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L'imperatore romano Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (63 a. C.-14 d.C.)

L'imperatore romano Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (63 a. C.-14 d.C.)

 

Le antiche cronache c’informano che, dall’anno 8 a.C., per un periodo di tre lustri almeno, tutto l’orbis terrarum, tutto il mondo allora conosciuto, «fu in pace». Una pace d’armi, in realtà, più che spirituale, dopo le ultime scaramucce contro Germani, Pannoni e Dalmati, sottomessi militarmente dai figliastri di Ottaviano Augusto, pronipote di Gaio Giulio Cesare e primo imperatore romano. Già un anno prima, nel gennaio del 9 a.C., era stata inaugurata a Roma, in Campo Marzio, l’Ara pacis Augustae (Altare della pace d’Augusto), in modo da poter sacrificare annualmente alla Pax romana. Persino la liturgia cattolica, nell’Annuncio della nascita del Salvatore, proclama che Gesù nacque quando «toto orbe in pace composito», quando in «tutto il mondo regnava la pace». Di tutto questo c’informa l’abate Giuseppe Ricciotti (1890-1964), insigne biblista e studioso di storia del Cristianesimo, nella sua “Vita di Gesù Cristo” del 1941, l’opera sua forse più nota e significativa.

Si può aggiungere, alle parole dello studioso, che Ottaviano Augusto riuscì ad imporsi a tal punto da trasformare la repubblica romana in monarchia di fatto e ad assumere su di sé prerogative giuridiche e senatoriali. E così, nel 40 a.C. Augusto divenne imperator e, dopo quattro anni, fu insignito della sacrosanctitas, dell’inviolabilità. Non solo, ma nel 44 a.C. il Senato previde per il defunto Giulio Cesare l’«apoteosi», cioè il riconoscimento del titolo di divus (divo): una divinizzazione a tutti gli effetti. Dopo la morte di Cesare, Ottaviano ne rivendicò l’eredità e, addirittura, i diritti di figlio adottivo. Se quindi Cesare, per il mondo pagano, era un dio, Augusto poteva ben presumere di essere il figlio di un dio - e in effetti lo fu, poiché venne a sua volta divinizzato dopo la morte (14 d.C.). Tanto più che Augusto fu insignito di altri titoli. Nel 12 d.C. divenne Pontefice massimo, ovvero il capo religioso dell’Urbe. Ricciotti, inoltre, soggiunge che «a tale padrone del mondo […] erano riserbati onori fino allora sconosciuti nell’Impero: gli si dedicavano templi e città intere, era proclamato di stirpe non già umana ma divina, egli era il “nuovo Giove”, era il “Giove Salvatore”, era l’“astro che sorge sul mondo”».

Augusto è paradigmatico per definire la divinità secondo il mondo e la pace come la dà il mondo (cf. Gv 14, 27), cioè un potere fondato sulla sopraffazione del prossimo. L’omiletica e il Magistero della Chiesa hanno più volte specificato i meccanismi del potere, anche politico, fine a sé stesso: al re di questo mondo non interessano i sudditi, se non in quanto schiavi timorosi. La stessa pace, offerta dal re di questo mondo, non è interiore ma si fonda sulla paura delle armi e sul supplizio, che viene comminato ai disertori. È il noto ragionare di Ponzio Pilato, che non riesce - almeno fino agli eventi del Calvario, poi non si sa - a distaccarsi da questa mentalità così diffusa.

È altrettanto noto che con Gesù Cristo, Dio ci chiede esplicitamente un cambiamento di mentalità: «convertitevi» (Mc 1, 15), dice Gesù – letteralmente nel testo greco sarebbe «andate oltre la mente», cambiate mentalità appunto. E, sulla base della Parola di Dio, la Chiesa insegna a proporre il potere come servizio e come sacrificio, così come Gesù venne per servire e non per essere servito (cf. Mc 10, 45). Nessuno comunque, attorno all’anno primo, si sentì deluso. Il mondo ebbe l’intronizzazione del suo figlio di un dio (Augusto) e i penitenti, da quel tempo, ebbero modo di riconoscere e adorare Gesù Cristo, il verace Figlio di Dio.

