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Domenica, 05 Aprile 2020

Aldo_Mola

Aldo A. Mola

 

Intervista a cura di Luciano Garibaldi

A novant’anni dalla marcia su Roma e dall’ascesa al potere di Benito Mussolini, vede la luce una straordinaria documentazione che consente di leggere senza più equivoci, e in maniera definitiva, la vera storia dell’avvento del fascismo. Il merito va dato al volume Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922 (con la collaborazione di Aldo G. Ricci e saggi di Antonino Zarcone e Gian Paolo Ferraioli, Edizioni del Capricorno, pp. 376, € 25) Chi è appassionato di storia conosce perfettamente il ruolo e le opere di Aldo A. Mola, curatore di un ampio progetto culturale voluto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, che si è già concretato con la scoperta e la pubblicazione di documenti che hanno consentito di conoscere tutto su un grande italiano: Giovanni Giolitti.

Ora, quest’opera – che ha appena visto la luce – è la prima di una serie che ha per titolo «Fonti per la storia d’Italia: i verbali dei Consigli dei Ministri». E proprio i verbali delle riunioni governative, a partire dall’ultimo governo Facta (dal 26 febbraio al 31 ottobre 1922) per terminare con il primo governo Mussolini (dal 31 ottobre al 31 dicembre 1922) sono il pezzo forte del volume: essi rappresentano una copiosa documentazione inedita sui motivi che portarono Vittorio Emanuele III a incaricare Mussolini di formare il governo. E ribaltano le accuse, rivolte da 90 anni a questa parte, al re di avere aperto la strada alla dittatura fascista rifiutando di proclamare lo stato d’assedio.

Scevro da pregiudizi, il volume non propone interpretazioni, bensì documenti. A partire da telegrammi e dispacci dei ministeri dell’Interno e della Guerra, da cui si evince che le misure del governo Facta comprendevano l’ordine di usare le armi una volta esauriti gli altri mezzi di difesa della legalità (il che spiega la reazione armata dei carabinieri di Sarzana alla marcia fascista, con l’ecatombe che ne seguì). Insomma, una straordinaria documentazione che comprende i rapporti tra esercito e fascismo nel triennio 1919-‘22, a cura di Antonino Zarcone, e il ruolo della politica estera nell’ascesa al potere del fascismo, a cura di Gian Paolo Ferraioli.

Dopo questo libro, non si potrà più fare del re il capro espiatorio dell’avvento di Mussolini, perché i documenti da esso rivelati provano come quasi tutti i partiti chiedessero l’ingresso dei fascisti al governo, ma non sapevano dire come, ovvero pensavano di tenerli sulla soglia della porta di servizio, benché ormai i Fasci contassero quasi 300.000 iscritti contro i 250.000 del Partito Socialista. Ne parliamo con Aldo A. Mola, curatore dell’opera.

Quale fu il ruolo di Mussolini in quell’ottobre 1922? Fu, la sua, una rivoluzione armata?

No. Mussolini parve l’unico capace di riportare in tempi brevi la crisi al vaglio delle Camere, chiudendo la breve parentesi extraparlamentare generata dall’indolenza del governo Facta. Mussolini rispose alle attese. Due settimane dopo il suo insediamento, presentò il governo alle Camere e ne ottenne la fiducia a larghissima maggioranza. Fu il Parlamento, e non lo squadrismo, a confermare che l’Italia aveva bisogno di un governo stabile e di provvedimenti energici per mettersi alle spalle tre anni di guerra civile strisciante e restaurare lo Stato uscito vittorioso dalla guerra mondiale.

Però la marcia su Roma vi fu.

Il volume documenta che, a differenza di quanto si legge in molti manuali e si ripete anche all’estero, la marcia su Roma non avvenne il 28 ottobre, data canonica della celebrazione (o deprecazione) dell’ “avvento del fascismo” o dell’inizio del ventennio fascista. Anzi essa non vi fu affatto. Quando gli squadristi entrarono nella capitale, nella notte fra il 30 e il 31 ottobre, non lo fecero per espugnarla. La “marcia” si ridusse alla sfilata di reduci da una battaglia mai combattuta, mentre Mussolini era già insediato alla presidenza del Consiglio. Dopo la sbrigativa “foto ricordo” con i quadrumviri, il duce si dedicò subito a imparare in fretta il mestiere di ministro del re. Il giorno dopo aprì la seduta del governo dichiarando che entro ventiquattr’ore tutto sarebbe rientrato nella norma. Non vi fu alcuna marcia su Roma, se per tale s’intende l’assalto dei fascisti per imporsi sui poteri costituiti, né vi fu la resa dello Stato allo squadrismo.

