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Il 12 dicembre scorso al termine dell'udienza Generale, il Santo Padre Benedetto XVI ha inviato in diretta il suo primo tweet da un tablet, così dopo l'utilizzo di facebook, il Papa prova anche twitter, per una“ presenza concreta anche nel mondo digitale”. La Chiesa e quindi il Papa in persona, non finiscono mai di stupire, smentendo quei facili luoghi comuni, che di solito li rappresentano relegati ai margini del Progresso. Ho presente quando Vittorio Messori nel 1° convegno della Bussolaquotidiana, svoltosi a Milano, evidenziava che la Chiesa da sempre, è stata protagonista con i nuovi strumenti di comunicazione. Nel 1450 a Magonza quando Johan Gutemberg inventò i primi caratteri mobili per stampare, il Papa di allora premurosamente mandò un gruppo di monaci in Germania per studiare le nuove tecnica di stampa.

“La scelta di Benedetto XVI di essere presente su Twitter - scrive padre Domenico Paoletti, preside del Seraphicum - riveste una grande importanza e merita un’adesione ampia, a cominciare da noi religiosi”. Qualche anno fa il Santo Padre esortava la Chiesa a vedere il web non come una minaccia ma come una risorsa da sfruttare. Secondo Benedetto XVI la chiesa avrebbe dovuto guardare Internet “con entusiasmo e audacia”, i sacerdoti dovevano vivere la rete e utilizzare gli strumenti che offre soprattutto come i social network come strumento evangelico. Discorso in linea coi tempi: sono sempre di più i religiosi su Facebook, ad esempio. Proprio con questo mezzo si è creata una bellissima catena di persone che portano avanti gli insegnamenti del Vangelo, raggiungendo anche persone topograficamente lontane. Papa Ratzinger intervenendo sull'argomento ha affermato: “Una pastorale nel mondo del web non deve dimenticare chi non è credente, o è sfiduciato o chi ha nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche, dal momento che i nuovi strumenti permettono di entrare in contatto con persone di ogni religione, con chi non crede e persone di ogni cultura. Il web può fare spazio anche a chi considera Dio ancora uno sconosciuto”.

La pastorale d'oggi, l'evangelizzazione, ha l'obbligo di rivolgersi agli uomini del nostro tempo con i mezzi attuali, come la radio, la televisione, quindi con internet. Dunque il Vaticano è sempre stato all'avanguardia, il Papa si rivolge agli utenti di facebook e twitter chiedendo loro di fare un utilizzo positivo del proprio profilo evitando identità fasulle. Tuttavia, il Papa mentre benedice Facebook e Twitter, teme che gli utenti possano cadere nell’illusione di una vita virtuale parallela: “Le nuove tecnologie – ha sottolineato il Papa – permettono alle persone di incontrarsi oltre i confini dello spazio e delle stesse culture, inaugurando così un intero nuovo mondo di potenziali amicizie. Questa è una grande opportunità, ma comporta anche una maggiore attenzione e una presa di coscienza rispetto ai possibili rischi”. Il Papa riconosce gli aspetti negativi del web e lancia l'allarme del pericolo di isolarsi in una torre d'avorio virtuale e in una vita parallela fatta di bit. Pertanto, il contatto personale resta insostituibile, come ha ribadito l'altra mattina padre Livio Fanzaga da Radio Maria, anzi lui è convinto che il futuro sarà della radio.

papa-twitter

 

In questi giorni ho letto un interessante libro Il filo interrotto edito da Mondadori (2012), curato da Giovanni Maria Vian. Il libro raccoglie alcuni interventi di giornalisti, esperti della comunicazione e affronta la questione della comunicazione della Chiesa con il mondo odierno. Gli interventi cercano di capire come mai la Chiesa, maestra di comunicazione, dopo venti secoli di storia, ora attraversa notevoli difficoltà di essere compresa soprattutto dai media. E' interessante il contributo di monsignor Gianfranco Ravasi a proposito delle nuove tecnologie collegate a internet. Il prelato elenca i vizi e le virtù della comunicazione, a partire dal mezzo televisivo e via via tutti gli altri divenuti “protesi” dei nostri organi di conoscenza, a cui è stato permesso di andare oltre le loro capacità naturali”.