Vittorio Messori, nella sua prima opera di successo “Ipotesi su Gesù” [ed. SEI, Torino 1976 (dal 2011 disponibile in una edizione rivista, con una Appendice, € 16,50, pp. XIV+274)], c’informa che, già prima dell’Incarnazione del Verbo, il Salvatore del mondo, il Messia, era atteso non soltanto in ambito ebraico, ma pure tra i pagani. Tacito ad esempio, nelle “Historiae”, afferma che «verso questo tempo, l’Oriente sarebbe salito in potenza» e «dalla Giudea sarebbero venuti i dominatori del mondo». Quanto ai giudei, le profezie messianiche non si limitavano ad affermare la venuta di un Salvatore generico, ma ne fissavano anche la manifestazione cronologica. La “Magna prophetia” (capitolo IX) del Libro di Daniele, difatti, era letta dai più saggi in senso letterale. Per gli esseni, ad esempio, le «settanta settimane», previste da Daniele per l’avvento del Messia, avrebbero espresso anni e non giorni e coperto un periodo di 490 anni dalla deportazione babilonese del 586 a. C., al netto dei settant’anni di esilio: il tempo, dunque, si sarebbe compiuto verso l’anno 26 prima di Cristo. Una buona approssimazione.

Non solo, ma Messori scrive che «oggi sappiamo con sicurezza che la più celebre astrologia del mondo antico, quella babilonese, non soltanto era anch’essa in attesa del Messia dalla Palestina», ma «ne aveva previsto la data con una precisione ancor maggiore di quella degli esseni». I misteriosi Magi - si tratta probabilmente di alcuni sapienti giunti in Palestina dalla Persia – che fanno la loro comparsa nel Vangelo secondo Matteo, previdero l’evento soprannaturale dell’Incarnazione, almeno in una certa misura, mediante considerazioni di carattere astronomico (la stella). In loro la sapienza, che Dio infonde agli umili, non appare mortificata dalla speculazione razionale. Lo si intuisce anche dal comportamento dell’astro luminoso, oggetto fisico prima e, successivamente, globo oltremondano che si posa sulla santa casa di Betlemme e fa gioire, ancora oggi e sempre, i nostri cuori.

Verdi

Una corposa pubblicazione ne rivendica la piacentinità

 

Il 2013 è l’anno bicentenario di Giuseppe Verdi, un musicista la cui fama, immensa e senza dubbio popolare nell’intero Ottocento, non è mai venuta meno, tanto che non si contano le continue riproposizioni di sue opere e le registrazioni di suoi brani musicali. Ovviamente in Emilia, e specie a Parma, si annota quello che potremmo definire un culto per il Maestro, attestato per esempio da tante notazioni nei racconti di Giovannino Guareschi. Il più recente esempio della presenza verdiana nel sentire medesimo della gente comune si può leggere nelle polemiche sorte per l’inaugurazione della stagione della Scala, legata nel dicembre del 2012 a Wagner e non a Verdi.

Un elemento scarsamente considerato, ma senza dubbio degno d’interesse storico, è il legame con Piacenza, la piacentinità di Verdi. La Banca di Piacenza ha riproposto un denso volume di Mary Jane Phillips-Matz, Verdi il grande gentleman del Piacentino (pp. 302 con molte ill. nel testo, in parte a c.), che presenta una ricca serie di documenti, intessendo una vasta biografia del Maestro. L’Autrice è una studiosa americana, che ha trascorso molti soggiorni a Busseto, luogo natale di Verdi, ricavandone elementi, testi, iconografie, riversati in quest’opera, che ha conosciuto ampia diffusione, tanto che questa edizione del bicentenario è la quarta.