Dunque, non è esatto affermare che il regime fascista ha una precisa data di nascita: il 28 ottobre 1922?

Il regime fascista non nacque né il 28 né il 30-31 ottobre 1922. Il Parlamento ebbe altri 26 mesi per tornare alla normalità statutaria. Mussolini fece quanto gli venne consentito dalla sua audacia e dalla fortuna nonché dalla inconcludente cedevolezza delle opposizioni. La svolta verso il “partito unico” avverrà solo in seguito al suo discorso alla Camera del 3 gennaio 1925, il famoso discorso dell’«aula sorda e grigia, bivacco di manipoli».

Ciò era accaduto a seguito del ritiro delle opposizioni «sull’Aventino», ossia il loro rifiuto di proseguire l’attività politica in Parlamento. Ma tornando a Vittorio Emanuele III e al 28 ottobre, è dunque antistorico sostenere che vi fu un colpo di Stato?

Certamente. Quando, intorno al mezzogiorno del 29 ottobre, Vittorio Emanuele III incaricò Benito Mussolini di formare il governo, il re non imboccò una via extraparlamentare o antiparlamentare. Per superare lo stallo politico, i suoi predecessori erano ricorsi più volte a militari. Lo avevano fatto Carlo Alberto con il generale Chiodo; Vittorio Emanuele II, che aveva nominato Alfonso La Marmora al posto di Cavour, nel 1859, e di Minghetti, nel 1864, e Luigi Federico Menabrea dopo Rattazzi, nel 1867. Umberto I aveva incaricato Luigi Pelloux dopo il fallimentare V governo Rudinì, nel giugno 1898. Però quei militari erano anche tutti deputati da lunga data e vennero scelti per riconciliazione e monito. Il 29 ottobre 1922 il Re conferì l’incarico a Mussolini perché, dopo le prime consultazioni e pur con qualche riserva, così gli venne raccomandato da tutte le personalità consultate.

Compreso Giolitti?

Sì, anche Giolitti avallò in pubblico l’operato di Vittorio Emanuele III e negò che il nuovo governo fosse frutto di un colpo di Stato (o di testa) del sovrano sotto l’incubo delle squadre fasciste. Anticipò la valutazione acquisita novant’anni dopo dalla storiografia: il fascismo e l’avvento di Mussolini non furono la causa ma il frutto della crisi. Il governo Mussolini non nacque dalla violenza né fu anticostituzionale. A meno di considerarne complici quanti poi gli votarono la fiducia: il Partito Popolare di Alcide De Gasperi e tutti i più prestigiosi esponenti dell’arco liberal-democratico-conservatore.

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Presso la casa editrice Le Lettere escono, quasi in contemporanea, tre volumi, a cura di Francesco Perfetti. Dell’ambasciatore Roberto Ducci, col titolo Donne e politici del Regno del Sud (pp. 98, € 10), si presentano alcuni testi che rievocano la vita del Regno del Sud e altri episodi legati, invece, al periodo ancora fascista della diplomazia. Sono rievocati incontri con personaggi insigni della politica, della cultura e della società. Particolarmente ammirevole è lo stile vivace, elegante, sciolto, tipico dell’autore. Va altresì rimarcato come, anche attraverso documenti inediti, si ricostruiscano un clima, un periodo, un ambiente con risultati largamente superiori a quelli che sovente emergono dalla memorialistica degli ambasciatori, che riesce non di rado insoddisfacente e vuota.

Sul medesimo periodo storico s’incentra il diario di Franco di Campello Un Principe nella bufera (pp. 128, € 15). L’autore fu ufficiale di ordinanza di Umberto di Savoia, all’epoca principe di Piemonte, dal 15 gennaio 1943 al 20 giugno 1944, quando cioè assunse la luogotenenza. Il conte Francesco di Campello, amico d’infanzia di Umberto, fedelissimo, sincero nel suo solido affetto verso il principe, gli fu sempre vicino raccogliendone le confidenze e sollecitandolo a recitare una parte attiva, senza però incontrare successo. Il diario è un documento di rilevante importanza sulla figura di Umberto, uomo e principe, e al tempo stesso costituisce una testimonianza vivida di un mondo scomparso, monarchico e conservatore, cresciuto nel culto degli ideali risorgimentali e nel rispetto consapevole della tradizione liberal-nazionale.

