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Mercoledì, 18 Luglio 2018

Il chicco acre della melagrana

Stavolta un'intervista a due voci, quelle di Letizia Leonardi e Kevork Orfalian, autori del libro di recente pubblicazione "Il chicco acre della melagrana" (2018, Edizioni Divinafollia), per parlare del Genocidio armeno attraverso la diretta testimonianza di un uomo che è riuscito a realizzare questa promettente opera storico-biografica dopo aver conosciuto nel 2015, in modo del tutto casuale, la scrittrice Letizia Leonardi, già autrice di una splendida versione italiana dell'opera "Mayrig" di H. Verneuil e da diversi anni attivamente impegnata nella causa armena.
Un incontro determinante per entrambi, vista la loro ampia convergenza verso una tematica importante, delicata e ingiustamente trascurata per tanti anni dal sistena mediatico.
Così è nata l'idea di scrivere un romanzo, liberamente tratto dai racconti di Orfalian, che ora si sente gratificato per aver finalmente concretizzato "il secondo desiderio della sua vita", come egli stesso dichiara nel corso dell'intervista, poichè da tanti anni desiderava raccontare la storia della sua travagliata esistenza.
Un percorso fra emozioni contrastanti, sofferenze inaudite e messaggi carichi d'amore, quelli della mamma del protagonista.
Un'opera editoriale avvincente e densa di contenuti legati da un sottile, ma resistente filo conduttore, che appassiona e commuove.

Dopo l’enorme successo della sua versione italiana del romanzo Mayrig di H. Verneuil, una nuova pubblicazione sempre inerente una tematica a lei molto cara, il riconoscimento storico del Genocidio armeno. Stavolta le vicende narrate nel libro "Il chicco acre della malagrana", edito da Divinafollia ed inserito nella collana Ararat,  si ispirano ai racconti di Kevork Orfalian, detto Giorgio, che ad un certo punto della sua vita ha voluto mettere nero su bianco la drammatiche esperienze che hanno caratterizzato un’esistenza a dir poco avventurosa. Come è nata l’idea di questa collaborazione editoriale?
Letizia - L’idea è nata da un incontro per caso in occasione del centenario del Genocidio armeno commemorato nel 2015. "Mayrig" era stato appena pubblicato e con Kevork Orfalian ci siamo conosciuti per la prima volta in una trasmissione radiofonica, invitati dal giornalista e scrittore di origine armena Diego Cimara, (che mi ha scritto la prefazione di Mayrig). Successivamente, ho incontrato di nuovo Orfalian a Roma durante gli appuntamenti da lui organizzati per ricordare le vittime del Genocidio armeno e alla fine del 2015 mi ha chiesto se ero disposta a scrivere la sua storia. Mi ha accennato qualcosa, l’ho subito trovata molto interessante ed ho accettato.

Questa esperienza rafforza e consolida il suo impegno nei confronti della causa armena. In diverse occasioni ha portato "Mayrig" nelle scuole. Potrebbe parlarmi della reazione dei ragazzi di fronte a tale tematica, che tra l’altro ha assunto una certa visibilità solo in questi ultimi anni?
Letizia - Con mio grande stupore, quando mi trovo davanti classi di ragazzi, noto che questo argomento catalizza la loro attenzione.  Restano molto colpiti dalle parole, dalle immagini, dalle musiche, da tutta un’atmosfera che contribuisce a far arrivare il messaggio che mai bisogna nascondere i grandi crimini della storia, per fare in modo che non si ripetano più, altrimenti queste persone sarebbero morte invano e il genocidio continuerebbe con l’oblio. Noto con piacere che i giovani, che sempre più spesso sono distratti dai loro smartphone, intenti a chattare e messaggiare, durante le mie conferenze spengono tutto e ascoltano; noto in loro anche una certa commozione. Ci sono stati studenti delle classi quinte che alla maturità hanno fatto la tesina proprio sul Genocidio armeno. Anche per "Il chicco acre della melagrana" il format delle conferenze sarà simile a quelle di "Mayrig". Ci saranno video, musiche, lettura di brani del libro, foto e poesie.