La rivendicazione della piacentinità di Verdi viene ampiamente illustrata. La si può riassumere in una decina di punti argomentati. Verdi nacque a Roncole, frazione di Busseto in provincia di Parma, ma solo perché il nonno vi si era trasferito dal Piacentino per gestirvi un'osteria. La famiglia materna (gli Uttini) si mosse sempre tra Saliceto di Cadeo e Chiavenna Landi, in terra piacentina. Non appena gli fu possibile, Verdi attraversò l'Ongina - il torrente che segna il confine tra le province di Piacenza e Parma - e si stabilì nel Piacentino, a Sant'Agata, luogo verdiano per eccellenza, come riconosciuto dalla recente legge (n. 206 del 2012) per le celebrazioni del Maestro. A Sant'Agata, infatti, il musicista compose la grande parte delle proprie opere, e certo le maggiori. A Piacenza Verdi aveva i migliori amici, fra i quali il capostazione (Mazzacurati), il calzolaio (Zaffignani), l'avvocato (Grandi). Di Piacenza fu consigliere provinciale, così come fu consigliere comunale di Villanova sull'Arda, sempre nel Piacentino. Il Maestro faceva capo a Piacenza (alloggiava all’albergo S. Marco), per ricevere o spedire merci, oltre che per i suoi viaggi. Fu presidente ad honorem del Circolo Musicale Piacentino. Nel suo testamento lasciò beni per opere sociali a Villanova sull'Arda, Fiorenzuola d'Arda e Cortemaggiore, tutti enti comunali del Piacentino

Cristiada

 

“Cristiada” è il titolo di un film tanto magnetico quanto inquietante. Narra della guerra civile combattuta negli anni Venti del secolo scorso in Messico e che pochi libri di storia al mondo hanno avuto il coraggio di raccontare.

In pochi anni il governo massonico e anticlericale di Plutarco Elías Calles (1877-1945) ebbe l'obiettivo di sradicare la fede del popolo messicano attraverso l’uccisione del popolo innocente. Erano gli anni in cui la Rivoluzione Bolscevica aveva iniziato a diffondere il comunismo in Russia e anche in altri Paesi accadde qualcosa di simile. Ma in Messico al contrario di altri Stati ci fu una grande, strenua e coraggiosa opposizione da parte della Chiesa Cattolica.

E' incredibile come questa interessante parte della storia messicana, utile per capire e interpretare molti fatti a livello mondiale, siano stati insabbiati nonostante la repressione sia stata sanguinosissima. Oggi dopo 90 allo stesso modo si sta tentando di occultare la pellicola.

Il film, originariamente presentato con il titolo di ”Cristiada”, è stato ribattezzato “For Greater Glory” per motivi potremmo dire prudenziali, con la speranza che così facendo trovasse maggior fortuna nella distribuzione delle pellicole. Purtroppo così non è stato. Già da due anni infatti si parla della sua uscita nei cinema europei, che fin da subito ha trovato ostacoli e levate di scudi nonostante il cast di altissimo livello: Andy Garcia, Eva Longoria Parker, Peter O’Toole, Bruce Greenwood, Catalina Sandino Moreno, Eduardo Verasteguì, Bruce McGill, Oscar Isaac, Santiago Cabrera, Nestor Carbonell, Rubén Blades, Oscar Isaac. Anche il regista è niente male, quel Dean Wright, già supervisore del Signore degli Anelli, (“Le Due Torri” e “Il ritorno del Re”). La colonna sonora è stata composta dal famoso musicista James Horner, autore, fra le altre, delle musiche di Titanic, Braveheart, Apollo 13, A Beautiful Mind e La Maschera di Zorro. Insomma, un cast e una troupe incredibile a cui tutte le società di distribuzione dovevano fare la fila per ottenere l'esclusiva e invece hanno fatto "cartello" per impedirne il successo.

