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Martedì, 19 Gennaio 2021

L'epopea siciliana di Francesco Bellanti, intervista all'autore de "Il cardinale e il labirinto di Dedalo"

È la seconda volta che intervisto Francesco Bellanti; lo scrittore siciliano ha  recentemente ha pubblicato il romanzo “Il Cardinale e il labirinto di Dedalo”, un’opera promettente, impegnativa ed ammaliante sulla quale ha lavorato per gran parte della vita; segnatamente, la sua prima stesura risale al 1994.

Egli ha già numerose pubblicazioni editoriali all’attivo ed ognuna di esse ha sempre riscosso ampi consensi di pubblico e di critica; è stato docente di italiano, storia e latino presso il liceo scientifico della sua città Palma di Montechiaro e la sua formazione umanistica è palpabile in ogni pagine delle opere finora realizzate.  

Fra i suoi maggiori interessi, la critica letteraria e  la lettura visionaria, fantastica ed apocalittica. Inoltre, collabora con la rivista parigina per gli italiani in Francia “La Voce” e scrive per riviste culturali locali e regionali.

Il suo avvincente romanzo “Il Cardinale e il labirinto di Dedalo”, di recente pubblicazione, è ambientato verso la fine del secolo scorso in un paese immaginario della sua Sicilia, dove si dipanano, fra storia e leggenda, le vicende di un’ampia galleria di personaggi; incontriamo notai, avvocati, aristocratici, politici, uomini di scienza, prelati e così via. Vorrebbe parlarmi degli aspetti socio-culturali che caratterizzano il contesto storico di riferimento?

Io ho vissuto e insegnato in un paese, Palma di Montechiaro, che, seppur di recente istituzione – è stata fondata su licentia populandi spagnola il 3 maggio 1637 dai gemelli Carlo e Giulio Tomasi, antenati di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, lo scrittore de “Il Gattopardo” che l’ha immortalata nel suo romanzo col nome di Donnafugata – ha come assorbito, soprattutto dal punto di vista storico e archeologico, l’eredità e l’immenso patrimonio culturale delle vicine e più antiche città di Licata, della araba Naro, della greca Akragas oggi Agrigento, con la sua meravigliosa Valle dei Templi. La mia vita si è svolta in questo fantastico mondo intriso, non solo della gloriosa storia di questa terra meravigliosa che è la Sicilia, ma anche di miti, leggende, fantasie. Il mio romanzo è un prodotto di questo mondo. Perciò “Il Cardinale e il labirinto di Dedalo” è un’epopea siciliana, è la storia e la leggenda di Sicilia, una Sicilia reale e fantastica allo stesso tempo. È la storia e la leggenda di Camico e Dedalo e Minosse, di Seneca e Cicerone, di Cesare - il mito greco e l’epopea romana in terra di Sicilia. È un’epopea della terra di Sicilia e del mio paese natale perché nel romanzo tutto – dai luoghi ai personaggi, ai fatti, alle leggende, alle memorie – richiama il paese del Gattopardo, cioè Palma di Montechiaro, il paese dove sono nato e quasi sempre ho vissuto. Almeda e la montagna con il suo leggendario tesoro sono il paese e le colline dove è nata la mia storia e sono nati i miei sogni. Il contesto storico di riferimento è questo: uno spazio e un tempo dove sono stati scritti centinaia di libri di storia, archeologia, letteratura, la terra magica di Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Pirandello, Camilleri.

L’epopea si svolge nella montagna di Cacalù, la cui immensa struttura sotterranea da millenni è sede di leggende e superstizioni. In questo luogo sospeso tra fantasia e realtà ed abitato da singolari eremiti e predicatori, è custodito un tesoro. Non le chiedo di svelare cosa vi sia seppellito da così tanto tempo, ma come mai Almeda, luogo di fantasia situato molto vicino alla montagna, somiglia in modo evidente a Palma di Montechiaro, sua città di origine?

