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Lunedì, 23 Novembre 2020

Antonio Sgobba presenta "Il paradosso dell'ignoranza da Socrate a Google"

Antonio Sgobba, classe 1983, è un giornalista Rai. Dal 2011 al 2016 ha curato la sezione culturale di IL, mensile de Il Sole 24 ore. Inoltre, ha collaborato con la Lettura del Corriere della Sera, Wired, Pagina 99 ed altre testate.
Di recente pubblicazione l'opera editoriale "Il paradosso dell'ignoranza da Socrate a Google" (Il Saggiatore) in cui l'autore intraprende un percorso filosofico e sperimentale sull'ignoranza, dal quale emergono puntuali riflessioni circa le contraddizioni e le illusioni che caratterizzano la nostra società. A partire dalle moderne tecnologie, che negli ultimi decenni hanno conferito all'uomo "il miraggio del sapere illimitato",  sconfinando talvolta nella perdita di una visione razionale di se stessi e quindi nell'autoinganno. 

La cultura è certamente legata ai valori etici dell’umanità. Sulla base di questa considerazione, come definirebbe il livello culturale dell’attuale tessuto sociale?
È un legame spesso ambiguo. Non è detto che sia positivo. Non è sufficiente essere colti per essere buoni. Non è neanche necessario. Si può essere buoni e incolti. E colti e malvagi. Goebbels era un uomo molto colto. L’attuale tessuto sociale, per esempio, è il più colto della storia dell’umanità. Non siamo mai stati così istruiti, non abbiamo mai avuto a disposizione così tanto conoscenza. Eppure mi sembra che ci rimanga ancora qualche problema da risolvere.

Stiamo vivendo un’epoca contrassegnata dall’alta tecnologia. L’avvento di internet garantisce ad ognuno la certezza dell’informazione, conferendo all’utente un certo “delirio di onnipotenza”, che  spesso si rivela paradossale. Il titolo del suo libro  “Il paradosso dell'ignoranza da Socrate a Google” evoca tale concetto. Cosa l’ha spinta a scrivere un’opera letteraria volta in tale direzione?
Ho scritto un libro sull’ignoranza perché l’ignoranza è una presenza ingombrante nel dibattito pubblico. Ne parliamo di continuo, il più delle volte per lamentarci, per lanciare appelli, allarmi, per parlare di emergenze.  Ma come può l’ignoranza essere un’emergenza se è una caratteristica tipica di ogni essere umano? Sono partito dal cercare una definizione di ignoranza, per scontrarmi col fatto che una definizione soddisfacente non c’è; non sappiamo neanche che cos’è l’ignoranza. Più di tutto ci sfugge la sua natura paradossale: crediamo che sia solo assenza di conoscenza. Non è cosi, ci dimentichiamo che con l’aumentare della conoscenza aumenta anche l’ignoranza. Internet ne è la dimostrazione più immediata: il più grande motore di conoscenza della storia dell’uomo, ma anche il più grande motore d’ignoranza.

Il filosofo e storico Norberto Bobbio afferma: Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non di raccogliere certezze. Mi sentirei di rivolgere questo pensiero, ma senza generalizzare, alle ultime generazioni, fortemente condizionate dal web e talvolta carenti di basi culturali nella loro formazione intellettuale. È d’accordo?
D’accordo con Bobbio. Ed è un invito che dovremmo raccogliere tutti, non solo i giovani. I giovani sono spesso il bersaglio di accuse ingiustificate. Non credo siano particolarmente ignoranti, in realtà sanno cose diverse da quello che sanno i più vecchi e da quello che i più vecchi ritengono importante. L’invito a non avere certezze e seminare dubbi io lo rivolgerei soprattutto a chi ricopre ruoli di responsabilità e di potere, dall’informazione alla politica.