L’editore Silvia Denti definisce quest’opera una  "Bibbia di sopravvivenza", di calore, di avventura, di dignità. Ecco, vorrei soffermarmi con lei proprio sul concetto di dignità. Cosa ha percepito a livello emozionale durante i racconti di Orfalian riguardo le violazioni non solo fisiche, ma anche psicologiche, più volte subite?
Letizia - Le emozioni non sono mancate,  soprattutto perché avevo davanti una persona con una storia complessa, molto articolata. Un figlio della diaspora con il fardello rappresentato dalle tristi e dolorose vicende del suo popolo. I suoi avi hanno subito i primi massacri della fine del 1800, il genocidio e lui, in quanto figlio della diaspora, rappresenta un aspetto diverso del genocidio, che chiamo "bianco". Bianco perché chi non è stato ucciso si è trovato solo, con la famiglia spesso decimata. I sopravvissuti sono stati costretti a emigrare con tutto un bagaglio di traumi e  sensazioni difficili da immaginare. E poi le emozioni per gli orrori che mi sono stati raccontati nel periodo della sua carcerazione in Turchia, con l'’accusa di essere un terrorista armeno; stati emotivi peraltro rivissuti anche dal protagonista. Questa parte del libro l’abbiamo dovuta scrivere molto lentamente, poiché ogni volta Kevork viveva di nuovo quei terribili mesi. Ne "Il chicco acre della melagrana", oltre all’attualissimo tema dell’emigrazione, si aggiunge quello del trattamento riservato agli oppositori politici in Turchia.

Il protagonista della storia è stato vittima di un errore giudiziario, poiché ingiustamente accusato di terrorismo armeno in Turchia, come giá accennato da Letizia. Quindi, possiamo definirlo "un dramma nel dramma”. Con quale forza è riuscito sempre a rialzarsi in piedi, per rimettersi in gioco e ricominciare?
Kevork - Prima di tutto la forza di volontà, un forte istinto di sopravvivenza che mi ha portato a superare qualsiasi vicissitudine, ma questo ovviamente non vale solo per me. Mi ha aiutato anche il periodo del collegio, che per me ha rappresentato una sorta di leva militare durata 6 anni. Sono una persona tenace, pur nelle  mie fragilità, che vengono percepite solo da osservatori attenti. Dopo ogni caduta mi sono sempre rialzato, anche grazie alla corazza che mi sono costruito in questa mia particolare e, a tratti, complicata vita. Ho avuto indubbiamente un grande aiuto della mia famiglia, della mia mayrig (madre in armeno n.d.r.),  che mi è stata accanto nei momenti più difficili. Difficoltà e dolori che comunque mi hanno segnato,  anche se posso apparire spesso superficiale, irriverente, a tratti un pò sbruffone e litigioso. Ma sono atteggiamenti di autodifesa; mi arrabbio con facilità, ma un attimo dopo ho già dimenticato tutto.

Anche ne "Il chicco acre della melograna" è presente la figura di una "mayrig" , che svolge il suo ruolo con naturale saggezza, insomma, una madre e una donna notevole. Quali, se vi sono, le attinenze caratteriali  fra la mamma presente nella sua precedente fatica letteraria e quella di Orfalian?
Letizia - Diciamo che sono piuttosto simili. In "Mayrig" la madre è quella raccontata con gli occhi di un bambino. Ne "Il chicco acre della melagrana"  invece è l’uomo che racconta e anche qui c’è una zia che ha avuto un ruolo importante come in "Mayrig", (lì ce ne sono due di zie). Possiamo dire che le famiglie armene sono quasi tutte simili, con questo legame, unico forse, dovuto alle dolorose perdite che le hanno caratterizzate.

In che modo e con quale spirito la sua famiglia ha superato le vicende tragiche dei suoi avi e la sua carcerazione a Istanbul?
Kevork - Tutti in famiglia hanno sofferto. I miei fratelli, mia madre e mio padre. Dopo aver dovuto metabolizzare il dramma di un massacro e di un genocidio che ha decimato i nostri avi e i sopravvissuti furono costretti a fuggire da Urfa, i  miei genitori e i miei fratelli hanno dovuto subire anche una rivoluzione in Libia, come me, del resto. Anche quello è stato un dramma a livello psicologico! Abbiamo dovuto cambiare Paese, casa, lasciare gli amici d’infanzia, usi e costumi...e poi la mia prigionia. Dopo la riunione fatta dai miei zii che vivevano, all’epoca, ad Amman (Giordania), Parigi e negli Stati Uniti, hanno deciso che mio zio con passaporto americano era quello più idoneo a venire in Turchia, (Paese facente parte della Nato) e quindi venne a Roma per accompagnare mia madre a Istanbul. I miei genitori hanno chiesto in parte aiuti economici per la mia difesa. I soldi sono arrivati dagli zii della Giordania e io dopo due anni li ho restituiti. In questa tragica circostanza si è vista l’unità familiare, tipica delle famiglie armene.