Le pagine dedicate all’8 settembre e ai giorni successivi costituiscono una fonte attendibile, minuziosa, ricca di particolari inediti, sugli avvenimenti che portarono al trasferimento del Re e del governo nel Sud, passati alla cronaca, riduttivamente, come “la fuga di Pescara”. Esse offrono una drammatica e colorita rappresentazione del clima caotico, della confusione, del senso di smarrimento, delle paure che regnavano in quelle ore, a tutti i livelli, nelle alte sfere governative, nelle gerarchie militari, negli ambienti della Corte. è una pittura sconsolante che raffigura il disfacimento irrimediabile dei vertici dello Stato.

Si mette in luce, fra l’altro, l’emarginazione di Umberto da ogni scelta di decisioni, assunte sovente a sua totale insaputa. È palmare il dramma intimo sofferto di fronte alla partenza precipitosa da Roma decisa da Badoglio e ai modi in cui fu realizzata. Campello rivela in proposito come fosse stato persino predisposto un piano per il rientro in aereo di Umberto a Roma, che non fu possibile portare a termine per l’opposizione dei sovrani e di Badoglio. Illuminanti sono le pagine che rivelano i giochi politici durante il Regno del Sud e chiariscono le ripetute trame che volevano imporre al re la reggenza: il progetto fu superato solo dall’entrata in vigore della luogotenenza. Non meno degne di rilievo sono le annotazioni, fitte di giudizi in qualche caso impietosi, sui comandanti e sulle autorità alleati, oltre che su uomini politici italiani di tutti gli schieramenti.

Passiamo infine al pittore Orfeo Tamburi, del quale viene proposto Malaparte come me (pp. 110, con ill. nel testo, € 14). Curzio Malaparte resta non solo uno dei maggiori scrittori del nostro Novecento, ma altresì un personaggio fuori del comune. Rimase costantemente al centro della scena artistica, politica, culturale, giornalistica e mondana, legò il proprio nome a riconosciuti capolavori quali Kaputt e La Pelle, seppe altresì condurre una vita vissuta con intensità eccezionale, all’insegna di palesi contraddizioni e di vive polemiche. Personalità complessa e per certi aspetti enigmatica, fu, di volta in volta, fascista intransigente e oppositore del regime, strapaesano e novecentista, cortigiano e frondista, sempre, comunque, protagonista e testimone delle grandi tragedie del Novecento, sempre Malaparte.

Fra coloro che lo conobbero a fondo e lo frequentarono a lungo vi fu Tamburi, il quale collaborò con lui per decenni, fra l’altro curandone la rivista Prospettive e illustrandone molte opere. Il sodalizio fra i due, che si conobbero nel 1937, durò fino alla morte di Malaparte. Nei ricordi, scritti con grande immediatezza e con un sapido gusto dell’aneddoto, Tamburi descrive – sono parole sue – «Malaparte com’era e come pochi lo hanno conosciuto» perché «con gli altri spesso recitava o, meglio, si divertiva a mascherare la realtà che, forse, trovava troppo piatta».

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Anche quest’anno l’assessorato alla Cultura della Provinciadi Milano guidato da Novo Umberto Maerna ha ricordato la caduta del Muro di Berlino, organizzando in collaborazione con AlleanzaCattolica e LaogaiResearch Foundation Italia Onlus un convegno, “23 anni dopo la caduta del Muro. Libertà religiosa e persecuzione dei cristiani, presso lo Spazio Oberdan in Milano. L’anno scorso per l’occasione è stato invitato il dissidente cinese Harry Wu, quest’anno hanno partecipato, Rodolfo Casadei, giornalista,inviato speciale all’estero della rivista Tempi, Toni Brandi, presidente LaogaiResearch Foundation Italia onluse Massimo Introvigne, vice reggente nazionale di Alleanza Cattolica, nonché coordinatore dell’Osservatorio della Libertà Religiosa promosso dal Ministero degli Esteri,per parlare delle persecuzioni dei cristiani nel mondo e quindi della negazione della libertà religiosa.