La montagna del Cacalù, che nel romanzo è alta circa un chilometro, nella realtà è una collina di circa trecento metri, a sud del paese, che dà sul Mare Africano e sopra la quale ancora si trovano  i resti di una roccaforte, una torre di avvistamento inizialmente saracena e poi della nobile famiglia dei Chiaramonte. Molti monili, monete e reperti archeologici sono stati rinvenuti nel sito ed ora si trovano in gran parte presso il Museo archeologico di Agrigento. Il posto doveva essere frequentato in passato, se non popolato, e in mare verso sud a pochi chilometri di distanza si combatté un’importante battaglia fra Romani e Cartaginesi durante la prima guerra punica. La mia famiglia aveva un podere a poche centinaia di metri, nel versante settentrionale della collina che ancora oggi chiamano Castellaccio e da piccolo fantasticavo, dopo aver letto le leggende su Dedalo che era stato in Sicilia, di un qualcosa di misterioso che si celava dentro la collina. Detto questo, il luogo dove sorge Palma di Montechiaro è molto bello, pieno di colline, pianure, spiagge, grotte, rovine, chiese barocche, monasteri, insomma il luogo ideale da utilizzare come spunto per la mia fantastica Almeda.

La realizzazione di questa opera ha richiesto un lavoro di anni e una ricerca storica non indifferente; la sua prima stesura risale al 1994. Quali sono stati i momenti salienti?

È il primo libro che ho scritto, è l’opera con la quale sono diventato scrittore. Avuta l’idea, ho pensato di scrivere un volume così corposo solo dopo aver letto il romanzo di Umberto Eco “Il nome della rosa”. È un libro che ha accompagnato gli ultimi trent’anni della mia vita. Ho ideato la trama di questo romanzo nel 1989, ho scritto qualche bozza subito dopo e la prima stesura risale, appunto, al 1994. Avevo inviato questo romanzo a editori importanti, mi rispondevano affermando che, sebbene fosse ben scritto, risultava improponibile per un mercato di lettori di romanzetti leggeri da cento pagine. Qualche editore mi diceva addirittura che il romanzo fosse troppo bello, ma la gente generalmente è più orientata verso storie di sangue e di violenza.

Ho ripreso più volte il romanzo, soprattutto dal punto di vista stilistico, nel 2000-2001, nel 2006 ed ancora nel 2013, nei periodi di pausa tra un libro e l’altro. La stesura definitiva è di qualche anno fa, ma non ho mai stravolto la struttura del libro. Questo libro è fortemente segnato non solo da una profonda ricerca storica, ma anche dalla mia attività di docente liceale di italiano e latino. Dopo avere pubblicato ben nove libri, finalmente un editore coraggioso ha preso a cuore questo progetto e lo ha  realizzato.

Una costante della trama è la commistione fra elementi esoterici ed onirici che si interpongono e si intrecciano con la realtà. In quale misura è tuttora presente all’interno del tessuto sociale siciliano questa intrigante forma di realismo magico?

