Terroni e Polentoni

pino_aprile TERRONI.

 

Non capita spesso leggere due libri della stessa casa editrice, che già nel titolo manifestano antagonismo, mi riferisco a Terroni di Pino Aprile e Polentoni, di Lorenzo Del Boca, pubblicati da Piemme. Per la verità, mi aspettavo molto di più, soprattutto da Terroni che è stato il libro più venduto dello scorso anno (pare che abbia avuto almeno 20 ristampe con circa 500 mila copie) e già questo può essere considerato un buon segnale, perché significa che c'è tanta gente che ha sete di sapere e di conoscere, per esempio, come è stato conquistato il Meridione d'Italia. Anche se di scrittori, storici, che hanno raccontato e anche bene la vera storia della conquista del sud, ce ne sono stati. Il primo a svelare i misteri di certo risorgimento è stato il grande Carlo Alianello con la Conquista del Sud, citato sia da Aprile che da Del Boca, e dopo tanti altri per lo più in ambienti tradizionalisti o neoborbonici e proprio per questo forse, non riuscivano a raggiungere il grande pubblico. In più subivano e ancora oggi subiscono l'ostracismo dei cosiddetti storici ufficiali che come cani da guardia stanno attenti che nessuno osi mettere in discussione le loro verità. Nonostante tutto, da qualche anno, molti muri sono crollati.

Per Giordano Bruno Guerri, “Terroni è la rivendicazione dell'orgoglio meridionale, oltre che un tentativo di spiegare - in modo appassionato e polemico - come l'Unità d'Italia abbia danneggiato il Sud e quanto sia costata ai suoi abitanti: ridotti, decennio dopo decennio, a italiani di seconda scelta, forza lavoro malsopportata al Nord, presunti pelandroni e certamente similmafiosi nelle loro terre”. (Giordano Bruno Guerri, Quando l'orgoglio meridionale si trasforma in un bestseller, 28.7.2010 Il Giornale).

Terroni, per Guerri, non ha il pregio del rigore storiografico, sembra un randello buttato contro le celebrazioni per i 150 anni dell'Unità, Aprile, racconta la storia nota soltanto agli storici con una furia iconoclasta, si tratta di “fatti tenuti nascosti - scrive Giordano Bruno Guerri - a tutti gli studenti che si sono seduti sui banchi delle scuole italiane dal 1861 a oggi. Dunque ignorati anche dagli stessi meridionali: che adesso non soltanto loro - scoprono certe verità in Terroni e ne fanno una sorta di Bibbia delle rivendicazioni del Sud. Il testo oggi è sostenuto com'è dai numerosi- piccoli ma combattivi- gruppi neoborbonici come dal Partito del Sud di Antonio Ciano, sindaco di Gaeta, il volume di Aprile potrebbe diventare il testo sacro di una futura Lega Meridionale, contrapposta a quella di Bossi: specialmente se l'attuazione del federalismo fiscale provocherà i danni che al Sud tutti si aspettano”. E proprio questo aspetto che non condivido del libro di Pino Aprile, c'è uno squilibrato e polemico attacco, a volte esasperato, nei confronti del governo Berlusconi, e in particolare, della Lega Nord, che non merita certe critiche ingenerose. E in particolare non condivido il ragionamento di Aprile, quando scrive nelle prime pagine del libro, che “i meridionali abbiano fatto i propri pregiudizi di cui erano oggetto, e così per un processo d'inversione di colpa, la vittima si sia addossata quella del carnefice (…) Chi emigra abbandona una comunità e una terra che figurano deboli e perdenti e mira a radicarsi in in altrove che appare forte e vincente, così, si educano ad altro da quel che sono”. Alla fine al meridionale non resta altro che imitare il carnefice. Infine, Aprile sentenzia: “il settentrionale non ha più bisogno di essere leghista; il meridionale al Nord non può farne a meno, se di scarsa radice”. Caro Aprile, io sarei per te, uno di quei meridionali che ha accettato i pregiudizi leghisti, ora che sono ritornato a vivere al Nord, ti posso assicurare che non ho accetto un bel niente, ma sono consapevole che a volte, le critiche leghiste o nordiste nei confronti del meridione pressapochista, menefreghista, sprecone, e poco sociale, spesso sono sacrosante, l'ho sperimentato personalmente, nei circa quindici anni trascorsi in Sicilia, da quando mi sono con tanto entusiasmo trasferito nel 1991 fino al 2006, anno in cui sono ritornato a Milano. Chi mi conosce sa quanto mi sono speso gratuitamente, e ho lottato per migliorare il mio Paese.

