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Domenica, 23 Febbraio 2020

Copertina de Il Papa e Joe l'idraulico

 

La crisi economica scoppiata nell'estate del 2008 negli Stati Uniti (la peggiore dopo la Grande Depressione del 1929), diffusasi poi Oltreoceano ed ancora ampiamente in corso in Europa, anche per le sue gravi ricadute sociali e politiche sui governi, è il tema-caldo degli ultimi mesi. Le ricette per uscirne sono tante, come pure le voci autorevoli che si sono pronunciate: in questo contesto estremamente confuso, però, non è facile riuscire a mettere qualche punto fermo. La Chiesa, come sempre, ha fatto sentire la sua voce, in particolare con la pubblicazione dell'enciclica sociale Caritas in Veritate già all'indomani della diffusione a livello internazionale della crisi (2009). Tuttavia, come spesso accade, non é stata aiutata dai grandi organi di comunicazione laici a far passare il suo messaggio. Per questo, può essere utile rileggere l'analisi della crisi tenendo presente gli insegnamenti del Magistero pontificio in materia prodotta da due studiosi italiani, il sociologo Massimo Introvigne e l'economista Piermarco Ferraresi, in un agile libretto edito nella collana saggistica della veronese Fede & Cultura diretta da Giovanni Zenone (cfr. M. Introvigne, P. Ferraresi, Il Papa e Joe l'idraulico. La crisi economica e l'enciclica Caritas in Veritate, pp. 86, Euro 9, 50). Il personaggio immaginario di Joe l'idraulico é preso dai due autori come simbolo di quel cittadino americano-medio (ma, per estensione ed evidentemente, anche europeo, e quindi italiano), che vive ordinariamente lontano dai palazzi della politica cercando di guadagnarsi onestamente da vivere tra mille difficoltà con il suo - spesso piccolo ed umile - lavoro e che nondimeno é stato colpito in pieno dalla recente crisi economico-finanziaria internazionale, un fenomeno complesso e straordinariamente articolato, enormemente più grande di sé, non riuscendo a comprenderla bene e quindi a studiare le relative contromosse.

Per questo le pagine introduttive del saggio sono dedicate a spiegare in modo estremamente divulgativo che cosa é realmente a successo negli Stati Uniti nell'estate del 2008, soprattutto a seguito del fallimento della banca d'affari Lehman Brothers. La crisi, infatti, non era stata prevista dagli studiosi del settore e questo ha colto di sorpresa molti degli stessi attori del mercato. Le cause sono molteplici ma, sostanzialmente, per Introvigne e Ferraresi si possono distinguere quattro grandi radici: anzitutto le manovre di Paesi e gruppi di Paesi che “per ragioni geopolitiche, cercano di affermarsi come potenze economiche mondiali, indebolendo in particolare gli Stati Uniti e l'Europa. I Paesi arabi (che possono contare sul petrolio), la Russia (che ha dalla sua il gas) e la Cina (che, con il suo boom economico e la massa di denaro che può investire all'estero, é in grado di influire su qualunque mercato)” (pag. 8). Quindi, in secondo luogo, “la crisi demografica dell'Europa e di alcuni Paesi asiatici come il Giappone e la Cina (dove la politica del figlio unico obbligatorio ha finito per rovesciare il problema della sovrappopolazione in uno di sotttopopolazione)” (pag. 8) facendo compredere finalmente anche ai più scettici che nel lungo periodo un minor numero di nati significa concretamente un minor numero di consumatori e di produttori, con effetti recessivi sull'economia nel suo insieme. A seguire, in terzo luogo, “la corsa al consumo a debito negli Stati Uniti – e, in misura minore, in altri Paesi (Gran Bretagna, Giappone) – alimentata dalle società che gestiscono le carte di credito, convinte che si dovesse comunque favorire la moltiplicazione dei consumi e che il sistema o il mercato avrebbero comunque assorbito i fallimenti individuali dei consumatori, i quali continuavano a fare acquisti che non si potevano trasmettere” (pag. 9). Infine, il fattore forse più noto perchè più superficiale, di visibilità immediata: “si tratta della politica della casa perseguita in vari Paesi da partiti e governi di centro-sinistra negli anni 1990, e proseguita – qualunque fosse il colore dei partiti di governo – negli anni duemila” (pag. 9).