Maerna, introducendo i lavori ha detto che “la caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989, è il simbolo del crollo dell’impero social-comunista che ha portato all’acquisizione della libertà di tanti popoli dell’Est Europa. Per il mondo Occidentale però le sfide politiche e culturali non sono ancora finite e i valori che hanno contribuito a raggiungere quel risultato devono ora rimettersi in campo per abbattere i nuovi muri che impediscono ad altri popoli di vivere nel rispetto delle loro identità. La difesa della libertà religiosa significa anche difesa dell’identità culturale, ed è alla base di ogni altro diritto”.Inoltre, l’assessore, ha evidenziato che nonostante la Provincia sia un’istituzione che deve rappresentare tutti, questo non deve escluderedal ricordare un evento come quello della caduta del Muro o dalprendere posizione su un problema così grave come la persecuzione di cristiani nel mondo. Bisogna dare atto a Maerna,che è anche vice presidente della Provincia, per il coraggio e la sensibilità nell’organizzare eventi di tale importanza, per certi versi mi ricorda il giovane assessore alla cultura alla Regione Lombardia Marzio Tremaglia, scomparso prematuramente nel 2000.

I relatori sono stati presentati da Marco Invernizzi responsabile regionale di Alleanza Cattolica. Ha preso la parola per primo Toni Brandi, presentando il libro La persecuzione dei cattolici in Cina, della LaogaiResearch Foundation Italia Onlus, edito da Sugarco, 2012. Aiutandosi con le immagini, Brandi, oltre ad enumerare le continue violenze del regime cinese nei confronti di tutte le fedi religiose, in particolare di quella cattolica,ha voluto sottolineare che la situazione in Cina è in continua evoluzione, nel senso che i cinesi si stanno ribellando con continue manifestazioni contro il partito comunista e probabilmente tra dieci anni il regime sarà spazzato via. Il libro di LRF “vuole essere un omaggio alla Chiesa Cattolica in Cina. Dopo un rapido excursus sulla sua storia, prima e dopo Mao Zedong, si sofferma sulla complessa realtà odierna, alla luce del Magistero degli ultimi Pontefici. Da un lato dimostra la cura e la preoccupazione materna che la Santa Sede ha per i suoi figli cinesi, ma soprattutto vuole rendere omaggio alla schiera senza numero delle “anime di coloro che sono stati immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli hanno resa” (Ap.6,9). In particolare vuole essere un tributo ai martiri cristiani nella Cina di oggi, dove i diritti fondamentali dell’uomo sono negati, dove i cattolici, insieme alle altre persone sgradite al regime, scompaiono nei laogai per lunghi anni e senza un giusto processo. Vescovi, sacerdoti e laici sono ancora oggi perseguitati, imprigionati e oppressi, mentre l’Occidente distratto o connivente continua a mercanteggiare con il dragone cinese, attento solo al massimo profitto”.

Subito dopo ha parlato Rodolfo Casadei, che ha presentato il suo recente volume, Tribolati ma non schiacciati. Storie di persecuzione, fede e speranza, edito da Lindau, 2012.Questo libro è la continuazione de Il sangue dell’agnello, scritto alcuni anni fa, tra l’altro da me recensito. Il giornalista di Tempi, ha raccontato con commovente partecipazione, anche lui attraverso immagini, alcune storie di uomini e donne, famiglie cristiane, da lui intervistate, che hanno subito persecuzioni, in particolare in Iraq, in Turchia, in Nigeria.

Infine è intervenuto Massimo Introvigne, che ha cercato di individuare il perché il tema dellepersecuzione dei cristiani nel mondo non riesce ad occupare le prime pagine dei giornali. Il sociologo torinese ha notato che finché parli di vittime oggetto di torture, stupri, assassini, allora la gente partecipa fino a commuoversi, ma quando cerchi di spiegare che oltre alle vittime ci sono anche gli aggressori, gli assassini, e quindi cominci a fare i nomi, allora sembra di rivedere la scena accaduta a S. Paolo all’agorà di Atene, quando cercava di convincere gli ateniesi della resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, allora gli dissero che l’avrebbero ascoltato un’altra volta.

Secondo Introvigne i cristiani sono perseguitati dall’Islam fondamentalista che è ben presente in diversi continenti, dai regimi comunisti, che esistono ancora nonostante la caduta del Muro di Berlino, dal fondamentalismo buddista e induista, e infine dagli atti legislativi di certi governi occidentali. A questo proposito,Introvigne ci ha anticipato la presentazione della denuncia presentata dall’Osservatorio dell’Intolleranza e Discriminazione contro i Cristiani (OIDAC) alla Conferenza internazionale dell’OCSE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) in corso a Vienna sul tema della libertà di riunione e di associazione. Introvigne, è convinto che la libertà di espressione dei cristiani è in pericolo in tutta l’Europa. Negli ultimi sei anni più di ottocento casi in Europa nei quali la libertà dei cristiani di esprimere pubblicamente la loro fede è stata violata.