Perché questa totale ostilità per un film che frutterebbe incassi record al botteghino? Il problema è che il film, racconta e legge i fatti non dal punto di vista dei cattolici, quindi sulla base di interessi di parte, ma secondo la verità storica. Dalla pellicola, infatti, non traspare una idealizzazione della Chiesa, ma si mettono in luce anche gli aspetti negativi degli uomini che ne fanno parte, non nascondendo gli eccessi che li hanno visti protagonisti.

Questa impostazione ha dato credibilità e veridicità ai fatti descritti nel bel film di Dean Wright.

85 mila cattolici scesi a combattere contro il governo anti-cristiano e i quali fatti sono innegabili quanto terribili: trucidati in battaglia, definiti spregiativamente cristeros a causa della loro fede in Cristo Re.

Papa Pio XI (1857-1939) dedicò alla persecuzione anticattolica di quello sfortunato Paese ben quattro documenti magisteriali, tre dei quali furono nientemeno che encicliche, oggi opportunamente raccolti nel volume Encicliche sulle persecuzioni in Messico, 1926-1937 (Amicizia Cristiana, 2012, pp. 78, € 7,00).”

Appurato quindi, che l’uscita del film nei cinema europei ed italiani sarà quantomeno osteggiata così come è già successo in America non resta altro che diffondere la recensione con il "passaparola informatico" sperando che tutti si lavori con una sorta di virtuosa "catena di San'Antonio".

Concludo: il film è tanto spettacolare quanto bello le ultime parole del film pronunciate da Padre Cristopher (nel film Peter O'Toole) fanno venire i brividi alla schiena:

"Non c'è gloria più grande di dare la vita per Gesù Cristo".

Il 12 dicembre scorso al termine dell'udienza Generale, il Santo Padre Benedetto XVI ha inviato in diretta il suo primo tweet da un tablet, così dopo l'utilizzo di facebook, il Papa prova anche twitter, per una“ presenza concreta anche nel mondo digitale”. La Chiesa e quindi il Papa in persona, non finiscono mai di stupire, smentendo quei facili luoghi comuni, che di solito li rappresentano relegati ai margini del Progresso. Ho presente quando Vittorio Messori nel 1° convegno della Bussolaquotidiana, svoltosi a Milano, evidenziava che la Chiesa da sempre, è stata protagonista con i nuovi strumenti di comunicazione. Nel 1450 a Magonza quando Johan Gutemberg inventò i primi caratteri mobili per stampare, il Papa di allora premurosamente mandò un gruppo di monaci in Germania per studiare le nuove tecnica di stampa.

“La scelta di Benedetto XVI di essere presente su Twitter - scrive padre Domenico Paoletti, preside del Seraphicum - riveste una grande importanza e merita un’adesione ampia, a cominciare da noi religiosi”. Qualche anno fa il Santo Padre esortava la Chiesa a vedere il web non come una minaccia ma come una risorsa da sfruttare. Secondo Benedetto XVI la chiesa avrebbe dovuto guardare Internet “con entusiasmo e audacia”, i sacerdoti dovevano vivere la rete e utilizzare gli strumenti che offre soprattutto come i social network come strumento evangelico. Discorso in linea coi tempi: sono sempre di più i religiosi su Facebook, ad esempio. Proprio con questo mezzo si è creata una bellissima catena di persone che portano avanti gli insegnamenti del Vangelo, raggiungendo anche persone topograficamente lontane. Papa Ratzinger intervenendo sull'argomento ha affermato: “Una pastorale nel mondo del web non deve dimenticare chi non è credente, o è sfiduciato o chi ha nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche, dal momento che i nuovi strumenti permettono di entrare in contatto con persone di ogni religione, con chi non crede e persone di ogni cultura. Il web può fare spazio anche a chi considera Dio ancora uno sconosciuto”.