Beninteso, non si tratta qui di affermare che favorire l'accesso popolare alla proprietà degli immobili provochi di per sé dei crolli irreversibili nell'economia mondiale ma del fatto che le modalità attuative di un'idea del genere - comunque oggetto di vivace discussione negli studi di settore - sono state prive di garanzie reali, ovvero altamente a rischio, per dirla in termini più tecnici, favorendo contestualmente una cultura del debito “che non é conforme alla dottrina sociale della Chiesa” (pag. 11). In effetti, le cose sono iniziate ad andare male quando l'allora presidente della Federal Reserve, la banca centrale degli USA, Alan Greenspan, per evitare che – dopo l'attentato cruciale dell'11 settembre 2001 – il principale motore del mercato capitalistico, cioè la fiducia nel futuro, fosse danneggiata irreparabimente, ritenne di dover rilanciare l'economia nazionale favorendo la concessione di mutui al più gran numero possibile di americani, indipendentemente dal fatto che questi potessero poi renderli o meno. Per un po' la strategia andò bene: migliaia e poi milioni di persone vennero incoraggiate ad acquistare immobili “con un modesto pagamento iniziale (di solito, del venti per cento) – o addirittura con nessun pagamento – e a contrarre mutui [...] concessi anche se privi di qualunque garanzia” (pag. 13). Così, in pochi mesi, tutte le grandi banche d'affari (Lehman Brothers, Merrill Lynch, Morgan Stanley, Bear Stearns, Goldman Sachs), complice anche una vera e propria deregulation del settore, iniziata con la presidenza Clinton, si lanciarono su questi prodotti intravedendo guadagni altissimi nel brevissimo tempo. Dopo la fine degli entusiami della prima ora, lo scoppio improvviso della bolla immobiliare, il fallimento di Lehman Brothers e l'effetto-domino a catena, però, sarà lo stesso governo a prendere l'iniziativa con gigantesche operazioni di fusioni e trasformazioni delle banche d'affari in banche commerciali. Il risultato sarà che, nel giro di un anno, le banche d'affari americane spariranno praticamente dal mercato. Il dibattito sull'origine della crisi dei mutui subprime è ancora in corso e viziato altresì da posizione ideologiche, ma un dato sembra comunque acclarato: quei mutui non sarebbero mai dovuti entrare in circolazione. Richiamando quindi gli ultimi interventi del Papa, e soprattutto l'enciclica sociale, gli Autori auspicano una rinascita della dimensione morale dell'economia che oltre a rilanciare comportamente virtuosi e la ricerca del bene comune, rimetta al centro anzitutto la persona e la sua dignità, negata dai contemporanei tecnocrati della finanza, sia americana che internazionale. Né – va detto – la colpa ricade solo sull'Occidente, perchè la situazione peggiore in termini di diritti e garanzie minime dei lavoratori si ha probabilmente in Cina “dove in molte fabbriche si comincia a lavorare alle sette e trenta del mattino e per molti, come riferiva una cucitrice, 'il giorno più bello é la domenica, quando dovevamo lavorare solo fino alle ventuno e trenta' (con 'mezz'ora di tempo per mangiare e riposarci') mentre negli altri giorni si lavora 'fino alle due o alle tre del mattino” (pag. 54). Per questo occorre riscoprire parole-chiave dimenticate come quelle di 'sviluppo umano integrale', indicate dalla Caritas in Veritate come una vera e propria bussola di orientamento per il nostro travagliato tempo, perché senza una chiara riaffermazione del fatto che lo sviluppo autentico riguarda la totalità della persona in ogni sua dimensione, non solo quella fisica e materiale, ma anche quella teologica e trascendente, difficilmente si uscirà dalla crisi. Insomma, se la finanza – come i processi di globalizzazione in corso – è di per sé uno strumento legittimo, essa non deve però mai discostarsi dall'economia reale e dai suoi bisogni primari. Per questo il Papa nell'enciclica concludeva scrivendo che “gli operatori della finanza devono riscoprire il fondamento propriamente etico della loro attività per non abusare di quegli strumenti sofisticati che possono servire per tradire i risparmiatori. Retta intenzione, trasparenza e ricerca dei buoni risultati sono compatibili e non devono mai essere disgiunti” (cit. a pag. 70).