La cultura elettronica si è ulteriormente evoluta, “si è passati – scrive Ravasi - a una sorta di ambiente globale e collettivo, un'atmosfera che non si può non respirare, neanche da parte di chi si illude snobisticamente di sottrarvisi”.L'ingresso dell'informatica nella nostra vita ha generato una nuova grammatica del conoscere, del comunicare e dello stesso vivere. Quindi per Ravasi, la rete con la sua moltiplicazione di dati, può portare all'anarchia intellettuale e morale, cioè al relativismo agnostico, all'apparente democratizzazione della comunicazione, imposta dalla globalizzazione informatica. Sempre nella rete per Ravasi c'è il rischio di piombare in una comunicazione 'fredda' e solitaria che esplode in forme di esasperazione e di perversione. Uno studioso americano, Perry Barlow ha osservato che con la moltiplicazione dei computer e delle antenne paraboliche,“la gente si è chiusa nelle case e ha abbassato le serrande. In pratica lo spostamento verso la realtà virtuale e verso i mondi mediatici, ha favorito la separazione delle persone con la morte del dialogo vivo e diretto nel villaggio.

Questo è il realismo critico di Ravasi dei nuovi socialnetwork, ma subito si premura a scrivere che questo non significa pessimismo dell'impegno, soprattutto per il credente e il religioso. Le sfide dei nuovi media bisogna affrontarli con fiducia e coraggio. Bisogna fare come S. Paolo ad Atene, che è entrato in quel che è “il primo aeropago moderno”. L'apostolo Paolo aveva attuato il primo grande progetto di inculturazione del cristianesimo ricorrendo a un linguaggio e a un'attività missionaria pronta a usufruire delle risorse offerte dalla cultura greco-romana del tempo, dalle sue tecniche oratorie, dalle vie di comunicazione dell'impero, dagli ambiti della polis e dalla forza della parresìa, la libera diffusione del pensiero”. Già Giovanni Paolo II nella Redemptoris missio del 1990, riconosceva che ormai è in corso una “nuova cultura” che nasce, “prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con nuovi messaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici”. Il Papa era convinto che i mezzi di comunicazione sociale erano ormai per molti diventati il principale strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali. Pertanto bisognava integrare il messaggio cristiano in questa 'nuova cultura' creata dalla comunicazione moderna.

Pertanto è necessario acquisire un sapere specifico, possedere la grammatica e la sintassi della nuova comunicazione per la nuova evangelizzazione. Monsignor Ravasi si augura che nella stessa formazione scolastica dei sacerdoti si introduca una presentazione ideale e operativa dei nuovi mezzi comunicativi.

Termino con le parole di Paolo VI: “Bisogna saper essere antichi e moderni, parlare secondo la tradizione ma anche conformemente alla nostra sensibilità. Cosa serve dire quello che è vero, se gli uomini del nostro tempo non ci capiscono?”.

Cristiada

 

“Cristiada” è il titolo di un film tanto magnetico quanto inquietante. Narra della guerra civile combattuta negli anni Venti del secolo scorso in Messico e che pochi libri di storia al mondo hanno avuto il coraggio di raccontare.

In pochi anni il governo massonico e anticlericale di Plutarco Elías Calles (1877-1945) ebbe l'obiettivo di sradicare la fede del popolo messicano attraverso l’uccisione del popolo innocente. Erano gli anni in cui la Rivoluzione Bolscevica aveva iniziato a diffondere il comunismo in Russia e anche in altri Paesi accadde qualcosa di simile. Ma in Messico al contrario di altri Stati ci fu una grande, strenua e coraggiosa opposizione da parte della Chiesa Cattolica.

E' incredibile come questa interessante parte della storia messicana, utile per capire e interpretare molti fatti a livello mondiale, siano stati insabbiati nonostante la repressione sia stata sanguinosissima. Oggi dopo 90 allo stesso modo si sta tentando di occultare la pellicola.