La pastorale d'oggi, l'evangelizzazione, ha l'obbligo di rivolgersi agli uomini del nostro tempo con i mezzi attuali, come la radio, la televisione, quindi con internet. Dunque il Vaticano è sempre stato all'avanguardia, il Papa si rivolge agli utenti di facebook e twitter chiedendo loro di fare un utilizzo positivo del proprio profilo evitando identità fasulle. Tuttavia, il Papa mentre benedice Facebook e Twitter, teme che gli utenti possano cadere nell’illusione di una vita virtuale parallela: “Le nuove tecnologie – ha sottolineato il Papa – permettono alle persone di incontrarsi oltre i confini dello spazio e delle stesse culture, inaugurando così un intero nuovo mondo di potenziali amicizie. Questa è una grande opportunità, ma comporta anche una maggiore attenzione e una presa di coscienza rispetto ai possibili rischi”. Il Papa riconosce gli aspetti negativi del web e lancia l'allarme del pericolo di isolarsi in una torre d'avorio virtuale e in una vita parallela fatta di bit. Pertanto, il contatto personale resta insostituibile, come ha ribadito l'altra mattina padre Livio Fanzaga da Radio Maria, anzi lui è convinto che il futuro sarà della radio.

papa-twitter

 

In questi giorni ho letto un interessante libro Il filo interrotto edito da Mondadori (2012), curato da Giovanni Maria Vian. Il libro raccoglie alcuni interventi di giornalisti, esperti della comunicazione e affronta la questione della comunicazione della Chiesa con il mondo odierno. Gli interventi cercano di capire come mai la Chiesa, maestra di comunicazione, dopo venti secoli di storia, ora attraversa notevoli difficoltà di essere compresa soprattutto dai media. E' interessante il contributo di monsignor Gianfranco Ravasi a proposito delle nuove tecnologie collegate a internet. Il prelato elenca i vizi e le virtù della comunicazione, a partire dal mezzo televisivo e via via tutti gli altri divenuti “protesi” dei nostri organi di conoscenza, a cui è stato permesso di andare oltre le loro capacità naturali”.

La cultura elettronica si è ulteriormente evoluta, “si è passati – scrive Ravasi - a una sorta di ambiente globale e collettivo, un'atmosfera che non si può non respirare, neanche da parte di chi si illude snobisticamente di sottrarvisi”.L'ingresso dell'informatica nella nostra vita ha generato una nuova grammatica del conoscere, del comunicare e dello stesso vivere. Quindi per Ravasi, la rete con la sua moltiplicazione di dati, può portare all'anarchia intellettuale e morale, cioè al relativismo agnostico, all'apparente democratizzazione della comunicazione, imposta dalla globalizzazione informatica. Sempre nella rete per Ravasi c'è il rischio di piombare in una comunicazione 'fredda' e solitaria che esplode in forme di esasperazione e di perversione. Uno studioso americano, Perry Barlow ha osservato che con la moltiplicazione dei computer e delle antenne paraboliche,“la gente si è chiusa nelle case e ha abbassato le serrande. In pratica lo spostamento verso la realtà virtuale e verso i mondi mediatici, ha favorito la separazione delle persone con la morte del dialogo vivo e diretto nel villaggio.

Questo è il realismo critico di Ravasi dei nuovi socialnetwork, ma subito si premura a scrivere che questo non significa pessimismo dell'impegno, soprattutto per il credente e il religioso. Le sfide dei nuovi media bisogna affrontarli con fiducia e coraggio. Bisogna fare come S. Paolo ad Atene, che è entrato in quel che è “il primo aeropago moderno”. L'apostolo Paolo aveva attuato il primo grande progetto di inculturazione del cristianesimo ricorrendo a un linguaggio e a un'attività missionaria pronta a usufruire delle risorse offerte dalla cultura greco-romana del tempo, dalle sue tecniche oratorie, dalle vie di comunicazione dell'impero, dagli ambiti della polis e dalla forza della parresìa, la libera diffusione del pensiero”. Già Giovanni Paolo II nella Redemptoris missio del 1990, riconosceva che ormai è in corso una “nuova cultura” che nasce, “prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con nuovi messaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici”. Il Papa era convinto che i mezzi di comunicazione sociale erano ormai per molti diventati il principale strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali. Pertanto bisognava integrare il messaggio cristiano in questa 'nuova cultura' creata dalla comunicazione moderna.