Jean Guitton e Paolo VI

Jean Guitton e Paolo VI 


«Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa».

Quelle su riportate, sono affermazioni tratte da una riflessione più ampia che il Servo di Dio, Sua Santità Paolo VI (1963-1978), espresse nel corso di un dialogo con il filosofo francese Jean Guitton (1901-1999) nel 1977, un anno prima della sua morte. Sono state parole profetiche; oggi, forse, il quadro di fondo è ancor più drammatico. La situazione attuale è così fotografata da un illustre teologo, che è anche un grande filosofo, mons. Antonio Livi: «La gran massa dei fedeli cattolici, infatti, soffre di una specie di analfabetismo di ritorno in materia di dottrina cattolica, e questa ignoranza è il vero dramma religioso che ci interpella tutti. Il relativismo dottrinale ha pervaso a tal punto la coscienza di tanti fedeli – quelli che non hanno avuto mai una adeguata catechesi circa il dogma trinitario e cristologico – che ormai non reagiscono più nemmeno di fronte a discorsi che sono oggettivamente blasfemi.» Com’è noto, questi motivi, congiunti al doppio anniversario cinquantesimo d’indizione del Concilio Ecumenico Vaticano II e ventesimo della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica –, hanno indotto il regnante pontefice, Benedetto XVI, a indire, mediante la Lettera Apostolica Porta Fidei, l’Anno della Fede.

Per aiutarci a vivere meglio questa occasione di Grazia, Il Corriere Del Sud si è rivolto a uno dei più illustri teologi contemporanei: il padre domenicano Giovanni Cavalcoli.

Laureato in filosofia presso l’Università di Bologna e in Teologia presso la Pontificia università S.Tommaso D’Aquino di Roma è, anche, il postulatore nella causa di beatificazione di un vero e proprio “campione” dell’ortodossia cattolica moderna: il teologo domenicano Tomas Tyn.

Padre Cavalcoli, può spiegare ai lettori del Corsud il rapporto esistente fra il Concilio Vaticano II ed il Catechismo della Chiesa Cattolica?

 

«Il Catechismo della Chiesa Cattolica è un’esposizione della dottrina cattolica in ottemperanza alle direttive pastorali e dottrinali del Concilio. È una nuova presentazione della dottrina cattolica nella linea dei grandi Catechismi del passato, da quello di S.Pio X a quello del Concilio di Trento. È chiaro che i contenuti di fede sono sempre gli stessi, ma nel nuovo Catechismo abbiamo un linguaggio moderno e nuovi sviluppi che non erano presenti nei precedenti Catechismi. Nello stesso tempo essi conservano il loro sostanziale valore e non è escluso che vi sia qualcosa di secondario che in essi può mancare nel nuovo e che può quindi essere ancora utilizzato. In particolare il nuovo Catechismo colma le lacune e corregge gli errori contenuti nel Catechismo Olandese, anche se pure questo Catechismo non è privo di valore».

 

Padre Cavalcoli, in un Discorso alla Curia Romana auguri natalizi 2005 , il regnante Pontefice, Benedetto XVI, ha parlato, riguardo all’interpretazione del Concilio, dell’esistenza di due ermeneutiche: una della “riforma nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa”; l’altra, della “discontinuità”. Può spiegare, in parole semplici, ai nostri lettori di cosa si tratta? 

 

«Il Papa ha voluto sottolineare la necessità di vedere nelle dottrine del Concilio una continuità con quelle contenute nel Magistero precedente. Né diversamente per un cattolico le cose potrebbero stare diversamente, giacché in materia di fede la Chiesa, anche se non dà nuove definizioni solenni, è infallibile e non può cambiare. Diverso invece è il caso di certe direttive pastorali del Concilio, dove la Chiesa non è infallibile, per cui se da una parte ce ne sono che rompono giustamente con certi errori del passato, di altre si può dire che potranno mutare, essere corrette o anche essere abolite.