“Molti di questi casi - spiega il sociologo torinese -, sono relativi a divieti e restrizioni imposti ai cristiani che intendono manifestare pubblicamente la loro contrarietà al matrimonio omosessuale o all’aborto. In particolare, è molto preoccupante che diversi Paesi creino o stiano pensando di creare il cosiddetto “banningmile”, un miglio quadrato intorno alle cliniche o ospedali dove si praticano aborti, o alle sale dove si celebrano matrimoni omosessuali, nel quale è vietata qualunque manifestazione, protesta o distribuzione di volantini critici”. “Naturalmente - precisa Introvigne - quando le autorità vietano manifestazioni anti-abortiste o contrarie al matrimonio omosessuale violente ovvero che utilizzano insulti, minacce o toni offensivi contro le persone fanno semplicemente il loro mestiere, e queste restrizioni sono giustificate. Tuttavia sempre più spesso sono vietate anche manifestazioni del tutto pacifiche e pacate. E in questo secondo caso si tratta di violazioni della libertà dei cristiani di esprimersi su materie che per loro sono cruciali e non negoziabili”.“E c’è anche il rischio di adottare due pesi e due misure - conclude il sociologo -. Perché mai dovrebbe esserci un “banningmile” intorno alle cliniche dove si praticano aborti e non nelle aree intorno alle chiese cristiane, teatro spesso di proteste sguaiate e offensive?”.

Michele Bianco su Palatucci

 

«È davvero straordinario che dal 1938 al 1944, mentre imperversavano le polemiche sugli “ebrei deicidi”, Giovanni Palatucci, funzionario di uno stato iniquo e del non diritto, che avrebbe dovuto perseguitare gli ebrei, li salvava invece a rischio della propria vita, manifestando un chiaro atteggiamento ecumenico e di apertura al dialogo, come ci attestano i testimoni della sua storia, frequentando anche la Sinagoga a due passi dalla sua abitazione di Fiume».

Con queste parole, don Michele Bianco, docente universitario e storico di Giovanni Palatucci, ha presentato - insieme al coautore Antonio De Simone Palatucci, nipote di Govanni - il volume “Giovanni Palatucci. Un Giusto e un Martire cristiano”. La presentazione è avvenuta all’Università di Bari, nel “Palazzo degli Affreschi”. Il testo, edito da La Scuola di Pitagora Editrice con la prefazione del cardinale Camillo Ruini, ripercorre la breve e intensa vita di Palatucci, Servo di Dio per aver salvato le vite di migliaia di ebrei e perseguitati, mostrando il suo martyrium caritatis et in odium fidei in senso storico e teologico, senza trascurare il significato “sociale” del suo gesto.

Nel 1938 in Italia vengono promulgate le leggi razziali, in seguito alle quali inizia anche nel nostro paese la persecuzione degli ebrei. Giovanni Palatucci, il giovane questore reggente di Fiume, in quel momento ancora italiana, aiuta senza sosta e senza risparmiarsi i perseguitati di ogni genere, in primis ebrei, fino a quando viene arrestato il 13 dicembre 1944. In questi anni riesce a salvare almeno 5000 persone dai rastrellamenti dei nazisti, come comprovato da testimonianze univoche e incontrovertibili. Il 10 febbraio 1945 Giovanni Palatucci muore nel lager di Dachau, a causa di un’infezione di tifo petecchiale oppure in seguito all’iniezione letale.

La storia di Palatucci ha molto da insegnare anche oggi. «Nella nostra epoca – prosegue don Bianco, docente di Etica Universale e Etiche contemporanee al Master di II livello di Bioetica all’Università degli Studi di Bari - definita da Gilles Lipovetsky come “l’ère du vide” che ha prodotto apatie e stile cool, ossia un pieno indifferentismo valoriale con la bancarotta del soggetto all’interno della “costellazione strutturalista”, si avverte sempre più l’esigenza del ritorno a “nuovi universali concreti”, come contro-risposta al relativismo e al nichilismo, per colmare il vuoto degli Assoluti lasciato dalla Modernità e Postmodernità. Occorre, oggi, testimoniare e impegnarsi a costruire la civiltà dell’amore basata sulla morale e sul Vangelo, proprio come fece il Servo di Dio Giovanni Palatucci».

Dalla presentazione del libro emerge la figura di un esempio precoce di ecumenismo nella Chiesa Cattolica. «In quanto funzionario di uno stato iniquo e del non diritto - conclude don Bianco - avrebbe dovuto perseguitare gli ebrei, invece li salvava a rischio della propria vita, manifestando un chiaro atteggiamento ecumenico e di apertura al dialogo, come ci attestano i testimoni della sua storia, frequentando anche la Sinagoga a due passi dalla sua abitazione di Fiume».