Il film, originariamente presentato con il titolo di ”Cristiada”, è stato ribattezzato “For Greater Glory” per motivi potremmo dire prudenziali, con la speranza che così facendo trovasse maggior fortuna nella distribuzione delle pellicole. Purtroppo così non è stato. Già da due anni infatti si parla della sua uscita nei cinema europei, che fin da subito ha trovato ostacoli e levate di scudi nonostante il cast di altissimo livello: Andy Garcia, Eva Longoria Parker, Peter O’Toole, Bruce Greenwood, Catalina Sandino Moreno, Eduardo Verasteguì, Bruce McGill, Oscar Isaac, Santiago Cabrera, Nestor Carbonell, Rubén Blades, Oscar Isaac. Anche il regista è niente male, quel Dean Wright, già supervisore del Signore degli Anelli, (“Le Due Torri” e “Il ritorno del Re”). La colonna sonora è stata composta dal famoso musicista James Horner, autore, fra le altre, delle musiche di Titanic, Braveheart, Apollo 13, A Beautiful Mind e La Maschera di Zorro. Insomma, un cast e una troupe incredibile a cui tutte le società di distribuzione dovevano fare la fila per ottenere l'esclusiva e invece hanno fatto "cartello" per impedirne il successo.

Perché questa totale ostilità per un film che frutterebbe incassi record al botteghino? Il problema è che il film, racconta e legge i fatti non dal punto di vista dei cattolici, quindi sulla base di interessi di parte, ma secondo la verità storica. Dalla pellicola, infatti, non traspare una idealizzazione della Chiesa, ma si mettono in luce anche gli aspetti negativi degli uomini che ne fanno parte, non nascondendo gli eccessi che li hanno visti protagonisti.

Questa impostazione ha dato credibilità e veridicità ai fatti descritti nel bel film di Dean Wright.

85 mila cattolici scesi a combattere contro il governo anti-cristiano e i quali fatti sono innegabili quanto terribili: trucidati in battaglia, definiti spregiativamente cristeros a causa della loro fede in Cristo Re.

Papa Pio XI (1857-1939) dedicò alla persecuzione anticattolica di quello sfortunato Paese ben quattro documenti magisteriali, tre dei quali furono nientemeno che encicliche, oggi opportunamente raccolti nel volume Encicliche sulle persecuzioni in Messico, 1926-1937 (Amicizia Cristiana, 2012, pp. 78, € 7,00).”

Appurato quindi, che l’uscita del film nei cinema europei ed italiani sarà quantomeno osteggiata così come è già successo in America non resta altro che diffondere la recensione con il "passaparola informatico" sperando che tutti si lavori con una sorta di virtuosa "catena di San'Antonio".

Concludo: il film è tanto spettacolare quanto bello le ultime parole del film pronunciate da Padre Cristopher (nel film Peter O'Toole) fanno venire i brividi alla schiena:

"Non c'è gloria più grande di dare la vita per Gesù Cristo".

1.La copertina del libro

 

La casa editrice Ancora ha pubblicato un libro dal titolo un po’ enigmatico che, a prima lettura, lascia perplessi: “Le due madri di Papa Wojtyla”. E sotto il titolo, due nomi: Emilia Kaczorowska ed Gianna Beretta Molla. Cento pagine di testo e un inserto fotografico di 55 immagini a colori, molto belle a alcune anche rare.

Qual è il significato di quel titolo? Perché quelle due donne, Emilia e Gianna, sono indicate come “le due madri di Karol Wojtyla? L’enigma viene chiarito dalla storia che nel libro si racconta, una storia eccezionale che rivela particolari poco noti della vita di Giovanni Paolo II, e, per certi versi, anche inediti.

Ne parliamo con l’autore, Renzo Allegri, noto giornalista e scrittore, un professionista che ha pubblicato una cinquantina di libri. «Il legame con Giovanni Paolo II delle due donne del titolo del mio libro è costituito dalla maternità», dice Renzo Allegri, e precisa: «Non una maternità “normale”, ma una maternità “eroica”, nel senso che quelle due donne hanno sacrificato la loro vita a favore di quella del figlio che portavano in grembo.