Nel contempo il Papa ha giustamente disapprovato un’esegesi del Concilio che vede nelle dottrine conciliari una rottura con il precedente Magistero, sia per rallegrarsi, come i modernisti, che per dolersene, come i lefevriani.

Tutto ciò vuol dire che le dottrine dogmatiche del Concilio ribadiscono, sviluppano, esplicitano e spiegano meglio quanto al Chiesa in materia ha sempre insegnato e sempre insegnerà».

 

Padre Cavalcoli, lei è autore di un poderoso saggio sull’evento conciliare - Karl Rahner, il Concilio tradito. Perché questo titolo? 

 

«Perché Rahner, al quale non bisogna indubbiamente misconoscere i meriti, dopo aver dato un valido contributo al Concilio, purtroppo ha assunto posizioni gravemente erronee, di marca modernista, influenzate dalla filosofia hegeliano-heideggeriana, dando ad intendere di interpretare con ciò le dottrine del Concilio e purtroppo molti, troppi hanno presa per buona la sua interpretazione causando nella Chiesa gravi disagi, sconcerto e divisioni, ai quali oggi occorre rimediare correggendo gli errori di Rahner senza per questo disprezzare il contributo valido che egli ha dato al Concilio. Egli pertanto, più che un espositore del Concilio, si può e si deve considerare un suo falsificatore o traditore avviando quell’esegesi di rottura modernista che è stata condannata dal Papa».

 

Padre Cavalcoli, nel periodo postconciliare si è vissuta una stagione nella quale si è preferita l’esperienza alla dottrina. Conseguentemente, si è diffusa una notevole ignoranza religiosa con relativa scristianizzazione di paesi un tempo cristiani, Italia compresa. La pubblicazione del CCC nel 1992, secondo lei, è da intendersi come un “ritorno”alla dottrina?

 

«La categoria dell’esperienza è importantissima anche nella vita di fede, perché la si intenda bene, non nel senso dell’“esperienza atematica preconcettuale trascendentale” come la intende Rahner, esperienza infondata, inesistente e del tutto illusoria, che falsifica il concetto stesso di fede e di ragione.

È indubbio che la vita cristiana deve condurre ad un’esperienza di quanto si crede, esperienza che al vertice è dono dello Spirito Santo e si chiama “esperienza mistica”. Ma questa non è per nulla contro la dottrina, ma sorge della dottrina, soprattutto dal dogma, reso fertile e gustoso dall’esercizio della carità verso Dio e verso i fratelli.

La dottrina è indispensabile, perché Cristo ha effettivamente insegnato una dottrina, che il Magistero della Chiesa ha ricevuto, conserva, spiega, approfondisce, trasmette, difende e predica a tutte le genti. Tuttavia a nulla servirebbe la fedeltà alla dottrina se ad essa non seguisse la pratica di quella verità divina che essa ci insegna».

Padre Cavalcoli, cosa propone ai nostri lettori per vivere appieno questo Anno della Fede?

 

Propongo un serio impegno: primo, di chiarificazione e fondazione del concetto stesso di fede, sulla base del Catechismo della Chiesa cattolica e, per chi può ed ha tempo, sulla base di buone letture e di buoni teologi, come per esempio S. Tommaso d’Aquino eventualmente commentato da moderni esponenti della sua scuola, come per esempio il Maritain, il Journet, il Garrigou-Lagrange, il Congar, il Gilson, il Fabro, il Parente o il Livi. Occorre nel contempo guardarsi dai teologi o dai pastori che non sono fedeli al Magistero, quale che sia il grado di autorità del quale essi siano rivestiti nella Chiesa.

E secondo, un altrettanto serio impegno di vivere la propria fede e comunicarla al prossimo con una convinta testimonianza di vita e, per chi può o ne ha il dovere, con un annuncio persuasivo, coraggioso, generoso e convinto corroborato con l’esempio della vita, l’offerta del sacrificio e la preghiera.