“L’intera Sicilia è una dimensione fantastica. Come si fa a viverci senza immaginazione?” Questa è una famosa espressione di Leonardo Sciascia e Johann Wolfgang Goethe, nel suo famoso Viaggio in Italia, disse “L’Italia senza la Sicilia non lascia immaginazione nello spirito: soltanto qui è la chiave di tutto”. La terra d’elezione di Federico II è, così la definiva Gesualdo Bufalino, un’isola “plurale”, cioè con tante anime, e questo del realismo magico, molto simile al mondo rappresentato Gabriel García Márquez in tanti suoi libri che mi hanno sempre affascinato, è uno degli aspetti più importanti del romanzo. Ho scritto in prefazioni e saggi che l’identità siciliana non consiste solo nella visione di una Sicilia povera e miserabile, arretrata, insomma, la visione conservatrice (anche reazionaria) di Verga, o in quella decadente, intimistica, del disfacimento di una classe sociale che decade verso il nulla, quella gattopardesca del sonno, o nella Sicilia del pessimismo storico di De Roberto. L’identità siciliana non è solo la visione di una Sicilia pigra e indolente, sprofondata nel millenario silenzio, o quella di una società corrotta e mafiosa, omertosa, di parte dell’opera di Sciascia. C’è anche quella poliziesco-metafisica di Camilleri, la Sicilia mitica di Bonaviri, la Sicilia sensuale e lussuriosa di Brancati, la Sicilia del viaggio e del ritorno in un tempo arcaico di Vittorini; sì, una Sicilia mitica, fiabesca e simbolica, il viaggio della presa di coscienza. C’è anche la Sicilia sogno degli stranieri, anche quella proiettata in un tempo senza tempo di Pirandello. Ebbene, per scrivere il mio libro mi sono ispirato a questa Sicilia. “Il Cardinale e il labirinto di Dedalo” immerge ben presto il lettore in un tempo visionario e fantastico sospeso tra realtà, leggenda, folklore, magia, superstizione, storia, tradizioni e cultura popolare, quello che potremmo definire – seguendo schemi màrqueziani - il realismo magico siciliano. Perché il romanzo è un formidabile intreccio di antico e moderno, in una visione sbalordita del reale e lucida del fantastico. La vicenda sembra svolgersi in un tempo ambiguo, “senza tempo”, in una società di uomini che sembrano vivere in una terra sospesa tra cielo e terra, tra presente e passato. È una storia che parte dalla realtà, dagli appetiti per un piano regolatore, e sconfina ben presto nel mito, nel sogno, nella religione, nella storia e nella leggenda. L’elemento magico si insinua sempre nel reale e il reale stesso  sconfina puntualmente nella magia e nel fantastico. È anche un romanzo profetico, poiché, attraverso le sue atmosfere apocalittiche e un mondo devastato da immani calamità, sembra annunciare le tragedie di oggi.

L’interesse dei personaggi, assolutamente realistico, proiettato, come poco fa affermava, verso la realizzazione di un piano regolatore, in effetti cela la loro vera finalità: la conquista del tesoro. Una storia che sottende interessanti allegorie sulla verità, sullo scorrere del tempo?

Sì. Il romanzo può intendersi anche come la metafora degli accadimenti, della fortuna, del caso e del caos che governano la storia. “Il Cardinale e il labirinto di Dedalo” è il romanzo sull’uomo nuovo, l’uomo al di sopra della storia e capace di dominare la storia stessa e il tempo; l’uomo che sostanzialmente possiede il tempo, il tema dominante di tutti i miei libri. Per realizzare questo progetto occorre una nuova umanità che inverta la rotta. “Il Cardinale e il labirinto di Dedalo” è il romanzo sull’uomo nuovo, l’uomo che possiede il tempo. È l’ossessione dell’uomo nuovo, in altre parole il desiderio di un rinnovamento universale dell’umanità ed è questo che conferisce alla mia scrittura il tono apocalittico, escatologico e palingenetico che ha quasi naturalmente determinato la rivisitazione dei grandi autori della classicità italiana, latina e straniera e di conseguenza una prosa poetica, lirica.  L’uomo nuovo, in realtà, in un tempo di caos e di disvalori, al di là di retoriche e fraintendimenti politici e filosofici, è la tensione ideale, la ricerca costante dei valori che conducono al progresso dell’umanità. Valori facilmente identificabili nei miei libri, come il rispetto dell’ambiente e il ritorno alla natura, il terrore per una tecnologia che sempre più sta sfuggendo al controllo dell’uomo, la lotta contro la povertà e le disuguaglianze, la tolleranza e il rispetto delle diversità, l’educazione alla pace e alla giustizia sociale. Infine, “Il Cardinale e il labirinto di Dedalo” è soprattutto una lucida e profonda riflessione sulle ossessioni e sulle solitudini del mondo, sulla sfiducia degli uomini nel progresso, nella società e nella storia. È una potente, straordinaria allegoria concentrata su una trilogia di elementi: verità, tempo e storia.

La storia dell’umanità è sempre contrassegnata, o meglio, influenzata dalla sorte, dalle fatalità e, perché no, dalla fortuna.  Dal suo punto di vista, quanto incidono tali variabili sulle capacità dell’uomo di tenere testa agli eventi?       