«Gianna Beretta è la donna italiana che Giovanni Paolo II ha voluto beatificare e proclamare santa perché “martire” della maternità. Ma, e questo pochi lo sanno, anche Emilia Kaczorowska, madre di Giovanni Paolo II, fu una martire della maternità».

1.Santa Gianna Bertta Molla con i figli

 

Il gesto eroico di Gianna Beretta è noto. Nel settembre del 1961, Gianna, che aveva già tre figli, rimase incinta per la quarta volta, e contemporaneamente scoprì di avere un tumore all’utero. Era medico, ed ebbe subito chiara la situazione. Poteva salvare la propria vita solo con un intervento chirurgico immediato, che avrebbe, però, comportato la perdita del bambino. Era giovane, aveva tre figli piccoli, voleva vivere. Le spiegarono che, se accettava l’intervento chirurgico, non avrebbe commesso peccato per l’eventuale perdita del bambino. Secondo la teologia morale, infatti, in casi di gravissima malattia gli interventi all’utero che non abbiano come scopo diretto l’interruzione delle gravidanza sono permessi. Ma Gianna non volle saperne di simili cavilli. Scelse di offrire al bambino l’opportunità di vivere. Un gesto di grande eroismo, conseguenza della sua quotidiana condotta di persona che viveva il Vangelo. Nell’aprile del 1962 diede alla luce una bambina, e una settimana dopo morì. Nel 1994,Gianna venne proclamata beata da Giovanni Paolo II e dieci anni dopo, nel 2004, santa.

«La parte nuova del mio libro riguarda Emilia, la madre di Giovanni Paolo II», dice Renzo Allegri. «Come Gianna Beretta, Emilia, molti anni prima, si trovò di fronte alla stessa drammatica scelta: o ricorrere all’aborto e salvare se stessa, o sacrificare la propria vita a favore del bambino che portava in grembo. E anche Emilia, come Gianna, non ebbe esitazioni: offrì coscientemente la propria vita per il bambino, diventando, come Gianna, “martire” per la maternità. Emilia non è stata proclamata santa, ma Papa Wojtyla, mentre elevava alla gloria degli altari Gianna, pensava certamente anche alla sua mamma».

Chiediamo allo scrittore: «Ci sono documenti medici che giustifichino quanto lei afferma?» 

«No, che io sappia non ci sono documenti medici espliciti», dice Allegri. «Anche perché un secolo fa i medici, soprattutto nei piccoli centri, non tenevano nota scritta di tutti i malanni dei loro pazienti. E poi perché, nel corso della Seconda guerra mondiale, e negli anni che seguirono, la Polonia subì invasioni devastanti, prima dai nazisti, poi dai comunisti russi e molti archivi di ospedali, di parrocchie, di comuni vennero distrutti. Per la mancanza esplicita di documenti medici, i biografi di Giovanni Paolo II non hanno approfondito questa vicenda riguardante la sua nascita.

«Ma ci sono circostanze storiche ben precise sulla malattia e la morte della signora Emilia e anche testimonianze verbali di contemporanei, persone che la conoscevano bene. Mettendo insieme i vari tasselli, si arriva senza ombra di dubbio alla conclusione che ho formulato».

Quali sarebbero questi tasselli?  

«Si sa che Emilia Kaczorowska era una donna gracile fin da ragazzina. Si sposò nel 1904, a 20 anni, e nel 1906 diede alla luce il suo primo figlio, Edmondo. Un parto che compromise la salute di Emilia. I medici le dissero che doveva accontentarsi di quel bambino perché successive maternità sarebbero state deleterie per lei.

«Emilia cercò di ascoltare il consiglio dei medici, ma, nel 1914, rimase di nuovo incinta. La gravidanza questa volta fu difficile, il parto complicato e nacque una bambina, Olga, che visse qualche ora, forse un giorno, ma non si sa niente di preciso proprio perché non esistono documenti.

