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Venerdì, 15 Ottobre 2021

Il mistero di “Roma Brucia!”

È ormai innata nel ricordo di chiunque l’immagine quasi propagandista di Nerone che suona la cetra sullo sfondo di una Roma in fiamme. A darcene notizia sono gli stessi storici del tempo come Tacito, Svetonio e Cassio Dione, ma ciò che avvenne veramente quella tragica notte del 18 luglio del 64 d. C. rimane soffocato dal fumo del grande incendio che portò la Caput Mundi quasi sull’orlo del baratro.

Si tratta, infatti, di uno dei gialli più inestricabili di tutta la storia romana che ha trovato una colorita narrazione nella penna di scrittori di ogni tempo e che oggi risuona nel libro “Roma brucia!” (della collana “Misteri svelati”, Città Nuova 2016), di Bruno Cantamessa.

Fu un nefasto incidente o un atto doloso? E se fosse vera quest’ultima ipotesi, chi furono i veri colpevoli: Nerone e il suo entourage o, come si volle far credere al popolo per placarne l’ira, i primi cristiani? Fu solo una coincidenza il fatto che a radere al suolo fu proprio quella parte della città sulle cui macerie sorse poco dopo la colossale domus aurea di Nerone?

L’autore traspone questi e altri quesiti nella voce narrante del protagonista di questo affascinante romanzo storico: il saggio Lucio Verginio Rufo (14-97 d. C.), console e senatore che in quegli anni fu nominato dallo stesso Nerone governatore militare della Germania e che passò alla storia per aver rifiutato il principato per acclamazione del suo esercito ˗ preferendo la lealtà al senato e alla porpora ˗ ma anche per essere stato tutore di uno dei personaggi più importanti della letteratura latina dei suoi anni: Plinio il Giovane.

All’epoca in cui Roma bruciò, alcune sette di cristiani avevano preso piede in città anche se non erano ancora ben distinti dai giudei. Nonostante i subitanei sforzi di Nerone per la ricostruzione di una metropoli ancora più sviluppata, le malelingue che lo etichettavano come un pazzo incendiario non smisero di circolare. Si rese necessario, dunque, trovare un colpevole, un capro espiatorio che mettesse una volta per tutte il popolo a tacere. Inizia così quella che viene ricordata da tutti i libri di storia come la “prima persecuzione” contro i cristiani ˗ anche se non si tratta di una persecuzione ideologica, come quella che avverrà qualche anno dopo sotto il damnatus Domiziano.

L’autore di “Roma brucia!” racconta, con dovizia di particolari, il modo atroce in cui l’imperatore spettacolarizzò le uccisioni di tantissimi seguaci di Gesù, tra i quali anche molti fanciulli.

In questa cornice si inseriscono le figure femminili di Anastasia e Basilissa che «si guadagnarono la corona del martirio» con atroci torture per aver dato sepoltura ai corpi dei santi Pietro e Paolo.

A prescindere dall’atto, doloso o meno, dell’incendio, ciò che cattura il lettore è il modo in cui il protagonista, raccontando la sua vita, lo conduce attraverso i rumores che quella notte alimentò anche negli anni a venire, dalla corte imperiale alla Suburra; il risalto dato a temi che sono fondamentali per capire l’andamento della storia romana e da cui dipendevano le sorti del singolo civis come la volubilità dell’esercito e il ricambio del potere imperiale.

Da una parte il romanzo traduce la crudeltà e le barbarie di cui si macchiarono i romani nel corso della loro mirabile storia, incarnandoli in figure sanguinarie come quella di Tigellino ˗ lo spietato braccio destro di Nerone ˗ e denunciando la carneficina che vide vittime i cristiani, dall’altro invece celebra tutta la saggezza del mos maiorum, la lealtà dei rapporti fra le persone, i doveri del buon civis romanus e la gloria che deriva dalla fedeltà ai valori antichi concentrandoli tutti nella persona di Lucio Virginio Rufo che, dopo essere stato a un passo dal potere assoluto, «visse leggendo di sé nella storia e nella poesia, cosicché fu testimone vivente della sua futura gloria».

Un libro carico di cultura latina, dal metodo di datazione ab Urbe condita al conteggio delle ore della giornata, dalle abitudini alimentari al modo di vestirsi e relazionarsi, che regala al lettore la possibilità di far rivivere l’ingente eredità del caleidoscopico mondo romano.

 

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