 

Don Michele Bianco ha risposto ad alcune domande per approfondire gli argomenti principali del libro.

Che cosa ha spinto lei e Antonio De Simone Palatucci a scrivere questo libro e quale messaggio, oltre alla straordinaria vita del protagonista, volete portare ai vostri lettori?

Ci ha spinti a scrivere quest’opera l’amore appassionato per la verità storica sulla straordinaria vita eroica del coraggioso testimone della Fede, confortata dalle opere, del penultimo questore reggente di Fiume italiana, che immolò come olocausto la sua giovane vita, a meno di 36 anni, per la soprannaturale carità di Cristo e dei perseguitati di ogni genere, soprattutto ebrei, polverizzati altrimenti dalla mostruosità della ferocia dei nazisti “Bestie di Satana”. Il messaggio da offrire ai lettori è chiaro e univoco: la forza della Fede nella testimonianza dei valori soprannaturali e immarcescibili sull’esempio del nostro Martire.

 

Che valore ha parlare oggi di martirio e persecuzione? Il martirio cristiano come può essere attualizzato nel contesto storico e sociale in cui viviamo?

Parlare oggi di martirio ha senso, dal momento che la storiografia contemporanea ha conosciuto una violenta impennata del martirio. Dodici anni fa il Beato Giovanni Paolo II dava inizio al processo della “purificazione della memoria” che si concludeva, liturgicamente, con la “Giornata del Perdono”, celebrata il 12 marzo dell’Anno Santo Giubilare del 2000. Tale processo di revisionismo storico, che riconosceva errori e colpe, passati e presenti (dal caso Galileo del 1979 a quello di Giordano Bruno del 2000; dalla correità dei cattolici nei delitti degli Ustascia croati durante il secondo conflitto mondiale agli orrori della guerra in Bosnia del 1992-95), produceva il documento della Commissione Teologica Internazionale, “Memoria e Riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato” (Libreria Editrice Vaticana), sotto la presidenza dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger.

In quella circostanza l’illuminato pontefice definiva il 1900 il “secolo dei martiri”, oltre che “degli orrori”, che ha sperimentato i campi di concentramento stalinisti e nazisti, con la strage di interi gruppi sociali (Armeni ed Ebrei) e lo sterminio sistematico e industriale ad Auschwitz, nei Gulag Sovietici e a Hiroshima.

Nella nostra epoca, definita da Gilles Lipovetsky come “l’ère du vide” che ha prodotto apatie e stile cool, ossia un pieno indifferentismo valoriale con la bancarotta del soggetto all’interno della “costellazione strutturalista”, si avverte sempre più l’esigenza del ritorno a “nuovi universali concreti”, come contro-risposta al relativismo e al nichilismo, per colmare il vuoto degli Assoluti lasciato dalla Modernità e Postmodernità. Occorre, oggi, testimoniare e impegnarsi a costruire la civiltà dell’amore basata sulla morale e sull’Vangelo, proprio come fece il Servo di Dio Giovanni Palatucci.

Martire significa in greco testimone e il mondo ha bisogno, come osservava il grande papa Paolo VI, più di testimoni che di maestri. Siamo chiamati ad applicare l’ethos per un mondo migliore e più giusto: questo è il senso del martirio nell’odierna società del postmodernismo e del postnichilismo.

 

Il Servo di Dio Giovanni Palatucci è un cristiano morto per aver aiutato gli ebrei. Cosa ci insegna sull’ecumenismo la storia di questo uomo di fede?

Giovanni Palatucci secondo le fonti storiche più qualificate (Ebrei e storici) ha sottratto allo sterminio della morsa nazista almeno 5000 ebrei insieme con tanti altri diseredati e perseguitati politici. Fu convinto assertore dell’Ecumenismo ante litteram già a partire dal 1938, l’anno delle nefande ed esecrabili leggi razziali prodotte dal PNF.

L’ecumenismo ha inizio nella Chiesa nel 1959 quando l’ebreo Isaac chiedeva all’allora pontefice Giovanni XXIII di abolire l’aggettivo “perfidi” nell”Oremus pro perfidis Judaeis” della Liturgia del Venerdì Santo, trovando benevola accoglienza, nonostante le forti resistenze di Spadafora, del Vescovo Carli e poi di Landucci e di tanti altri teologi conservatori. Soltanto nel 1965, con la promulgazione del Documento «Nostra Aetate» del 28 ottobre, si ufficializza l’ecumenismo della Chiesa Cattolica, riaffermato con convinzione nei successivi «Orientamenti» del 1974 e «Sussidi» del 1985 in cui si afferma l’origine ebraica della cristianità. La Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo nel Documento «Ebrei ed Ebraismo per la Chiesa Cattolica» (1985) alla p. 516 afferma “Gesù è ebreo e lo è per sempre”.