1.Giovanni Paolo II con i genitori

 

«La salute di Emila peggiorò ancora. Nel 1919 rimase incinta del futuro Papa. I medici consigliarono l’aborto immediato, ma lei rifiutò. Da vera credente, sapeva che il bambino che portava in seno era una persona, dono di Dio. Lei e suo marito, Karol senior, lo avevano generato, ma insieme a loro era intervenuto, direttamente, personalmente, Dio a creare, “a propria immagine somiglianza”, l’anima immortale di quel bimbo. Mistero immenso, che mai, e per nessuna ragione al mondo, Emilia avrebbe osato turbare.

«La gravidanza fu dolorosa. Il bambino nacque il 18 maggio, sano e robusto, ma per Emilia iniziò il calvario. Come avevano previsto i medici, quella maternità aveva portato conseguenze molto gravi per i suoi reni e per il cuore. Da allora cominciò a soffrire di fortissimi mal di schiena che le impedivano perfino di reggersi in piedi. Inoltre, veniva presa da improvvisi capogiri che le facevano perdere la conoscenza. Doveva restare a letto per giorni e spesso veniva ricoverata all’ospedale di Cracovia, per essere assistita da medici specialisti. Poiché le crisi erano continue, suo marito, che era militare di carriera, dovette chiedere di andare in pensione anticipata per poter accudire lei e i figli. La situazione andò sempre peggiorando fino al 1929, quando, nel corso di un ennesimo ricovero, Emilia cessò di vivere. Aveva 44 anni.

«Giovanni Paolo II, quando conobbe la storia di Gianna, pensò alla propria madre e non poté evitare di pensare a se stesso, al fatto che lui era vivo per il sacrificio di sua madre. Seguì personalmente la causa di beatificazione della Beretta. Volle conoscere i figli della donna, il marito che era ancora vivo, la figlia Emanuela per la quale Gianna era morta. Sentiva un forte legame con Gianna, come se fosse stata una sua seconda madre. E quando ne poté proclamare la santità, lo fece con grande gioia, convinto che con quella solenne proclamazione esaltava anche la propria madre Emilia e le numerosissime donne che, ogni giorno, con vero eroismo, onorano l’amore materno affrontando la morte per dare la vita ai loro figli. Sante anonime, ma grandi sante».

 

 

 

Maria-Sofia-Petacco

 

Prima di presentare il volume, La Regina del Sud, devo fare qualche riflessione sul libro Terroni di Aprile che secondo Demarco intende sminuire “l'eccessiva retorica risorgimentale svelando il volto violento, repressivo e anche coloniale dell'intervento sabaudo”. Ottima l'intenzione, soltanto che per Demarco, il testo,“non si accontenta del molto. E neanche del moltissimo. Punta al tutto, al ribaltamento assoluto della Storia”. Forse Demarco sopravvaluta il testo di Aprile, allora che cosa si dovrebbe scrivere di Carlo Alianello, Patrick K. O'Clery o di Angela Pellicciari? Naturalmente il direttore del Corriere del Mezzogiorno non li cita ma fa riferimento ad altri storici “moderati” come Angelantonio Spagnoletti, ma anche lo stesso Giordano Bruno Guerri, che hanno prestato particolari attenzione alle ragioni dei vinti, ma assai più equilibrati e sicuramente senza coltelli tra i denti. Per quanto mi riguarda, ho letto e recensito Terroni, mi è sembrato un po' confuso politicamente e troppo nostalgico, carico di un rivendicazionismo che non tiene conto della realtà e cioè l'Unità del Paese ormai c'è, non si può ritornare al passato, piuttosto bisogna discutere dell'ideologia risorgimentista che continua a fare danni.

mantovano e cancelliere

 