Come dicevo prima, questo libro è anche un’allegoria sulla storia, sulle mille possibilità della storia, sui misteri e sugli arcani processi di tanti accadimenti che la caratterizzano. Io sono di formazione politica e culturale laico-socialista, ma appartengo anche a una tradizione storico-culturale che risale a Machiavelli e Guicciardini, che ha una visione disincantata e, per esempio in Guicciardini, pessimista della storia, per il quale la storia è un caos e non è possibile costruire una scienza politica capace di decifrare il reale e programmare il futuro. È ben noto invece che per il Segretario fiorentino, diversamente dall’amico Francesco Guicciardini, l’uomo può trarre esperienza dai fatti del passato, contrastare la cosiddetta fortuna e costruire la propria storia perché la storia è un prodotto dell’uomo. Ma per costruire il vero progresso, come dicevo prima, occorre una nuova rivoluzione dei valori, valori che sono presenti in tutti i miei libri, e sono – come dicevo - il rispetto dell’ambiente e il ritorno alla natura, un governo migliore della tecnologia i cui eccessi stanno distruggendo l’uomo - e i fatti di oggi purtroppo mi stanno dando ragione - la costruzione di un mondo più solidale che elimini tutte le povertà e le disuguaglianze, un mondo fondato sulla tolleranza e il rispetto delle culture altre, l’educazione ai valori della pace e della giustizia.

La sua creatività è in continuo divenire; anche stavolta le chiedo quali sono i suoi programmi futuri?

Dopo il libro “Dialogo con il Führer – Giorni d’estate a Berchtesgaden” - sul quale lei mi ha fatto un’eccellente intervista - che ha avuto un buon successo e ha ottenuto un riconoscimento al Premio Internazionale Città di Cattolica 2020, ho scritto all’inizio di questa sciagurata pandemia, tra gennaio e marzo di quest’anno, un libro, “Isabella Tomasi di Lampedusa - La più grande dei Gattopardi”, che spero di dare alle stampe l’anno prossimo. È il racconto romanzato della vita leggendaria di suor Maria Crocifissa della Concezione (1645-1699), al secolo Isabella Tomasi di Lampedusa, figlia del Principe Giulio, passato alla storia come il Duca Santo, fondatore, col fratello gemello Carlo, di Palma di Montechiaro, il 3 maggio 1637. È la storia di una grande mistica, molto venerata nel mio paese, che riposa nel Monastero Benedettino fondato da suo padre, una personalità complessa della quale si sono interessati tanti scrittori e studiosi, sorella di Giuseppe Maria Tomasi (1649-1713), cardinale, beatificato nel 1803, e proclamato santo da papa Giovanni Paolo II nel 1986. Una grande mistica, dichiarata venerabile da papa Pio VI il 15 agosto 1787, famosa anche per una Lettera del Diavolo, scritto misterioso di cui si sono interessati tanti studiosi conservato nel Monastero benedettino di clausura di Palma di Montechiaro dove la monaca – entrata nell’Ordine il 7 ottobre 1660 – visse dal giorno della Pentecoste del 1662 fino alla morte avvenuta il 16 ottobre 1699. Un libro nuovo e originale, scritto da un laico che getta nuova luce su una vicenda rimasta per lungo tempo ancorata a un approccio agiografico. È un racconto poetico ma fondato scientificamente su una grande mistica dotata di vasta cultura e di eccezionale capacità visionaria, la quale ha un suo progetto interiore che sfugge al controllo della famiglia e della Chiesa. Da qualche settimana ho cominciato a scrivere un libro su Stalin, non un libro poderoso, un’intervista-fiume come quello che ho scritto su Hitler, ma un romanzo tradizionale, se vogliamo, molto divertente. Un libro sulla scomparsa di un quadro di Stalin, avvenuta realmente nella sezione comunista del mio paese, Palma di Montechiaro, nel 1979. Ma ho preso solo l’impulso iniziale, il resto è opera di fantasia.

                                               

 

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