È davvero straordinario – e la Congregazione per le Cause dei Santi deve tenerne conto – che dal 1938 al 1944, mentre imperversavano le polemiche sugli “ebrei deicidi”, che avevano contagiato anche la Chiesa e note riviste, tra cui «La Civiltà Cattolica», Giovanni Palatucci funzionario di uno stato iniquo e del non diritto, che avrebbe dovuto perseguitare gli ebrei, invece li salvava a rischio della propria vita, manifestando un chiaro atteggiamento ecumenico e di apertura al dialogo, come ci attestano i testimoni della sua storia, frequentando anche la Sinagoga a due passi dalla sua abitazione di Fiume.

 

Le storie delle vite dei Santi, Beati e Servi di Dio, come quella raccontata nel suo ultimo libro, come possono aiutare i fedeli nella vita di tutti i giorni?

La galassia dei Santi che ci attorniano, pregano per noi, si pongono accanto a ciascuno di noi perché ci lasciamo formare dalla pedagogia del Signore che ci vuole secondo la statura di Cristo. I Santi sono nostri amici e fratelli e riverbero chiaro della presenza di Cristo; sono semafori che ci indicano la via da seguire: Cristo Gesù il Crocifisso Risorto. In questa meravigliosa costellazione si colloca la vita eccezionale del grande agonista della fede e martire della carità Giovanni Palatucci, il cui martirio può essere considerato anche in una prospettiva allargata “per la giustizia sociale”, o nel contesto del così detto “martirio bianco”, con l’annullamento della coscienza, come avveniva nei lager e nei nosocomi criminali in cui il Servo di Dio ha vissuto questa terribile esperienza.

Il nostro libro prova le tre condizioni per il riconoscimento del martirio cristiano - oltre alla “prospettiva allargata” del concetto di martirio, rivendicata oggi da molti martiròlogi - , ossia l’effusio sanguinis, che è costituita dal liquido letale iniettato nelle vene del Servo di Dio raggelandole (quantunque il liquido ematico non sia fuoriuscito è stato parimenti “effuso”!), stando alla testimonianza di Giuseppe Gregorio Gregori, compagno di baracca di Giovanni nei suoi ultimi centro giorni di vita; l’odium contra Fidem, che è rappresentato dalla ferocia dei nazisti che nel soccorritore degli ebrei vollero colpire la Chiesa, di cui l’ebraismo costituiva il sostrato, come dichiara l’illustre storico H. S. Hockerts; e, infine, la dispositio martiris è in re ipsa, nel fatto che dal 1938 al 1944, aiutando e soccorrendo gli ebrei fiumani sapeva, se scoperto, del rischio che, correva e che corse: la morte, proprio come fu.

Il nostro libro rileva il fatto che il sensus fidei dei christifideles laici, subito dopo la morte, abbia rivendicato come communis opinio la sua fama sanctitatis nella forma della fama martyrii. Nel 1990 l’Ebraismo gli ha riconosciuto il massimo titolo di “Giusto tra le Nazioni”, scrivendo il suo nome nello Yad Vashem, “Memoriale e Ricordo”. Auspichiamo che i lettori si appassionino alla grande storia del Servo di Dio Giovanni Palatucci e che la Chiesa “Santa Madre dei Santi”, per dirla col Manzoni, nella sua assoluta sovranità, lo riconosca presto Santo e Martire.

 

 

 

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Fra i numerosi contributi frutto del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, merita di essere segnalato — quale voce fuori dal coro «risorgimentalista» — quello offerto dallo storico Paolo Macry nel suo Unità a Mezzogiorno. Come l’Italia ha messo assieme i pezzi (il Mulino, Bologna 2012, pp. 156, € 13,50).

Convinto assertore dell’unificazione politica della Penisola e nello stesso tempo consapevole che i suoi «nodi fondativi [...] non sempre hanno trovato adeguata riflessione» (p. 14), egli ritiene che l’Italia sia nata «su un letto di spine» (ibidem) per una serie di difficoltà insorte sia sul piano interno che su quello esterno, ma soprattutto che esse ruotino intorno a una «matrice territoriale» (p. 8), cioè l’evidente diversità — anche culturale — esistente fra l’ex Regno delle Due Sicilie e il resto del Paese.