Nel 12 capitolo Demarco intravede addirittura un romanticismo sudista, dove s'intrecciano forze e culture, in un'unica trama, un'unica storia, raccontata a più voci, che si avvicinano, si annusano, si sovrappongono.“Chi poteva immaginare - si chiede Demarco - che, in un'atmosfera di nuovo Romanticismo, un giorno i nipotini di Gramsci e quelli di Ferdinando II avrebbero deposto le armi in nome di una causa comune? E che alla figura del neoborbonico vero, di tradizione e cultura monarchica, si sarebbe affiancata quella di un neoborbonico giacobino, repubblicano e postcomunista?” Peraltro il Risorgimento al Sud non è mai piaciuto a nessuno, né ai cattolici, né ai comunisti, tanto meno ai borbonici, ma anche a quei meridionalisti come Salvemini, Fortunato e Nitti. A proposito dei cattolici Demarco   si sorprende del protagonismo dell'ex magistrato Alfredo Mantovano, cattolico di Lecce, eletto in parlamento nelle fila del centrodestra. Mantovano colto e sicuro del suo integralismo, - scrive Demarco - non si è sottratto al dibattito sui centocinquant'anni dell'Unità d'Italia e ti credo come poteva sottrarsi uno che si è formato alla scuola di Alleanza Cattolica. Tra le tante manifestazioni che ha organizzato l'onorevole Mantovano, l'anno scorso ha provocatoriamente organizzato un processo sui generis proprio a Maria Sofia, l'ultima regina del Regno borbonico, una figura controversa e tanto discussa dagli storici e la pubblicistica nostrana e internazionale. E siamo giunti alla presentazione dell'ultimo testo da presentare, che si riferisce proprio a Maria Sofia, La Regina del Sud di Arrigo Petacco, Arnoldo Mondadori editore.

Maria Sofia di Borbone, una delle cinque famose sorelle Wittelsbach, tra queste ricordiamo Elisabetta, la celebre Sissi, imperatrice, moglie di Francesco Giuseppe. Maria Sofia diventa regina di Napoli a soli 18 anni, moglie di Francesco II. Una ragazza bella, intrepida, avventurosa, temuta da Cavour, più popolare dello stesso Garibaldi, dopo l'unità diventa il simbolo più fulgido del legittimismo reazionario. Diventa eroica protagonista durante l'assedio di Gaeta, poi animatrice appassionata del brigantaggio politico nelle provincie meridionali, non si arrese mai all'inesorabile avanzare della Storia, D'Annunzio la chiamerà, l'”aquiletta bavara”. Scrive Petacco nell'introduzione: “Adorata dai suoi soldati, amata dai giovani eroi romantici che giungevano da ogni parte d'Europa per porre ai suoi piedi il loro cuore e la loro spada, l''eroina di Gaeta', malgrado avesse al fianco un consorte frigido e fatalista (il fin troppo vituperato Francischiello) combatté una lunga battaglia senza regole e senza quartiere contro l'odiato Savoia”. I suoi avversari hanno tentato di offuscarne l'immagine, attribuendogli amanti e nefandezze. Si giunse persino a realizzare ai suoi danni un osceno fotomontaggio (il primo nella storia della fotografia).

malaunità-manifesto

 

Fino all'anno scorso non conoscevo bene questa splendida e affascinante figura di regina, avevo letto qualcosa in internet, ora con questo libro ho le idee più chiare. Maria Sofia era una donna di temperamento avventuroso, amava cavalcare cavalli e spesso nuotava nelle acque pulite del golfo di Napoli, tirava di scherma e vestiva da amazzone, fumava in pubblico quei sigari lunghi e sottili che tanto scandalo avrebbero sollevato nella bigotta corte di Napoli. Queste abitudini, la rendevano estroversa, fuori da ogni schema per quei tempi. Aveva ricevuto un'educazione disinibita in famiglia in particolare da suo padre il conte Max. Certo con una donna così esuberante il povero Francesco, figlio di Maria Cristina, la Regina Santa, ha avuto qualche difficoltà, lui educato come un seminarista, mistico per temperamento. Eppure dopo qualche iniziale titubanza i due riuscirono a coesistere anche nella loro intimità

Ferdinando II, muore a quarantanove anni, lasciava il trono pericolante nelle mani di un figlio assolutamente incapace di regnare e purtroppo si è visto quasi subito, tra l'altro il giovane re era succube di sua madre (matrigna) Maria Teresa, che svolgeva il ruolo di eminenza grigia, ben presto si scontrò con il carattere forte e ribelle di Maria Sofia.