Verdi

Una corposa pubblicazione ne rivendica la piacentinità

 

Il 2013 è l’anno bicentenario di Giuseppe Verdi, un musicista la cui fama, immensa e senza dubbio popolare nell’intero Ottocento, non è mai venuta meno, tanto che non si contano le continue riproposizioni di sue opere e le registrazioni di suoi brani musicali. Ovviamente in Emilia, e specie a Parma, si annota quello che potremmo definire un culto per il Maestro, attestato per esempio da tante notazioni nei racconti di Giovannino Guareschi. Il più recente esempio della presenza verdiana nel sentire medesimo della gente comune si può leggere nelle polemiche sorte per l’inaugurazione della stagione della Scala, legata nel dicembre del 2012 a Wagner e non a Verdi.

Un elemento scarsamente considerato, ma senza dubbio degno d’interesse storico, è il legame con Piacenza, la piacentinità di Verdi. La Banca di Piacenza ha riproposto un denso volume di Mary Jane Phillips-Matz, Verdi il grande gentleman del Piacentino (pp. 302 con molte ill. nel testo, in parte a c.), che presenta una ricca serie di documenti, intessendo una vasta biografia del Maestro. L’Autrice è una studiosa americana, che ha trascorso molti soggiorni a Busseto, luogo natale di Verdi, ricavandone elementi, testi, iconografie, riversati in quest’opera, che ha conosciuto ampia diffusione, tanto che questa edizione del bicentenario è la quarta.

La rivendicazione della piacentinità di Verdi viene ampiamente illustrata. La si può riassumere in una decina di punti argomentati. Verdi nacque a Roncole, frazione di Busseto in provincia di Parma, ma solo perché il nonno vi si era trasferito dal Piacentino per gestirvi un'osteria. La famiglia materna (gli Uttini) si mosse sempre tra Saliceto di Cadeo e Chiavenna Landi, in terra piacentina. Non appena gli fu possibile, Verdi attraversò l'Ongina - il torrente che segna il confine tra le province di Piacenza e Parma - e si stabilì nel Piacentino, a Sant'Agata, luogo verdiano per eccellenza, come riconosciuto dalla recente legge (n. 206 del 2012) per le celebrazioni del Maestro. A Sant'Agata, infatti, il musicista compose la grande parte delle proprie opere, e certo le maggiori. A Piacenza Verdi aveva i migliori amici, fra i quali il capostazione (Mazzacurati), il calzolaio (Zaffignani), l'avvocato (Grandi). Di Piacenza fu consigliere provinciale, così come fu consigliere comunale di Villanova sull'Arda, sempre nel Piacentino. Il Maestro faceva capo a Piacenza (alloggiava all’albergo S. Marco), per ricevere o spedire merci, oltre che per i suoi viaggi. Fu presidente ad honorem del Circolo Musicale Piacentino. Nel suo testamento lasciò beni per opere sociali a Villanova sull'Arda, Fiorenzuola d'Arda e Cortemaggiore, tutti enti comunali del Piacentino

L'imperatore romano Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (63 a. C.-14 d.C.)

L'imperatore romano Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (63 a. C.-14 d.C.)

 

Le antiche cronache c’informano che, dall’anno 8 a.C., per un periodo di tre lustri almeno, tutto l’orbis terrarum, tutto il mondo allora conosciuto, «fu in pace». Una pace d’armi, in realtà, più che spirituale, dopo le ultime scaramucce contro Germani, Pannoni e Dalmati, sottomessi militarmente dai figliastri di Ottaviano Augusto, pronipote di Gaio Giulio Cesare e primo imperatore romano. Già un anno prima, nel gennaio del 9 a.C., era stata inaugurata a Roma, in Campo Marzio, l’Ara pacis Augustae (Altare della pace d’Augusto), in modo da poter sacrificare annualmente alla Pax romana. Persino la liturgia cattolica, nell’Annuncio della nascita del Salvatore, proclama che Gesù nacque quando «toto orbe in pace composito», quando in «tutto il mondo regnava la pace». Di tutto questo c’informa l’abate Giuseppe Ricciotti (1890-1964), insigne biblista e studioso di storia del Cristianesimo, nella sua “Vita di Gesù Cristo” del 1941, l’opera sua forse più nota e significativa.

