sulla persona giudicata colpevole». La quale, aggiungiamo noi, se non ha rispettato la legge con lo Stato, men che mai lo farà con il privato. Quest'ultimo, dal canto suo, dovrebbe prima pagare di tasca propria la somma reclamata e poi rivalersi, anche tramite gli organi preposti dello stesso Stato (tribunali, ufficiali giudiziari, ecc.) verso chi la stessa avrebbe dovuto versare.

E allora, anche in questo caso come in innumerevoli altri ancora, la domanda da porsi è purtroppo sempre la medesima: è mai possibile sapere di avere a che fare con un siffatto Stato (ed il suo fisco)?(Gianluca Perricone, Come è possibile avere a che fare con questo Stato? 3.10.12 Legnostorto.com)

Pertanto per concludere, questo Stato predatore, che si è sviluppato nel corso di oltre duecento anni, non è la soluzione, ma il problema, come pensava Ronald Reagan, il presidente della deregulation che ha rilanciato l’economia americana. Piuttosto occorre auspicare una bella cura dimagrante di questo Stato che si riduca il suo potere e si ripristini l’autonomia della società civile e dell’individuo.

Attacchi al Papa. Al Papa Benedetto XVI. Attacchi sconsiderati mossi sin dal suo insediamento. E occasionati da scandali, controversie,discorsi. Occorre fare chiarezza. E’ l’intento di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, giornalisti e scrittori vivaci, autori di Viva il Papa. Perché lo attaccano, perché difenderlo (Vallecchi,2010, pp. 188, € 13,00 )

Presupposto (o tesi?) del volume:”Si aggredisce Joseph Ratzinger,come fosse un cittadino qualunque, poiché ha mostrato di voler riportare Roma al centro del mondo”(p.7). E l’aggressione è “maramaldesca, infingarda, feroce, scellerata” (p.6). Discorso di Ratisbona, riforma liturgica, interpretazione del Vaticano II: un papa restauratore? Le cronache registrano un attacco odioso. Ma il Papa rimane sereno e va avanti, sempre sostenuto dall’intento di affermare le verità del Credo cattolico. Gnocchi e Palmaro prendono le distanze da un cattolicesimo fragile, tutto moda e tutto mondo,e sostengono con convinzione un cattolicesimo radicato nella tradizione e nell’insegnamento dei papi che nei momenti difficili della storia, quando la Chiesa appare vacillante, resistono, si alzano in piedi e riaffermano la dottrina della fede cattolica (pp.38-39).

 

I due autori sono ben documentati e procedono nel loro discorso con citazioni di scrittori cattolici robusti e incisivi (è ben presente Chesterton). Ma non giova alla linearità del discorso e all’intento che lo ispira lo spirito polemico,rivolto a chi è esterno alla Chiesa e identificato come nemico, rivolto anche ai nemici interni : uno schema purtroppo non nuovo, già abbondantemente sperimentato. La difesa del cattolicesimo – intento sincero del libro- non può essere costruita sul binomio progressisti-conservatori: e in ogni caso né gli uni né gli altri possono essere segnalati come negativi e positivi in termini netti. Soprattutto non appaiono generosi i riferimenti a preti e vescovi impreparati, nudi, burocrati…e al “mito” del Concilio.

Pagine su cui riflettere quelle di Benedetto XVI. Il papa incompreso di Isabelle de Gaulmyn (EMP,2011, pp.168, € 13,00). Giornalista del quotidiano “La Croix” e di altre importanti testate francesi, è particolarmente attiva nell’informazione religiosa: studia eventi e vicende ecclesiali, ne scruta lo spirito, ne esamina portata, ne discute ricezione e conseguenze. Studia soprattutto stile e messaggi papali.E di Benedetto XVI evidenzia preoccupazioni e convinzioni.E parte da una constatazione nata in Piazza San Pietro: “Benedetto XVI non è una star”. E aggiunge:”E non vuole esserlo”.

“Consapevole forse come nessun altro delle debolezze e delle fragilità della chiesa,Benedetto XVI pensa alle sfide che lo attendono. La sua risposta è quella di un uomo estremamente coerente e –cosa meno nota- di una profonda spiritualità” (p.8).

Parte prima: Fine del papa superman. Parte seconda:La chiesa di Benedetto XVI.Parte terza: I cattolici del papa. Parte quarta:Guardando a Oriente. Parte quinta:Conflitti di valori. E a conclusione l’allegato (otto tavole) sulla chiesa di Benedetto XVI che guarda all’Africa. Il racconto di Isabelle de Gaulmyn è documentato,ricco di riferimenti a fonti e discorsi e atteggiamenti:è condotto con rigore, nulla concede a mode e a furbizie giornalistiche, tutto proteso a capire e a far capire la mente e il cuore di un pontefice pensoso, che vuole rimettere al centro della vita ecclesiale Cristo e il suo messaggio autentico. “La sua originalità sta nello spiegare in modo totalmente nuovo il nocciolo della fede cristiana” (p.50).

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