Nel prossimo futuro continuerà ad occuparsi di Armenia?
Letizia - Sicuramente sì… Ho già diversi progetti da portare avanti, ma per scaramanzia preferisco non anticipare nulla; saranno, via via, delle sorprese. L’Armenia entra nel sangue. C’è qualcosa di magico in questa Terra e in questo popolo. Dopo ogni mia conferenza anche il pubblico si appassiona e vuole saperne di più.

Quali i ricordi che ha messo nella valigia al ritorno dal suo affascinante viaggio in Terra armena?
Letizia - Tanti ricordi, tante emozioni, tante sensazioni. La terra d’Armenia avvolge. Nelle particolari Chiese si respira spiritualità e il suo popolo, semplice, ma dotato di una grande educazione e rispetto, scalda il cuore con la sua ospitalità e il suo affetto. L’Armenia non si visita una volta. Chi va in Armenia poi ci ritorna più e più volte, poiché scatta un colpo di fulmine, che però non ti abbandona più…

Lei vive tra Roma e Yerevan. Che rapporto ha con questa piccola e affascinante Repubblica e con i suoi abitanti?
Kevork - Io principalmente amo la mia madre Patria, dove ho finalmente acquistato un piccolo appartamento al centro di Yerevan. Successivamente, ho deciso di aiutare delle famiglie povere attraverso sostegni economici e quattro volte l’anno vado al confine del Nagorno Karabakh (Artsakh) per aiutare i soldati armeni al fronte. L’Armenia è il mio Paese e lo amo anche se non potrei viverci tutta la vita. Non posso stare lontano più di 3 massimo 4 mesi. Sarebbe, tuttavia, impossibile per me stabilirmi lì poiché,  purtroppo, la cultura europea è diversa da quella armena.  Gli armeni sono stati settant’anni sotto il dominio sovietico e sono indipendenti solo dal 1991.

10) Quali sono i suoi progetti futuri e i suoi sogni nel cassetto?
Kevork - Nella mia vita io ho avuto quattro sogni da realizzare. Il primo è stato quello di possedere una bella casa dove poter vivere in Italia e in Armenia e l’ho realizzato. Il secondo quello di scrivere la storia della mia vita e questo l’ho realizzato, grazie anche all’aiuto di Letizia Leonardi. Il terzo poter fare di questo libro, "Il chicco acre della melagrana", un film importante e bello. Questa è una scommessa fatta con me stesso. Il quarto e ultimo desiderio è quello di trovare la donna della mia vita, ma su questo non sono molto concentrato, perché non credo che potrei vivere con una donna per tutto il resto dei miei giorni. Sono stato solo per troppo tempo. Diciamo che il mio obiettivo finale, il mio grande sogno, resta soprattutto quello di realizzare una trasposizione cinematografica tratta dal libro che racconta la mia vita. Dopo posso anche morire...

Questa sua vita, un pò rocambolesca, a tratti molto dolorosa e a tratti ricca di soddisfazioni in campo lavorativo, quanto ha influito nell’uomo che è adesso?
Kevork – Il mio carattere è diventato leggermente più duro verso le persone che si pongono in modo aggressivo nei miei confronti. Queste persone molto difficilmente riesco a perdonarle. Certo, le esperienze che ho avuto nella mia vita e il periodo di prigionia nelle carceri turche mi hanno reso un pò più introverso, ma nel corso degli anni ho voluto e dovuto dimenticare quei momenti difficili. Oggi,  comunque, mi sento rasserenato. So che tanta gente mi ama ma, forse, per tutte le cose che faccio, ci sono quelli che mi invidiano e l’invidia,  purtroppo, è un sentimento estremamente  negativo.

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