Si può aggiungere, alle parole dello studioso, che Ottaviano Augusto riuscì ad imporsi a tal punto da trasformare la repubblica romana in monarchia di fatto e ad assumere su di sé prerogative giuridiche e senatoriali. E così, nel 40 a.C. Augusto divenne imperator e, dopo quattro anni, fu insignito della sacrosanctitas, dell’inviolabilità. Non solo, ma nel 44 a.C. il Senato previde per il defunto Giulio Cesare l’«apoteosi», cioè il riconoscimento del titolo di divus (divo): una divinizzazione a tutti gli effetti. Dopo la morte di Cesare, Ottaviano ne rivendicò l’eredità e, addirittura, i diritti di figlio adottivo. Se quindi Cesare, per il mondo pagano, era un dio, Augusto poteva ben presumere di essere il figlio di un dio - e in effetti lo fu, poiché venne a sua volta divinizzato dopo la morte (14 d.C.). Tanto più che Augusto fu insignito di altri titoli. Nel 12 d.C. divenne Pontefice massimo, ovvero il capo religioso dell’Urbe. Ricciotti, inoltre, soggiunge che «a tale padrone del mondo […] erano riserbati onori fino allora sconosciuti nell’Impero: gli si dedicavano templi e città intere, era proclamato di stirpe non già umana ma divina, egli era il “nuovo Giove”, era il “Giove Salvatore”, era l’“astro che sorge sul mondo”».

Augusto è paradigmatico per definire la divinità secondo il mondo e la pace come la dà il mondo (cf. Gv 14, 27), cioè un potere fondato sulla sopraffazione del prossimo. L’omiletica e il Magistero della Chiesa hanno più volte specificato i meccanismi del potere, anche politico, fine a sé stesso: al re di questo mondo non interessano i sudditi, se non in quanto schiavi timorosi. La stessa pace, offerta dal re di questo mondo, non è interiore ma si fonda sulla paura delle armi e sul supplizio, che viene comminato ai disertori. È il noto ragionare di Ponzio Pilato, che non riesce - almeno fino agli eventi del Calvario, poi non si sa - a distaccarsi da questa mentalità così diffusa.

È altrettanto noto che con Gesù Cristo, Dio ci chiede esplicitamente un cambiamento di mentalità: «convertitevi» (Mc 1, 15), dice Gesù – letteralmente nel testo greco sarebbe «andate oltre la mente», cambiate mentalità appunto. E, sulla base della Parola di Dio, la Chiesa insegna a proporre il potere come servizio e come sacrificio, così come Gesù venne per servire e non per essere servito (cf. Mc 10, 45). Nessuno comunque, attorno all’anno primo, si sentì deluso. Il mondo ebbe l’intronizzazione del suo figlio di un dio (Augusto) e i penitenti, da quel tempo, ebbero modo di riconoscere e adorare Gesù Cristo, il verace Figlio di Dio.

Vittorio Messori, nella sua prima opera di successo “Ipotesi su Gesù” [ed. SEI, Torino 1976 (dal 2011 disponibile in una edizione rivista, con una Appendice, € 16,50, pp. XIV+274)], c’informa che, già prima dell’Incarnazione del Verbo, il Salvatore del mondo, il Messia, era atteso non soltanto in ambito ebraico, ma pure tra i pagani. Tacito ad esempio, nelle “Historiae”, afferma che «verso questo tempo, l’Oriente sarebbe salito in potenza» e «dalla Giudea sarebbero venuti i dominatori del mondo». Quanto ai giudei, le profezie messianiche non si limitavano ad affermare la venuta di un Salvatore generico, ma ne fissavano anche la manifestazione cronologica. La “Magna prophetia” (capitolo IX) del Libro di Daniele, difatti, era letta dai più saggi in senso letterale. Per gli esseni, ad esempio, le «settanta settimane», previste da Daniele per l’avvento del Messia, avrebbero espresso anni e non giorni e coperto un periodo di 490 anni dalla deportazione babilonese del 586 a. C., al netto dei settant’anni di esilio: il tempo, dunque, si sarebbe compiuto verso l’anno 26 prima di Cristo. Una buona approssimazione.