I due giovani sovrani ben presto dovettero affrontare la guerra che i “parenti” di Torino gli avevano subdolamente dichiarato. Con lo sbarco dei Mille di Garibaldi e le sue facili vittorie, grazie ai tradimenti degli ufficiali borbonici, la guerra arriva in poco tempo alle porte di Napoli. A questo punto bisogna affrontare l'esercito garibaldino, la situazione è complessa, Francesco II, fatalista e rassegnato, non sa assumersi le sue responsabilità, Maria Sofia, lo invita, lo implora a montare a cavallo e a guidare personalmente l'esercito rimastogli fedele e combattere. Petacco sulla figura del giovane re puntualizza: “Francesco non era imbecille come la storiografia risorgimentale ha sempre cercato di dipingerlo. O almeno non più imbecille di altri sovrani del suo tempo che pure regnarono felicemente. Al momento opportuno rivelerà anche sprazzi di intelligenza e di audacia sia pure sempre velati dalla sua rassegnata ironia”. Il vero problema per Petacco non era lui, ma gli uomini che lo circondavano: “una massa di cortigiani, di generali ignoranti, incapaci, corrotti, cinici e pronti al tradimento per salvare se stessi”.

 

 

Aldo_Mola

Aldo A. Mola

 

Intervista a cura di Luciano Garibaldi

A novant’anni dalla marcia su Roma e dall’ascesa al potere di Benito Mussolini, vede la luce una straordinaria documentazione che consente di leggere senza più equivoci, e in maniera definitiva, la vera storia dell’avvento del fascismo. Il merito va dato al volume Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922 (con la collaborazione di Aldo G. Ricci e saggi di Antonino Zarcone e Gian Paolo Ferraioli, Edizioni del Capricorno, pp. 376, € 25) Chi è appassionato di storia conosce perfettamente il ruolo e le opere di Aldo A. Mola, curatore di un ampio progetto culturale voluto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, che si è già concretato con la scoperta e la pubblicazione di documenti che hanno consentito di conoscere tutto su un grande italiano: Giovanni Giolitti.

Ora, quest’opera – che ha appena visto la luce – è la prima di una serie che ha per titolo «Fonti per la storia d’Italia: i verbali dei Consigli dei Ministri». E proprio i verbali delle riunioni governative, a partire dall’ultimo governo Facta (dal 26 febbraio al 31 ottobre 1922) per terminare con il primo governo Mussolini (dal 31 ottobre al 31 dicembre 1922) sono il pezzo forte del volume: essi rappresentano una copiosa documentazione inedita sui motivi che portarono Vittorio Emanuele III a incaricare Mussolini di formare il governo. E ribaltano le accuse, rivolte da 90 anni a questa parte, al re di avere aperto la strada alla dittatura fascista rifiutando di proclamare lo stato d’assedio.

Scevro da pregiudizi, il volume non propone interpretazioni, bensì documenti. A partire da telegrammi e dispacci dei ministeri dell’Interno e della Guerra, da cui si evince che le misure del governo Facta comprendevano l’ordine di usare le armi una volta esauriti gli altri mezzi di difesa della legalità (il che spiega la reazione armata dei carabinieri di Sarzana alla marcia fascista, con l’ecatombe che ne seguì). Insomma, una straordinaria documentazione che comprende i rapporti tra esercito e fascismo nel triennio 1919-‘22, a cura di Antonino Zarcone, e il ruolo della politica estera nell’ascesa al potere del fascismo, a cura di Gian Paolo Ferraioli.

Dopo questo libro, non si potrà più fare del re il capro espiatorio dell’avvento di Mussolini, perché i documenti da esso rivelati provano come quasi tutti i partiti chiedessero l’ingresso dei fascisti al governo, ma non sapevano dire come, ovvero pensavano di tenerli sulla soglia della porta di servizio, benché ormai i Fasci contassero quasi 300.000 iscritti contro i 250.000 del Partito Socialista. Ne parliamo con Aldo A. Mola, curatore dell’opera.

Quale fu il ruolo di Mussolini in quell’ottobre 1922? Fu, la sua, una rivoluzione armata?