Ma ritorniamo al libro, Pino Aprile inizia il suo Terroni così: “Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni (...) Praticarono la tortura, come i marines in Iraq, i francesi, o Pinochet”. Questi paragoni di Aprile per far conoscere meglio la gravità dei crimini commessi dal nuovo Stato unitario nei confronti della popolazione del Sud, sembrano pugni nello stomaco e per certi versi, forse, si comprende a quale cultura o idea politica appartiene, certamente non alla Destra.

Di questo libro sono apprezzabili i racconti sulle stragi perpetrati dai piemontesi nei confronti della popolazione meridionale. Interessanti i racconti sui cosiddetti briganti del Sud, il Sergente Romano che fu a un passo dal divenire un Garibaldi alla rovescia, accolto come un liberatore nelle cittadine che conquistava. Una volta catturato venne fatto a pezzi ed esposto con orgoglio, per otto giorni, ma il popolo lo venerava. “Indosso – scrive Aprile - non gli trovarono denaro e gioielli, ma 'poesie', preghiere per la Vergine (cui lo legava una devozione profonda), il suo famoso diario e l' ancor più famoso giuramento cui sottoponeva i suoi affiliati ('Promettiamo e giuriamo di difendere gli stendardi del nostro re Francesco II (…) e per non vedersi più abbattuta la nostra Chiesa cattolica romana').

Pino Aprile sostiene che almeno furono ottantamila gli uomini in arme nell'ex Regno delle Due Sicilie contro gli invasori. Nessuno fu capace di farne un esercito: ogni capo banda (e ne sorsero circa quattrocentocinquanta) era dio per la sua parte. Terroni descrive la spietata guerra delle truppe unitarie contro il popolo del Sud: l'invasione e il saccheggio non lasciarono ai meridionali altra scelta che la reazione violenta. Ci sono luoghi che sono simboli e sintesi di quello che accadde allora, al Sud: i due paesi campani, Pontelandolfo e Casalduni, in cui, alla sollevazione contro i soldati piemontesi, corrispose la più feroce rappresaglia mai compiuta in Italia, in tempi moderni, nazisti inclusi; e poi tanti altri centri che hanno pagato col sangue a volte soltanto perché si trovavano in territori di guerra.

“Il Sud divenne terra desolata: corpi lasciati a imputridire in piazza, altri carbonizzati nelle decine di paesi arsi, colonne vaganti di decine di migliaia di profughi, formazioni militari e paramilitari che infierivano, ognuno combattendo la propria guerra: briganti, guerriglieri, soldati savoiardi, milizie private di possidenti filo-piemontesi e di possidenti filo-borbonici...”

I numeri della repressione subita dal popolo meridionale, sono molti alti, si passa dai centomila morti come ha scritto Giordano Bruno Guerri ad Antonio Ciano ne Le stragi e gli eccidi dei Savoia, è convinto che la carneficina arriverebbe a un milione di morti. Poi ci sono le deportazioni, decine di migliaia di soldati borbonici sono internati in campi di concentramento al Nord, veri campi di sterminio, per Del Boca, il più infame a Fenestrelle, una fortezza a una settantina di chilometri da Torino.

La 'pacificazione' piemontese per Giordano Bruno Guerri ha provocato tre conseguenze. “Prima di tutto, la spaventosa miseria del Sud, che tra fine Ottocento e inizio Novecento costrinse milioni e milioni di meridionali a emigrare in Europa e nelle Americhe (Per Aprile sono stati da tredici a oltre venti milioni, secondo i conteggi, che dovettero abbandonare la loro terra, in un secolo). Seconda conseguenza, una sorta di rassegnazione rancorosa da parte dei conquistati, sintetizzabile con la frase: 'Ci avete voluto? Adesso manteneteci.' Infine il brigantaggio - e il modo usato per combatterlo- rafforzarono a dismisura mafia, camorra e 'ndrangheta. Oggi possiamo dire che anche il meridione d'Italia ha finito - molto tardivamente - per trarre vantaggi dall'Unità. Ma non è possibile dire se, rimasto indipendente, avrebbe finito per somigliare più a uno staterello balcanico o nordafricano, o sarebbe diventato una terra felice, con tutte le sue genti al sole, con un'economia propria, il turismo e un ruolo rilevante nel Mediterraneo. Di certo, - conclude Guerri- nascondere quel che avvenne non è servito a una crescita del Paese e della nostra coscienza nazionale: in quasi ogni famiglia del Sud si tramanda il ricordo di antichi lutti, di antichi soprusi subiti. E' per questo che il libro di Pino Aprile - che arriva come uno schiaffo in faccia a chiunque lo legga - ottiene tanto successo. E' come svegliarsi e scoprire che l'incubo appena sognato era una realtà”. (Ibidem).

Alla prossima per Polentoni di Del Boca.

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