Non solo, ma Messori scrive che «oggi sappiamo con sicurezza che la più celebre astrologia del mondo antico, quella babilonese, non soltanto era anch’essa in attesa del Messia dalla Palestina», ma «ne aveva previsto la data con una precisione ancor maggiore di quella degli esseni». I misteriosi Magi - si tratta probabilmente di alcuni sapienti giunti in Palestina dalla Persia – che fanno la loro comparsa nel Vangelo secondo Matteo, previdero l’evento soprannaturale dell’Incarnazione, almeno in una certa misura, mediante considerazioni di carattere astronomico (la stella). In loro la sapienza, che Dio infonde agli umili, non appare mortificata dalla speculazione razionale. Lo si intuisce anche dal comportamento dell’astro luminoso, oggetto fisico prima e, successivamente, globo oltremondano che si posa sulla santa casa di Betlemme e fa gioire, ancora oggi e sempre, i nostri cuori.

Il 12 dicembre scorso al termine dell'udienza Generale, il Santo Padre Benedetto XVI ha inviato in diretta il suo primo tweet da un tablet, così dopo l'utilizzo di facebook, il Papa prova anche twitter, per una“ presenza concreta anche nel mondo digitale”. La Chiesa e quindi il Papa in persona, non finiscono mai di stupire, smentendo quei facili luoghi comuni, che di solito li rappresentano relegati ai margini del Progresso. Ho presente quando Vittorio Messori nel 1° convegno della Bussolaquotidiana, svoltosi a Milano, evidenziava che la Chiesa da sempre, è stata protagonista con i nuovi strumenti di comunicazione. Nel 1450 a Magonza quando Johan Gutemberg inventò i primi caratteri mobili per stampare, il Papa di allora premurosamente mandò un gruppo di monaci in Germania per studiare le nuove tecnica di stampa.

“La scelta di Benedetto XVI di essere presente su Twitter - scrive padre Domenico Paoletti, preside del Seraphicum - riveste una grande importanza e merita un’adesione ampia, a cominciare da noi religiosi”. Qualche anno fa il Santo Padre esortava la Chiesa a vedere il web non come una minaccia ma come una risorsa da sfruttare. Secondo Benedetto XVI la chiesa avrebbe dovuto guardare Internet “con entusiasmo e audacia”, i sacerdoti dovevano vivere la rete e utilizzare gli strumenti che offre soprattutto come i social network come strumento evangelico. Discorso in linea coi tempi: sono sempre di più i religiosi su Facebook, ad esempio. Proprio con questo mezzo si è creata una bellissima catena di persone che portano avanti gli insegnamenti del Vangelo, raggiungendo anche persone topograficamente lontane. Papa Ratzinger intervenendo sull'argomento ha affermato: “Una pastorale nel mondo del web non deve dimenticare chi non è credente, o è sfiduciato o chi ha nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche, dal momento che i nuovi strumenti permettono di entrare in contatto con persone di ogni religione, con chi non crede e persone di ogni cultura. Il web può fare spazio anche a chi considera Dio ancora uno sconosciuto”.

La pastorale d'oggi, l'evangelizzazione, ha l'obbligo di rivolgersi agli uomini del nostro tempo con i mezzi attuali, come la radio, la televisione, quindi con internet. Dunque il Vaticano è sempre stato all'avanguardia, il Papa si rivolge agli utenti di facebook e twitter chiedendo loro di fare un utilizzo positivo del proprio profilo evitando identità fasulle. Tuttavia, il Papa mentre benedice Facebook e Twitter, teme che gli utenti possano cadere nell’illusione di una vita virtuale parallela: “Le nuove tecnologie – ha sottolineato il Papa – permettono alle persone di incontrarsi oltre i confini dello spazio e delle stesse culture, inaugurando così un intero nuovo mondo di potenziali amicizie. Questa è una grande opportunità, ma comporta anche una maggiore attenzione e una presa di coscienza rispetto ai possibili rischi”. Il Papa riconosce gli aspetti negativi del web e lancia l'allarme del pericolo di isolarsi in una torre d'avorio virtuale e in una vita parallela fatta di bit. Pertanto, il contatto personale resta insostituibile, come ha ribadito l'altra mattina padre Livio Fanzaga da Radio Maria, anzi lui è convinto che il futuro sarà della radio.