Pertanto è necessario acquisire un sapere specifico, possedere la grammatica e la sintassi della nuova comunicazione per la nuova evangelizzazione. Monsignor Ravasi si augura che nella stessa formazione scolastica dei sacerdoti si introduca una presentazione ideale e operativa dei nuovi mezzi comunicativi.

Termino con le parole di Paolo VI: “Bisogna saper essere antichi e moderni, parlare secondo la tradizione ma anche conformemente alla nostra sensibilità. Cosa serve dire quello che è vero, se gli uomini del nostro tempo non ci capiscono?”.

Maria-Sofia-Petacco

 

Prima di presentare il volume, La Regina del Sud, devo fare qualche riflessione sul libro Terroni di Aprile che secondo Demarco intende sminuire “l'eccessiva retorica risorgimentale svelando il volto violento, repressivo e anche coloniale dell'intervento sabaudo”. Ottima l'intenzione, soltanto che per Demarco, il testo,“non si accontenta del molto. E neanche del moltissimo. Punta al tutto, al ribaltamento assoluto della Storia”. Forse Demarco sopravvaluta il testo di Aprile, allora che cosa si dovrebbe scrivere di Carlo Alianello, Patrick K. O'Clery o di Angela Pellicciari? Naturalmente il direttore del Corriere del Mezzogiorno non li cita ma fa riferimento ad altri storici “moderati” come Angelantonio Spagnoletti, ma anche lo stesso Giordano Bruno Guerri, che hanno prestato particolari attenzione alle ragioni dei vinti, ma assai più equilibrati e sicuramente senza coltelli tra i denti. Per quanto mi riguarda, ho letto e recensito Terroni, mi è sembrato un po' confuso politicamente e troppo nostalgico, carico di un rivendicazionismo che non tiene conto della realtà e cioè l'Unità del Paese ormai c'è, non si può ritornare al passato, piuttosto bisogna discutere dell'ideologia risorgimentista che continua a fare danni.

mantovano e cancelliere

 

Nel 12 capitolo Demarco intravede addirittura un romanticismo sudista, dove s'intrecciano forze e culture, in un'unica trama, un'unica storia, raccontata a più voci, che si avvicinano, si annusano, si sovrappongono.“Chi poteva immaginare - si chiede Demarco - che, in un'atmosfera di nuovo Romanticismo, un giorno i nipotini di Gramsci e quelli di Ferdinando II avrebbero deposto le armi in nome di una causa comune? E che alla figura del neoborbonico vero, di tradizione e cultura monarchica, si sarebbe affiancata quella di un neoborbonico giacobino, repubblicano e postcomunista?” Peraltro il Risorgimento al Sud non è mai piaciuto a nessuno, né ai cattolici, né ai comunisti, tanto meno ai borbonici, ma anche a quei meridionalisti come Salvemini, Fortunato e Nitti. A proposito dei cattolici Demarco   si sorprende del protagonismo dell'ex magistrato Alfredo Mantovano, cattolico di Lecce, eletto in parlamento nelle fila del centrodestra. Mantovano colto e sicuro del suo integralismo, - scrive Demarco - non si è sottratto al dibattito sui centocinquant'anni dell'Unità d'Italia e ti credo come poteva sottrarsi uno che si è formato alla scuola di Alleanza Cattolica. Tra le tante manifestazioni che ha organizzato l'onorevole Mantovano, l'anno scorso ha provocatoriamente organizzato un processo sui generis proprio a Maria Sofia, l'ultima regina del Regno borbonico, una figura controversa e tanto discussa dagli storici e la pubblicistica nostrana e internazionale. E siamo giunti alla presentazione dell'ultimo testo da presentare, che si riferisce proprio a Maria Sofia, La Regina del Sud di Arrigo Petacco, Arnoldo Mondadori editore.