Condivido in pieno la sua conclusione. Per associazione di idee, mi viene in mente Socrate. Il pensiero di colui che di diritto è il padre fondatore dell’etica o filosofia morale, si sviluppa intorno alla consapevolezza di sapere di non sapere, inteso come limite di non conoscenza definitiva. Tale constatazione dovrebbe stimolare il desiderio di conoscere, contrariamente alle dinamiche mentali che determinano l’effetto Dunning-Kruger - "siamo circondati da ignoranti inconsapevoli, o forse lo siamo anche noi" - citando un interessante passaggio nell’introduzione del suo libro. Quindi, se lo fossimo, come potremmo saperlo? Un chiaro invito alla conoscenza dei propri limiti… Cosa vuole aggiungere?
Che la conoscenza dei propri limiti è sicuramente un buon obiettivo, che ci rende persone migliori, ma dobbiamo anche ricordarci che è impossibile da raggiungere. Non è possibile conoscere se stessi fino in fondo. E alle volte non è nemmeno utile. Una certa inconsapevolezza può aiutarci a raggiungere obiettivi difficili. In amore o in politica, per esempio. Certo, è sempre meglio non esagerare, c’è comunque il rischio della megalomania.

Come si può ovviare alla possibilità di incappare in falsità o contenuti poco affidabili nell’infinito universo del web?
Facendo attenzione. Il problema è che l’attenzione è diventata una delle merci più rare. Non c’è una risposta semplice o una soluzione alla portata di tutti. Trovare la verità è sempre stata un’impresa. Richiede uno sforzo notevole, che tutti devono fare se sono interessati ad accrescere le proprie conoscenze. Non è detto che ci sia questa esigenza: spesso la gente non vuole sapere e la conoscenza non si può certo imporre dall’alto.

All’interno della psicologia delle ricerche online, ci sono gruppi di psicologi che effettuano studi ed  osservazioni circa la non onnipotenza della mente umana; in realtà, la nostra mente aumenta la sua efficienza  attingendo a fonti esterne di informazione. Cosa si intende per “sistema interdipendente di memoria”?
La nostra mente aumenta la propria efficienza servendosi di fonti esterne. Per potenziare la nostra memoria ci serviamo di supporti, di protesi, come possono essere un diario o un album di foto. Sono archivi esterni. Ma la nostra memoria non si fonda solo sugli oggetti, possiamo contare anche su altri individui. Quando sono gli altri la nostra “memoria esterna” noi abbiamo a che fare con quello che gli psicologi definiscono un “sistema interdipendente”. Sono sistemi in cui l’informazione è distribuita e ogni individuo è responsabile solo della conoscenza di un’area specifica. Internet complica le cose, poiché attraverso la rete non facciamo affidamento direttamente su altre persone, ma in modo mediato e questo, a volte, ci fa perdere di vista quale sia la fonte delle nostre informazioni.

I sociologi ritengono la crescita delle conoscenze specialistiche il punto di partenza del paradosso. In effetti, oggi gli esperti leggono sempre meno ciò che non li riguarda direttamente. Dove arriveremo?
Il sistema del sapere diventa sempre più complesso, sempre più parcellizzato, sempre più specialistico. Ogni esperto è tale di un settore limitato. La strategia migliore per affrontare questa complessità e la condivisione dell’ignoranza. Possiamo servirci degli strumenti inventati per condividere l’ignoranza. Uno è l’enciclopedia: dall’Illuminismo a Wikipedia, rimane un ottimo esempio di come una comunità possa condividere l’ignoranza per accrescere il sapere collettivo. Oppure pensiamo alle biblioteche: possono essere grandi spazi aperti di condivisione dell’ignoranza. 

Ha già presentato a Roma la sua opera editoriale?
Ho fatto un incontro per il Premio Biblioteche di Roma alla Biblioteca Nelson Mandela. Un bell’incontro, con molte domande. Mi è sembrato un buon risultato per un libro che ha per titolo un punto interrogativo.

Per concludere, oltre a congratularmi per l’alto valore socio-culturale del suo libro, che ho letto con sincero interesse, vorrei chiederle di spiegare ai nostri lettori la differenza fra ignoranza ed errore, troppo spesso messi sullo stesso piano?
Grazie. In effetti, la confusione tra ignoranza ed errore è molto frequente. Ma non sapere è diverso da credere qualcosa di falso. Alla fine la definizione più convincente di ignoranza si trova proprio nell’enciclopedia curata da Diderot e d’Alembert: «l’ignoranza è una via di mezzo tra verità ed errore», si legge nel testo fondamentale dell’Illuminismo. È bene ricordarlo: l’ignoranza è un punto di partenza, sta a noi decidere in quale direzione andare. Possiamo andare verso nuove conoscenze, oppure possiamo sbagliarci. Non è detto che le cose debbano andare sempre male.

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