La conquista del Mezzogiorno d’Italia non rientrava nei progetti iniziali del conte Camillo Benso di Cavour, primo ministro del re di Sardegna Vittorio Emanuele II e artefice del processo di unificazione, che immaginava la costituzione di un regno limitato agli Stati dell’Italia Settentrionale; ma le province meridionali, acquisite al nascente Regno d’Italia «sulla base di un evento deciso altrove e in parte imprevisto» (p. 22), si rivelano subito disomogenee rispetto alle altre aree peninsulari: «un mondo a parte» (p. 31).

Macry indaga innanzitutto sulle dinamiche dell’imprevisto crollo del Regno delle Due Sicilie, che, «per una sorta di remora ideologica, gli storici sembrano talvolta riluttanti ad analizzare» (p. 37). Nel 1860 il regno non è affatto perduto e la partita è ancora tutta da giocare, ma un colpo decisivo alla sua integrità viene dalla Sicilia, «nazione di élite e di popolo» (p. 42), che non si rassegnava alla fine dell’autonomia decretata dalla dinastia borbonica nel 1816 e che prende fuoco alla prima scintilla nel 1848 e nel 1860, dando vita a insurrezioni intense e cruente, caratterizzate da «una fenomenologia intrecciata di violenza politica e criminalità comune, che rende la guerra siciliana [...] poco adatta ad essere inserita in visioni oleografiche del Risorgimento» (p. 45). In un simile contesto vanno ridimensionati sia i non pochi errori politici e militari dei borbonici, sia il ruolo dei garibaldini, i quali fungono più da miccia che da forza d’urto: «Con Garibaldi, fin dai primi giorni, c’è la Sicilia» (p. 57), cioè una polveriera che esplode con fragore producendo un moto violento e anarchico, «rispetto al quale la nazione italiana viene buon ultima» (p. 60).

Ma la sconfitta nell’isola non sarebbe decisiva se non fosse affiancata dall’implosione degli apparati pubblici, determinata soprattutto dalla scelta di re Francesco II di Borbone, con Atto Sovrano del 25 giugno 1860, di riportare in vigore lo Statuto del 1848. Aprire le finestre a correnti d’aria rivoluzionarie mentre la Sicilia è in fiamme, richiamare gli oppositori dall’esilio e permettere la costituzione di una guardia nazionale in antitesi alla polizia e all’esercito, significa affrettare lo sfacelo. Il colpo di grazia alle strutture del regno è la contestuale nomina a prefetto di polizia e poi a ministro dell’interno dell’avvocato Liborio Romano, vecchio oppositore politico, che da un lato decapita l’amministrazione borbonica, ricostruendola sommariamente «in fattezze liberali» (p. 80), e dall’altro lato affida la gestione dell’ordine pubblico «ai gruppi violenti della camorra» (p. 64). «Nel quadro di entropia che segue l’Atto Sovrano» (p. 66) si comprende anche la défaillance dei vertici militari che, per realismo o per opportunismo, ne traggono le conseguenze e passano al nemico o depongono le armi. Ne deriva che «se si può ragionevolmente parlare di una liberazione della Sicilia, lo stesso non può dirsi per la liberazione di Napoli e del sud continentale» (p. 89); prova ne è il cosiddetto brigantaggio, «guerra civile e guerra sociale» (p. 93), che produce «molte migliaia di morti, più che in tutte le guerre risorgimentali» (ibidem).

Sconfitta l’insurrezione con una repressione violenta e con una legislazione eccezionale, il Mezzogiorno viene assimilato — è questa l’ultima parte delle riflessioni di Macry — mediante una distribuzione di ingenti risorse pubbliche alle periferie meridionali, garantendo una crescita artificiosa di quelle aree e la sopravvivenza forzata delle élite locali, scelte dalle popolazioni più per la capacità di attirare e distribuire ricchezze che per quella di promuovere la crescita economica e il bene pubblico. Questa politica produce alla lunga inefficienza e immobilismo al Sud e l’aumento della spesa pubblica italiana, nonché, specie dopo la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945), «il continuo espandersi delle funzioni dello stato e dei suoi apparati burocratici, economici e finanziari, che fa dell’Italia repubblicana il paese occidentale con il più esteso settore pubblico» (p. 129). E nonostante ciò il nodo territoriale non si è sciolto: «mettere assieme i pezzi resta, come nel 1860, il problema dei problemi» (p. 133).

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