No. Mussolini parve l’unico capace di riportare in tempi brevi la crisi al vaglio delle Camere, chiudendo la breve parentesi extraparlamentare generata dall’indolenza del governo Facta. Mussolini rispose alle attese. Due settimane dopo il suo insediamento, presentò il governo alle Camere e ne ottenne la fiducia a larghissima maggioranza. Fu il Parlamento, e non lo squadrismo, a confermare che l’Italia aveva bisogno di un governo stabile e di provvedimenti energici per mettersi alle spalle tre anni di guerra civile strisciante e restaurare lo Stato uscito vittorioso dalla guerra mondiale.

Però la marcia su Roma vi fu.

Il volume documenta che, a differenza di quanto si legge in molti manuali e si ripete anche all’estero, la marcia su Roma non avvenne il 28 ottobre, data canonica della celebrazione (o deprecazione) dell’ “avvento del fascismo” o dell’inizio del ventennio fascista. Anzi essa non vi fu affatto. Quando gli squadristi entrarono nella capitale, nella notte fra il 30 e il 31 ottobre, non lo fecero per espugnarla. La “marcia” si ridusse alla sfilata di reduci da una battaglia mai combattuta, mentre Mussolini era già insediato alla presidenza del Consiglio. Dopo la sbrigativa “foto ricordo” con i quadrumviri, il duce si dedicò subito a imparare in fretta il mestiere di ministro del re. Il giorno dopo aprì la seduta del governo dichiarando che entro ventiquattr’ore tutto sarebbe rientrato nella norma. Non vi fu alcuna marcia su Roma, se per tale s’intende l’assalto dei fascisti per imporsi sui poteri costituiti, né vi fu la resa dello Stato allo squadrismo.

Dunque, non è esatto affermare che il regime fascista ha una precisa data di nascita: il 28 ottobre 1922?

Il regime fascista non nacque né il 28 né il 30-31 ottobre 1922. Il Parlamento ebbe altri 26 mesi per tornare alla normalità statutaria. Mussolini fece quanto gli venne consentito dalla sua audacia e dalla fortuna nonché dalla inconcludente cedevolezza delle opposizioni. La svolta verso il “partito unico” avverrà solo in seguito al suo discorso alla Camera del 3 gennaio 1925, il famoso discorso dell’«aula sorda e grigia, bivacco di manipoli».

Ciò era accaduto a seguito del ritiro delle opposizioni «sull’Aventino», ossia il loro rifiuto di proseguire l’attività politica in Parlamento. Ma tornando a Vittorio Emanuele III e al 28 ottobre, è dunque antistorico sostenere che vi fu un colpo di Stato?

Certamente. Quando, intorno al mezzogiorno del 29 ottobre, Vittorio Emanuele III incaricò Benito Mussolini di formare il governo, il re non imboccò una via extraparlamentare o antiparlamentare. Per superare lo stallo politico, i suoi predecessori erano ricorsi più volte a militari. Lo avevano fatto Carlo Alberto con il generale Chiodo; Vittorio Emanuele II, che aveva nominato Alfonso La Marmora al posto di Cavour, nel 1859, e di Minghetti, nel 1864, e Luigi Federico Menabrea dopo Rattazzi, nel 1867. Umberto I aveva incaricato Luigi Pelloux dopo il fallimentare V governo Rudinì, nel giugno 1898. Però quei militari erano anche tutti deputati da lunga data e vennero scelti per riconciliazione e monito. Il 29 ottobre 1922 il Re conferì l’incarico a Mussolini perché, dopo le prime consultazioni e pur con qualche riserva, così gli venne raccomandato da tutte le personalità consultate.

Compreso Giolitti?

Sì, anche Giolitti avallò in pubblico l’operato di Vittorio Emanuele III e negò che il nuovo governo fosse frutto di un colpo di Stato (o di testa) del sovrano sotto l’incubo delle squadre fasciste. Anticipò la valutazione acquisita novant’anni dopo dalla storiografia: il fascismo e l’avvento di Mussolini non furono la causa ma il frutto della crisi. Il governo Mussolini non nacque dalla violenza né fu anticostituzionale. A meno di considerarne complici quanti poi gli votarono la fiducia: il Partito Popolare di Alcide De Gasperi e tutti i più prestigiosi esponenti dell’arco liberal-democratico-conservatore.

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