papa-twitter

 

In questi giorni ho letto un interessante libro Il filo interrotto edito da Mondadori (2012), curato da Giovanni Maria Vian. Il libro raccoglie alcuni interventi di giornalisti, esperti della comunicazione e affronta la questione della comunicazione della Chiesa con il mondo odierno. Gli interventi cercano di capire come mai la Chiesa, maestra di comunicazione, dopo venti secoli di storia, ora attraversa notevoli difficoltà di essere compresa soprattutto dai media. E' interessante il contributo di monsignor Gianfranco Ravasi a proposito delle nuove tecnologie collegate a internet. Il prelato elenca i vizi e le virtù della comunicazione, a partire dal mezzo televisivo e via via tutti gli altri divenuti “protesi” dei nostri organi di conoscenza, a cui è stato permesso di andare oltre le loro capacità naturali”.

La cultura elettronica si è ulteriormente evoluta, “si è passati – scrive Ravasi - a una sorta di ambiente globale e collettivo, un'atmosfera che non si può non respirare, neanche da parte di chi si illude snobisticamente di sottrarvisi”.L'ingresso dell'informatica nella nostra vita ha generato una nuova grammatica del conoscere, del comunicare e dello stesso vivere. Quindi per Ravasi, la rete con la sua moltiplicazione di dati, può portare all'anarchia intellettuale e morale, cioè al relativismo agnostico, all'apparente democratizzazione della comunicazione, imposta dalla globalizzazione informatica. Sempre nella rete per Ravasi c'è il rischio di piombare in una comunicazione 'fredda' e solitaria che esplode in forme di esasperazione e di perversione. Uno studioso americano, Perry Barlow ha osservato che con la moltiplicazione dei computer e delle antenne paraboliche,“la gente si è chiusa nelle case e ha abbassato le serrande. In pratica lo spostamento verso la realtà virtuale e verso i mondi mediatici, ha favorito la separazione delle persone con la morte del dialogo vivo e diretto nel villaggio.

Questo è il realismo critico di Ravasi dei nuovi socialnetwork, ma subito si premura a scrivere che questo non significa pessimismo dell'impegno, soprattutto per il credente e il religioso. Le sfide dei nuovi media bisogna affrontarli con fiducia e coraggio. Bisogna fare come S. Paolo ad Atene, che è entrato in quel che è “il primo aeropago moderno”. L'apostolo Paolo aveva attuato il primo grande progetto di inculturazione del cristianesimo ricorrendo a un linguaggio e a un'attività missionaria pronta a usufruire delle risorse offerte dalla cultura greco-romana del tempo, dalle sue tecniche oratorie, dalle vie di comunicazione dell'impero, dagli ambiti della polis e dalla forza della parresìa, la libera diffusione del pensiero”. Già Giovanni Paolo II nella Redemptoris missio del 1990, riconosceva che ormai è in corso una “nuova cultura” che nasce, “prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con nuovi messaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici”. Il Papa era convinto che i mezzi di comunicazione sociale erano ormai per molti diventati il principale strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali. Pertanto bisognava integrare il messaggio cristiano in questa 'nuova cultura' creata dalla comunicazione moderna.

Pertanto è necessario acquisire un sapere specifico, possedere la grammatica e la sintassi della nuova comunicazione per la nuova evangelizzazione. Monsignor Ravasi si augura che nella stessa formazione scolastica dei sacerdoti si introduca una presentazione ideale e operativa dei nuovi mezzi comunicativi.

Termino con le parole di Paolo VI: “Bisogna saper essere antichi e moderni, parlare secondo la tradizione ma anche conformemente alla nostra sensibilità. Cosa serve dire quello che è vero, se gli uomini del nostro tempo non ci capiscono?”.

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