Maria Sofia di Borbone, una delle cinque famose sorelle Wittelsbach, tra queste ricordiamo Elisabetta, la celebre Sissi, imperatrice, moglie di Francesco Giuseppe. Maria Sofia diventa regina di Napoli a soli 18 anni, moglie di Francesco II. Una ragazza bella, intrepida, avventurosa, temuta da Cavour, più popolare dello stesso Garibaldi, dopo l'unità diventa il simbolo più fulgido del legittimismo reazionario. Diventa eroica protagonista durante l'assedio di Gaeta, poi animatrice appassionata del brigantaggio politico nelle provincie meridionali, non si arrese mai all'inesorabile avanzare della Storia, D'Annunzio la chiamerà, l'”aquiletta bavara”. Scrive Petacco nell'introduzione: “Adorata dai suoi soldati, amata dai giovani eroi romantici che giungevano da ogni parte d'Europa per porre ai suoi piedi il loro cuore e la loro spada, l''eroina di Gaeta', malgrado avesse al fianco un consorte frigido e fatalista (il fin troppo vituperato Francischiello) combatté una lunga battaglia senza regole e senza quartiere contro l'odiato Savoia”. I suoi avversari hanno tentato di offuscarne l'immagine, attribuendogli amanti e nefandezze. Si giunse persino a realizzare ai suoi danni un osceno fotomontaggio (il primo nella storia della fotografia).

malaunità-manifesto

 

Fino all'anno scorso non conoscevo bene questa splendida e affascinante figura di regina, avevo letto qualcosa in internet, ora con questo libro ho le idee più chiare. Maria Sofia era una donna di temperamento avventuroso, amava cavalcare cavalli e spesso nuotava nelle acque pulite del golfo di Napoli, tirava di scherma e vestiva da amazzone, fumava in pubblico quei sigari lunghi e sottili che tanto scandalo avrebbero sollevato nella bigotta corte di Napoli. Queste abitudini, la rendevano estroversa, fuori da ogni schema per quei tempi. Aveva ricevuto un'educazione disinibita in famiglia in particolare da suo padre il conte Max. Certo con una donna così esuberante il povero Francesco, figlio di Maria Cristina, la Regina Santa, ha avuto qualche difficoltà, lui educato come un seminarista, mistico per temperamento. Eppure dopo qualche iniziale titubanza i due riuscirono a coesistere anche nella loro intimità

Ferdinando II, muore a quarantanove anni, lasciava il trono pericolante nelle mani di un figlio assolutamente incapace di regnare e purtroppo si è visto quasi subito, tra l'altro il giovane re era succube di sua madre (matrigna) Maria Teresa, che svolgeva il ruolo di eminenza grigia, ben presto si scontrò con il carattere forte e ribelle di Maria Sofia.

I due giovani sovrani ben presto dovettero affrontare la guerra che i “parenti” di Torino gli avevano subdolamente dichiarato. Con lo sbarco dei Mille di Garibaldi e le sue facili vittorie, grazie ai tradimenti degli ufficiali borbonici, la guerra arriva in poco tempo alle porte di Napoli. A questo punto bisogna affrontare l'esercito garibaldino, la situazione è complessa, Francesco II, fatalista e rassegnato, non sa assumersi le sue responsabilità, Maria Sofia, lo invita, lo implora a montare a cavallo e a guidare personalmente l'esercito rimastogli fedele e combattere. Petacco sulla figura del giovane re puntualizza: “Francesco non era imbecille come la storiografia risorgimentale ha sempre cercato di dipingerlo. O almeno non più imbecille di altri sovrani del suo tempo che pure regnarono felicemente. Al momento opportuno rivelerà anche sprazzi di intelligenza e di audacia sia pure sempre velati dalla sua rassegnata ironia”. Il vero problema per Petacco non era lui, ma gli uomini che lo circondavano: “una massa di cortigiani, di generali ignoranti, incapaci, corrotti, cinici e pronti al tradimento per salvare se stessi”.

 

 

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